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La Voce del Vangelo


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La VOCE ottobre 2018

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Guglielmo risponde 


MA COSA FIRMI

Hai notato che per qualunque operazione in banca ti chiedono cinquanta firme? La maggior parte hanno a che fare con la privacy. 

Vai dal dottore, dal meccanico, apri un sito internet, ognuno richiede la firma per la privacy. Dovrebbe garantire la riservatezza dei tuoi dati e delle informazioni che hai fornito.

Dico dovrebbe, perché in pratica è impossibile sapere se i livelli di sicurezza siano effettivamente adeguati a proteggerci. Ma forse la domanda più importante sarebbe se questa sia davvero l’intenzione delle aziende.

Oggi come oggi è possibile acquistare indirizzi di posta elettronica di persone sconosciute, a loro insaputa. I dati personali sono un asset che vale denaro per le società che operano su internet. Molte imprese se ne servono a scopo di marketing. È tutto legale. Il problema, casomai, è che prima di mettere la firma su qualunque documento, nessuno prende davvero del tempo per leggere tutte quelle informazioni scritte in caratteri microscopici e in linguaggio incomprensibile. Così, con la nostra firma, autorizziamo l’uso che ne faranno.

Internet è un mondo di dati in espansione inarrestabile. Ci sono hacker e organizzazioni che hanno tutte le intenzioni di sfruttarlo a loro vantaggio. Cancellare le informazioni caricate in rete è in teoria possibile, ma richiede uno sforzo e una tenacia che non è da tutti (una cancellazione totale potrebbe richiedere un anno intero, l’appoggio di ditte specializzate e addirittura l’intervento di un avvocato). 

Il recente scandalo che ha coinvolto Facebook ha scosso mezzo mondo; politici, avvocati e cittadini fanno fronte unito nella speranza di proteggere meglio la privacy.

Come credenti, come dovremmo comportarci in questa era di internet? Cosa dobbiamo pensare della privacy? E come insegnare ai nostri figli l’uso sano dei social media?

Niente privacy!

“SIGNORE, tu mi hai esaminato e mi conosci. Tu sai quando mi siedo e quando mi alzo, tu comprendi da lontano il mio pensiero. Tu mi scruti quando cammino e quando riposo, e conosci a fondo tutte le mie vie. Poiché la parola non è ancora sulla mia lingua, che tu, SIGNORE, già la conosci appieno.” 
–Salmo 139:1-4

Prima che io posti qualunque cosa su Facebook, Twitter, Instagram o qualsiasi altro medium, Dio già lo sa. Egli non conosce solo cosa sto per scrivere, ma anche il motivo perché lo faccio. Dio sa cosa c’è nel mio cuore.

Il Salmo 139 dice anche che Dio è onnipotente, onnipresente e onnisciente.
Se ricordassimo più spesso che Dio sa tutto quello che pensiamo, facciamo e desideriamo, e che non possiamo nasconderci da Lui, faremmo più attenzione a quello che scriviamo. E, in rete, non penseremmo nemmeno di mascherarci dietro l’anonimato con il nostro peccato.

La perfetta conoscenza che Dio ha di noi va oltre i social media. Quello che pensiamo degli altri, che lo diciamo ad alta voce o no, Dio l’ha già valutato. 

Come cambierebbe il nostro atteggiamento verso i genitori, il coniuge, il datore di lavoro, i governanti, i responsabili in chiesa o i vicini di casa, se la presenza di Dio fosse sempre visibile? 

Ogni giorno i nostri presunti segreti creano scandalo in cielo!

E un giorno, i segreti degli uomini saranno tutti giudicati: “Io vi dico che di ogni parola oziosa che avranno detta, gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato, e in base alle tue parole sarai condannato” (Matteo 12:36,37).

Scrivere sui social media è un modo di parlare, e sul parlare la Bibbia ha molto da dire. 

Prima di tutto, dice che dobbiamo essere coerenti nella nostra fede per non cadere nell’ipocrisia. 

“Dalla medesima bocca escono benedizioni e maledizioni. Fratelli miei, non dev’essere così. La sorgente getta forse dalla medesima apertura il dolce e l’amaro? Può forse, fratelli miei, un fico produrre olive, o una vite fichi? Neppure una sorgente salata può dare acqua dolce” (Giacomo 3:10-12).

Come ci esprimiamo deve essere confacente ai figli di Dio. Le parole avventate, ambigue e vaghe, oscurano e, a volte, rovinano la nostra testimonianza.

Secondo, dobbiamo fare attenzione alle conseguenze delle nostre parole. 

“Così anche la lingua è un piccolo membro, eppure si vanta di grandi cose. Osservate: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità. Posta com’è fra le nostre membra, contamina tutto il corpo e, infiammata dalla geenna, dà fuoco al ciclo della vita” (Giacomo 3:5,6).

Una volta pubblicate in rete, le nostre parole eludono ogni nostro controllo. Se si prestano a malintesi, potranno recare danni imprevedibili, anche a distanza di tempo, a noi, a chi ci legge o alle nostre famiglie.

Terzo, dobbiamo esercitarci a far buon uso delle parole. “Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela, affinché conferisca grazia a chi l’ascolta” (Efesini 4:29).

Nel testo greco originale, la parola “cattiva” significa “putrida”. Eliminiamo dal nostro vocabolario qualsiasi parola disgustosa e, passando attraverso il setaccio di quello che Dio considera buono, impariamo a scegliere parole che fanno del bene. Ce ne sono per ogni situazione, ma bisogna fare uno sforzo per individuarle. 

Le parole che fanno del bene sono edificanti, sono dette al momento giusto e conferiscono grazia.

Non tutto quello che è vero è necessariamente utile. Certe osservazioni sulla forma fisica di qualcuno, per esempio, possono essere vere, ma siamo sicuri che facciano del bene? Edificare qualcuno vuol dire aiutarlo a migliorare per il bene suo e non per il nostro. 

Parole utili dette al momento giusto sono rarissime come l’oro. Tutti ne hanno bisogno, ma pochi hanno imparato a offrirle. È un’area in cui dobbiamo tutti crescere in saggezza.

Quello che scriviamo deve conferire grazia. Grazia è quello che Dio fa ogni giorno nella nostra vita. I suoi desideri per noi non sono egocentrici. Il suo unico intento è quello di produrre un bene spirituale in noi. Se le cose che diciamo o scriviamo sono infette da sentimenti di rivincita o di rabbia, abbiamo dimenticato che siamo in vita solo per la grazia di Dio.

Quarto, dobbiamo riconoscere che abbiamo bisogno di aiuto in questo. “SIGNORE, poni una guardia davanti alla mia bocca, sorveglia l’uscio delle mie labbra” (Salmo 141:3).

Siamo deboli. Diciamo cose fuori posto con molta leggerezza. Non sappiamo frenare la nostra lingua. 

L’uso dei social media non ci aiuta in questo, perché davanti a una tastiera e uno schermo tutto diventa stranamente impersonale. Non stiamo faccia a faccia con nessuno, perciò è facile che le nostre inibizioni si abbassino senza che ce ne accorgiamo più di tanto. E in un attimo le nostre dita hanno trasmesso nella galassia di internet parole e pensieri impulsivi.

Fare ogni cosa alla gloria di Dio riguarda anche le nostre dita!

Cosa farebbe l’apostolo Paolo?

Se gli apostoli vivessero oggi, cosa farebbero con la tecnologia che abbiamo a disposizione? Gesù userebbe i social media? 

Ragioniamo prima sugli usi sbagliati. Qualcuno poco saggio, altri chiaramente peccaminosi!

Facebook, Twitter e Instagram sono alcuni dei social network più comuni, popolarissimi specialmente fra la generazione più giovane. 
Facebook fu lanciato nel 2004. Oggi conta più di due miliardi di utenti. Circa il 30% di loro ha tra i 25 e 30 anni. Il 50% dei giovani tra i 18 e 24 anni accede a Facebook come prima cosa appena svegli. 
In media, una sessione dura circa 20 minuti a persona. Questo, più volte al giorno. Ogni secondo si creano 5 nuovi profili utente! E ogni giorno 300 milioni di foto vengono postate sui vari profili!(https://zephoria.com/top-15-valuable-facebook-statistics/)

Con una tale audience, Facebook potrebbe essere utile anche per il progresso del vangelo. Ma non lo è per tanti credenti. Sui loro profili non c’è traccia della loro fede. E forse è meglio così, visto quello che postano.

È sorprendente quanto narcisismo dilaghi su Facebook. I post più comuni riguardano ciò che la gente mangia, dove va e cosa fa per divertirsi. Con tanto di selfie, ovviamente.   

Ma è sconcertante che anche i credenti non si fanno scrupoli nel pubblicare foto in costumi succinti e in pose ammiccanti.

Poi ci sono quelli che usano i social media per una specie di denuncia. Oppure per parlare male di qualcuno senza fare il suo nome. Cosa sperano di ottenere? Che quella persona “anonima” si riconosca in quello che hanno scritto e cambi atteggiamento? 

Oppure che altre persone si uniscano al loro sdegno generale?

Parlare male di qualcuno, della società o dei politici è normale per chi non consce Dio. Ma è triste quando i credenti trovano più appagante lo sparlare carnale piuttosto che ringraziare Dio per ogni cosa, come ci comanda di fare.

C’è anche chi dice apertamente di essere un credente, ma poi si fa coinvolgere in interminabili controversie dottrinali. A che pro? Forse in partenza poteva essere motivato dal voler “difendere la verità”, ma troppo spesso questi scambi di opinione deteriorano in offese e insulti che nulla hanno a che vedere con l’amore cristiano.

Mi fermo qui. Bastano questi come esempi negativi del cattivo uso dei social. I social media, però, non sono dannosi in sé, e hanno molto potenziale se usati bene. 

Ecco, allora, alcuni consigli per farne il buon uso:

Prega prima di postare qualunque cosa. Spesso si ha l’impulso di scrivere di getto. Su internet questo è un grande rischio. Non aiuta il fatto che di solito usiamo i social quando siamo soli e quindi avvertiamo meno il bisogno di una normale cautela e di autocensura.

Pensa a chi leggerà quello che scrivi. Ricordati che se non puoi definire il tuo uditorio (molti social hanno questa opzione), quello che pubblichi potrà essere letto da chiunque, credenti e non. Certe conversazioni sarebbe meglio riservarle a un numero ristretto di persone piuttosto che lanciarle in pasto a tutti.

Pensa bene allo scopo per cui scrivi. Sui social valgono gli stessi principi biblici che dobbiamo seguire nel parlare. Edifica? È questo il momento giusto per scriverlo? Porta grazia a chi lo legge?

Pensa a quale impressione dai di te con il tuo post. Attira l’attenzione su di te? Potrebbe sembrare che ti stia mettendo in mostra? Che ti stia arrogando dei meriti che non hai?

In che modo quello che scrivi riguarda Dio? Porta gloria a Lui? O è qualcosa che anche un non credente potrebbe scrivere?

Pensa a cosa stai producendo. Il risultato di quello che scrivi produrrà controversia? Stai scrivendo per creare divisione?

Diresti la stessa cosa a una persona in carne e ossa? Se non hai il coraggio di dirlo in pubblico, non lo dovresti nemmeno scrivere!

Usare i media per testimoniare è utile! Il Signore può aprire il cuore delle persone attraverso quello che scrivi. Postare foto o video può essere un mezzo benedetto per raggiungere tantissime persone. 

