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La Voce del Vangelo


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La VOCE gennaio 2020

Mi pare di sentire ancora la voce di mio padre che mi invitava ad andare in camera sua…

La stanza era piuttosto modesta: c’era giusto un cassettone, un armadio, due comodini, il letto matrimoniale e, vicino alla finestra, la poltrona di mio padre dove aveva l’abitudine di fare le sue letture. Ma, quando mi convocava, a volte entrando notavo con una certa apprensione un ospite indesiderato: sul letto, vicino a lui, c’era un mestolo di legno in bella mostra.

Mio padre non mi puniva mai con ira. Prima di “procedere”, mi spiegava molto pacatamente il motivo per cui sarei stato punito. Voleva che io lo comprendessi. Per il mio bene. 

Appena finita la spiegazione, però, la mia domanda era puntualmente la stessa: “Quante ne prendo?” 

La facevo con la voce tremolante, condita con  lacrime grandi come cocomeri e con profuse richieste di perdono. Speravo così di riuscire ad addolcire il cuore di mio padre – vedendo il mio pentimento mi avrebbe aggiudicato meno mestolate.

Ero solo un bambino, ma avevo già intuito i meccanismi della persuasione. 

Le mie lacrime, cos’erano in fondo? Un segno di pentimento sincero? Un tentativo, un escamotage per evitare il castigo? O piangevo più per le eventuali conseguenze del mio misfatto che per il dolore della punizione stessa?

I giochi psicologici non funzionano con Dio. 
Lui non accetta pentimenti esteriori o falsi, anzi, li detesta. 

La verità è che quando siamo castigati, dobbiamo esaminarci con onestà, perché potrebbe essere che, malvagi come siamo, ci stiamo solo autoingannando pensando di esserci pentiti, quando in realtà resistiamo all’opera correttiva di Dio per produrre frutti degni di ravvedimento in noi.

Diventa perciò importante capire quali siano i segni essenziali del vero pentimento.

Quell'uomo deve morire!

Un giorno il profeta Natan si presenta al re Davide per riferirgli un episodio di clamorosa ingiustizia (è raccontato in 2 Samuele 12:1-4): “Un certo uomo, straricco ma taccagno, proprietario di tantissime pecore, per fare bella figura davanti a un ospite inaspettato, non ha voluto prendere una delle sue pecore per preparagli un pasto; ha preso invece l’unica agnellina di un suo vicino povero, l’ha scannata e cucinata per il suo ospite. 

“Quell’agnellina era l’unica che il vicino aveva. Era cresciuta in casa sua insieme ai figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Era stata come una figlia per il povero.”

A sentire questo, Davide si adira moltissimo. “Quell’uomo deve morire!” sentenzia. 

Nel suo grande sdegno Davide oltrepassa quello che Dio ha decretato come punizione per il furto. No, il risarcimento sarebbe stato troppo lieve. Il suo eccesso di rabbia lo fa sentire più giusto di Mosè stesso, tramite il quale Dio ha dato la legge. 

Oppure, più verosimilmente, reagisce così per soffocare il senso di colpa che lo rode dentro per quello che ha fatto?

È passato ormai un anno. Davide non ne ha fatto parola con nessuno, ma Dio non si è dimenticato  del peccato di Davide. 

L’anno prima, dalla sua terrazza, Davide vide una donna bellissima farsi il bagno. La desiderò, la fece chiamare e commise adulterio con lei.

Ed ecco che accadde il patatrac: Bat-Sceba, la donna, rimase incinta! 

Il marito della donna era un soldato di Davide, impegnato in guerra, come anche Davide avrebbe dovuto essere. 

Davide cercò quindi di risolvere il problema richiamando Uria, il marito, al castello con la scusa di voler avere notizie sulle sue truppe. Sperava che l’uomo potesse avere relazioni con la moglie, in modo da far sembrare lui il padre del bimbo che Bat-Sceba portava in grembo. 

