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La Voce del Vangelo


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La VOCE luglio 2014

“Senti questa! Ho appena ricevuto un assegno per trecento euro da Franco,” Gianni gridò rientrando in salotto.
“Franco chi?” rispose sua moglie.
“Ma, Franco… quello che era con noi in campeggio e che ha dovuto fare una riparazione alla sua macchina. A me sembrava un brav’uomo e gli ho prestato trecento euro perché non aveva soldi con sé. Ora mi ha ripagato!”
“Sei proprio fortunato. A me non sembrava tanto bravo e io non gli avrei prestato una lira.”
“Ma tu non ricordi quello che è scritto in Ecclesiaste: «Getta il tuo pane sulle acque, perché dopo molto tempo lo ritroverai»? Ecco: l’ho ritrovato!”
“Santa innocenza, dico io. Non credo che succederebbe una volta su mille, ma, comunque, ce l’hai e tienilo stretto!”
E tu, che pensi? Un credente dovrebbe amministrare i suoi soldi con tanta leggerezza?

L'ansia e le vacche magre

Sono, per molti, i tempi delle “vacche magre” e più di un marito e moglie si trovano in dissenso su come usare i soldi. La Bibbia può aiutarci molto nello spendere e anche nel risparmiare. Ne tenete conto?

Il principio base da cui tutti dobbiamo per forza partire sono le parole di Gesù: “Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore” (Matteo 6:19-21).
“Non ti preoccupare”, mi dirai. “I tesori non ne abbiamo!”
Veramente è chiaro che Gesù non stava predicando soltanto ai milionari. Ce ne sono così pochi che non ne sarebbe valsa la pena.

Infatti stava parlando a tutti, perché sia i poveri che i ricchi, e tutti quelli in mezzo, possono essere tentati di amare i soldi. E di farsi condizionare dalla quantità che se ne possiede. Anche tu ed io c’entriamo. Il mondo ci insegna, e il nostro cuore spesso è d’accordo, che la vita vale ed è piacevole soltanto in base a quanti soldi abbiamo in mano, o in banca.
Ma Gesù vuole che vediamo le cose dal suo punto di vista. Non vuole esaminare il nostro conto in banca, ma i nostri desideri e le nostre paure. Quello che conta sono i nostri pensieri e le nostre preoccupazioni.
“Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? Nessuno può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona” (Matteo 6:25,24).
Secondo Lui, vivere abitualmente in ansia significa “servire Mammona”, mettere al primo posto i soldi. Ma si possono usare i soldi che Egli ci ha dato nel modo che insegna la Bibbia e comunque vivere con la costante paura che finiscano. Questo non è “servire Dio”, non è vivere una vita di sottomissione a Lui.

Per molte persone, riconoscere questo fatto innesca in loro una battaglia interiore fra ciò che si vede (i soldi - forse pochi o nulla - che ci arrivano o che abbiamo) e le promesse di Dio di avere cura di noi anche materialmente. Prima di risolvere questa battaglia facendo i conti sulla carta, dobbiamo affrontarla in ginocchio, e decidere, in fondo al nostro cuore, di chi ci fidiamo in ultima analisi: dell’economia mondiale, delle nostre forze fisiche e del datore di lavoro o di Dio? Non si tratta di un giochetto. Ne va della nostra fede, della nostra sicurezza, del nostro futuro.

L’Apostolo Paolo aveva imparato sulla sua pelle che, pure fidandosi totalmente di Dio, non era sicuro di ricevere uno stipendio fisso. Anzi, ha scritto quello che molti altri credenti nei secoli successivi avrebbero sperimentato: “Ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo. So vivere nella povertà e anche nell’abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato a essere saziato e ad aver fame; a essere nell’abbondanza e nell’indigenza”
(Filippesi 4:11,12).

Bastano e avanzano?

Le lezioni che Paolo ha imparato non erano facili, comode o entusiasmanti. Non si tratta di un contratto fra Dio e il credente, per garantire che avrà sempre sul suo piatto il suo cibo preferito, o che possa sedersi all’ombra e aspettare che un angelo mandato da Dio gli porti un piatto di pasta.
Per il figlio prodigo significava seppellire del tutto il suo orgoglio, ravvedersi e tornarsene alla casa che aveva abbandonata e al padre respinto. Per qualcun altro significa cercare e accettare un lavoro umiliante e, se necessario, al di sotto delle sue qualifiche, perché Paolo ha scritto: “Infatti, quando eravamo con voi, vi comandavamo questo: che se qualcuno non vuole lavorare, neppure deve mangiare”
(2 Tessalonicesi 3:10).

Dio non promette a nessuno ricchezze né comodità. Lavorare onestamente e duramente è ciò che Paolo ha fatto, “ci affatichiamo lavorando con le nostre proprie mani” (1 Corinzi 4:12) e ha insegnato a fare: “si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno” (Efesini 4:28).
Dio può far bastare e avanzare i soldi, anche con poco!


Seminare

Ora dico questo: chi semina scarsamente mieterà altresì scarsamente; e chi semina abbondantemente mieterà altresì abbondantemente.
Colui che fornisce al seminatore la semenza e il pane da mangiare, fornirà e moltiplicherà la semenza vostra e accrescerà i frutti della vostra giustizia. Così, arricchiti in ogni cosa, potrete esercitare una larga generosità, la quale produrrà rendimento di grazie a Dio per mezzo di noi. Perché l'adempimento di questo servizio sacro non solo supplisce ai bisogni dei santi ma più ancora produce abbondanza di ringraziamenti a Dio; perché la prova pratica fornita da questa sovvenzione li porta a glorificare Dio per l'ubbidienza con cui professate il vangelo di Cristo e per la generosità della vostra comunione con loro e con tutti.
(2 Corinzi 9:6,10-13).

— Guglielmo Standridge