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La Voce del Vangelo


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La VOCE marzo 2019

Condividere tutta la verità con amore

Come ti sentiresti se scoprissi che a un tuo caro, colpito da una grave malattia, fosse somministrato solo un placebo? Immagino la tua rabbia. Faresti di tutto per assicurargli la più efficace e appropriata terapia. 

Il placebo è una sostanza farmacologica senza alcun principio attivo. L’unico “effetto” che può avere è tranquillizzare, mentalmente, pazienti ipocondriaci, malati immaginari che non necessitano di alcuna cura reale.

Eppure, tante volte, come credenti  rischiamo di offrire alle persone un placebo al posto della verità.    

Il peccato è come una malattia mortale. Ha effetti devastanti nella vita, ma nell’eternità si vedono chiaramente le sue inesorabili conseguenze. 

Hai mai pensato che il tuo modo di parlare della fede potrebbe essere nocivo? 

Non c’è posto per il placebo nell’evangelizzazione. Credere alla verità porta risultati eterni meravigliosi. Ma un messaggio non pienamente conforme al vangelo è un inganno che ha effetti disastrosi.

Dobbiamo seguire l’esempio di Gesù. Lui non ha ammorbidito, né falsato il messaggio per non turbare la gente. Non cercava seguaci, ma discepoli!

IL VANGELO È UNA BUONA NOTIZIA 

La salvezza non costa nulla, ma seguire Gesù costa tutto. Anche se pare una contraddizione, è una verità biblica. 

Spesso si evita di parlare del costo di seguire Gesù, per non scoraggiare persone dal convertirsi. Il problema è che entrambi gli aspetti, il dono gratuito della salvezza e il costo del discepolato, sono indispensabili per una presentazione corretta e completa del messaggio di salvezza.

La buona notizia del vangelo sta nel fatto che Dio ha risolto il nostro problema del peccato e del conseguente giusto ed eterno giudizio su esso, cioè la morte. La salvezza non costa nulla, perché Gesù ha pagato tutto. 

“Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti” (Efesini 2:8,9). 

Dal momento che la salvezza è totalmente gratuita, qualunque pensiero, o azione, che insinui l’idea di dover fare qualcosa, o comportarsi in un certo modo per essere salvati, ne perverte il messaggio, rendendolo un vangelo falso, che non salva, bensì maledice.

Ogni tentativo per meritarsi la salvezza è un affronto alla persona e all’opera di Cristo. Sarebbe come dire che Gesù abbia fallito e che la Parola di Dio sia falsa, quando afferma che Gesù, “reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono autore di salvezza eterna… Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro… Infatti con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati” (Ebrei 5:9; 7:25; 10:14). 

IL VANGELO È ESCLUSIVO

Gesù ha affermato: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14:6). E l’apostolo Paolo ribadisce: “Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” (1 Timoteo 2:5).

Non ci sono altre vie per arrivare a Dio. Non ci sono altri mediatori. Credere in un’entità, una forza superiore, in un dio diverso da quello biblico, affidarsi ai santi, vivi o morti, è un falso vangelo che non salva affatto. 

“Credo in Dio a modo mio” è un’affermazione presuntuosa e pericolosa, perché non trova fondamento in quello che Dio dice nella sua Parola.

IL VANGELO RIVELA LA VERITÀ SUL TUO PECCATO

Fin qui, le persone che frequentano le nostre chiese e si considerano credenti, per la maggior parte, sono d’accordo con tutto quello che abbiamo detto. 

Ma c’è ancora un aspetto di cui dobbiamo parlare, senza il quale la presentazione del vangelo non sarebbe completa: seguire Cristo ha un costo alto. 

Alcuni lo tralasciano pensando che, casomai, sarebbe meglio parlarne dopo che l’altro avrà accettato il nostro discorso. 

Gesù, Dio incarnato, ha fatto tutto perfettamente. Studiando il suo modo di evangelizzare, sembra quasi che volesse scoraggiare le persone a seguirlo. 

Il suo messaggio consisteva in alcuni elementi fondamentali costanti. Non ha presentato la buona novella prima di aver sollecitato una consapevolezza profonda del peccato e delle sue conseguenze. 

Anche Giovanni Battista, che era stato l’apripista del Salvatore, ha predicato contro il peccato, denunciando le opere malvagie delle persone che venivano da lui. La chiamata al battesimo di ravvedimento era la preparazione perfetta per la buona notizia che Gesù avrebbe portato loro. 

Giovanni ha perso la testa a causa del suo parlare chiaro e diretto. A nessuno piace essere rimproverato per quello che fa, tantomeno essere definito un peccatore, e mai e poi mai sentirsi condannato eternamente all’inferno.

Oggi rischieremmo molto meno di Giovanni, ma saremmo sicuramente additati come fondamentalisti radicali, senza amore. È più facile parlare di soluzioni ai problemi, consigliare su matrimoni difficili, o proporre nuove amicizie piuttosto che proclamare quella fede che richiede un dietro front totale allo stile di vita e alle credenze che si avevano prima.

Invece avvertire le persone delle conseguenze del loro peccato è un vero atto di amore. Le loro coscienze potrebbero essere sollecitate dallo Spirito Santo e portate al ravvedimento. Altro che placebo!