Ma Uria, volendo essere ligio ai suoi compagni d’arma rimasti a combattere, decise di non recarsi a casa da sua moglie, ma di coricarsi alla porta del palazzo insieme a tutti i servi del suo signore. 

Saputo questo, il giorno dopo, Davide fece un altro tentativo per convincere Uria ad andare dalla moglie invitandolo a cena e facendolo ubriacare. Ma quando anche questo fallì, il re escogitò un piano per risolvere il suo problema: di nascosto condannò a morte Uria. 

Lo rimandò in guerra con una lettera di istruzioni per i suoi generali, che dovevano mandarlo in prima linea e poi ritirarsi da lui, lasciandolo nelle mani dei nemici, che lo avrebbero ucciso. 

E così fu.

Per circa un anno il re Davide pensava di averla fatta franca: prese per sé la vedova di Uria per coprire il suo peccato. Nessuno sapeva dell’adulterio. Nessuno sapeva che ha fatto uccidere Uria. 

Ma ora Natan gli svela che l’uomo empio del suo racconto è in realtà Davide stesso. Gli riferisce, parola per parola, tutto il dispiacere e il giudizio di Dio contro lui (2 Samuele 12:7-12). 

L’adulterio e l’omicidio sono solo conseguenze del suo peccato più grande, quello di aver disprezzato la parola del Signore. 

Davide aveva disprezzato il Dio d’Israele. Ora la spada non si sarebbe allontanata dalla sua casa. 

Il canto dell’omicida insegna

Dalle Scritture sappiamo che Davide confessò subito di aver peccato contro il Signore, e si pentì. 

Poi, dietro l’ispirazione di Dio, scrisse una preghiera in cui espose tutto ciò che c’era nel suo cuore. È il Salmo 51. In esso Dio stesso rivela quali siano le caratteristiche di un vero pentimento. 

È anche un avvertimento contro un pentimento solo esteriore, all’acqua di rosa. Infatti nel versetto 17 Davide scrive: “Sacrificio gradito a Dio è uno spirito afflitto; tu, Dio, non disprezzi un cuore abbattuto e umiliato.” 

La Scrittura ci esorta a esaminarci costantemente (Salmo 139:23,24; 2 Corinzi 13:5; 1 Giovanni 1:6-10) per non illuderci di essere a posto davanti a Dio quando invece non lo siamo. 

Il nostro cuore è più malvagio di quello che possiamo immaginare ed è incline a ingannarci, particolarmente sulla nostra salute spirituale. Il pentimento di Simon mago (Atti 8) e quello di Giuda sono un monito a tutti: ognuno di noi deve valutare il proprio pentimento.

Ecco otto caratteristiche di un pentimento che Dio non disprezza ma gradisce, tratte dal Salmo 51.

1. Appellarsi unicamente al carattere e alla grazia di Dio

“Abbi pietà di me, o Dio, per la tua bontà; nella tua grande misericordia cancella i miei misfatti. Lavami da tutte le mie iniquità e purificami dal mio peccato” (Salmo 51:1,2).

Non ci si avvicina a Dio presentando scuse o vantando meriti propri. L’unica richiesta che possiamo fare è quella di essere perdonati per la sola grazia di Dio. La pietà di Dio e la sua bontà sono gli unici agenti che inducono Dio a perdonare.

Davide si avvicina a Dio in completa umiltà con una piena ammissione di colpa. Non si lascia nessuna scappatoia.

Usa tre termini distinti per descrivere la sua colpevolezza: misfatto, iniquità e peccato. Rappresentano tre aspetti diversi della sua condizione. 

Il primo, misfatto, è la ribellione. Nel peccare aveva scelto deliberatamente di trasgredire le leggi di Dio. 

Il secondo aspetto è la sua condizione depravata. Davide non è buono. Nessuno lo è. Quelli che dicono che l’uomo sia fondamentalmente buono non si sono mai guardati allo specchio, non sono onesti con loro stessi. Il peccato di Davide aveva rivelato cosa c’era veramente dentro di lui. 

