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La Voce del Vangelo


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La VOCE settembre 2015

“A dire la verità, se mi mettono in una buca sottoterra, quando muoio, mi basta. Al dopo non ci posso credere.”
Il giovane al bar era ben vestito e simpatico. Mi era stato presentato pochi minuti prima da un amico comune. Eravamo seduti al tavolino insieme per prenderci il caffè.
“Si capisce che sono cattolico. Ho fatto tutti gli studi fino al liceo dai preti. Ma oramai ai diavoletti e all’inferno ci credono solo i bambini e gli imbecilli. Voglio dire, sono racconti religiosi per spaventare la gente, ma non servono più. Dubito pure che i preti stessi ci credano.”
Non potevo dargli torto, anche se io sono uno di quegli “imbecilli”. Mi ricordo che quando ero giovane l’inferno, il purgatorio, il diavolo e gli esorcismi erano dei veri spauracchi. Forse alcuni dei vecchi non credevano a tutto, ma le donne e i bambini sì. Eppure i vecchi spesso pensavano che non si faceva male a tenere buono Dio, perché anche chi non credeva all’inferno non aveva la certezza provata che non poteva esserci “qualcosa” dopo la morte.
Ma, come stanno i fatti?


SALVATI DA CHE COSA?

Cominciamo dal principio. Dio, all’inferno, ci crede. Egli aveva mandato in terra il suo unico Figlio, perché questi vivesse come uomo, morisse come uomo, portasse tutti i nostri peccati e li espiasse pagando completamente il conto che noi dovevamo pagare, e risuscitasse vincitore, per un solo motivo. Perché l’inferno è reale. Se non lo fosse, Gesù non sarebbe venuto.

Gesù stesso aveva dichiarato apertamente il motivo per la sua venuta: [Io sono] venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” (Luca 19:10).
Salvare da che cosa? Dal giudizio di Dio e dalla pena eterna nell’inferno. L’umanità aveva urgente bisogno di una salvezza, perché “tutti hanno peccato” (Romani 3:23). Perché “il salario del peccato e la morte” (Romani 6:23). Perché “dopo la morte viene il giudizio” (Ebrei 9:27).

Secondo la Bibbia, il “giudizio” significa sia il momento in cui uno viene giudicato, sia la sentenza del giudizio: “Una terribile attesa del giudizio e l’ardore di un fuoco che divorerà i ribelli” (Ebrei 10:27). Qui la parola “divorare” è usata in un senso figurativo per il dolore, e non significa consumare.
Infatti, le descrizioni dell’inferno nel Nuovo Testamento sono di solito allusioni e frasi descrittive più simboliche che letterali, perché le realtà dell’inferno sono al di là delle esperienze di questa vita. Perciò Gesù ne ha parlato usando parole specifiche che indicano una grande sofferenza: “Saranno gettati nelle tenebre di fuori. Là ci sarà pianto e stridor di denti” (Matteo 8:12). “Così avverrà alla fine dell’età presente. Verranno gli angeli, e separeranno i malvagi dai giusti e li getteranno nella fornace ardente. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti” (Matteo 13:49,50). Ha usato la stessa identica espressione ancora in Matteo 22:13; 24:51; 25:30 e in Luca 13:28. Chiaramente, con queste parole dure e inequivocabili, il Salvatore Gesù ha voluto spiegare a tutti esattamente da che cosa l’uomo perduto deve essere salvato.
E ha precisato anche la durata della punizione dei condannati e della gioia dei salvati: “Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna” (Matteo 25:46).

Così, la Parola di Dio afferma l’esistenza di un luogo di tormento eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli, destino finale di ogni uomo e donna che non si ravvede.

Ma cosa ha detto Gesù del purgatorio, dell’idea che una persona debba essere punita solo per un tempo più o meno lungo prima di poter raggiungere il paradiso ed essere salvata? Non ne ha detto assolutamente nulla! Come neanche gli apostoli e gli scrittori del Nuovo Testamento ne hanno scritto nulla, perché non si tratta di una dottrina biblica, ispirata da Dio.

Parlando ai suoi discepoli, Gesù ha raccontato di un peccatore che, dopo esssere morto, aveva chiesto che le sue sofferenze fossero in qualche modo ridotte di intensità, ma gli è stato risposto che era impossibile, perché “Fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi” (Luca 16:26).

Il fatto che Gesù, Figlio di Dio, incarnato per rivelarci il Padre e le sue opere, abbia parlato spesso del terribile destino dei non salvati, significa che non si tratta di “racconti di preti per spaventare la gente”, ma di verità che bisogna credere e di cui ogni essere umano dovrebbe tenere conto.