IL VANGELO NON TEME DI ALIENARE LA GENTE

Quando Gesù era sulla terra, i suoi fratelli si stupivano che lui non volesse rendersi noto a tutto il mondo (Giovanni 7:2-7). Le folle lo seguivano già. Sarebbe bastato poco per tenersele buone: parole dolci e promesse di felicità. 

Lui invece, alzava la posta in gioco esigendo una separazione netta dal peccato e dal mondo e una resa totale alla sua autorità. 

Era perentorio anche nel definire cosa vuol dire credere in lui.

Ha detto: “Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Matteo 10:32-39).

Seguire Gesù non è un hobby. Vuol dire vivere una vita santa, moralmente pura e onesta. Questo può creare frizione e divisione con la famiglia, con gli amici. 

Essere cristiani significa morire a se stessi. Significa anche essere pronti a morire fisicamente per amore di Gesù. 

La croce che dobbiamo portare non sono le difficoltà della vita (quelle ce l’hanno anche i non credenti), ma sono le ostilità e le persecuzioni nei nostri confronti, in quanto seguaci di Cristo. 

“Ricordatevi della parola che vi ho detta: «Il servo non è più grande del suo signore». Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo ve lo faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato” (Giovanni 15:20,21).

L’amore perfetto di Dio fa parte del vangelo, ma la buona notizia diventa molto più bella quando si è pienamente consci della propria condizione di peccatori perduti.

IN TUTTO QUESTO, quando presentiamo il vangelo biblicamente, abbiamo un perfetto alleato nello Spirito Santo: “Quando sarà venuto, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato” (Giovanni 16:9-11).

È compito nostro parlare di Gesù, ma non vogliamo essere colpevoli di portare un messaggio poco chiaro, o incompleto.

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La VOCE febbraio 2019

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SCANDALO IN CHIESA – Guglielmo risponde


 

Perché dovrei accontentarmi?

Essere schizzinosi della chiesa che frequentiamo non è un lusso che ci possiamo permettere in Italia. Con più di 30.000 tra paesi e cittadine senza alcuna presenza evangelica, dobbiamo considerarci fortunati se abbiamo una chiesa da frequentare!

Il problema è che, nel piano biblico, la chiesa ha una funzione tutt’altro che marginale per un cristiano. Per crescere sano e diventare maturo in Cristo ogni credente deve identificarsi nel corpo del Signore, la chiesa: deve vivere, partecipare, servire e confrontarsi con i suoi fratelli in fede. 

Può capitare di trovarsi isolati da altri credenti, anche per periodi piuttosto lunghi, ma è un’eccezione, non la norma prevista da Dio per i suoi figli.

Oggi possiamo ovviare a questo isolamento: basta uno smartphone e puoi seguire in tempo reale riunioni e conferenze delle chiese in qualunque parte del mondo. Questo però non potrà mai sostituire una chiesa locale.  

I primi credenti si riunivano assiduamente per ascoltare l’insegnamento degli apostoli. 

A Tito e Timoteo, Paolo scrive di mettere in ordine non chiese virtuali, ma locali e reali, con problemi veri. I membri delle chiese si conoscevano tra loro. Conoscevano le loro guide. Se qualcuno veniva ripreso, si sapeva da chi. Sapevano chi s’impegnava a seguire la sana dottrina e chi invece faceva compromessi con la sua fede.

Oggi, in alcune chiese si rischia davvero di non sapere non solo chi ne faccia parte o chi siano le guide, ma anche quali siano i principi biblici che ogni membro deve seguire. Assomigliano a quei club dove si entra e si esce senza un grande senso di appartenenza e tantomeno di responsabilità. 

Sai riconoscere una chiesa sana? 

Chiese di legno, opere di fieno, fede di paglia...

1. Una chiesa sana è formata da veri credenti

Normalmente, in una chiesa ci sono sempre persone  in visita, che non ne fanno parte ufficialmente, e persone che frequentano anche regolarmente ma che non hanno mai fatto professione pubblica di fede. Non sono loro la chiesa locale. 

Una chiesa locale sana è formata da un gruppo di persone che sono chiaramente dedite alla crescita spirituale personale e quella degli altri.

“...come bambini appena nati, desiderate il puro latte spirituale, perché con esso cresciate per la salvezza, se davvero avete gustato che il Signore è buono. Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pietro 2:1-5).

Il primo segno di una chiesa sana è che sa riconoscere i veri credenti, si impegna a farli crescere, ed evangelizza coloro che non lo sono.

Si preoccupa anche di coloro che hanno fatto una professione di fede, ma non fanno progressi. Hanno assunto le abitudini e i comportamenti “giusti” per fare parte dello “stare insieme”, ma sono privi di frutti chiari di cui la Bibbia parla.

2. È dedita alla predicazione espositiva

La predicazione espositiva per molti è diventata sinonimo di un sermone arido e noioso. La colpa è dell’uso improprio dei termini. E dei cattivi esempi di predicazione pseudo espositiva. 

Il difetto è da attribuire non al metodo, ma all’applicazione d’esso. 

La migliore definizione di predicazione espositiva è la lettura del testo biblico, la sua spiegazione e la sua applicazione alla vita pratica. 

Non è un’invenzione del nostro tempo. Guarda quello che ha fatto Esdra: “Essi leggevano nel libro della legge di Dio in modo comprensibile; ne davano il senso, per far capire al popolo quello che leggevano” (Neemia 8:8).

