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La Voce del Vangelo


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La VOCE settembre 2019

Tra i credenti si possono distinguere due correnti di pensiero, apparentemente contrastanti, riguardo al ruolo e l’impegno di un cristiano nel suo progresso spirituale, che forse hai notato anche tu. 

Ci sono quelli che mettono molta enfasi sui doveri dell’essere seguaci di Cristo: credere è ubbidire, e amare Dio è osservare la sua Parola.

Assolutamente vero. Chiunque abbia conosciuto Cristo, lo sa.

E poi ci sono quelli che fanno notare che un albero di mele non deve sforzarsi e affannarsi ogni volta per produrre i suoi frutti. Sta semplicemente lì, e le sue mele crescono spontaneamente. Questo per dire che il credente non deve preoccuparsi troppo di quello che il Signore compie nella sua vita. Lui fa quello che vuole fare.

Potremmo definire i primi pietisti, in quanto sostengono che il credente deve assumere un ruolo attivo nella sua santificazione. I secondi sarebbero quietisti, per i quali l’idea di qualunque opera umana che contribuisca alla salvezza è eresia. 

È una divisione molto grossolana (anche perché nel pietismo e nel quietismo c’è molto più di questa divisione), ma opportuna per chiarire la confusione che a volte abbiamo su ciò che Dio si aspetta da noi.

Le cose che facciamo, sono perché è Dio che le fa in noi? O le facciamo, anche controvoglia, semplicemente perché Lui ce le comanda? 

Se faccio le cose per il senso d’obbligo, sono legalista… Se faccio solo quello che mi va (perché Dio non mi ha ancora dato la gioia di fare altro) sono pigro e egocentrico… 

È meglio darci da fare o riposare?

Per capire cosa Dio si aspetta da me, e se ci sia un equilibrio tra il pietismo e il quietismo, ho bisogno della Parola di Dio.

Prendiamo in esame una frase di Paolo, scritta ai credenti di Filippi. 

L’apostolo esorta: “Così, miei cari, voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quand’ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore” (Filippesi 2:12).

Il verbo principale di questo versetto è adoperatevi. Paolo sta dicendo che ogni credente deve personalmente adoperarsi al compimento della sua salvezza. Per essere chiari, lui NON sta dicendo che la salvezza possa essere ottenuta, o dipenda in alcun modo dalle nostre opere. 

Lui parla dell’ubbidienza di chi è già nato di nuovo.

La rigenerazione che lo Spirito Santo opera in chi si converte, produce in lui la sete per il puro latte della Parola di Dio e un desiderio genuino di voler piacere al Signore. Il credente ama il suo Salvatore perché nel suo cuore sa quanto è stato perdonato. È un amore che si traduce in ubbidienza.

A volte, però, col passare degli anni, ci dimentichiamo della gravità delle nostre offese prima di essere convertiti. Cominciamo a crederci migliori di quello che siamo, ed è proprio questo l’atteggiamento che ci deruba di quella gioiosa gratitudine che ci porta a ubbidire. 

D’altra parte, è possibile sentirsi schiacciati già in partenza dai tanti imperativi della Parola di Dio. Il comportamento santo, degno del vangelo, che Dio si aspetta dai suoi figli, è uno standard talmente perfetto di giustizia e di purezza che nessuno ne è all’altezza. 

Eppure Dio ce lo richiede.

Bisogna ammettere che la nostra ubbidienza è sempre imperfetta, ma questo non ci dà il diritto di essere indulgenti verso noi stessi.

È ovvio che certi comportamenti non sono degni del vangelo. Tollerarli nella nostra vita sarebbe in netta contraddizione con la fede che professiamo. 

L’esortazione di Paolo ai credenti di Filippi era chiara: dovevano sforzarsi di vivere come Dio vuole. 

E lo dovevano fare con l’atteggiamento giusto, con timore e tremore nei confronti del Signore. 

Timore e tremore sono due parole che di rado associamo al nostro rapporto con il Signore. Preferiamo parole e concetti più soft, che rassicurano e non ci chiedono troppo. E questo ci porta a dimenticarci, ancora una volta, come eravamo e dove eravamo diretti senza il Signore.

Ma la riverenza e la paura di dispiacere al nostro Salvatore giocano a nostro favore, perché ci spingono a fare solo quello che è giusto, e quindi buono e benefico anche per noi stessi. 