Ma dovremmo anche chiederci se essere continuamente connessi ai media sia il modo migliore di usare il nostro tempo. Stiamo curiosando nelle vite degli altri? Stiamo sprecando il tempo che potremmo usare meglio facendo qualcos’altro? Ci sta portando a concentrarci su noi stessi? È una tentazione che devo combattere?

Niente privacy con Dio: “E non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto” (Ebrei 4:13). 

Il pericolo è entrato in casa tua

Una parola per mariti e mogli 

Non avere profili privati sui social ai quali il vostro coniuge non può accedere. Tante relazioni extraconiugali nascono come amicizie casuali sui social. L’anonimato e la segretezza sono una trappola. Trovare orecchie per le nostre lamentele, poter riconnettere con persone del sesso opposto, provare solidarietà con gli sconosciuti che stanno passando problemi coniugali simili ai nostri sono tutti pericoli che minano l’esclusività del rapporto di coppia. 

Non intrattenere relazioni “innocue” con persone dell’altro sesso all’insaputa del tuo coniuge. Nessuna relazione al di fuori dell’intimità del matrimonio è innocua, ma spalanca una porta al peccato.

Una parola ai genitori 

Attraverso i social è facile allacciare amicizie con gli sconosciuti. Questo è un serio pericolo per i nostri figli. Ci sono più di 83.000.000 di profili falsi su Facebook. Esistono solo per ingannare e per fare del male! 

Se per gli adulti i pericoli in rete sono tanti, per gli adolescenti lo sono in modo esponenziale. A volte, quando mi capita di vedere il profilo di qualche figlio di credenti, mi domando se i suoi genitori abbiano idea di quello che lui posta: foto e video scabrose, messaggi con linguaggio e contenuti inaccettabili per un credente. 

Nessun adolescente dovrebbe avere accesso a internet senza la supervisione dei genitori. Non ci devono essere segreti: i figli non devono vivere una vita clandestina al di fuori del controllo dei genitori.

Con figli in casa l’internet dovrebbe essere spento a una certa ora e i cellulari lasciati sotto il controllo dei genitori.

La durata del tempo passato sul pc o sui telefonini dev’essere concordata con i figli e poi monitorata con attenzione da parte dei genitori. Siate intransigenti in questo per il loro bene! I bambini a cui è permesso passare ore su video games senza restrizioni sviluppano molto presto una dipendenza dai giochi e dai social in generale. Un mondo virtuale, dove si ha la possibilità di fare quello che nella vita normale non è permesso, è un’attrazione irresistibile e un pericolo costante. 

Siete ancora in tempo per correggere, se necessario, quello che state facendo! La pornografia, le relazioni sbagliate, l’uso sbagliato della lingua e del tempo sono pericoli veri, facciamo attenzione!

 


—Guglielmo Risponde—

Perché la Bibbia ce l’ha con le mogli?

Caro Guglielmo, 
A volte si dice che la Bibbia è maschilista, perché insegna che la donna dev’essere sottomessa al marito. Ma è vero o non è vero?    —Un marito

Andiamoci piano col saltare a conclusioni affrettate su ciò che la Bibbia insegna! Particolarmente quando la risposta porta acqua a qualche mulino.

La Bibbia non è complicata, ma è complessa. Alcuni insegnamenti sono chiarissimi. Basta citare un versetto e hai già la risposta che cerchi.  

Altre volte bisogna avere la voglia di ricercare con pazienza e con un sincero desiderio di imparare ciò che i diversi passi o versetti nel loro insieme, e nel loro contesto, hanno da dire sull’argomento. Poi con molta umiltà si deve cercare di arrivare alla verità per mezzo di un confronto meditato e pacato, per conciliare – non già i passi che, come verità assoluta e priva di contraddizioni per la saggezza divina, vanno sempre d’accordo – ma le nostre interpretazioni e conclusioni meramente umane, che vanno esaminate con cautela.

Prendiamo due versetti che sono spesso intesi in senso maschilista. “Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti come al Signore” (Efesini 5:22), e “Le mogli devono essere sottomesse in ogni cosa” (Efesini 5:24). Si sono prestati a interpretazioni piuttosto dure! Da parte di mariti, naturalmente. Si pensa: “Qui i mariti comandano sempre e in tutto!” E qualcuno aggiunge: “Sono sempre parole di Paolo, il solito maschilista!”

Un momento! Guardiamo qualche altra parola di Paolo, nello stesso passo biblico. “Mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei” (Efesini 5:25). “Allo stesso modo, anche i mariti devono amare le loro mogli, come la loro propria persona. Chi ama sua moglie ama se stesso” (Efesini 5:28).

Allora, la Bibbia è maschilista o femminista? Se si seguisse alla lettera la volontà di Dio espressa in questo passo, a chi toccherebbe pagare il prezzo più alto, al marito o alla moglie?

È chiaro che nessuno dei coniugi è autorizzato a maltrattare o dominare l’altro. Anzi, l’amore perfetto e la prontezza al sacrificio dimostrati da Cristo sono il modello da seguire e la meta da raggiungere di ogni credente, particolarmente del marito. Ai sposi credenti, una vita in continua disciplina e ubbidienza a Lui è la via maestra per raggiungere questi risultati giorno per giorno.

A me sembra che sia, forse, il marito ad avere il compito più grande e difficile. Voi, che pensate?

 

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La VOCE luglio 2018

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La schermaglia vincente – 2 | Un pizzico di sale


Pensavo fosse una cosa privata

C’è un comportamento peccaminoso che è diventato molto comune anche tra i credenti. Anzi, lo consideriamo piuttosto normale, un’abitudine forse non tra le migliori ma un modo di fare che accettiamo e tolleriamo, pensando che, in fondo, non sia nient’altro che un naturale bisogno di parlare e di sfogarsi. O anche solo un fatto di cultura popolare...

È talmente accettato nelle nostre chiese che ormai nessuno si pone la domanda su cosa ne pensi Dio. Perciò è facile continuare a comportarsi così; chi lo fa non trova troppa opposizione ma piuttosto complicità carnale.

Ma non lo dobbiamo sottovalutare come un argomento marginale nella Bibbia, o che sarebbe troppo complicato trattarlo nel modo biblico. No, non sono questi i motivi per cui non facciamo niente per contrastarlo. 

La realtà dei fatti è che la nostra carne prova piacere nel partecipare a questo peccato. 

Ti stai chiedendo quale sia?

Il Nuovo Testamento lo menziona diverse volte, ma oggi te ne voglio parlare basandomi sul Salmo 50. Guardiamolo insieme.

Dio dice all’empio:

«Perché vai elencando le mie leggi e hai sempre sulle labbra il mio patto, tu che detesti la disciplina e ti getti dietro alle spalle le mie parole? Se vedi un ladro, ti diletti della sua compagnia e ti fai compagno degli adulteri. Abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua trama inganni. Ti siedi e parli contro tuo fratello, diffami il figlio di tua madre. Hai fatto queste cose, io ho taciuto, e tu hai pensato che io fossi come te; ma io ti riprenderò e ti metterò tutto davanti agli occhi.»  —Salmo 50:16-21 

In questi versetti Dio denuncia l’ipocrisia di tutti quelli che dicono di amarlo, di conoscere le sue leggi e di osservare i suoi patti, ma che detestano affrontare il proprio peccato. Persone arroganti che a parole affermano di seguire Dio mentre le loro azioni dimostrano il contrario: hanno voltato le spalle ai chiari comandamenti della Bibbia. 

La gravità dell’ipocrisia diventa ancora più lampante quando si considerano gli altri comportamenti peccaminosi associati ad essa. 

Provare piacere a passare tempo con i ladri
Non si è più disturbati dalla disonestà di chi ci sta intorno: “Non sarà quel piccolo furto a rovinare il nostro rapporto!” 

Farsi compagno degli adulteri 
Si prova sempre meno sconcerto per tradimenti e relazioni extraconiugali. L’infedeltà è talmente ostentata e celebrata dai mass media che non suscita più scandalo.

Abbandonare la bocca al male e tramare inganni 
Mentire per coprire le proprie colpe, per trarre vantaggio disonesto, per sembrare diversi da chi si è in realtà. E ci si vanta dei successi illegittimi e si cerca di trascinare altri a diventarne complici… 

Per i credenti, tutti questi comportamenti sono rifiutati con un NO assoluto. Ma nella lista di Dio c’è ancora un altro peccato, quello particolare che troppo facilmente si insinua nelle nostre vite. 

Parlare contro tuo fratello 

Nel senso letterale la frase si riferisce al parlare contro il fratello carnale. Capita in tutte le famiglie, è vero, ma non ho mai sentito che qualcuno l’abbia fatto per uno scopo nobile, o che ci sia stato un esito utile o positivo. E non posso fare a meno di pensare che la frase si applichi con maggior valore alle relazioni tra i credenti, tra i membri della famiglia di Dio. Perché criticare i fratelli è una cattiva abitudine che si affaccia anche nelle chiese più sane.

Quanto è breve il passo dall’essere semplici ascoltatori al diventare parte del problema! Chi ascolta le malelingue e tace senza rimproverarle come fa la Bibbia, dimostra di approvarle e si fa automaticamente complice di questo peccato. E sarà molto tentato a spargere agli altri quello che ha sentito.

Calunniare e accusare è quello che fa il diavolo! Quando sparliamo di un fratello o di una sorella in fede disprezziamo qualcuno che è stato comprato da Gesù, con il proprio sangue. È come criticare il Signore stesso (Romani 14:4).

Alcuni poi fraintendono il silenzio di Dio e credono che Egli approvi le loro azioni. Nella loro sconsideratezza sottovalutano la gravità del loro peccato e trovano mille giustificazioni per la loro abitudine all’ipocrisia. Imprudenti! 

Ma Dio non si fa alleato del peccato. Anzi, il suo momentaneo silenzio è ripieno di parole e di insegnamenti che risuonano chiari e forti sulle pagine delle Scritture, ma che questi scelgono di ignorare.

Parlare male. È questo il peccato che divide le nostre chiese, che rende impossibili le relazioni genuine e sincere. Non lo si risolve facendo finta di niente o passandoci sopra con leggerezza, ma solo confessandolo, prima a Dio e poi alle persone che ne hanno subito il danno.

Cinque principi biblici 

1. È un peccato che dev’essere affrontato con urgenza
“Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta” (Matteo 5:23,24).

Secondo le parole di Gesù, i problemi fra i credenti vanno affrontati e risolti prima di qualsiasi altra cosa! Non c’è servizio in chiesa – spirituale o pratico che sia – né culto né evento particolare più importante di questo. Ha priorità assoluta.

2. Non tutto è sempre privato 
“Esorto Evodia ed esorto Sintiche a essere concordi nel Signore. Sì, prego pure te, mio fedele collaboratore, vieni in aiuto a queste donne, che hanno lottato per il vangelo insieme a me, a Clemente e agli altri miei collaboratori i cui nomi sono nel libro della vita” (Filippesi 4:2,3).

Problemi e dissensi possono nascere anche tra i più bravi credenti. Nessuno è totalmente immune da questo peccato. Come Evodia e Sintiche, anche noi possiamo diventare miopi e restare attaccati alle nostre ragioni pensando che sia solo una questione privata che non riguardi gli altri. Ma il fatto stesso che Paolo chiede in una lettera aperta che si intervenga per risolvere questa situazione, significa che non lo è sempre, e se rimane irrisolta ha ripercussioni serie su tutta la chiesa.

3. Il peccato irrisolto porta gravi e persistenti conseguenze per la chiesa 
“Un fratello offeso è più inespugnabile di una fortezza, e le liti tra fratelli sono come le sbarre di un castello” (Proverbi 18:19). 
“Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore; vigilando bene che nessuno resti privo della grazia di Dio, che nessuna radice velenosa venga fuori a darvi molestia e molti di voi ne siano contagiati” (Ebrei 12:14,15) 
“…rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a sé stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Filippesi 2:2-4).