Commentare le Scritture versetto per versetto è noioso e sterile solo nella misura in cui l’oratore non si è impegnato nel prepararsi. Pensieri sconnessi e confusi non fanno onore alla Parola di Dio.

Una chiesa sana si riconosce dall’insegnamento basato esclusivamente sulla Bibbia, non sulle opinioni o tradizioni del predicatore o della chiesa. 

L’insegnamento della Parola di Dio non è solo un aspetto della vita di chiesa, ma ne è il cuore stesso. Dev’essere costante, assolutamente biblico e praticamente applicabile alla vita dei credenti.

3. Ha guide qualificate

Lo status di alcune chiese è nel migliore dei casi confusionale, nel peggiore totalmente antibiblico.

Quando Paolo ha scritto a Tito che “Per questa ragione ti ho lasciato a Creta: perché tu metta ordine nelle cose che rimangono da fare, e costituisca degli anziani in ogni città, secondo le mie istruzioni” (Tito 1:5), è ovvio che le chiese non erano in ordine finché non avrebbero avuto guide qualificate. 

Le guide hanno un compito fondamentale: insegnare la sana dottrina, predicare la Parola di Dio, sorvegliare la chiesa e proteggerla da attacchi interni ed esterni, e pregare per ogni suo membro.

Troppe chiese moderne si accontentano di avere delle guide non qualificate o di non averle affatto. Sembra quasi un motivo di vanto per alcune. Come se avessero trovato nella “democrazia” la soluzione migliore. 

Altre chiese, senza grandi criteri eleggono e mandano via le guide come meglio credono. Poi ci sono anche guide che si dimettono, eppure continuano a dirigere la chiesa. 

La chiesa non è sana quando accantona, per scelta o per ignoranza, i chiari principi biblici riguardo a chi può guidare una chiesa locale.

4. Ha convinzioni dottrinali chiare e bibliche

“La dottrina divide, ma l’amore unisce.” L’avrai sentita anche tu questa banalità. È il sentimento di tutti gli ecumenisti: bisogna essere uniti ad ogni costo.

Dottrina però non è una parolaccia. Significa semplicemente insegnamento. La Bibbia ne è piena.

Senza insegnamento, senza dottrina, non sapremmo nulla su Dio.

Dare insegnamento è lo scopo principale della Parola di Dio. Di conseguenza la dottrina deve essere l’elemento centrale della vita di chiesa.

“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Timoteo 3:16,17).

Nei versetti che seguono quelli citati, l’apostolo Paolo comanda a Timoteo di continuare a predicare la Parola, cioè di indottrinare i credenti.

Una chiesa dove non c’è chiarezza dottrinale non produrrà mai credenti completi, forti, ben preparati, con convinzioni bibliche solide. 

5. Cura e discepola i credenti 

Curare i credenti non è lo stesso che avere dei programmi! Certe chiese sono forti nel proporre “6 sedute per i nuovi convertiti”, programmi speciali per “approfondimento spirituale”, conferenze di consacrazione ecc. L’intento è certamente nobile. Ma discepolare un credente va ben oltre questi incontri mirati, ma limitati.

È difficile che corsi e programmi intensivi da soli riescano a produrre un cambiamento concreto e duraturo. Passata l’eccitazione iniziale le persone rimangono deluse e scoraggiate. Tutto ritorna a un’apatia generale. 

Curare i credenti è un’occupazione costante che durerà fino a che il Signore non sarà tornato o la persona non sarà andata in cielo. 

Discepolare è trasmettere a qualcuno, a parole, ma soprattutto con l’esempio, come si vive da credenti in famiglia, in chiesa, a lavoro, nelle relazioni, nel tempo libero, nelle varie fasi d’età – in gioventù e in vecchiaia, in salute e in malattia. Richiede spirito di sacrificio, sia da parte del discepolo che del discepolatore.

Forse pensavi che il modello biblico potesse funzionare quando la società era diversa e meno frenetica della nostra. Il comando di Gesù però non è legato a un periodo storico particolare, bensì al concetto di avere una chiesa sana che funzioni!

“Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:19,20).

Noi tutti siamo chiamati a camminare l’uno accanto all’altro, il più maturo con altri meno preparati. Siamo chiamati a fare discepoli, indipendentemente da programmi, manuali e corsi speciali. Semplicemente, come credenti che si aiutano a vicenda nel cammino cristiano. 

E, come Gesù ha promesso, abbiamo in Lui il miglior tutore possibile per fare questo!

6. Evangelizza

Questo è un aspetto che molte chiese si prodigano a fare regolarmente. Quello che distingue una chiesa sana, però, è che parla di Gesù in modo esclusivamente biblico.

L’Italia è un paese difficile, evangelizzare è un compito arduo e per molti versi lo si fa senza grandi risultati. Spinti dal desiderio di avvicinare le persone si è tentati di adottare stratagemmi e metodi che hanno poco o niente di biblico. 

Per esempio, ho sentito parlare di metodi di evangelizzazione dove il neofita si converte quasi senza saperlo. Comincia a frequentare un gruppo, partecipa alle discussioni, si trova d’accordo con quello che si dice. Così, senza neanche aver vissuto coscientemente la transizione, abbraccia un nuovo stile di vita senza traumi o crisi di coscienza.

Non stiamo cercando di aumentare gli adepti alla nostra fede! Non usiamo parole e promesse ingannevoli per attirare persone alla nostra religione! 