Se poi, il pensiero dell’inferno ti spaventa, è una paura sana, come qualsiasi paura che ci fa agire con attenzione e cautela in caso di pericolo.
Solo in Gesù e nella sua Parola, vi è la possibilità di evitare la condanna di Dio.


Il credente e l'inferno

Come deve agire, o reagire, il credente all’insegnamento di Gesù e degli apostoli sulla punizione eterna di tutti quelli che non sono nati di nuovo nella famiglia di Dio? Ovviamente non può ignorare il fatto che la Bibbia ne parli, né far finta che sia un argomento da non trattare nella società perbene. È una realtà che occupa un posto importante nella rivelazione biblica.

L’esistenza stessa dell’inferno e la certezza della punizione definitiva del male, rivelano la completa giustizia e la santità di Dio. Quale Dio potrebbe tollerare tutto il male che esiste sulla terra, lasciarlo correre liberamente e non punirlo mai? I non credenti dicono spesso che Dio non è buono, perché permette il male. Avrebbero ragione se Egli non ne tenesse conto e non lo punisse. Ma la giustizia propriamente giusta, e non come quella umana, esiste e sarà rivelata pienamente e messa in atto, forse anche molto prossimamente. 

Quale sarà l’atteggiamento del credente e come reagirà davanti a queste verità?

  1. Loderà e ringrazierà Dio costantemente, come lo farà un giorno in cielo, per aver provveduto la via della salvezza per mezzo della morte e la risurrezione di Cristo per tutti coloro che hanno peccato e sono meritevoli della condanna, ma che, per la sua grazia mediante la fede, sono salvati eternamente.
  2. Guarderà al mondo e a tutta l’umanità con profondo dolore e grande misericordia, come fa Dio. Pregherà per la salvezza dei perduti e evangelizzerà fedelmente con sacrificio, perché ognuno possa sentire il messaggio della grazia di Dio e della salvezza che Egli ha realizzato.
  3. Vivrà moderatamente, giustamente e santamente, come Paolo ha scritto a Tito, in modo che la sua vita, insieme alla vera chiesa, sia una testimonianza costante contro il peccato e l’ingiustizia che regnano nel mondo.
  4. Avviserà chi si definisce un cristiano che non bastano le parole, le preghiere, le buone opere o i miracoli per dimostrare che si è veramente cristiani. Gesù disse: “Molti mi diranno in quel giorno: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?» Allora dichiarerò loro: «Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!»” (Matteo 7:22,23).

Vendette e retribuzioni

Un giorno Dio porrà fine al male e al peccato. Il suo giudizio sarà santo, giusto, saggio ed eterno. Questa certezza dovrebbe aiutarci, come credenti, a reagire in modo biblico alle ingiustizie che subiamo da parte dei prepotenti. Che il mondo sia pieno di iniquità non sorprende. Il Signore ci ha avvertito che avremmo vissuto la realtà della tribolazione, ma ha detto anche che dobbiamo farci coraggio, perché Egli ha vinto il mondo.

Non c’è difficoltà o afflizione che Dio nella sua saggezza non abbia permesso. Egli sa perché le permette e vuole che anche queste producano in noi benefici spirituali. Vuole farci maturare, vuole insegnarci a dipendere da Lui e vuole prepararci per aiutare gli altri.

L’Apostolo Paolo ricordava ai credenti di non reagire male al torto subito: “Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio; poiché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la retribuzione», dice il Signore. Anzi, «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo». Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Romani 12:19-21). Non solo dobbiamo rinunciare al vendicarci da soli ma, oltre a ciò, dobbiamo reagire con amore, come ha fatto Gesù.

Il male che subiamo è spesso doloroso, possiamo però contare sul fatto che Dio ne è pienamente cosciente e saprà dare a ciascuno la giusta retribuzione. Per coloro che non si pentono, l’ira di Dio rimane sopra di loro (Giovanni 3:36). Paolo avverte solennemente chi pecca che “con la tua ostinazione e con l’impenitenza del tuo cuore, ti accumuli un tesoro d’ira per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio. Egli renderà a ciascuno secondo le sue opere” (Romani 2:5,6).

Nel frattempo Dio ci comanda di non stancarci di fare il bene. Sapere che l’inferno esiste deve essere un deterrente per noi dal cercare le nostre vendette sulla terra e uno sprone per raggiungere i perduti col vangelo. Dio sa quello che deve fare!