Per preservare l’unità nella chiesa e per non lasciare alcun suolo fertile per radici velenose, le differenze di opinioni, le preferenze e gli interessi personali devono essere subordinati alla sana dottrina e all’amore. Chi stima gli altri superiori a sé, non va in giro sparlando di loro dietro le spalle.

4. La fallibilità del pensiero umano 
Lasciare correre e sperare che pian piano tutto si risolva da sé, può sembrare meno dannoso e meno doloroso, ma se Dio ci ha dato chiare istruzioni su come affrontare queste situazioni e risolverle con amore (vedi il punto che segue), chi siamo noi a credere di avere un sistema migliore?

 5. Lo schema biblico da seguire 
Prima di tutto dobbiamo appurare se il problema sia reale o solo un dissenso nato da preferenze personali. Nel corpo di Cristo c’è posto per una grande varietà di preferenze, ma non devono mai diventare un intoppo o motivo di caduta per qualcuno. 

Poi, davanti al Signore dobbiamo chiederci se non sia il caso di passare oltre l’offesa. È questo ciò che insegna il versetto che dice: “Soprattutto, abbiate amore intenso gli uni per gli altri, perché l’amore copre una gran quantità di peccati” (1 Pietro 4:8). Pensaci, è un passo obbligatorio, perché una volta che abbiamo deciso di affrontare il problema con la persona interessata, potremmo dover arrivare a coinvolgere altri in questo processo di chiarimento. 

I princìpi da seguire sono spiegati in Matteo 18. Qualsiasi cosa si faccia, lo scopo è sempre il bene della persona interessata. L’obiettivo non è la punizione in sé, ma quello di ristabilire la relazione tra la persona e Dio in primis, e poi con i fratelli.

UNO Il primo approccio dev’essere in privato tra le due persone interessate, nella speranza di un ravvedimento sincero e senza coinvolgere altri. Non appena ne facciamo parola con qualcuno, abbiamo di fatto scavalcato questo primo importantissimo passo.

DUE Se il primo passo non ha avuto esito positivo, il secondo è quello di coinvolgere altre due o massimo tre persone, ma sempre nella speranza di una soluzione positiva.

Lo sottolineo: coinvolgere altri è solo il secondo passo. 

La persona che chiameremo ad assisterci in questo secondo passo ha il dovere di non diventare un orecchio per le lamentele, ma di essere un agente per spingere l’individuo a voler fare il passo numero uno, il ravvedimento. E non deve soltanto incoraggiarlo a fare questo, ma deve accertare che si segua in tutto e per tutto il principio biblico.

TRE Il terzo passo, nel caso in cui neanche il secondo abbia prodotto un esito positivo, è quello di coinvolgere la chiesa locale. Bisogna che tutta la chiesa comprenda che ogni forma di peccato è sempre un’offesa alla santità di Dio, che ha conseguenze gravi e non deve mai essere sottovalutata. 

Troppi credenti affermano con leggerezza di godere la comunione con Dio mentre di fatto il loro peccato li contraddice.

Ricordi da dove siamo partiti? “Lascia la tua offerta davanti all’altare e prima di ogni altra cosa metti le cose a posto con tuo fratello.” In altre parole, non t’illudere che il tuo “servizio” per il Signore in qualche modo compensi la tua mancanza nel fare le cose giuste. 

In ogni chiesa ci sono situazioni non risolte. La nostra carnalità ci porta a minimizzarle. Non ci va di sporcarci le mani, è più comodo girarci dall’altra parte. Ma abbiamo tutti, in qualche misura, parlato male quando dovevamo tacere, o ascoltato maldicenze quando dovevamo rimproverarle. 

Dio ci comanda di seguire la Bibbia. Il tempo non risolve un bel niente. Potremmo provare a ignorare il problema, ma finché non lo risolviamo, Dio non è contento e noi coviamo amarezza che avvelena i nostri rapporti e condiziona il nostro comportamento. Che cosa siamo pronti a fare?


La schermaglia vincente — 2

Spesso i battibecchi, le schermaglie, le risposte affrettate e infuocate fra marito e moglie, genitori e figli, fratelli o sorelle di chiesa, vicini o colleghi, in qualche modo… piacciono! Hai detto la tua e ti senti liberato, addirittura soddisfatto.

Ma il libro dei Proverbi nella Bibbia dice che quel tipo di risposte sono da “stolti”, e “stolto” è una brutta descrizione per chiunque. Lo stolto è una persona che fa male a se stessa e offende Dio! Nulla di cui vantarsi.

Eppure per molte persone, anche credenti, scagliare parole infuocate è diventata un’abitudine, quasi uno scherzo, un motivo di sottile orgoglio.

Non è da credenti. Non è opera dello Spirito Santo. Non è né buffo né segno di una persona arguta e spiritosa.

L’Apostolo Paolo chiama queste parole “puzzolenti”, “uova marce” e ordina che nessuna parola del genere “esca dalla vostra bocca!” (Efesini 4:29). E aggiunge: “Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e parola offensiva con ogni sorta di cattiveria!” (Efesini 4:31). 

Perché lo dice? Perché il problema sta proprio qui: quando parli, la tua bocca rappresenta il tuo Salvatore e Signore, oppure te stesso? 

Di solito le prime parole che ci escono di bocca sono quelle più vere. Esprimono i malumori, i risentimenti e l’infelicità che portiamo in cuore da tempo. Cose che non si osano dire in modo diretto, chiaro e pacifico, con l’intento di affrontarle e risolverle. 

Quante persone si sentono consolate dalla loro convinzione di averla detta tutta, di aver risposto per le rime, di essersi dimostrate capaci di difendersi? Ma, in realtà, hanno offeso Dio lasciando dietro di sé una scia di gente ferita e amareggiata.

Qual è il modo migliore per uscire vincitore da una discussione? Di certo servirebbe qualcosa che porti un risultato positivo e costruisca unità e amicizia. Fraternità e amore. È mai possibile? 

È essenziale!

A cosa serve, nel piano di Dio, quella tua risposta, il commento o l’intervento che stai per fare in una conversazione nell’intimità della tua casa, nella chiesa o nella società in cui vivi? 

Paolo te lo dice così chiaramente che non puoi sbagliare: “ma, se avete qualche parola buona (utile, eccellente), che edifichi secondo il bisogno, ditela affinché conferisca grazia a chi l’ascolta” (Efesini 4:29).

Ecco lo scopo che Dio vuole che le tue parole abbiano in qualunque discussione: portare una benedizione, edificare secondo il bisogno, conferire grazia. Non la “tua” parola arguta o battuta di spirito, ma solo quella che Dio può usare per portare pace, unità, sottomissione e gloria a Dio.

“La risposta dolce calma il furore, ma la parola dura eccita l’ira” (Proverbi 15:1). 

Ecco l’unico modo per vincere una schermaglia! Pensaci.

—Guglielmo


 
Ristampa dal febbraio 1965

Un pizzico di sale

“Avete detto che non volete che giochi più con voi?” chiese Daniele con tono di sfida. 
“Sì” risposero Deborah e Davide, con una voce da congiurati di melodramma. 
“E allora... ecco!” Le palline di vetro, che Deborah aveva diviso per colore in tanti vasetti diversi, furono versate con ira in un vasetto comune (quelle che non entrarono ubbidientemente nel vasetto se ne andarono a rotolare sul pavimento). 
Mamma era sulla soglia della porta e stava a guardare la scena. Era venuta a chiamare i figli a colazione e francamente non c’era da perdere neppure un minuto... 
“Adesso che faccio?” si domandò. “Lascio andare e faccio finta di non avere visto?... No, è meglio di no... Questi figli intempestivi!...” 
“Davide, Deborah e Stefanino, andate a lavarvi le mani, mettetevi a tavola e aspettate un momento. Non voglio sentire nessun chiasso! Daniele, tu vieni con me…” 
“Mi devi parlare?” chiese lui con aria contrita. 
“Sì.”  
Mamma si sedette. “Daniele, ti pare di avere fatto un bel gesto a buttare così le perline di Deborah?” 
“No, ma ero triste perchè non erano stati gentili e quando sono triste mi viene da arrabbiarmi.” 
“Non è mai giusto arrabbiarsi e fare le vendette.” 
“Che cosa sono le vendette?” 
“I dispetti a quelli che ci hanno fatto arrabbiare. Ti ricordi la storia di Agar che abbiamo letta ieri? La sua padrona era stata molto cattiva e ingiusta, ma anche Agar aveva fatto male. E l’angelo le ha detto: «Torna indietro e chiedi perdono alla tua padrona»...” 
“Dovrei chiedere perdono ai miei fratelli?” 
“Sarebbe una buona idea...” 
“Ma come è difficile essere pazienti!” (Mamma, in cuor suo, gli diede pienamente ragione.) 
Qualche ora dopo, Mamma stava accanto a Daniele e lo ascoltava mentre leggeva una paginetta del libro di scuola. Ad un tratto, lui si interruppe e le buttò le braccia al collo: “Mamma, ti voglio bene!” 
“Anch’io, caro. Ma perché ti viene in mente ora?” 
“Perché mi aiuti ad essere buono...” 
Molti secoli fa, S. Paolo scrisse al suo giovane discepolo e amico Timoteo: “Predica la parola, insisti in ogni occasione favorevole e sfavorevole, convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza” (2 Timoteo 4:2). 
Tante volte sarebbe molto più facile chiudere un occhio su una marachella e tollerare un capriccio, o coprire un peccato nella chiesa per un falso concetto di amore e tolleranza. Ma sarebbe un errore grave. Ogni male non curato subito diventa sempre un focolaio di malattia grave e forse di morte. 

 

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La VOCE aprile 2018

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Guglielmo risponde | Un pizzico di sale


Sii fedele fino alla morte

I telegiornali ne parlano pochissimo, ma la persecuzione è un’aspra realtà per molti cristiani nel mondo. Porte Aperte, la missione dedicata alla chiesa perseguitata, rivela che ogni mese 214 chiese o proprietà di credenti vengono distrutte, mentre 722 cristiani subiscono rapimenti, stupri, arresti o pestaggi e 322 vengono uccisi per la loro fede. Ogni mese!

La Corea del Nord ritiene il triste primato di 50.000 cristiani rinchiusi in prigione o in campi di lavoro. L’Afghanistan e il Pakistan la seguono nella durezza della persecuzione. Ma i paesi che praticano un qualche tipo di ostilità verso i cristiani sono almeno 609 (stima del Dipartimento dello Stato degli Stati Uniti).

The PewResearch Center afferma che oltre il 75% della popolazione mondiale vive in zone con severe restrizioni religiose.  

In 35 delle 50 nazioni più ostili al cristianesimo, la persecuzione è di stampo estremismo islamico.

Ovviamente, queste statistiche non fanno distinzione tra cristiani nominali e credenti biblici.

E benché non possiamo essere che raccapricciati e disturbati da qualsiasi violenza per qualunque motivo, dobbiamo constatare che morire non è sinonimo di fede genuina in Gesù Cristo. Nondimeno, non ci sono dubbi che molti nostri fratelli oggi soffrono a causa della loro fede, subendo ostilità e discriminazione a vari livelli, nella famiglia, nello studio, al lavoro.

Nel nostro paese la persecuzione è meno visibile, casomai prende forme più subdole: vessazioni psicologiche ed emotive e abusi verbali, ma ugualmente reali e dolorosi per chi li subisce. Pensare che la persecuzione non possa arrivare anche in Italia è rischioso.