Un messaggio diverso da quello storico, ortodosso, non è affatto una buona notizia, ma un messaggio che condanna le persone all’inferno.

Una chiesa sana invece predica il vangelo con tutti i suoi elementi: il peccato, l’ira di Dio, l’inferno, il ruolo unico di Cristo nella salvezza, la sua resurrezione e il suo riconoscimento come Signore e salvatore della chiesa. Il vangelo non va per il sottile, perché si tratta del destino eterno delle anime.

Il tutto condito dall’amore e dalla profonda riconoscenza per l’opera di Dio nella nostra vita.

7. Ama e difende l’unità

Forse è l’aspetto più sottovalutato nelle chiese. L’amore non è una bella aggiunta. È un elemento fondamentale e necessario.

Professare la fede senza mostrare amore tangibile per tutti i credenti non è solo una contraddizione, ma una vera e propria eresia.

“Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello” (1 Giovanni 1:20,21).

Sapevi che l’intensità del tuo coinvolgimento e la tua relazione con gli altri credenti è un elemento fondamentale della tua testimonianza? “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35).

Sottovalutare l’unità della chiesa è un grande ostacolo alla crescita dei credenti e della chiesa stessa. Le incomprensioni, le chiacchiere, i sospetti, i rancori, le invidie non sono attraenti. E non restano nascosti a lungo.

Dio ci comanda di amare i nostri nemici. Perché ameresti meno un tuo fratello con cui passerai l’eternità?

8. Osserva gli ordinamenti biblici

Il battesimo e la cena del Signore.

Il battesimo per immersione è l’espressione visibile della salvezza. In esso, in ubbidienza alle Scritture, il credente adulto testimonia la propria identificazione con la morte e la resurrezione di Gesù Cristo. Il battesimo in sé, senza una testimonianza chiara della propria salvezza e di una nuova vita, non ha alcun valore. 

La cena del Signore commemora anch’essa la morte e la resurrezione del Signore, ma laddove il battesimo esprime la salvezza, la cena del Signore ha a che fare con la santificazione del credente. 

È un momento di esame di se stessi. 

Non deve parteciparvi nessuno che ha del peccato inconfessato nella sua vita. 

Chi mangia del pane e beve del vino dimostra di avere una relazione trasparente e coerente con Dio e con gli altri membri della comunità. Infatti è scritto: “Ora ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice” (1 Corinzi 11:28).

Ogni chiesa sana osserva regolarmente questi ordinamenti. 

E ogni credente deve essere spronato a rivalutare regolarmente il proprio cammino col Signore.

9. Riconosce i doni dei credenti e li aiuta a svilupparli 

Una chiesa sana è un luogo dove i credenti sono incoraggiati a scoprire i loro doni e a metterli a servizio di Dio per il beneficio di tutti.

“Da lui tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare se stesso nell’amore” (Efesini 4:16).

 “Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il dono che ha ricevuto, lo metta a servizio degli altri. Se uno parla, lo faccia come si annunciano gli oracoli di Dio; se uno compie un servizio, lo faccia come si compie un servizio mediante la forza che Dio fornisce, affinché in ogni cosa sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (1 Pietro 4:10,11).

I doni glorificano Dio, non il credente!

10. Pratica la disciplina biblica

I problemi dovuti al peccato ci saranno sempre. Anche nelle chiese sane.

In una chiesa sana, infatti, affrontare il peccato è una priorità, perché la chiesa deve rispecchiare, per quanto possibile, la santità e la purezza di Dio. 

Nella famiglia di Dio non c’è posto per inquisizioni e processi per la condanna; il peccato deve essere affrontato biblicamente. 

Lo scopo non è quello di squalificare qualcuno, ma di correggere e aiutare i veri credenti a vivere in un modo che glorifichi Dio.

La disciplina biblica mira a ristabilire il credente che ha peccato alla comunione col Signore e con la chiesa, e a mettere in guardia gli altri a non sottovalutare la gravità e le conseguenze del peccato.

“Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta d’ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d’ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano” (Matteo 18:15-17).

Le istruzioni bibliche sono chiare. Le guide di una chiesa sana le seguono fedelmente.

11. La chiesa sana promuove la preghiera

La vita di una chiesa sana non è facile, anzi è impossibile senza l’aiuto del Signore. Perciò la preghiera deve essere la forza dietro ogni decisione e ogni compito svolto nella chiesa.

È la responsabilità delle guide pregare regolarmente per tutti i ministeri e i membri della chiesa – se l’hanno fatto gli apostoli nella chiesa primitiva, quanto più ne abbiamo bisogno noi oggi!

Tempi di preghiera, con tutta la comunità unita e partecipe, caratterizzano la vita di una chiesa sana. La preghiera promuove una consapevolezza di dipendenza da Dio e la necessità di trovare nel Signore le proprie forze. 

Credenti sani pregano gli uni per gli altri anche in privato, e questo consolida la comunione e alimenta l’amore genuino gli uni per gli altri.

Queste undici caratteristiche 

non sono un modo per fare una graduatoria delle chiese, ma sono le qualità bibliche che distinguono quei credenti e quelle chiese che vogliono onorare Dio in ogni cosa. 

Se non si è sempre attenti a tenere vive queste caratteristiche, si rischia di sostituire la centralità di Dio con l’uomo. La chiesa diventa un covo di uomini carnali, che cercano di prevalere gli uni sugli altri, e dove la soddisfazione umana diventa più importante del voler piacere a Dio. 