Il terzo aspetto è l’incapacità dell’uomo di fare il bene anche quando lo desidera.

Questi tre aspetti, comuni a tutti, escludono ogni nostra possibilità di vantare motivi o meriti personali per essere perdonati. Possiamo solo aggrapparci all’amore immeritato e sorprendente di Dio.

2. Riconoscere di aver offeso Dio

“…riconosco le mie colpe, il mio peccato è sempre davanti a me. Ho peccato contro te, contro te solo, ho fatto ciò ch’è male agli occhi tuoi. Perciò sei giusto quando parli, e irreprensibile quando giudichi” (Salmo 51:3,4).

Potrebbe sembrare strana questa affermazione di Davide, dopotutto aveva tradito il popolo venendo meno nel suo ruolo di capo dell’esercito, aveva commesso adulterio con Bat-Sceba e aveva fatto uccidere Uria, un suo soldato, che al contrario avrebbe dovuto proteggere. Come mai dice che ha peccato solo contro Dio? 

Non voglio sminuire il danno e l’offesa che rechiamo agli altri peccando contro loro, ma la verità è che ogni peccato è un’offesa contro Dio. È Lui in primis la persona offesa, perché è anche l’unico che può perdonare o condannare il peccatore. 

È facile incolpare gli altri per il male che abbiamo fatto. Sono sicuro che è successo anche a te. È nella nostra natura umana, tarata dal peccato. Ma quando ci rendiamo conto di aver offeso Dio, tutte le nostre scuse non sono altro che meschinità. 

Infatti, credo che questa sia la chiave per evitare di ricadere sempre negli stessi peccati. Finché non arriviamo a prendere piena coscienza del fatto che con il nostro atteggiamento offendiamo Dio, e che Lui conosce perfettamente le nostre colpe, rischiamo di scusare e razionalizzare i nostri peccati abituali. 

Davide, nel salmo, riconosce di aver offeso Dio, ma riconosce anche che Dio è Colui che stabilisce cosa sia il peccato e quali siano le conseguenze che ne derivano. Più precisamente, riconosce che Dio, nella sua giustizia e sovranità, ha il diritto di infliggere la punizione che vuole, e di determinare le conseguenze di ogni singolo peccato.

Nel caso di Davide, Dio gli aveva fatto morire il bambino e aveva decretato che, a causa del suo peccato, ci sarebbero state tragiche conseguenze nella famiglia reale. In tutto il salmo Davide non contesta né si lamenta del giusto giudizio di Dio.

3. Riconoscere la propria condizione di totale depravazione

“Ecco, io sono stato generato nell’iniquità, mia madre mi ha concepito nel peccato. Ma tu desideri che la verità risieda nell’intimo: insegnami dunque la sapienza nel segreto del cuore” (Salmo 51:5,6).

Davide sta dicendo è che si rende conto di quanto sia pervasivo il peccato nella sua vita. È nato nell’iniquità. La sua condizione depravata, che risiede nella sua natura umana, richiede un intervento radicale da parte di Dio. 

La durezza con cui aveva reagito alla storia di Natan, e l’arroganza che lo aveva portato a nascondere il suo peccato per tanto tempo, non ci sono più. Non c’è più spazio per giustificazioni. C’è solo un’umile richiesta di un profondo cambiamento interiore prodotto da Dio.

Non abbiamo bisogno solo di essere perdonati, ci serve anche un nuovo cuore che desideri sottomettersi alla volontà di Dio. Ed è quello che Lui ha promesso di fare: avrebbe trasformato i nostri cuori di pietra in cuori di carne (Ezechiele 36:25-27). 

Si tratta di un cambiamento così profondo e radicale che è impossibile simulare. Non consiste nel modificare il comportamento esteriore o le abitudini: è l’intimo che cambia. Le vecchie voglie e passioni saranno sostituite con nuovi desideri puri, e una nuova sete di essere istruiti nella verità. 