Se Paolo, scrivendo ai filippesi, si fosse fermato qui, allora il senso di inadeguatezza ci schiaccerebbe come un macigno. 

Ma, grazie a Dio!, il passo prosegue e dice: “Infatti è Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo” (Filippesi 2:13).

Nel testo originale in greco, la frase è espressa con maggiore enfasi: è Dio stesso la forza motrice nella vita del credente. 

Quando i nostri figli o amici non credenti non si comportano bene, non dovremmo sorprenderci; come peccatori si comportano da peccatori. Ma da un credente ci si aspetta un modo di vivere e relazionarsi diverso, santo, perché Dio ha promesso di produrre nei suoi figli sia il volere che l’agire, secondo il suo disegno benevolo.

Anche se, per lo standard perfetto di Dio, è impossibile per l’uomo comportarsi in modo totalmente irreprensibile, una persona che si professa cristiana, ma non lo dimostra nella vita pratica, desta sospetto e preoccupazione, perché Dio ha promesso di darci sia la volontà che la capacità di compiere il suo volere. 

Piacere a Dio è antitetico ai nostri desideri naturali. Se ci abbandoniamo a seguire quelli, adoperarci al compimento della nostra salvezza diventa uno sforzo destinato a fallire! 

CATTIVA MEDICINA CONTROVOGLIA

Come fa in tutte le sue lettere, anche in questa indirizzata ai credenti di Filippi, Paolo non si limita solo a parlare della nostra responsabilità di adoperarci al compimento della nostra salvezza, attraverso l’opera che Dio produce in noi, dandoci l’energia e la capacità di farlo. Ci dà anche istruzioni molto pratiche da seguire. E noi, come figli ubbidienti al nostro Padre celeste, vogliamo onorarlo, nonostante sia difficile e ci sentiamo appesantiti dalla nostra inadeguatezza.

Io vivo, infatti, in una continua tensione tra la mia responsabilità e l’opera che Dio sta facendo in me. E spesso devo tornare a ricordarmi che il piano di Dio è benevolo nei confronti dei suoi figli!

Me ne dimentico quando mi faccio distrarre, o sopraffare, dalle circostanze avverse e dalle persone difficili. Mi dimentico, e mi lamento.

So di non essere il solo ad avere questo problema. 

Paolo scrive: “Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute, perché siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita, in modo che nel giorno di Cristo io possa vantarmi di non aver corso invano, né invano faticato” (Filippesi 2:14-16).

Cosa sta dicendo? Che dobbiamo andare avanti a tutti i costi, stringendo i denti?

Mi ricorda quello che mia mamma raccontava di quando aveva lavorato per un periodo all’orfanotrofio “Comandi”. 

Diceva che all’epoca, specialmente durante l’inverno quando si rischiava di ammalarsi d’influenza, c’era l’abitudine di prendere dell’olio di ricino. Il sapore era terribile, ma se aveva delle proprietà salutari allora... La sera, prima di andare a letto, tutti i bambini si dovevano mettere in fila, e a ognuno veniva dato un cucchiaio di quest’olio. E dopo esser stati imboccati dalla direttrice, dovevano anche ringraziarla! (Lo scopo nel far dire “grazie” era di assicurare che la cattiva medicina fosse stata ingoiata!) 

A qualcuno potrebbe dare l’impressione che, con tutti questi imperativi impossibili, Dio sia un po’ come la direttrice austera del “Comandi” che ci dà la medicina cattiva e si aspetta pure che le siamo riconoscenti. Ma non è così.

Nel versetto di prima, il Signore ci mette davanti alla responsabilità che abbiamo, all’atteggiamento con cui dovremmo portarla avanti e alla motivazione che dovrebbe spingerci a voler ubbidire.

Dice di fare ogni cosa senza lamentarci, è vero, ma in questo comando ci sono delle verità implicite meravigliose che possiamo scoprire.

L’ERRORE DEGLI EBREI

È umano sottovalutare che brontolare sia una cosa grave. Ci lamentiamo facilmente, pensando che sia solo un modo di esprimere la nostra insoddisfazione del momento. Che male fa? In fin dei conti, siamo maturi abbastanza per fare, comunque, il nostro dovere.

Però il Signore non considera la lamentela come uno sfogo innocuo, anzi la trova offensiva! 

In Esodo 17:1-7 è raccontato come il popolo di Israele si mise a protestare contro Mosè nel deserto. Si erano accampati in una terra aridissima e avevano sete, 

loro e tutto il bestiame. Temevano di morire. Sembrava un motivo legittimo per fare delle rimostranze.