Vivi con una prospettiva eterna

C’è un sentiero di sangue, tracciato dai martiri, che attraversa la storia. Ha visto il suo apice durante la Riforma, quando migliaia di migliaia di seguaci di Cristo sono strati trucidati per la loro fede. Oggi, se noi non stiamo soffrendo come loro, non vuol dire che Dio ci ami di più o che ci siamo meritati una protezione particolare. Questo nostro periodo di pace potrebbe finire anche presto.

Per quanto tempo ancora, la vera chiesa potrà denunciare il peccato e parlare apertamente contro l’aborto e contro l’omosessualità, senza essere perseguitata?

Il fatto che non viviamo in una di quelle aree mondiali dove essere cristiani vuol dire rischiare la vita, ci ha reso forse poco consapevoli di questa realtà e non ne parliamo abbastanza.

Anzi, in certi ambienti, il benessere generale che permea la nostra società ha prodotto un concetto distorto della fede evangelica.

Ci sono chiese che evitano qualsiasi argomento negativo, calcano sempre gli aspetti positivi della fede. La loro è una ricerca costante di buoni sentimenti. Pensano che il successo e la prosperità ci spettino di diritto in quanto figli di Dio. Ma predicare che la norma per il credente sia quella di vivere da un trionfo a un altro, è una falsa dottrina che nuoce alla chiesa perché trascura il ruolo biblico della difficoltà e della persecuzione nella vita del credente.

Soffrire per Cristo ha sempre fatto parte della vita cristiana. Sin dall’inizio.

Le parole di Gesù non lasciano dubbi: seguirlo non sarebbe stata una passeggiata, “Se uno vuole venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Troppo spesso, però, pensiamo che la croce di cui parlava Gesù siano quei piccoli disagi quotidiani o le seccature che dobbiamo sopportare. Minimizziamo e spiritualizziamo i concetti scomodi.

Ma per non essere frainteso, Gesù ha detto: “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. Perché sono venuto a mettere l’uomo contro suo padre, la figlia contro sua madre e la nuora contro sua suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Matteo 10:34-39). “Sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato” (10:22). Più chiaro di così!

Un messaggio di salvezza che non prende in considerazione il costo del discepolato, non è affatto il vangelo predicato da Gesù.  Egli ha detto: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo ve lo faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato” (Giovanni 15:20b-21).

E l’apostolo Paolo avverte: “Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati” (2 Timoteo 3:12).

Beato te, se soffri

Le persecuzioni non avverranno mai per volontà d’uomini, movimenti religiosi o governi, ma sempre e solo per volontà di Dio. Infatti non ci sono governi o religioni che sorgano senza che Dio lo permetta. Sapere questo deve farci riflettere sui motivi per cui avvengono. Se Dio le permette, serviranno ai suoi scopi eterni e coopereranno al nostro bene (Romani 8:28;31-39).

Nella sua grazia, Dio permette alla chiesa di godere lunghi periodi di pace, ma quando siamo attaccati per la fede, è importante che esaminiamo noi stessi per escludere che siamo noi la causa delle nostre sofferenze, che non siamo di scandalo, che non provochiamo nessuno, che non ci comportiamo male, che non siamo arroganti né presuntuosi nei nostri modi di fare. I guai che ci attiriamo addosso da soli, portano sofferenze inutili.

Strano a dirsi, ma la persecuzione porta alcuni benefici speciali per il credente. Fanno parte degli scopi benefici ed eterni di Dio.

Pietro dice che se soffriamo per Cristo, siamo beati, perché lo Spirito riposa su di noi: “Carissimi, non vi stupite per l'incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Anzi, rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Se siete insultati per il nome di Cristo, beati voi! Perché lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida, o ladro, o malfattore, o perché si immischia nei fatti altrui; ma se uno soffre come cristiano, non se ne vergogni, anzi glorifichi Dio, portando questo nome” (1 Pietro 4:12-16).

  • Per cominciare, uno dei benefici della persecuzione è che il credente è identificato con Cristo: “Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe quello che è suo; poiché non siete del mondo, ma io ho scelto voi in mezzo al mondo, perciò il mondo vi odia” (Giovanni 15:18,19). Siamo curati da Cristo anche quando nessuno ci perseguita, ma lo siamo in modo particolare quando siamo odiati a causa sua.
  • In secondo luogo, la costanza e la fede dei credenti nelle persecuzioni sono la prova del giusto giudizio di Dio (2 Tessalonicesi 1:4b-10). Ci sarà una netta distinzione tra i figli di Dio e il mondo, in modo che nessuno potrà contestare il verdetto finale. D’altro canto, la costanza nelle prove perfeziona il credente (Giacomo 1:2-4). È l’opera santificatrice di Dio che ha come scopo ultimo quello di farci diventare simili a Cristo.
  • Poi, la persecuzione purifica la chiesa da falsi credenti (Matteo 13:20). Chi non ha messo le radici in Cristo è presto spazzato via. Alcuni alla più piccola opposizione ammutoliscono, altri smettono presto di frequentare la chiesa. Chi è più disposto a farsi in quattro per le cose del mondo che andare in chiesa, rinuncia all’occasione preziosa di maturare spiritualmente tra i fratelli in vista delle difficoltà future.
    Similmente, nella persecuzione, i falsi dottori si riveleranno dei mercenari che si danno alla fuga quando vedono avvicinarsi il lupo (Giovanni 10:12,13).
  • La persecuzione purifica anche il credente, in modo che porti più frutto per Cristo (Giovanni 15:2), a conferma che la sua fede è genuina. Si è meno attratti dalle distrazioni del peccato e più aggrappati a Cristo quando si è consapevoli di poter perdere la vita. Le cose più importanti acquistano priorità evidente.
  • Infine, ci sarà una gloriosa ricompensa per tutti coloro che avranno sofferto per Cristo (2 Timoteo 2:11,12). È difficile immaginare cosa voglia dire regnare con Cristo, ma è una sua promessa certa!

essere preparati

In tutto questo, è importante capire che il nostro nemico non è mai l’uomo, chiunque esso sia, ma sempre il diavolo. Gli uomini sono solo ignari agenti del diavolo. Per questo non dobbiamo contrastare il male, ma essere miti e amorevoli anche davanti ai soprusi, pregando che Dio conceda ai nostri persecutori di ravvedersi (Matteo 5:39-48).  

A questo punto, la domanda che ci dobbiamo fare è: cosa farei io, se la persecuzione arrivasse anche qui, se essere un cristiano mi costasse la vita? Come cambierebbe il mio comportamento, la mia testimonianza?

È una domanda seria dato che la Bibbia parla di tribolazioni e il Signore non vuole che ci colgano di sorpresa.

Dio ci ha promesso la grazia necessaria per affrontarle nel momento opportuno, non prima (Ebrei 4:16). Come quando Gesù aveva avvisato gli apostoli di non preoccuparsi di ciò che avrebbero detto ai loro persecutori, perché nel momento stesso gli sarebbero state date le parole da dire (Matteo 10:19).

Questo però non significa che, nel frattempo, non dobbiamo fare niente. Gesù aveva detto loro anche: “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Matteo 10:16). Non siamo chiamati ad essere spericolati, ma saggi e preparati.

In realtà, tutta la crescita spirituale, il progresso nella fede, ha un unico scopo: formare Cristo in ogni credente. Ogni cosa che la Bibbia dice su come comportarci e come piacere a Dio, serve a perfezionarci e prepararci anche in vista di un eventuale martirio.

E la preparazione comincia proprio oggi. È troppo tardi prendere lezioni di nuoto quando si sta per annegare!

Ma come ci si prepara?

Ammettiamolo: umanamente, la prospettiva del martirio spaventa. Ma Dio non vuole che ne siamo dominati. Volta dopo volta, attraverso tutta la Bibbia Egli ci assicura che la sua cura perfetta e il suo amore paterno non ci lasceranno mai.   

“Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna. Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri. Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli” (Matteo 10:28-33).

Ecco 9 consigli pratici

  1. Non perdere di vista Dio e il suo carattere. Imparare a conoscere gli attributi di Dio (onnipotenza, onniscienza, onnipotenza…) e le sue perfezioni (perfetto amore, perfetta giustizia, perfetta santità…) aiuta ad affrontare con serenità e fiducia qualsiasi problema. Egli non ha promesso di tenerci lontani dalle difficoltà ma di prendersi cura di noi in ogni circostanza.
  2. Tieni presente la prospettiva eterna. Non viviamo per essere comodi oggi sulla terra ma in vista dell’eternità. Paolo, mentre aspettava la sua sentenza di morte, rassicurava i credenti di Filippi preoccupati per lui, che morire era un guadagno. Il peggio che ci può succedere è di andare col Signore. Ed è la miglior cosa!
  3. Studia la Parola. Verrà un giorno in cui studiare la Bibbia sarà difficile o impossibile (e non ci vuole una persecuzione per questo: basterebbe un letto di ospedale). Contatti con altri credenti saranno troppo pericolosi. Tutto ciò che avrai a disposizione sarà quello che hai imparato prima! Ti sembrerà assurdo di aver sprecato tante ore a fare cose inutili.
  4. Sviluppa una vita di preghiera. La preghiera è uno dei mezzi più belli che Dio ci dà per consolidare la nostra dipendenza da Lui e per spingerci ad essere sottomessi. Aver imparato ad essere aggrappati e ubbidienti a Dio è una gran cosa nelle avversità
  5. Impara a memoria dei versetti. Dio non può riportare alla tua mente cose che non vi sono mai entrate! Durante la persecuzione comunista in Cina, alcuni detenuti hanno potuto ricostruire larghe porzioni della Bibbia proprio perché l’avevano imparate a memoria. Si dice che con l’età diventa sempre più difficile memorizzare nuove cose: meglio farlo subito. Esistono diversi metodi efficaci di imparare versetti, addirittura capitoli interi, a memoria. Ci vuole impegno, ma ne vale la pena: la mente permeata dalla Parola di Dio è una gran protezione contro il peccato (Deuteronomio 6:6; Giosuè 1:8; Proverbi 2).
  6. Impara ad amare. Amare Dio con tutto il nostro essere è il più grande comandamento. Ma Dio ci comanda di amare anche il prossimo come noi stessi. Come farai ad amare un tuo nemico se non hai imparato ad amare i tuoi fratelli in Cristo (Matteo 5:43-48)? Quando mai potrai perdonare, benedire e fare del bene a chi ti perseguita se non l’hai fatto con la tua famiglia spirituale? Anche in questo, il nostro esempio è il Signore Gesù. Vedere i nemici come persone bisognose d’amore ci aiuterà a reagire nel modo giusto a ogni provocazione.
  7. Canta le verità bibliche la domenica. Il canto, proprio grazie alle rime e alla melodia, è un ottimo modo per imparare delle verità bibliche che saranno di grande sollievo durante i momenti bui. Perciò bisogna fare attenzione a cosa si canta in chiesa e prediligere inni con un contenuto chiaro, biblicamente sano e solido.
  8. Non pensare solo a te stesso. Sei membro di un corpo ed è compito tuo curare la crescita e la preparazione anche di coloro che Dio ha messo nella tua sfera di influenza. Se sei genitore, parlane con i figli; se sei credente da più tempo, aiuta i nuovi credenti.
  9. Scorte di Scritture ovunque. Alcuni credenti, in diverse parti del mondo, quando il governo pensava di aver confiscato tutte le Bibbia, hanno potuto continuare a studiarla proprio perché qualcuno preventivamente ne aveva nascosto delle copie in posti strategici. Può sembrare una misura esagerata nel nostro contesto, ma chi lo sa che non si dimostri provvidenziale per tempi futuri?