La Bibbia ci ha messo in guardia proprio su questo: “Infatti verrà il tempo che non sopporteranno più la sana dottrina, ma, per prurito di udire, si cercheranno maestri in gran numero secondo le proprie voglie, e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole” (2 Timoteo 4:3,4).

È l’istantanea dei nostri tempi. 

Tenere alta la Parola di Dio, onorarla e osservarla in tutto e per tutto non appaga la carne. 

I compromessi sono in agguato. L’apostasia comincia con le guide che non fanno il loro dovere, e con le congregazioni insoddisfatte che non conoscono le Scritture e non hanno il timore di Dio. 

Quando è doveroso cercare una nuova chiesa

Se frequenti una chiesa che mostra chiari segni di non essere sana, cosa dovresti fare?

- Prima di tutto assicurati che le tue valutazioni siano corrette, non puoi sempre sapere tutto quello che avviene “dietro le quinte”.

- Prega regolarmente e con serietà per le guide e per gli altri credenti.

- Sii d’esempio ai credenti nel parlare, nel comportamento, nell’amore, nella fede, nella purezza, nell’attaccamento alle Scritture.

- Attenzione a non parlare male di nessuno, e non fare nulla che possa dividere la chiesa, o nuocere a qualcuno.

- Se hai delle perplessità fondate, parlane con le guide in privato. Fallo con rispetto senza belligeranze, pronto ad ascoltare. 

- Evita i rancori.

- È possibile che dopo aver fatto questo arrivi il momento di lasciare la chiesa. Se le motivazioni sono giuste, lo farai anche a costo di dover fare sacrifici personali per trovare una chiesa che, se non altro, aspira a essere una chiesa sana.


—Guglielmo Risponde—

Scandalo in chiesa

Caro Guglielmo, 

Succede nella nostra chiesa una cosa che mette molti di noi a grande disagio. O, forse, sarebbe più vero dire che ci causa grande dolore.

Due fratelli abbastanza importanti e noti non vanno d’accordo fra di loro. Anzi, più di una volta hanno litigato davanti ad altri e per lunghi periodi non si sono rivolti neanche la parola e salutati.

Cosa possiamo fare? Tutti hanno un po’ paura di intervenire per non peggiorare le cose, o per non offendere nessuno.

—Senza nome, per favore

 

Il vostro problema non è da poco. 

Le liti fra fratelli, anche fra fratelli anziani, come anche fra sorelle, fra marito e moglie credenti o fra giovani della chiesa, sono fatti gravissimi, se non vengono risolti bene e presto.

Anzi, per dire la verità, queste situazioni rientrano pienamente in ciò che la Bibbia chiama “scandali” e, perciò, vanno affrontate e risolte biblicamente.

In Luca, capitolo 17, versetti 1-4, gli scandali fra credenti sono messi direttamente in relazione al rifiuto di perdonare un altro credente. 

Il grande guaio dello scandalo è che non fa male soltanto a chi lo crea, ma alla chiesa e in particolare ai “piccoli”, che potrebbero essere i più giovani nella chiesa, o per età o perché convertiti da poco, oppure i credenti più deboli in senso generale.

Lo “scandalo” (significa letteralmente “trappola”) induce altri a peccare, o scusandosi perché chi è più maturo di loro pecca pure, o perché sono indotti a prendere, poco saggiamente, le parti di uno o dell’altro litigante.

Cosa fare? Anzi tutto, riconoscere che si tratta di uno stato di peccato che avviene all’interno della chiesa e che, perciò, non può essere tollerato, pena la vita spirituale della chiesa e il contagio di questo o di altri peccati fra gli altri membri.

Paolo ha raccomandato a quelli che sono “spirituali”, che camminano, cioè, in comunione col Signore, di cercare di rialzare chi è stato sopraffatto da un peccato, operando con grande umiltà per garantirsi di non rimanere coinvolto e invischiato nel peccato stesso.

Quando, però, ciò non porta alla soluzione del problema o del pentimento di chi pecca e alla sua restaurazione in comunione con l’altro fratello e con la chiesa, bisogna usare dei metodi appropriati, che sono la condanna pubblica del peccato e, se ciò non portasse alla soluzione, alla disciplina di chi vive in questo peccato.

Uno dei problemi che impediscono la soluzione può essere che tutte e due le persone coinvolte possono credere di avere ragione e che il torto sia dell’altra. E qui la chiesa, o chi cerca di favorire una soluzione, può sentirsi forzato a fare da giudice, per condannare il colpevole e assolvere l’innocente.

Anche quando fosse chiaro che uno dei contendenti ha sbagliato più dell’altro, o è più intransigente nel rifiutare la rappacificazione, è molto improbabile che l’altro abbia seguito con cura tutti i passi dettati dalla Bibbia per risolvere i problemi fra fratelli. 

O che non abbia, a sua volta, offeso o interpretato male l’altro e permesso ai suoi sentimenti e emozioni di trascinarlo in peccato. 

Perciò, il problema potrà essere risolto soltanto quando tutte e due le parti riconoscono la propria colpa, o nella situazione che ha dato inizio alla lite o nel suo sviluppo. Poi, quando ciascuno avrà chiesto umilmente perdono, senza avanzare difese, e avrà perdonato di cuore l’altro e con parole appropriate, il problema non dovrà essere solo considerato risolto, ma anche messo da parte per sempre.