Abbiamo bisogno di essere istruiti su quello che è giusto, ma anche su come fare ciò che è giusto. Una persona pentita ha un atteggiamento umile di sottomissione, si fa scrutare dalla verità, ed è pronta a cambiare perché consapevole della propria incapacità di fare automaticamente il bene.

4. Desiderare di essere perdonato, purificato e trasformato

“Purificami con issopo, e sarò puro; lavami, e sarò più bianco della neve. Fammi di nuovo udire canti di gioia e letizia, ed esulteranno quelle ossa che hai spezzate. Distogli lo sguardo dai miei peccati, e cancella tutte le mie colpe” (Salmo 51:7,8).

Il cambiamento interiore di cui abbiamo parlato non avviene, come per incanto, con una bacchetta magica, ma è un processo che Dio deve attuare e portare avanti. Spesso richiede lavoro, tempo e, a volte, comporta sofferenza. Chi si è davvero pentito non chiede sconti né scorciatoie, ma solo che Dio completi l’amorevole opera che ha cominciato in lui.

L’obiettivo ultimo di Dio nel redimerci è quello di essere eternamente glorificato. Egli lo sarà anche in noi, suoi figli (1 Corinzi 6:20; 2 Tessalonicesi 1:10). Per questo ha un piano preciso, uno scopo per noi: quello di trasformarci nell’immagine del suo Figlio Gesù Cristo. 

Questo processo di trasformazione non sarà né più duro né più lungo del necessario. Sarà perfetto e porterà i frutti che Dio desidera. Sarebbe stolto da parte nostra accontentarci di meno di questo. Non ambire a essere trasformati dimostrerebbe la nostra mancanza di pentimento.

Le ossa spezzate potrebbero essere necessarie in questo processo, ma è l’unico che porta al risultato finale che piace a Dio.

Se dentro il nostro cuore si annida amarezza, o anche rabbia per le ovvie conseguenze del nostro peccato, dobbiamo rivedere con onestà se ci siamo pentiti davvero o se vogliamo restare aggrappati al nostro “vizio”. 

Ci sono nella tua vita schemi comportamentali che dovresti rompere? Dei peccati che ripeti sempre? Quelli che giustifichi dicendo che sei fatto così? Essere fatti così non è una buona scusa, perché in un certo senso tu SEI fatto così, perché sei stato “generato nell’iniquità” come chiunque altro. Ma per non restare così devi lasciare che Dio ti spezzi le ossa che devono essere spezzate.

Mio figlio da piccolo si ruppe il braccio e dovette portare il gesso per un mese. Dopo averlo tolto, i dottori scoprirono che il braccio era ancora storto perché l’osso si era fuso male. Lo dovettero rompere chirurgicamente e mio figlio portò il gesso altri trenta giorni. Non era quello che speravamo, ma era l’unico modo per avere il risultato desiderato.

Il bello di questo processo è che col vero pentimento c’è la certezza del perdono completo ed eterno. Solo Dio può allontanare da noi le nostre colpe e allontanarle per sempre! Una volta perdonati Dio non ci rinfaccerà più nulla.

5. Riconoscere il bisogno di una trasformazione radicale soprannaturale 

“O Dio, crea in me un cuore puro e rinnova dentro di me uno spirito ben saldo. Non respingermi dalla tua presenza e non togliermi il tuo Santo Spirito. Rendimi la gioia della tua salvezza e uno spirito volenteroso mi sostenga” (Salmo 51:10-12).

Nella Bibbia, il cuore non si riferisce solo ai sentimenti, ma alla nostra essenza intima. 

Il profeta Geremia aveva esclamato che il nostro cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente maligno (Geremia 17:9). Siamo facilmente ingannati dal nostro stesso cuore. La risposta di Dio a Geremia non si era fatta attendere: “Io, il Signore, che investigo il cuore, che metto alla prova le reni, per retribuire ciascuno secondo le sue vie, secondo il frutto delle sue azioni” (17:10). Solo il Signore conosce la verità di quello che si nasconde nei nostri pensieri, nei nostri desideri e nei nostri sentimenti. 