Non mi sono mai trovato in una situazione del genere, ma immagino che avrei avuto motivo di lamentarmi anch’io.

Gli israeliti non erano nati di nuovo.

Per comunicare con Dio, passavano attraverso Mosè e Aaronne. Chissà se sapevano come pregare personalmente? Sicuramente non avevano le Sacre Scritture che spiegano le vie del Signore. 

Ma avevano visto le piaghe d’Egitto, erano passati per il Mar Rosso come sull’asciutto, e ogni giorno e ogni notte c’era la colonna soprannaturale di nuvola e di fuoco che li accompagnava, i loro vestiti non si logoravano, e giorno dopo giorno si nutrivano della manna miracolosa (Neemia 9:9-21).

Avrebbero dovuto sapere.

Avrebbero dovuto comprendere e credere. E aspettare.

Invece, protestarono e tentavano Dio dicendo: “Il SIGNORE è in mezzo a noi, sì o no?” (Esodo 17:7). 

Ogni volta che ci lamentiamo stiamo mettendo in discussione il ruolo di Dio nella nostra vita.

Fermati e rifletti sul fatto che Dio è pienamente coinvolto nella tua vita.

Ricorda tutte quelle volte in cui il Signore si è mostrato tuo soccorritore, e ringrazialo di nuovo. Non dimenticare nessuno dei suoi benefici (Salmo 103). Non angosciarti di nulla, ma in ogni cosa fai conoscere le tue richieste a Dio in preghiere con ringraziamenti, e la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà il tuo cuore e i tuoi pensieri in Cristo Gesù (Filippesi 4:6,7).

È Lui che governa tutto quello che ti accade, come governa anche ogni persona, ogni datore di lavoro, vicino, parente e fratello della chiesa. 

Le situazioni e le persone che ci circondano sono parte della nostra vita, proprio perché volute dal Signore, parte del suo disegno benevolo per noi, attentamente pianificato. La salute, le finanze e tutte le ansiose preoccupazioni di questa vita (Luca 21:34) non devono offuscare la nostra serenità.

Nel chiederci di non lamentarci, ci sta dicendo di non dimenticare che Lui è con noi in qualunque situazione stiamo attraversando. Non è estraneo alla sofferenza, non è insensibile al nostro dolore. 

Riesci a ricordarti l’ultima volta che ti sei lamentato? Non era cosa innocua come potresti pensare. Nessuno di quegli israeliti che protestarono contro Dio entrò nella terra promessa!

Dio non vuole solo che evitiamo di lamentarci, ma che facciamo anche le cose senza dispute. 

OPPORTUNITÀ STRAORDINARIE

Abbiamo parlato delle circostanze, ora affrontiamo il problema delle persone difficili! Spesso sono proprio le persone la causa della nostra scontentezza e, se glielo permettiamo, riescono a derubarci della gioia di servire il Signore e di portargli gloria.

Le dispute e i litigi portano alla critica. 

Quant’è facile criticare… 

La critica, l’insoddisfazione e la lamentela: le tre gemelle sempre a braccetto!

Fare ogni cosa senza dispute è il nostro obiettivo. Lo possiamo affrontare come un peso o come un privilegio. 

La scelta è nostra.

La premessa per non criticare o litigare è la consapevolezza che quelle persone difficili nella nostra vita sono lì per volere di Dio. Abbiamo la possibilità di essere degli strumenti nella loro vita. Come Dio sta operando in noi, vuole operare anche in loro!

Questo pensiero può trasformare il tuo peso in privilegio, e la tua frustrazione nella gioiosa speranza di vedere Dio lavorare nei cuori di quelle persone.

Il mio atteggiamento irreprensibile e integro in circostanze e con persone che normalmente mi porterebbero a lamentarmi e a criticare, testimonia dell’opera di Dio in me in mezzo a questo mondo storto e perverso. È un privilegio straordinario! Più che una responsabilità schiacciante è invece una vera opportunità! È lo Spirito Santo che vive dentro di me che produce in me il volere e l’agire. 

Ti è mai capitato di trovarti in piena notte in mezzo alla campagna o in montagna lontano dalle luci artificiali? La vista del cielo stellato è da mozzare il fiato. Una distesa infinita e strabiliante di stelle. 