Ma, se una delle persone, fosse anche quella che si ritiene la meno colpevole, non partecipasse con completa sincerità a questo processo, rifiutasse di chiedere perdono e di perdonare, la chiesa non avrebbe scelta. Deve avvenire ciò che Gesù ha inteso dicendo: “Sia per te come il pagano e il pubblicano”, cioè non più in comunione con la chiesa.

L’unico scopo della chiesa, nella sua decisione è, ovviamente, la gloria di Dio, la benedizione della chiesa e il ricupero dei fratelli coinvolti.

Hai scritto che tutti hanno paura di procedere alla soluzione del problema, per un motivo o per un altro. Ma, malgrado il fatto che sia difficile affrontarlo con decisione e, se necessario, pubblicamente, i veri risultati negativi del trascurarlo sono molto più seri per la chiesa che non i possibili risultati tristi del confronto diretto.

Sappi che questa tentazione ad accettare il peccato in seno alla chiesa, è una prova comune, e purtroppo diffusa, sofferta da molti altri fratelli. 

Ma Dio è fedele e vi darà una via d’uscita. Forse sarà una via difficile, ma senz’altro benedetta, se seguita in umile e piena sottomissione a Lui.

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La VOCE gennaio 2019

Si può sperare ancora

Come sarà il tuo 2019? 

In qualunque modo provi a immaginartelo, non puoi sapere cosa ha in serbo per te. Nessuno di noi ha il controllo su quello che accadrà. Ma, a pensarci bene, è un dono di Dio il non sapere i particolari dell’anno che sta per cominciare. Conoscere in anticipo le future difficoltà potrebbe renderci inutilmente ansiosi, depressi e infelici. E sapere quali benefici ci aspetteranno potrebbe inquinare i nostri atteggiamenti con l’orgoglio, rovinando anche le nostre relazioni.

Dio ci insegna ad affrontare la vita giorno per giorno. “Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno” (Matteo 6:34). 

C’è una saggezza indiscutibile in tutto quello che Dio dice. Invece di affannarsi per il domani che non sai come sarà, la cosa più saggia, utile e giusta è vivere bene il presente. 

Oggi è la soglia del domani: quello che pianti oggi, con parole, azioni e atteggiamenti, lo raccoglierai domani. Un futuro sereno, senza rancori e rimpianti, non ti cade giù dal cielo.

Seguendo i consigli della Bibbia possiamo preservarci da più guai del necessario. 

Chi non lo vorrebbe? 

Ma partire bene richiede riverenza, ubbidienza e rispetto per il Signore. “Il principio della saggezza è il timore del SIGNORE, e conoscere il Santo è l’intelligenza” (Proverbi 9:10).

Ti proponiamo di guardare con noi alcuni versetti tratti dal libro dei Proverbi, ispirato da Dio per il nostro bene. La saggezza di queste brevi massime può proteggerci da inutili errori e può aiutarci a “seminare” un 2019 migliore.

Benvenga il 2019

Salomone, l’uomo che Gesù ha definito il più saggio che sia mai esistito, nella sua introduzione al libro dei Proverbi mette subito in chiaro lo scopo per cui scrive: “Perché l’uomo conosca la saggezza, l’istruzione e comprenda i detti sensati; perché riceva istruzione sul buon senso, la giustizia, l’equità, la rettitudine; per dare accorgimento ai semplici e conoscenza e riflessione al giovane. Il saggio ascolterà e accrescerà il suo sapere; l’uomo intelligente ne otterrà buone direttive” (Proverbi 1:2-5).

Mica poco! Io ne ho un gran bisogno. E tu? 

La particolarità dei proverbi è che sono frasi molto concise. Anche taglienti. Non si sprecano per addolcirti la verità. 

Così, senza mezzi termini, Dio dice che trascurare le sue parole è da stolti, pura follia. “Il timore del SIGNORE è il principio della scienza; gli stolti disprezzano la saggezza e l’istruzione” (Pr. 1:7).

Egli avverte che ci saranno conseguenze se non lo si ascolta: “Poiché quando ho chiamato avete rifiutato di ascoltare, quando ho steso la mano nessuno vi ha badato, anzi, avete respinto ogni mio consiglio e della mia correzione non ne avete voluto sapere, anch’io riderò delle vostre sventure, mi farò beffe quando lo spavento vi piomberà addosso come una tempesta, quando la sventura v’investirà come un uragano e vi cadranno addosso l’afflizione e l’angoscia. Allora mi chiameranno, ma io non risponderò; mi cercheranno con premura ma non mi troveranno. Poiché hanno odiato la scienza, non hanno scelto il timore del SIGNORE, non hanno voluto sapere i miei consigli e hanno disprezzato ogni mia correzione, si pasceranno del frutto della loro condotta, e saranno saziati dei loro propri consigli” (Pr. 1:27-31).

Seguire il Signore non solo ci guida a vivere meglio, ma previene grandi dispiaceri e calamità. 

Tutta Italia ha parlato di Desirée, una povera ragazza, drogata e stuprata a Roma. Era strano sentire i suoi famigliari descriverla come una “brava” ragazza, ma lei si drogava e non andava più a scuola. La famiglia sembrava essere totalmente impreparata a questa tragedia. 

Certo, è un caso limite, ma sarebbe ingenuo pensare che non ci sia nessun figlio di credenti fumare spinelli o fare sesso. 