Per questo l’apostolo Paolo dice che dobbiamo permettere a Lui di cambiare il nostro modo di ragionare (Romani 12:2). Abbiamo bisogno di una continua trasformazione, perché siamo propensi a cadere di nuovo. Abbiamo bisogno di essere sostenuti da uno spirito saldo nel Signore. Lo Spirito Santo, che abbiamo rattristato con il nostro peccato, deve operare in noi e guidarci nella verità.

In un altro salmo (Salmo 32) Davide aveva parlato dell’oppressione che non lo abbandonava mai durante il periodo di ribellione a Dio. Ora invece si aspetta di provare vera gioia nel suo rapporto con il suo Salvatore. Il vero pentimento è caratterizzato dalla rinnovata gioia di essere salvati.

6. volere servire Dio con la confessione e la testimonianza 

“Insegnerò le tue vie ai colpevoli, e i peccatori si convertiranno a te. Liberami dal sangue versato, o Dio, Dio della mia salvezza, e la mia lingua celebrerà la tua giustizia. Signore, apri tu le mie labbra, e la mia bocca proclamerà la tua lode” (Salmo 51:13-15).

Questo per me è senza dubbio l’aspetto più bello e incoraggiante del pentimento che Dio approva. Quando il peccato è perdonato si ha anche la possibilità di servire il Signore di nuovo. Laddove prima desiderava solo coprire e ignorare le proprie colpe, ora Davide vuole essere uno strumento di Dio nella vita degli altri.

Il suo pentimento genuino lo ha spinto a scrivere questo salmo, un salmo che sarebbe stato recitato e cantato da tutto il popolo. Il suo peccato non sarebbe più rimasto nascosto, ma esposto, e non solo per qualche tempo, ma per migliaia di anni in tutto il mondo! 

Un nuovo desiderio era affiorato in lui: aiutare altri a confessare il peccato che stanno cercando di coprire. La possibilità che le sue parole potessero prevenire la caduta di altri gli procurava felicità.

Nel parlare del suo peccato, o delle ripercussioni che questo aveva portato nella sua vita, Davide avrebbe celebrato la giustizia di Dio.

Non c’era spazio per l’autocommiserazione, solo la voglia di esaltare il Dio che perdona, che è giusto nel giudicare, e che nei suoi figli produce i risultati eterni alla sua gloria.

Che cambiamento! Non c’era amarezza. Il peccato coperto aveva procurato solo danni a Davide e a tante altre persone, il peccato confessato e abbandonato ha portato, e continua a portare, un bene eterno a innumerevoli persone in tutto il mondo.

7. Avere uno spirito afflitto e un cuore rotto davanti a Dio

“Tu infatti non desideri sacrifici, altrimenti li offrirei, né gradisci olocausto. Sacrificio gradito a Dio è uno spirito afflitto; tu, Dio, non disprezzi un cuore abbattuto e umiliato” (Salmo 51:16,17).

Non ogni pentimento è gradito a Dio. Saul, che regnò prima di Davide, sembrava dispiaciuto e anche pentito di aver trasgredito al comandamento che Dio gli aveva dato per mezzo di Samuele (1 Samuele 16), ma le scuse che s’inventò e le bugie che raccontò, e quello che gli successe più tardi, provano che il suo pentimento fu tutt’altro che genuino. 

Era rattristato, si capisce, perché il regno sarebbe stato tolto alla sua famiglia, ma l’astio che covava contro Davide dimostra che non aveva accettato con un cuore umiliato e contrito il castigo di Dio.

Anche Giuda, quando gli fu chiaro che Gesù era stato condannato, ammise di aver “peccato consegnandovi il sangue innocente” (Matteo 27:3-5). Addirittura, sembra che volesse annullare il suo tradimento restituendo la somma che aveva pattuito per aver consegnato Gesù. Si era pentito, certo, e provava rimorso fino al punto di suicidarsi. Morì senza essere stato perdonato. Pietro, in Atti 1, citando il salmo 109, fa capire infatti che Giuda era davvero un “figlio di perdizione”, come l’aveva definito Gesù (Giovanni 17:12). 