Oggi le nostre chiese si sono adagiate a una vita cristiana facile, senza pesi. Per molti, essere credenti si riduce a un evento domenicale (e forse neanche ogni settimana!). Ma i veri credenti e le chiese sane devono essere pronti a soffrire a causa del Vangelo.
La chiesa di Cristo nei secoli è sempre stata purificata dalla persecuzione, forse è il tempo che anche noi lo siamo.


—Guglielmo Risponde—

Posso dirglielo a parole mie?

Caro Guglielmo,
Come sono contento di vedere che hai ripreso a rispondere, come molti anni fa, alle domande di noi lettori della Voce del Vangelo! Infatti, vorrei chiederti un tuo parere su quanto segue.
Oramai ci sono in commercio sempre più edizioni e traduzioni della Bibbia. Quando ci troviamo a parlare della nostra fede agli amici, o ai non-credenti, o anche tra di noi credenti, alcuni sostengono che bisogna citare i passi biblici, così come sono scritti, parola per parola, per evitare una certa confusione. Considerano un pericolo di infedeltà citarli solo con parole nostre. Altri invece pensano che il gergo troppo pio rappresenti un ostacolo alla comunicazione.
Tu cosa ne pensi? È lecito parafrasare le Scritture per renderle più comprensibili?
Come è bene comportarci?   —R.S.


È vero, come dici tu: di traduzioni della Bibbia ne spuntano sempre nuove. Per di più, alcune sette ne fanno addirittura una versione ad hoc, che pretendono sia l’unica “fedele”.

D’altra parte, i credenti e lettori della Bibbia in tutto il mondo sono milioni; parlano e leggono in migliaia di lingue diverse. Sarebbe assurdo pretendere che tutti leggessero la Bibbia in una sola lingua “originale”.

Perciò, le “traduzioni” ci sono e sono necessarie. 

Ma è anche importante che siano fedeli a ciò che, all’origine, Dio aveva guidato gli autori dei libri della Bibbia a scrivere, cosicché il lettore odierno possa avere la certezza che ciò che legge è davvero “Parola di Dio”.

Non è possibile nominare qui tutti i problemi e le soluzioni che riguardano l’accertamento, per quanto possibile, dei testi originali delle Sacre Scritture. Basti dire che, nei secoli, migliaia di fratelli studiosi, autorevoli e ben preparati, hanno consacrato la loro vita a questo scopo, raggiungendo conclusioni che sono state riconosciute e approvate dalla maggioranza di quelli che ritengono la Sacra Bibbia essere autentica Parola di Dio, di cui il testo è effettivamente ispirato e garantito da Dio stesso.

Benché non esista nessuna traduzione che sia formalmente o ufficialmente riconosciuta come l’unica e perfetta, abbiamo in italiano, e in moltissime lingue, delle traduzioni che sono largamente riconosciute come Parola di Dio da credenti di chiese fedeli alla Bibbia, e quindi degne di fiducia e di diffusione. Siamo pienamente convinti che Dio abbia protetto i testi antichi da contaminazioni e che abbia guidato i traduttori fedeli nel realizzare queste versioni che usiamo.

Perciò, è giusto che, come tu hai accennato, chi predica o insegna oggi consideri e tratti la sua Bibbia come Parola di Dio e proponga quelle precise parole come rivelazione di Dio per l’uomo. E che respinga ed escluda l’uso di traduzioni personali, o di gruppi e movimenti non ritenuti dottrinalmente sani e fedeli alle Scritture.

Per concludere, però, ti devo avvertire che la sola lettura o recitazione pubblica della Bibbia non può essere considerata un ministero completo. “Predicare” o “insegnare” la Bibbia, nelle riunioni della chiesa o in gruppi di studio biblico, significa spiegare il senso del testo biblico, chiarendo il significato delle parole, delle frasi, delle usanze, della storia e delle dottrine contenute nel testo biblico.

Più leggi, mediti e impari, anche a memoria, le parole stesse della Bibbia, più le amerai e praticherai, meglio le spiegherai e più felice sarai a farlo.

Perciò, che sia negli studi biblici, nell’evangelizzazione o nelle conversazioni personali, le tue parole, pesate e conformi alla verità biblica, espresse con semplicità e umiltà, saranno importanti e convincenti. Che Dio ti benedica. n
—Guglielmo


 
Ristampa dal marzo 1964

Un pizzico di sale

“Questa storia mi fa piangere” disse Davide con gli occhi lucidi. Anche Deborah e Daniele erano terribilmente seri dopo che Mamma aveva finito di raccontare la storia, successa almeno cento anni fa, di una ragazza di sedici anni, morta nella bufera di neve, per salvare i suoi due fratellini, sperduti con lei nella tormenta.
“Ma è proprio una storia successa davvero?” chiese Deborah. “Janet è proprio morta?” “Sì.”
“Ma lei amava Gesù?” chiese Daniele. “Sì” rispose Mamma. “Non ti ricordi che lei e i fratelli avevano pregato che qualcuno li venisse a trovare?”
“Ma, allora, perché Dio fa succedere le cose tristi anche a quelli che vogliono bene a Gesù?”
“Dio sa quello che fa” spiegò Mamma. “Probabilmente Lui sapeva che la cosa migliore per Janet era andare in cielo in quel momento, e così l’ha presa con sé.”
“Ma la sua mamma e il suo papà avranno pianto...” disse Davide. “E i suoi fratellini saranno dovuti andare a scuola da soli” continuò Deborah.
“Io sarei molto triste se Stefanino morisse... Ma i bambini piccoli non muoiono, vero Mamma?” disse Daniele.
Mamma attirò a sé i suoi piccolini, ingolfati in pensieri più grandi di loro e si mise a parlare piano piano: “Adesso ascoltatemi bene perché sono cose un po’ difficili. Quando papà vi dice di fare certe cose, come fare il pisolino o mangiare le lenticchie, vi piace?” “No” fu la risposta unanime.
“E voi piangete?” “Deborah e Davide sì!” esclamò Daniele. “Anche tu!” accusarono gli altri due.
“Beh” continuò Mamma, “papà sa che il pisolino vi fa diventare più felici e che le lenticchie vi fanno diventare più forti. Però voi non lo capite e piangete. È un po’ lo stesso fra Dio e noi. Certe volte Egli fa succedere delle cose che ci fanno diventare tristi, ma Egli sa che ci fanno del bene. Anche quando fa morire qualcuno che amiamo... La morte è una cosa un po’ triste, ma Dio dice nella Bibbia che è bella per quelli che amano Gesù. Perché Egli li viene a prendere in braccio e li porta nella città di luce, con le porte di perle e le strade d’oro.”
“E poi quando saremo tutti morti, saremo di nuovo tutti insieme e avremo finito di morire!” concluse trionfante Daniele.
E non c’era più niente da spiegare. Nessuno poteva dire qualche cosa di più vero e di più completo.

 

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La VOCE febbraio 2018

Secondo i dati pubblicati dall’ISTAT in Italia ci si sposa sempre meno mentre aumentano le convivenze, così come aumentano anche le unioni civili tra i gay. È un triste quadro della società, a conferma di quello che la Bibbia dice riguardo la natura umana.

Conoscendo le Scritture, è una tendenza che non ci sorprende affatto, ma d’altra parte questa statistica dovrebbe spingerci, sia individualmente che come chiese, ad avere le idee chiare sull’importanza del matrimonio cristiano e della famiglia.

La società, con le sue teorie antibibliche e i ragionamenti che non tengono conto di Dio, cerca in tutti i modi di imporsi sulla nostra morale. C’è da domandarsi se le guide delle nostre chiese stiano all’erta facendo tutto il possibile. Il possibile per istruire e preparare i credenti a essere un punto di riferimento di eccellenza morale e di coerenza di fede per un mondo in cui le relazioni basilari vanno sempre più alla deriva a causa dei valori tradizionali messi in discussione.

Come sono i matrimoni oggi? Funzionano davvero come dovrebbero?
In che modo stiamo aiutando i nostri giovani a essere preparati a cercarsi un marito o una moglie?

A che età dovremmo cominciare a istruire i ragazzi sul matrimonio, il rapporto più importante e duraturo della loro vita? Ci stiamo pensando? Stiamo adempiendo il nostro dovere adeguatamente?

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I privilegiati | Lezioni d'amore | Il peccato imperdonabile



Adorare chi?

Ogni credente adori il Signore! È un comando che suscita diverse reazioni.

Gesù ha detto: “Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori” (Giovanni 4:23).

Ovviamente adoriamo Dio quando ci riuniamo come chiesa. Alcuni pensano che sia il momento del canto. Altri dicono che l’adorazione comprende anche la cena del Signore. Ma allora l’offerta non ne farebbe parte? E la predicazione?

A guardare bene, l’affermazione di Gesù va ben oltre questi momenti speciali durante il culto.
L’adorazione, infatti, non è solo un singolo atto. Agli occhi di Dio, lo si fa per tutta l’eternità. L’uomo è stato creato per adorare Dio ogni momento della sua esistenza.

Adorare, in essenza, significa prostrarsi davanti a Dio, in senso proprio o figurativo, riconoscendo che Egli è il sovrano a cui dobbiamo la nostra gioiosa sottomissione e che siamo tenuti a onorare con ogni cosa che facciamo.

Il primo capitolo della lettera ai Romani descrive lo stato naturale di ogni persona non convertita. L’uomo ha mutato l’oggetto della sua adorazione: invece del suo Creatore, adora le cose create. Per questo, tutta l’umanità è sotto la condanna di Dio. Adorare cose sbagliate porta l’uomo a pervertire l’ordine divino delle relazioni tra uomo e donna: non solo abbraccia l’omosessualità come un comportamento naturale, ma travia anche il concetto del matrimonio stesso.

Dio ci avverte di non essere il punto di riferimento a noi stessi: “Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo” (1 Giovanni 2:15,16).

Per chi ama il mondo, appagare i propri desideri, lottare per avere quello che non si ha e inseguire posizioni prestigiose è il tutto della vita. Ogni sua scelta rispecchia queste priorità. È il modus operandi che guida il non credente.

Tuttavia è un atteggiamento che troppo spesso si insinua anche nelle scelte dei credenti. Certo, sappiamo impacchettare bene le nostre intenzioni con una bella parvenza di spiritualità; preghiamo di essere guidati dal Signore, ma poi prendiamo le decisioni seguendo le concupiscenze umane.

I credenti, però, non possono e non devono adorare se stessi, ma solo Dio!

HAI MAI PENSATO CHE DEVI ADORARE DIO NEL TUO MATRIMONIO?

La delusione nella vita coniugale, in molti casi, nasce proprio dall’idea sbagliata che dev’essere il coniuge a soddisfare i nostri desideri. Così, nel migliore dei casi, finiremo per piangerci addosso, e, nel peggiore, diventeremo amareggiati e pieni di rabbia. In ogni caso è adorare se stessi.

Adorare Dio, invece, vuol dire riconoscerlo in ogni cosa (vedi Proverbi 3:5-8), arrendersi a Lui e sottomettergli ogni aspetto della propria esperienza matrimoniale.

Ecco cinque verità da tener sempre presenti se vogliamo adorare Dio, anziché noi stessi, nel nostro matrimonio.

