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Commentario 2 Timoteo

2 Timoteo

COMMENTARIO ALLA SECONDA LETTERA DI S. PAOLO A TIMOTEO

di John MacArthur
ISBN 987-88-96129-08-1
Pagine 216
Euro 12,00 + spese postali

COMBATTI IL BUON COMBATTIMENTO! 
Paolo stava passando le consegne del ministero al suo figlio spirituale e lo esorta a perseverare con forza e con fedeltà (2:1). Egli comprendeva che Timoteo, nonostante la sua fermezza personale nella dottrina e il suo comportamento fedele a Dio, era incline a vacillare. Perciò gli ricordò che “Dio infatti ci ha dato uno spirito non di timidezza, ma di forza, d’amore e di autocontrollo” e gli comandò amorevolemente di “non aver dunque vergogna della testimonianza del nostro Signore” .

Le sue ultime parole a Timoteo contengono qualche lode, ma molti ammonimenti, tra cui 25 imperativi o ordini, due dei quali sono citati qui sopra. Nove degli imperativi sono nel capitolo 4, che è la parte più personale dell’epistola.

Come in tutti i suoi commentari, John MacArthur non si propone di fare un’opera di linguistica, teologia o ermeneutica, ma spiega, con fedeltà ai testi originali, il significato di ciò che Paolo voleva comunicare al suo collaboratore e a tutti noi. Lo fa con serietà e con profonda comprensione del contenuto di questa epistola che costituisce anche il testamento spirituale del grande apostolo.

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[Estratto dal capitolo 3]

Gli elementi di una vita spirituale forte — L'atleta

Allo stesso modo quando uno lotta come atleta non riceve la corona, se non ha lottato secondo le regole. (2:5)

La terza immagine che Paolo usa per illustrare le caratteristiche di una vita spirituale forte è quella dell’atleta, metafora che usa diverse volte nelle sue lettere. La frase lotta come un atleta traduce il verbo athleo-, che significa combattere, gareggiare, contendere, misurarsi con qualcuno. L’idea è di una lotta che richiede grande determinazione per ottenere la vittoria. Gli atleti lottano, combattono, contendono e si sforzano di vincere.
La differenza tra il primo e il secondo posto in una gara non è sempre questione di talento. Come nella storia della lepre e della tartaruga, un atleta meno dotato spesso ne sorpassa uno fisicamente superiore e con più esperienza, semplicemente perché ha una maggiore determinazione e perseveranza.

Mentre guardavo una gara di decathlon tra gli Stati Uniti, la Polonia e l’Unione Sovietica, chiesi ad un amico che allenava la squadra americana, per capire chi fosse l’atleta migliore tra quelli in gara. M’indicò un giovane magro e agile ed io domandai: “Pensi che vincerà oggi?”.
Con mia sorpresa mi rispose di no. Quando gli chiesi perché, m’indicò un altro atleta e disse: “Vincerà lui; è più determinato e ha una grande voglia di vincere. È l’atleta più mentalmente concentrato che abbia mai visto”. Come previsto, quel giorno vinse. Si chiamava Bruce Jenner e due anni dopo vinse l’oro olimpico nel decathlon, che gli diede la fama di migliore atleta del mondo.

La nostra gara spirituale non è certo contro altri credenti. Cercare di superare un altro credente è tutt’altro che spirituale. La nostra competizione è piuttosto contro il nostro vecchio io carnale, contro il mondo e contro Satana e coloro che lo servono. Il nostro scopo è correre “verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù” (Filippesi 3:14).
Anche l’atleta più dotato e determinato, che nella lotta compie il massimo sforzo, non riceve la corona, se non ha lottato secondo le regole.
Nei giochi greci, che proseguirono per secoli anche sotto il governo romano e che si tenevano ancora anche ai tempi di Paolo, ogni partecipante doveva soddisfare tre qualifiche: cittadinanza, allenamento e osservanza delle regole.
Primo, doveva essere un vero greco di nascita. Secondo, doveva essersi allenato per almeno dieci mesi per la gara e giurarlo davanti alla statua di Zeus. Terzo, doveva competere secondo le regole specifiche dell’evento in questione. Mancare di uno di questi requisiti significava essere automaticamente squalificati.
Regole simili possono essere applicate anche ai credenti spirituali. Dobbiamo essere veramente nati di nuovo, dobbiamo essere fedeli nello studio e nell’obbedienza alla Parola di Dio, nel rinnegare noi stessi e nella preghiera; dobbiamo vivere secondo il modello divino di discepolato dato da Cristo.
Il fatto stesso che noi siamo credenti implica che abbiamo la qualifica della nuova nascita. Ma gli altri due requisiti non sono affatto automatici e richiedono costante impegno e consacrazione. Insieme essi formano la disciplina spirituale, parola che deriva dalla stessa radice di “discepolo”, che è il fondamento della maturità spirituale. Il discepolo disciplinato controlla i suoi affetti, le sue emozioni, le sue priorità e i suoi obiettivi.

Va da sé che ogni atleta serio compie uno sforzo speciale non solo durante la gara o la corsa, ma per i molti mesi, se non anni, che la precedono. Scrivendo ai credenti di Corinto, che conoscevano bene i giochi Istmici, che si tenevano nelle vicinanze, Paolo chiede retoricamente: “Non sapete che coloro i quali corrono nello stadio, corrono tutti, ma uno solo ottiene il premio? Correte in modo da riportarlo. Chiunque fa l’atleta è temperato in ogni cosa; e quelli lo fanno per ricevere una corona corruttibile; ma noi, per una incorruttibile. Io quindi corro così; non in modo incerto; lotto al pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi, tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia squalificato” (1 Corinzi 9:24-27). La vittoria di Paolo, per quello che riguardava il suo servizio, dipendeva dal fatto che il suo corpo, con le sue passioni e i suoi impulsi, non fosse controllato da questi, ma che fosse lui a controllarli.
Come Paolo sottolinea in questo brano, la corona (stephanos) per la quale i Greci gareggiavano era corruttibile, ma quella per la quale gareggiano i credenti è incorruttibile. È “la corona [stephanos] della giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti quelli che avranno amato la sua apparizione” (2 Timoteo 4:8), “la corona della gloria che non appassisce” che riceveremo “quando apparirà il supremo pastore” (1 Pietro 5:4), “la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano” (Giacomo 1:12; Apocalisse 2:10). Un giorno, come i ventiquattro anziani, noi ci “prostr[eremo] davanti a Colui che siede sul trono e ador[eremo] Colui che vive nei secoli dei secoli e gett[eremo] le [nostre] corone davanti al trono” (Apocalisse 4:10).

Commentario alla seconda lettera di S. Paolo a Timoteo © Associazione Verità Evangelica