Questi comportamenti non cominciano in un momento. Sono il risultato di anni di negligenza nel proprio ruolo in famiglia. Triste a dirsi, ma mariti e mogli che non si parlano più, e genitori e figli che litigano spesso esistono anche nelle famiglie di credenti. 

Cosa sia successo nella famiglia di Desirée non si sa, ma certamente i campanelli di allarme non sono stati ascoltati. O forse non sapevano quali fossero i segnali a cui prestare attenzione. 

Tutti vorrebbero prevenire tali problemi, ma chi è davvero pronto ad ascoltare i consigli antichi, le verità immutabili, per esaminare la propria vita e cambiare, o implementare quello che è necessario? 

La Parola di Dio ti dice la verità, ma tocca a te applicarla alla tua vita, per il tuo bene.

Chi ben comincia...

C’è un punto di partenza preciso dal quale scaturisce tutto il resto. È il fattore più determinante che influisce su tutta la nostra vita. Regola ogni nostra decisione, reazione, relazione e sentimento. Eccolo: “Confida nel SIGNORE con tutto il cuore e non ti appoggiare sul tuo discernimento. Riconoscilo in tutte le tue vie ed egli appianerà i tuoi sentieri. Non ti stimare saggio da te stesso; temi il SIGNORE e allontanati dal male; questo sarà la salute del tuo corpo e un refrigerio alle tue ossa” (Pr. 2:5-8).

Hai notato? Sta dicendo che non siamo sufficientemente saggi per poter fare di testa nostra senza Dio, e che se non siamo diretti da Lui, siamo portati a fare il male, e a stare male. 

Le statistiche rivelano che sono sempre di più le persone depresse, anche tra i giovanissimi. È forse un comportamento che hanno in qualche modo “imparato” dai genitori o da persone intorno a loro? O la loro depressione è il frutto del loro modo sbagliato di affrontare la vita? 

Fidandosi solo dei ragionamenti umani si rimane inevitabilmente delusi: non resta che vivere le conseguenze del peccato. Perché il peccato ha sempre una conseguenza.

Per questo abbiamo bisogno di aggrapparci alla verità della Parola di Dio: “Bontà e verità non ti abbandonino; legatele al collo, scrivile sulla tavola del tuo cuore; troverai così grazia e buon senso agli occhi di Dio e degli uomini” (Pr. 2:3,4). 

Ti ricorda qualche frase di Gesù? “Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi…” Non si tratta di rispolverare dei versetti nel momento del bisogno (che è la cosa giusta da fare!), ma di lasciare che quelle parole modellino il nostro cuore giorno per giorno. E questo ci porta al prossimo proverbio.

Sempre all’erta

“Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita. Rimuovi da te la perversità della bocca, allontana da te la falsità delle labbra” (Pr. 4:22,23).

Il cuore è la sede dei nostri affetti e desideri. Ma è ingannevole e maligno. È incline al peccato e va protetto più di ogni altra cosa. 

Custodire il cuore significa stare lontani da qualunque cosa sia perversa e sbagliata. È non soffermarsi su pensieri che portano a peccare, non desiderare il male, né invidiarlo, ma riempire il cuore con la verità delle Sacre Scritture.

Vuol dire stare sempre all’erta, perché siamo ribelli e insensati per natura. E quando pecchiamo, dobbiamo essere corretti.

Le lacrime degli stupidi

A nessuno piace essere ripreso. Ma è davvero necessario.

“Chi ama la correzione ama la scienza, ma chi odia la riprensione è uno stupido” (Pr. 12:1). 

Odiare, risentirsi o arrabbiarsi quando siamo ripresi è da stupidi! Più chiaro di così!

Chi non vuole essere ripreso si crede perfetto. Chi non vuole essere corretto, pensa di non aver nulla da imparare. E diciamocela: persone così sono piuttosto insopportabili.

Molti rimpianti nascono dal non aver voluto ascoltare, per orgoglio, testardaggine o ripicca. Dio ci invita a essere malleabili, e essere pronti ad ascoltare ed evitare così tanti rimpianti inutili: “…e tu non dica: «Come ho fatto a odiare la correzione, e come ha potuto il mio cuore disprezzare la riprensione? Come ho fatto a non ascoltare la voce di chi m’insegnava, e a non porgere l’orecchio a chi m’istruiva?” (Pr. 5:12,13).

Spesso dico scherzando che vorrei tornare a scuola, al liceo, che a suo tempo detestavo. Quante cose avrei potuto imparare se fossi stato più attento… Per le nozioni si può anche rimediare più tardi studiando per conto proprio, ma trascurare le lezioni di vita potrebbe costare molto caro.

Tutti pronti dunque ad accogliere buoni consigli e propositi della Parola di Dio! Ma non solo quando ci vengono offerti: li dobbiamo ricercare attivamente. 

Fai una lista delle aree in cui riconosci di aver bisogno di consiglio: il tempo, i soldi, l’educazione dei figli, difetti caratteriali, le amicizie, la vita coniugale, il tuo rapporto con i genitori… Scoprirai che sono soggetti di cui parla la Bibbia. Salomone non era estraneo a tutto ciò. Il suo libro dei Proverbi ha 31 capitoli! Tanta saggezza a tua disposizione.

MA TI SEI VISTO?