1.    Il marito o la moglie che abbiamo è il dono personale di Dio
“Chi ha trovato moglie ha trovato un bene e ha ottenuto un favore dal Signore” (Proverbi 18:22). Dio non aveva creato l’uomo per vivere da solo. Gli ha dato la donna per essere la sua compagna e l’aiuto ideale.

2.    Tutto ciò che Dio dona è buono
“Ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento” (Giacomo 1:17). Dio è intrinsecamente buono, perciò tutto ciò che fa e permette è sempre per il nostro bene e per la sua gloria.

3.    Dio ha promesso di provvedere a tutto quello di cui abbiamo bisogno
“Il mio Dio provvederà a ogni vostro bisogno, secondo la sua gloriosa ricchezza, in Cristo Gesù” (Filippesi 4:19). Vuol dire che lo farà anche nei momenti più bui del nostro matrimonio. Ma ricordiamoci che è Lui a definire di che cosa abbiamo bisogno, non noi con i nostri desideri e concupiscenze.

4.    Essere governati dai nostri desideri umani condurrà sempre al peccato
“…ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce. Poi la concupiscenza, quando ha concepito, partorisce il peccato; e il peccato, quando è compiuto, produce la morte” (Giacomo 1:14,15). Vivere da frustrati fa diventare lamentosi, rende la vita amara e produrrà sempre il peccato, mai l’adorazione a Dio.

5.    La gratitudine produce soddisfazione e sottomissione
“…in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1 Tessalonicesi 5:18).
Accettare la nostra posizione di totale dipendenza da Dio, riconoscendogli l’assoluta signoria sulla nostra vita, produce un benefico frutto di pace, gioia e amore nei confronti suoi e del nostro coniuge.

La vita coniugale cristiana non sarà mai perfetta, perché siamo sempre peccatori. Dio desidera, però, che nel matrimonio, la nostra adorazione per Lui sia completa, ininterrotta e visibile agli altri. La nostra testimonianza sarà influenzata dal modo in cui conduciamo il nostro matrimonio.


 

I PRIVILEGIATI

C’è un gruppo particolare di persone nella chiesa che non sappiamo sempre come prendere.

I bambini saranno difficili, ma a loro ci pensano i genitori. Le giovani coppie forse arrancano nell’educare i figli, ma glielo stiamo insegnando negli incontri mirati per loro. Le persone anziane sono degli enigmi, specialmente se vedove, ma trovano la loro nicchia nella vita della chiesa.

I single, però, arrivati a una certa età, sono difficili da collocare.

Ad un certo punto, continuare a far parte del gruppo dei giovani diventa senza senso per loro. Hanno interessi e esigenze diversi, poco conciliabili con quelli dei giovani ancora immaturi e spensierati. Il problema più grande per un adolescente è la scuola o la ricerca del primo lavoro. Gli adulti non sposati vivono ormai realtà diverse.

I loro coetanei sposati sono presi dalle mille responsabilità di famiglia. Hanno le mani piene con i figli. I single rimangono un po’ in una terra di nessuno se non hanno parenti vicino. E nelle chiese non ce ne sono molti così. Vorrebbero pure sposarsi, ma manca la materia prima. Sono pesci fuor d’acqua e faticano a integrarsi con il resto della comunità.

Rosa, durante le feste, si offre sempre volontaria al lavoro, tanto rimanere da sola a casa è una malinconia infinita. Così almeno dà l’opportunità ai suoi colleghi di festeggiare in famiglia. Beati loro!
Carlo è deluso. Avrebbe potuto frequentare delle amiche al lavoro e iniziare una relazione con loro, ma non l’ha fatto. Sapeva come sarebbe andato a finire e non voleva rischiare. I loro princìpi e i modi di fare sono contrari a Dio. Sapeva che fidanzarsi con una non credente allo scopo di evangelizzarla è una trappola bella e buona.
Tina ormai ha la reputazione di essere una zitella senza speranza. Non è più “da sposare”. Ma se c’è qualcosa da fare in chiesa si può sempre contare su di lei; il tempo ne ha. Ne ha sempre avuto. È sempre stato così.
Marco non lo ammette, ma si sente tremendamente solo. E ne soffre. Ma questa sua solitudine lo ha fatto diventare sempre più egoista e meno socievole, al punto che chi lo conosce non lo augurerebbe come marito neanche alla peggiore nemica.

Rosa, Carlo, Tina e Marco non sono casi limite. Nel silenzio, molti credenti vivono con difficoltà il loro essere single e faticano a trovare il loro posto, il loro ruolo nella chiesa.

Sembra scontato, ma dovremmo pregare per le persone sole. Non soffermiamoci a considerarle in modo superficiale. Preghiamo per la loro solitudine, per la tentazione che hanno di intraprendere relazioni sbagliate, per il loro scoraggiamento e per la loro ricerca di un marito o una moglie.

Coinvolgiamoli nelle nostre famiglie, invitiamoli a pranzo, specialmente la domenica, e facciamoli partecipi nelle feste di famiglia.

Pietro descrive il bellissimo modo in cui dobbiamo amarci: “Avendo purificato le anime vostre con l’ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amore fraterno, amatevi intensamente a vicenda di cuore” (1 Pietro 1:22)

Proprio perché Dio ci ha trasformati dobbiamo amarci intensamente. La parola intensamente contiene l’idea di una mano tesa, di andare incontro a coloro che hanno bisogno di essere amati.

Questo non vuol dire che tutte le persone sole siano facili da amare. Alcuni, forse per protezione, sembrano essersi costruiti un’armatura addosso per dimostrare che non hanno bisogno di nessuno. Per molti versi sono autosufficienti – lo sono dovuti diventare – ma hanno bisogno di essere amati! E vanno protetti dal diventare persone “difficili da sposare”.

È fondamentale che la chiesa sia un posto dove i nostri single, anche con l’avanzare degli anni, possano continuare a sviluppare quelle qualità che faranno di loro mariti e mogli secondo il cuore di Dio.

Se come chiesa dobbiamo essere un posto di gioia e progresso spirituale per i single, anche loro hanno cose a cui fare attenzione. Paolo diceva che i credenti single avrebbero avuto più tempo per servire il Signore. Che spreco allora se, essendo soli, diventano sempre più concentrati su se stessi, gelosi del loro tempo e meno disponibili verso gli altri. Così non solo servono meno il Signore, ma diventano anche meno adatti a una vita in coppia.

Se sei single, valuta la tua vita, forse con l’aiuto di un credente maturo, per vedere se non stai diventando troppo possessivo del tuo tempo libero. Perché vivere per se stessi produce anche un altro effetto negativo. Quello di essere poco flessibili e poco pronti a confrontarsi con gli altri. Zitellona o zitellone non descrivono solo uno stato civile, ma connotano purtroppo degli atteggiamenti tristi.

Voglia il Signore portare persone sole nelle nostre chiese! E possano loro trovare la chiesa un posto dove essere amate e dove servire. E dove, presto o tardi, poter trovare un marito o una moglie credenti. È la chiesa il luogo dove godere i privilegi dell’essere single e affrontare le difficoltà da non sposati. È dove il Signore si prende cura dei suoi e dove si sviluppano le qualità che faranno diventare credenti maturi che, a loro volta, aiuteranno i single che li seguiranno.

Essere single è un’opportunità per tutti, preghiamo che il Signore benedica ognuno.


 

Lezioni d'amore

Mi ricordo quando mio figlio più grande è tornato a casa dicendo che suo fratello si era sposato. Avevano 8 anni l’uno e 6 l’altro. Tutto gasato raccontava che era stato lui a sposarli, officiando al matrimonio con tanto di promesse, ma senza il bacio della sposa.

Oggi Giordano è sposato per davvero con una bravissima donna ed è padre di quattro figli. Chissà quando uno di loro un giorno si “sposerà” per gioco...

Quando sono ancora piccoli, i bambini giocano a genitori e figli. Poi, a scuola, vengono ben presto esposti ad altri tipi di relazioni: tra ragazzi e ragazze. L’età in cui gli adolescenti cominciano ad avere rapporti sessuali si è oramai abbassata tanto dai tempi dei nostri genitori. Grazie anche ai telefonini e computer, i bambini di oggi sono facilmente esposti a pornografia e relazioni impensabili solo pochi anni fa.

Pur sapendo questo, molti genitori sembrano avere paura di cominciare a parlare ai loro figli delle relazioni tra ragazzi e ragazze. Temono che sia troppo presto, che li incoraggerebbero solo a esplorare le relazioni prematuramente.

Sicuramente bisogna tener conto di ogni fase di sviluppo del bambino per educarlo in modo appropriato, ma nascondere la testa sotto la sabbia è controproducente, se non dannoso.

Il miglior modo per i genitori di cominciare a preparare i figli al matrimonio è predicando loro il vangelo. Non è mai troppo presto! Anzi, prima lo cominci, meglio è.

Quando insegni al tuo bambino cosa è giusto e cosa è sbagliato, e che le sue azioni sbagliate hanno delle conseguenze, lo stai già preparando a comprendere il peccato e il vangelo.

“Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere; anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà” (Proverbi 22:6). La condotta giusta, anche nel matrimonio, si impara dalla Parola di Dio. Devi insegnare a tuo figlio la Bibbia.

Bisogna cominciare da subito a insegnare loro quali siano i comportamenti dei maschi e quali delle femmine, previsti da Dio. Oggi la società sta facendo tutto il possibile per confondere e sopprimere le distinzioni e i ruoli naturali che Dio ha creato facendoci uomini e donne.

Ovviamente, preparare i nostri figli per un matrimonio felice richiede anche molto altro. Insegnare a svolgere coscienziosamente i compiti in casa, a servire con gioia, a sacrificarsi, a sottomettersi di buon grado, a cedere per andare d’accordo, a chiedere perdono e perdonare, sono tutti atteggiamenti fondamentali per un matrimonio che funzioni davvero.

Non servirà a molto dire che il futuro coniuge di tuo figlio deve essere credente (cosa fondamentale e imprescindibile!) se trascuri tutto questo. Sin da piccolissimo, hai bisogno di inculcargli tutti gli aspetti che lo prepareranno per una vita sana. Ed è qui che l’esempio dei genitori diventa insostituibile. Come vi trattate in coppia? Come vi parlate?

In che modo dimostrate di essere una moglie e un marito cristiani?

Giocare al matrimonio o al fidanzamento all’asilo può essere buffo e carino da raccontare, ma un giorno il tuo bambino si sposerà davvero. State facendo come genitori tutto il possibile per prepararlo? Pregate per i vostri figli e poi agite di conseguenza.


 

Il peccato imperdonabile

– Guglilelmo risponde, 2018

Caro Guglielmo,
ti scrivo per conto di una mia cara sorella che desidera sapere cos'è la bestemmia contro lo Spirito Santo. Lei teme di aver commesso questo peccato e non si dà pace, questo pensiero la tormenta.
Ti ringrazio per una tua risposta, che Dio ti benedica,  
(C.R.)

Hai forse commesso, coscientemente o no, un peccato che non potrà mai essere perdonato? È possibile essere respinti da Dio, anche se si prega sinceramente per il suo perdono? Sei tu, senza volerlo, destinato immancabilmente all’inferno?

A volte, certe affermazioni bibliche sembrano difficili da capire. Ma tre semplici domande possono rivelare il vero significato di un passo apparentemente oscuro e aprire il nostro cuore alla gioia del perdono divino e alla sua incommensurabile grazia.

1.    Chi, per l’esattezza, ha fatto l’affermazione in questione?
2.    A chi di preciso è rivolta l’affermazione?
3.    Qual era l’argomento di cui si parlava, a cui la dichiarazione si riferisce?