In Giobbe, invece, abbiamo un esempio diverso. Ad un certo punto sembra che si fosse umiliato davanti a Dio, ma si trattava di una umiliazione incompleta. Bisognava ancora che Giobbe si rendesse conto dell’assoluta santità e sovranità del suo Creatore. Doveva acquisire la prospettiva giusta sulla differenza tra se stesso e Dio. Non aveva a che fare con un Essere alla pari.

Non ci sono riti religiosi o azioni pie che possano indurre Dio a fare alcunché, tanto meno a perdonare qualcuno che non abbia un cuore rotto e umiliato. È questo, in sostanza, il concetto espresso da Paolo in 2 Corinzi 7:8-11. Si può essere tristi e rammaricati a causa del peccato senza che questo produca un pentimento gradito a Dio. È solo una tristezza umana che porta alla morte. 

La tristezza secondo Dio, invece, produce un pentimento genuino, uno sdegno, un desiderio di cambiare e piacere a Dio con uno zelo vero. È il segno distintivo di un vero credente che ha timore di Dio, e non si barrica dietro scuse personali.

8. Desiderare che le persone non debbano soffrire a causa sua

“Fa’ del bene a Sion, nella tua grazia; edifica le mura di Gerusalemme. Allora gradirai sacrifici di giustizia, olocausti e vittime arse per intero; allora si offriranno tori sul tuo altare” (Salmo 51:18,19).

Uno che pecca pensa solo a sé stesso. Non si pecca per motivi altruistici. 
Chi pecca non si preoccupa delle eventuali ripercussioni o dei danni che il suo gesto recherebbe, non solo a se stesso, ma a tante altre persone. Tanto meno si ferma a riflettere su cosa ne pensi Dio. Peccare è un atto di puro egoismo. 

Giacomo, nella sua lettera, spiega il motivo per cui pecchiamo: è a causa della nostra concupiscenza, per soddisfare le nostre voglie.

Come re d’Israele, alla conclusione della sua preghiera nel Salmo 51, Davide esprime una sincera richiesta che la nazione non debba subire le conseguenze del suo peccato, ma che Dio le faccia del bene. Non se ne era preoccupato prima, quando seguiva le concupiscenze, ma ora che il suo cuore è stato esposto alla verità, e si è piegato umilmente sotto il giusto verdetto di Dio, capisce l’entità e la serietà del suo misfatto.

Da Caino in poi, i sacrifici offerti con un cuore impenitente non sono mai stati graditi a Dio. Agli occhi degli altri, il nostro comportamento pio, il canto e le preghiere, perfino le offerte possono riuscire a camuffare il marcio dentro di noi, ma non è così con Dio, che vede nell’intimo (Ebrei 4:12,13). Egli detesta l’ipocrisia.

Quando Dio ci confronta con i nostri peccati, non è perché ci abbia ripudiati per sempre. Nella sua immutabile fedeltà ci tratta come figli benamati. La correzione – anche le ossa spezzate – mira a ristabilire l’intima comunione con Lui, nella luce, nella verità, nella purezza. 

Ora che Davide si è ravveduto, e si è sottomesso al castigo di Dio, il Signore accetterà e gradirà anche i sacrifici che prima erano come insulti nauseanti per Lui.

Che cambiamento profondo! 

Convocati senza paura

Ringrazio Dio per avermi dato un padre che sapeva stabilire e far rispettare le necessarie regole in casa. Papà mi ha insegnato cosa sia il pentimento, reso possibile per il sacrificio di Gesù Cristo. Le mie lacrime, grazie a Dio!, non lo hanno mai persuaso ad essere meno ligio alla sua responsabilità.

“Vieni in camera mia” erano parole che una volta suscitavano in me un groviglio di sentimenti contrastanti ma adesso, grazie anche ad esse, non vedo l’ora che il Signore stesso mi chiami a sé nella sua casa eterna, dove non c’è il peccato! 

  

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