E non ce n’è una brutta! Qualcuna più fioca, altre più brillanti, ma nessuna brutta.

Così siamo noi. Paolo dice che splendiamo come stelle in un mondo buio, triste e senza speranza. Abbiamo l’opportunità di essere visti come qualcosa di bello, eterno, utile. 

Ci sono credenti che si preoccupano di essere notati per quello che posseggono, per la posizione che hanno raggiunto, per il loro aspetto fisico. Non voglio offendere nessuno, ma ci saranno sempre altre persone più belle e prestanti di noi, che hanno più cose e hanno raggiunto posizioni più ragguardevoli delle nostre. Il nostro valore non è in queste cose. 

Ma se abbiamo fatto risplendere la Parola di vita, abbiamo fatto qualcosa che ha un valore eterno, perché la Parola ha il potere di attirare le persone a Gesù Cristo e trasformare le loro vite! 

Qui si sta parlando di qualcosa che va al di là dello “sparare i versetti” e postare meme evangelici sui social. Dobbiamo essere pronti a dare una risposta a coloro che, osservando la nostra vita, ci chiedono le ragioni della nostra fede.

Fermati un momento… Sei come una stella nella tua famiglia? Brilli come un astro al lavoro? I tuoi vicini di casa sono incuriositi dalla luce che emetti? E a te importa brillare? A Dio certamente si!

Lo standard di perfezione che il nostro Padre celeste richiede da noi è umanamente irraggiungibile. Il pietista che è in me non potrà mai arrivarci con i suoi sforzi. E, come quietista, difficilmente mi offrirò per essere uno strumento straordinario nelle mani di Dio per produrre frutti eterni in persone difficili. A meno che tutto il brano di Paolo in Filippesi 2:12-16 non diventi una realtà in me. 

E io prego che così sia. 


Aiutanti e Collaboratori  

“Ti possiamo aiutare, Mamma?” chiesero Davide, Daniele e Deborah.  

“Sì, potete mettere a posto la verdura della spesa.” Mamma diede ad ognuno un sacchetto di plastica. 

“Davide, tu metti gli zucchini nel sacchetto, Daniele le melanzane; e tu, Deborah, porta le patate nel cestino. Chiaro?” 

“E le cipolle?” 

“A quelle penseremo dopo.” 

I tre si misero a lavorare. Deborah si ostinava a portare troppe patate in una volta sola e così perdeva tempo a raccattare quelle che le cadevano, ma tutto andò bene per un po’. 

“Ai, ai” si mise a piangere Daniele, “queste uova viola pungono. Io non voglio lavorare con queste!” 

“Allora, metti le cipolle vicino alle patate.” 

“Va bene.” 

Però ora Daniele e Deborah avevano la stessa strada da fare: si scontravano, si e aiutavano, ridacchiavano e trovavano divertentissimo che la pelle delle cipolle (loro la chiamavano carta) venisse via e svolazzasse. 

Davide, sereno, lavorava sugli zucchini e riempiva lentamente il suo sacco. “Io faccio molto bene, vero, Mamma?” 

“Molto bene. Ma cerca di fare più presto.”

Il sacco era pieno: Davide lo posò a terra e quello si rovesciò. 

“Oh, sono tutti fuori di nuovo… Mamma, adesso ho male di pancia, perché sono troppo stanco. Non posso più lavorare.” 

“Ora li butto tutti fuori e faccio da me” pensò Mamma; ma poi non li volle scoraggiare. 

“Su, lavoriamo insieme, Daniele, tu tieni il sacco e io ci metto dentro le melanzane (pungevano davvero quelle “uova” se non si stava attenti…). Poi rimettiamo gli zucchini nel sacco, tiriamo su le pelli delle cipolle e che cosa c’è qui? Ah, le pesche e l’uva da mettere via…”

“Mamma, ci dai un po’ di uva perché ti abbiamo aiutata così bene?” 

Con un grappolino di uva i tre aiutanti uscirono dalla cucina. 

Nel nostro servizio per il Signore, non facciamo molto meglio. Ci scoraggiamo, lo lasciamo a metà, perdiamo tempo e pazienza... Dio potrebbe farlo tanto bene senza di noi; eppure, no: ci fa suoi “collaboratori” e la parte più difficile offre sempre di compierla Lui. E alla fine, per di più, ci darà anche un premio...

Maria Teresa Standridge ("Un pizzico di sale" pubblicato sulla VOCE nel novembre 1962)

 

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