Nel vangelo di Matteo 12:31, Gesù, il Figlio di Dio, colui che ha dichiarato di essere “la via, la verità e la vita”, affermava con massima serietà: “Ogni peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini; ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata.”

L’ha detto Gesù! Ciò che Gesù dice deve essere creduto come verità.

A chi, precisamente, Gesù fece questa sua affermazione?

Sempre in Matteo 12, cominciando dal versetto 23, vediamo Gesù coinvolto in una lunga conversazione con i farisei che comprende anche il versetto 31. Egli ha fatto la sua dichiarazione riguardo alla bestemmia contro lo Spirito dopo che questi, le autorità religiose, avevano attribuito i suoi miracoli non a Dio ma alla figura di “Belzebù, principe dei demòni”, cioè a Satana (v. 24).

Gesù attestò con molta chiarezza che quelle autorità religiose, invece di riconoscere l’indubbia opera di Dio, agivano perversamente e che deliberatamente, contrario a ogni evidenza, insistevano nel dire che Gesù lavorava per conto di Satana. Egli dichiarava quindi che questa falsità dei farisei era una vera bestemmia contro Dio stesso, perché travisava l’opera dello Spirito di Dio.

Questa affermazione che qualcuno forse trova complicata è, invece, chiarissima. Gesù dichiarava ai farisei ciò che era vero nel loro caso: attribuendo l’opera di guarigione e salvezza di cui erano stati testimoni oculari a Satana piuttosto che a Dio, non gli restava nessun altro a cui rivolgersi per la salvezza o il perdono. Rifiutando e bestemmiando Dio, hanno peccato contro la grazia, contro il perdono stesso, rendendo impossibile trovare alcun perdono.

Concludiamo il discorso. Il credente in Cristo che teme di avere commesso “il peccato imperdonabile” si sbaglia, forse ingannato da Satana stesso così che non osi chiedere il perdono dei suoi peccati e dubiti che Dio voglia o possa perdonarlo.

Gesù quella sua dichiarazione, così chiara e secca, l’ha fatta agli uomini che lo contraddicevano pubblicamente e lo offendevano, ma non a te che credi in Lui, né alla gente che ti circonda.

A tutti gli altri Egli ha detto, come riportato nel Vangelo di Matteo 11:28: “Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati, e io vi darò riposo.” Chiunque abbia problemi, che affronti il dolore, che non sappia dove cercare aiuto, è invitato calorosamente dal Salvatore stesso a venire a Lui.

Non ti senti degno? Non sei della “sua religione”? Ti sei comportato male? Gesù stesso ha promesso: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete” e “Tutti quelli che il Padre mi dà verranno a me; e colui che viene a me, non lo caccerò fuori” (Giovanni 6:35,37).

Ti risulta che Gesù abbia mai cercato scuse per respingere qualcuno che lo voleva conoscere e vivere vicino a Lui? No di certo. Piuttosto, invitava le grandi folle a venire a Lui, ad ascoltarlo e a credere in Lui. E quando avevano fame, provvedeva Lui stesso cibo per migliaia di affamati.

Chi desidera davvero conoscere Dio, il suo perdono e la sua grazia nelle prove della vita, non deve nascondersi per paura, ma correre subito verso di Lui e il suo amore. Come ha scritto l’apostolo Giovanni: “Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che vi annunciamo: Dio è luce, e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che abbiamo comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, abbiamo comunione l’uno con l’altro, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (1 Giovanni 1:5-7).

Chi mai vorrebbe, per scelta propria, evitare Dio e perciò patire i dolori, i pesi, le sconfitte della vita quotidiana da solo?! Sarebbe una scelta assurda, basata su informazioni sbagliate, dettata casomai dall’essere delusi dalla religione o dai religiosi, certamente dovuta a una confusione accecante e assordante.

Se non conosci l’amore, la potenza, il conforto di Dio nella tua vita, non indugiare! Non rimanere bloccato dalla paura di sbagliare o dalla convinzione malinformata che “la fede” non fa per te. La religione, di sicuro no, ma Dio, sì!

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La VOCE gennaio 2018

Il 2017 è passato ormai e non tornerà. È stato un anno da dimenticare o da ricordare?

Se siamo onesti, dobbiamo ammettere che ci sono stati momenti e aspetti dell’anno che preferiremmo dimenticare. E si spera che le difficoltà finanziarie, fisiche, nel lavoro e nei nostri rapporti con le persone non si ripetano più. Non è forse questo il motivo di tante usanze che fanno parte delle festività di fine anno?

I “botti”, i fuochi d’artificio, oltre a salutare e festeggiare il nuovo anno, in origine avevano anche il significato di cacciare via tutte le vecchie influenze negative.

Un tempo, in alcune città, camminare per le strade a mezzanotte del 31 era pericoloso a causa dell’abitudine diffusa di buttare dalle finestre cose di cui ci si voleva disfare. A Roma, per esempio, lasciando l’automobile parcheggiata fuori, rischiavi di ritrovarla “incastonata” da una poltrona gettata giù da un balcone.

Anche la cena del capodanno è piena di tradizioni che si crede portino fortuna ai commensali, tipo le lenticchie che, come simbolo di soldi, auspicano copiosi guadagni durante l’anno. E allo scoccare della mezzanotte tutti pronti a brindare per un futuro migliore.

Come credenti, abbiamo la libertà di festeggiare o meno il nuovo anno, sapendo che il nostro futuro non è condizionato da tradizioni scaramantiche, ma è nelle mani del nostro Padre celeste. Ma Dio vuole che ricordiamo o dimentichiamo quello che è passato?

Pensiero sbalorditivo

“Benedici, anima mia, il SIGNORE e non dimenticare nessuno dei suoi benefici” (Salmo 103:2). 

Ecco, non importa cosa ci sia successo durante l’anno, Dio si aspetta che non dimentichiamo quello che Lui ha fatto per noi.

Se lo conosciamo, se Egli è il nostro Salvatore, desidera che la nostra vita sia vissuta alla luce dell’immensa grazia che abbiamo ricevuto. Il punto di partenza è che, come peccatori, non meritiamo nulla di buono da parte di Dio, santo e perfetto. Anzi, il nostro comportamento richiedeva la giusta, severa condanna.

Non dobbiamo dimenticare, allora, che ogni momento vissuto nella realtà della sua grazia infallibile è una benedizione sbalorditiva.

È un pensiero assolutamente sbalorditivo: “Che cos'è l'uomo perché tu ti ricordi di lui o il figlio dell'uomo perché tu ti curi di lui?” (Ebrei 6:2).

Ti è sembrato che Dio si fosse dimenticato di te? Che non ti abbia curato come ti saresti aspettato? Hai pensato che avresti meritato di meglio? Carissimo amico, Dio non si dimentica dei suoi!

Egli non può rinnegare se stesso: in piena coerenza col suo carattere, tutto quello permetterà sarà per il nostro bene.

Ascolta queste parole: “Il SIGNORE è pietoso e clemente, lento all'ira e ricco di bontà. Egli non contesta in eterno, né serba la sua ira per sempre. Egli non ci tratta secondo i nostri peccati, e non ci castiga in proporzione alle nostre colpe. Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così è grande la sua bontà verso quelli che lo temono” (Salmo 103:8-11).

Non mi stancherò mai di ripetere queste verità: Dio è perfetto e la sua saggezza è senza limiti. È anche onnipotente, capace perciò di mettere in atto il suo proposito benevolo. Nessuna prova dura un minuto in più di quello che possiamo sopportare o di quello che serve per adempiere in noi i suoi scopi eterni. Infatti, il salmo 103 dice anche che Dio sa bene che siamo deboli, nient’altro che polvere. Perciò ogni evento nella nostra vita è attutito attraverso l’imbottitura del suo amore immutabile e eterno.

Questo è senz’altro qualcosa che non dobbiamo mai dimenticare. Ci aiuterà a cominciare l’anno con una pace e una fiducia che ci sorprenderanno, meravigliando anche le persone intorno a noi. Infatti, è proprio questo ciò che significa vivere alla gloria di Dio: le persone vedono la sua opera in noi mentre ci osservano lodarlo anche nelle circostanze avverse.

PERÒ DIMENTICA…

Se hai fatto qualcosa di buono, non ti fermare. Anzi, dimenticalo, come se non l’avessi fatto!

Paolo scrive: “Fratelli, io non ritengo di averlo già afferrato; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù” (Filippesi 3:13,14).

Se c’è una parola che descrive bene cosa desidera Dio da noi in questo nuovo hanno, è la parola progresso. Dio vuole che, dimenticando tutto ciò che ci vuole frenare, protendiamo verso la mèta eterna. Se abbiamo avuto dei successi, Egli non vuole che ci adagiamo su di essi, come se fossimo già arrivati al traguardo.

Anzi, per sapere con certezza che non siamo ancora arrivati, basta controllare se siamo vivi. Sei vivo? Allora hai altra strada da fare. È meglio che tu ti metta a correre senza perdere tempo pensando di essere ormai giunto alla mèta.
L’idea del correre dovrebbe darci anche un senso d’urgenza: non c’è molto tempo ma c’è molto da fare. Ci sono altri che hanno bisogno di te!

Se sei ancora vivo è perché Dio ti vuole usare nella vita di altre persone.

Forse pensi di non essere degno che Dio si serva di te per aiutare gli altri, perché hai fallito. Anche quello devi dimenticare. Dio vuole che ti rialzi e che continui a servirlo con fedeltà nonostante la tua caduta. Non sarà tutto come prima, ma ci sarà del progresso  e Dio ti userà come vuole Lui.

PROMESSE DA RICORDARE

  • “Egli dà forza allo stanco e accresce il vigore a colui che è spossato.” Isaia 40:29
  • “Tu, non temere, perché io sono con te; non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio; io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo con la destra della mia giustizia.” Isaia 41:10
  • “Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data.” Giacomo 1:5
  • “Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità.” 1 Giovanni 1:9
  • “Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi.” Giovanni 8:36
  • “Il mio Dio provvederà a ogni vostro bisogno, secondo la sua gloriosa ricchezza, in Cristo Gesù.” Filippesi 4:19
  • “Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.” Salmo 23:4
  • “Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.” Romani 8:28

Mutevolmente al passo coi tempi

Sotto le feste, a casa nostra si fanno sempre tante foto di gruppo. Adesso più che mai, con tutti i cellulari ognuno scatta un suo ricordo personale della serata. Guardando le vecchie foto salta all’occhio quanto siamo cambiati negli anni: quel taglio di capelli o il modo di vestire che andava tanto all’epoca… Oggi sarebbe impensabile.

Ogni anno nascono nuove tendenze e quello che un tempo era un must, oggi è appeso nell’angolo più remoto dell’armadio. L’industria della moda sa quello che fa: ci spinge a spendere soldi. Cambia la punta delle scarpe, la larghezza delle cravatte, i colori dei vestiti, l’orlo dei pantaloni… E se non aggiorni il tuo guardaroba, rischi di sentirti fuori posto, fuori moda. Almeno è quello che vorrebbero loro.

Nella sfera spirituale, è possibile sentirsi fuori moda? Le tendenze cambiano. Guardandoti intorno, ti senti fuori posto o al passo coi tempi?

Forse, come credenti, siamo più restii degli altri a seguire i mutevoli usi e costumi della società, ma anche noi corriamo il pericolo di venir risucchiati in questo costante bisogno di aggiornamenti indispensabili.

Non è un fenomeno nuovo, anche se adesso è più esasperato. Era previsto sin dall’inizio che, nel tempo, la chiesa sarebbe stata tentata a cedere al cambiamento per assecondare la mentalità della società.

Per questo Dio ha ispirato l’apostolo Paolo a scrivere a Timoteo di stare in guardia da questo pericolo: “Ti scongiuro, davanti a Dio e a Cristo Gesù che deve giudicare i vivi e i morti, per la sua apparizione e il suo regno: predica la parola, insisti in ogni occasione favorevole e sfavorevole, convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza. Infatti verrà il tempo che non sopporteranno più la sana dottrina, ma, per prurito di udire, si cercheranno maestri in gran numero secondo le proprie voglie, e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, sopporta le sofferenze, svolgi il compito di evangelista, adempi fedelmente il tuo ministero” (2 Timoteo 4:1-5).

Se c’è una cosa che è diventata assolutamente fuori moda è quella di parlare di peccato.

Mai dire che il peccato porta delle conseguenze serie. Mai accennare al giudizio o all’inferno, se no, la gente si stranisce. Meglio parlare di alienazione, difficoltà, sbagli... Senza offendere. Senza colpevolizzare nessuno.

È già successo in Svezia e negli Stati Uniti, e presto potrebbe succedere anche da noi di passare guai giudiziari se si parla di omosessualità come peccato. O se facciamo sentire male qualcuno dicendogli la verità sul gender che ha scelto.

Oltre al peccato, sulla lista sempre più lunga delle dottrine obsolete c’è anche l’inferno, i sei giorni letterali della creazione, la nascita di Gesù da una vergine, la signoria di Cristo, l’inerranza delle Sacre Scritture… Infatti la parola “dottrina” stessa è sempre più demodé. Adesso bisogna accogliere tutte le opinioni, anche le più discrepanti: nessuno deve sentirsi fuori posto. Accettare tutti anche a costo di compromettere la verità.

Ma l’apostolo Paolo scrive con tono grave e autorevole: “Ti scongiuro, davanti a Dio e a Cristo Gesù… predica… insisti.. convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza.”

Sì, ci vuole pazienza. Soltanto non a scapito delle verità eterne che, al contrario della moda, non passeranno mai.

Ci sono alcuni motivi per cui noi credenti siamo tentati di adeguarci al tenore spirituale del mondo e di adottarne i modi di ragionare, parlare e agire. Uno è che non ci piace essere tacciati come quelli attaccati a realtà ormai passate. L’uomo contemporaneo dev’essere aperto ad altre opinioni e realtà. Deve accettare che la morale non è statica, ma cambia insieme alla società. Dio, però, non ci ha chiesto di essere popolari ma fedeli! (cfr. Romani 12:2; Colossesi 2:8; Ebrei 13:9; Apocalisse 2:25)

Un altro motivo può essere che vorremmo sentirci in qualche modo più rilevanti nella società, più approvati. Essere in pochi ci fa sentire emarginati. Ma i veri credenti erano emarginati e perseguitati già duemila anni fa. Seguire Cristo non andava certo di moda ai tempi della prima chiesa. E come noi, anche i primi credenti subivano delle pressioni da i non credenti per scendere a compromessi nella fede.

Le novità spirituali si insinuano nelle chiese subdolamente, piano piano. I cambiamenti non vengono mai in modo eclatante, ma graduale. Cercando di essere più attenti e accomodanti alle esigenze e preferenze delle persone che non conoscono Dio, si finisce prima o poi per compromettere anche le verità bibliche.

Come si salveranno, se nessuno gli dice che sono sotto l’ira di Dio per il loro peccato? Basteranno un’atmosfera accogliente e le musiche orecchiabili a convincerli!? Ecco perché Paolo scongiura i credenti a essere vigilanti. Tanto più, perché a  volte questi attacchi provengono proprio dall’interno della chiesa stessa.

È facile capire a cosa si riferiva Paolo quando scriveva ai credenti del suo tempo di essere pazienti e di sopportare le sofferenze, ma che cosa ha a che fare con noi? Che bisogno c’è di soffrire? Forse è proprio la nostra voglia di evitare ogni tipo di sofferenza che ci rende propensi a non essere troppo attaccati alla dottrina. Ma se Gesù ha detto che avremmo avuto tribolazione, ce la dobbiamo aspettare e dobbiamo essere pronti ad affrontarla nel modo che onori Dio.

Con quali propositi stai cominciando il nuovo anno? Il bisogno di evangelizzare non è certo diminuito negli anni. Milioni di persone intorno a noi sono dirette verso una morte eterna senza speranza. Saranno alla moda, ma la loro fine sarà terribile.

Paolo termina questo passo con le parole solenni: “Adempi fedelmente il tuo servizio.” La mia sarà una domanda superflua, ma te la faccio lo stesso: Ce l’hai un sevizio preciso in chiesa? Cosa stai facendo? Come lo stai adempiendo? La mia preghiera è che tu possa avere lo zelo necessario per svolgerlo fedelmente, senza mai compromettere l’integrità del Vangelo seguendo le tendenze “alla moda” ma non bibliche.

Quale chiesa è meglio?

– Guglilelmo risponde, ristampa dal 1992

Caro Guglielmo,
Indipendentemente dalla presenza o meno nella propria città di una chiesa evangelica, in base a quali criteri il credente deve scegliere una determinata denominazione confessionale a cui appartenere?
Dato che la fedeltà al messaggio biblico dovrebbe essere la cosa in comune tra tutte le chiese evangeliche, a chi rivolgere la propria adesione?
Alla Chiesa del Nazareno, ai battisti, alle Assemblee di Dio, ai pentecostali, ai metodisti, ai fratelli, alle chiese di Cristo? Siccome tutti predicano il Vangelo, e anche se differiscono di particolari osservanze comunitarie, nessuno dovrebbe essere emarginato nella scelta.
Naturalmente, penso che lei sia orientato a consigliare la sua chiesa, ma vorrei delle motivazioni più esaurienti.
(Lettera firmata)

La tua lettera sembrerebbe un bel rompicapo. Consigliare una chiesa piuttosto che un’altra potrebbe rinnovare le guerre di religione!

Ma, forse, il problema sembra più complicato di quanto non sia. È vero che le differenze fra la maggior parte delle chiese evangeliche vanno scomparendo, con gli anni. Alcune sono nate per dare importanza ad una certa dottrina o pratica, ma spesso, col tempo, questa particolarità perde una parte o tutto il suo significato. Altre volte, le diverse denominazioni sono nate in precisi momenti storici, in una nazione o regione particolare, e anche queste particolarità perdono il loro significato con il passare degli anni (o dei secoli).

D’altra parte, sarebbe un errore credere che tutte le chiese evangeliche siano ugualmente preferibili. E questa non è un’affermazione di partigianeria. Chi legge con cura gli scritti del Nuovo Testamento si rende subito conto che una delle preoccupazioni costanti degli apostoli era combattere gli errori, e addirittura le eresie, che si intrufolavano nelle chiese (vedi Galati, 2 Pietro e le tre lettere di Giovanni per degli esempi più eclatanti). Perciò è più che probabile, se gli uomini e le astuzie di Satana non sono cambiate dai tempi apostolici, che degli errori gravi possano esistere in una o l’altra delle chiese da te nominate.

Dimostri uno scetticismo più che giustificato nei tempi attuali, di confusione e di adescamento interessato, nel temere che io ti indichi la “mia” chiesa come quella preferibile, o come l’unica giusta. Ma, si dà il caso che io non abbia nessuna posizione o titolo ecclesiastico da difendere e che nessuno dei nomi da te citati (né altri che si potrebbero citare) possono, a mio avviso, essere approvati acriticamente.

Per ridurre il succo della questione ai due elementi assolutamente essenziali, ogni chiesa deve essere giudicata su due basi. Primo, la dottrina biblica a cui effettivamente crede e che insegna e difende (non le “confessioni di fede” solo formalmente accettate). Non posso farti qui un elenco delle dottrine, sostenute biblicamente, che mi sembrano fondamentali. Però, un libro come Teologia elementare potrebbe servirti come base di ricerca.

Secondo, oltre alla sua dottrina, ogni chiesa deve essere giudicata sulla base della sua effettiva vitalità spirituale. Questa vitalità parte dall’esperienza della nuova nascita, come base per appartenervi, e continua con una vita coerente di crescita, di ubbidienza agli insegnamenti morali o etici della Bibbia, di amore e di servizio da parte dei suoi membri.

Se tu sei veramente nato di nuovo e hai ricevuto nella tua vita la presenza dello Spirito Santo, credo che tu possa usare queste indicazioni, senza pretendere di trovare la chiesa perfetta, per orientarti nel trovare un gruppo di credenti con cui adorare il Signore e crescere spiritualmente.

Un pizzico di sale

– Ristampa dal 1963

“Che cosa volete per il vostro pranzo di compleanno?” chiese Mamma.
I gemelli si consultarono, poi la guardarono increduli... “Possiamo dire noi quello che vogliamo?”

“Sì, domenica sarà il vostro compleanno e potete scegliere.” Le consultazioni furono varie, laboriose e infruttuose. Finalmente Mamma venne in soccorso dei due piccoli uomini indecisi.

“Vi piacerebbero, per esempio... per esempio... le ‘farfalle’ col sugo di pomodoro?”
“E formaggio sopra” specificò Davide. “ E poi... cotolette e insalata?” “Va bene” approvò Daniele.
“E la torta” dissero i due unanimi. Su quel punto non c’erano divergenze fondamentali.

“E come vi piacerebbe la torta?”
“Io la voglio gialla e verde” disse Daniele.
“E io rossa e rosa” soggiunse Davide. Sui colori non ci fu modo di intendersi. I due erano più cocciuti di due muli.

“E quante candele ci metterai, Mamma?”
“Cinque per Davide e cinque per Daniele.”
“E quante per me?” chiese Deborah. “Beh, tu ne hai avute tre, quando era caldo, in giugno. Adesso devi aspettare che faccia caldo di nuovo.”
“E quante per Stefanino?”
“Bisogna aspettare il caldo pure per lui...”

“Sì, ma non sono per niente contenta, perché Davide e Daniele hanno il compleanno e io no.”
“Ti lasceremo spegnere una delle nostre candele” disse Daniele. “Sei contenta che siamo così gentili?” “Però una sola” replicò Davide. Deborah accettò con condiscendenza.

Due giorni più tardi, Mamma si alzò presto per decorare la torta per non essere né vista né disturbata. E non era un problema da poco cercare di accostare quei quattro famigerati colori senza fare perdere l’appetito a nessuno... A opera finita, mentre disponeva le candeline, immaginava gli occhi lucenti dei bambini quando avrebbero visto le piccole fiammelle accese e avrebbero ascoltato con un largo sorriso un po’ imbarazzato, la canzoncina di augurio.

Mamma ricordò la gioia perfetta che lei e Papà avevano provato ogni volta che Dio (aveva affidato loro un nuovo piccolo tesoro da educare per Lui. Ma una sola nascita nella vita non basta. Cristo ha detto: “Se uno non è nato di nuovo non può vedere il Regno di Dio...” e tutti gli sforzi dei genitori devono essere tesi per condurre a Cristo i loro figli, affinché per mezzo di una fede personale e sincera “nascano di nuovo” nella famiglia di Dio.

“Mamma, tu sai una cosa?” sussurrò Daniele quando Mamma più tardi andò ad aprire le finestre della camera dei bambini. “Prima, quando tu eri in cucina a fare la torta io sono andato al gabinetto... Ma ho chiuso gli occhi per non vedere il ‘tuo’ segreto. Non ho visto proprio niente, neanche la crema rosa.”

“Neanche le candele?” chiese incredulo Davide.
“Beh, le candele sì, ma solo per un momento.”

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