Chiediamoci: siamo delle persone a cui si può insegnare o pensiamo di essere autosufficienti? Come reagisci quando qualcuno ti si avvicina offrendo dei consigli? Pensi subito: “Ma chi si crede di essere per venirmi a fare la predica”? 

Non saresti l’unico a pensarlo. 

È interessante notare che queste cose ci danno fastidio da giovani, ma anche da grandi è lo stesso! Sarà forse che abbiamo problemi di orgoglio?

“La superbia precede la rovina, e lo spirito altero precede la caduta” (Pr. 16:18). 

Una persona arrogante è incorreggibile. Andrà a finire male di sicuro. L’orgoglio infatti è la caratteristica del diavolo. Dio resiste gli orgogliosi.

Nella sua perfetta cura, Dio ci ha messo intorno genitori, anziani di chiesa, amici e fratelli e sorelle in fede – sono un gran dono che non dobbiamo sottovalutare. Dio si serve anche di loro per educarci. Permettiamo a loro di aiutarci a crescere nel nostro amore per il Signore. 

Ho amici a cui voglio tanto bene, vedo aspetti nella loro vita che non vanno, ma non ho il coraggio di avvicinarli, perché so come reagirebbero e ho paura di perdere la loro amicizia. Non mi va di essere travolto da una lunga lista di giustificazioni e finte ragioni. 

Mentre scrivo queste parole mi sto chiedendo: Ma io come sono? Faccio la stessa cosa? 

Le persone trovano in me una persona desiderosa di ascoltare? Sono pronto a cambiare?

Di recente un amico che mi ha ringraziato per il tempo che avevo passato con lui regolarmente per un paio di anni. Ci incontravamo alle 5 di mattina a McDonald’s per parlare della sua vita. Mi ha confidato che spesso andava via arrabbiato, non gli piaceva ascoltare le cose che dicevo. Eppure, eravamo lì perché lo aveva chiesto lui. Sapeva che quei momenti erano utili per la sua vita. Lo erano anche per me, perché dandogli consigli biblici ero continuamente spronato a rivedere e valutare la mia vita.

Zitti e mosca!

“Nella moltitudine delle parole non manca la colpa, ma chi frena le sue labbra è prudente. La lingua del giusto è argento scelto; il cuore degli empi vale poco” (Pr. 10:19,20). 

A volte sembra che Salomone abbia scritto alcuni dei suoi proverbi proprio per noi italiani. Siamo chiacchieroni, parliamo troppo e volentieri. 

Il libro dei Proverbi avverte di mordere, di frenare la lingua loquace. Imparare a stare zitti è una grande protezione.

Come vorrei tornare indietro nel tempo e non avere pronunciato delle cose che ho detto nella mia ignoranza, nel voler dare la mia opinione. A volte me ne sono reso conto subito e ho potuto rimediare, ma altre volte sono passati anni e il ricordo delle mie parole taglienti ha continuato a fare del male.

“C’è chi, parlando senza riflettere, trafigge come spada, ma la lingua dei saggi procura guarigione” (Pr. 12:18). 

Se solo imparassimo a parlare al momento giusto, potremmo fare tanto bene. Il parlare troppo ci mette nei guai, ci espone al rischio di dire qualcosa che avremmo dovuto tenere per noi.

“Chi va sparlando svela i segreti, ma chi ha lo spirito leale tiene celata la cosa” (Pr. 11:13).

“L’uomo accorto nasconde quello che sa, ma il cuore degli stolti proclama la loro follia” (Pr. 12:23).

Non dobbiamo solo stare attenti a come parliamo, ma anche a stare lontani da quelli che lo fanno troppo. “Chi va sparlando palesa i segreti; perciò non t’immischiare con chi apre troppo le labbra” (Pr. 16:19).

Se ti viene da sorridere pensando che sia un problema solo delle donne, ti sbagli. Il rischio riguarda tutti. Dovremmo stamparci questi versetti su un pezzo di carta e metterlo sullo specchio del bagno, così prima che il caffè svegli la nostra lingua ci faranno ricordare di stare in guardia.

Famiglia canaglia

Chi è sposato lo sa: mariti e mogli possono diventare molto insensibili. Certi comportamenti diventano un’abitudine, di cui non ci rendiamo neanche più conto.

Dai tempi di Adamo e Eva i coniugi hanno sempre trovato cose da ridire sugli atteggiamenti l’uno dell’altra. 

Dio però, ci spinge a riflettere sulle nostre azioni. 

“Meglio un piatto d’erbe, dov’è l’amore, che un bue ingrassato, dov’è l’odio” (Pr. 15:17). 

In famiglia, l’amore, la stima e la cura reciproca valgono molto di più che il benessere economico. 

Tanti uomini si affaticano per provvedere per la famiglia, trascurando però il loro ruolo di guide spirituali per la moglie e i figli. Il loro amore non è visibile nelle parole e nella cura dei famigliari. 

Provvedono vestiti, casa, vacanze, gadget e sport che, però, non possono compensare la discordia che regna in casa: “È meglio un tozzo di pane secco con la pace, che una casa piena di carni con la discordia” (Pr. 17:1).

Cari padri, non è indispensabile che tutti i figli abbiano un tablet o uno smartphone. Anzi forse sarebbe meglio non averli per niente. 

Avreste più tempo da passare con tuo figlio.

Le mogli hanno un ruolo importante nel portare pace e serenità in famiglia, il ché non va perso di vista. “La donna saggia costruisce la sua casa, ma la stolta l’abbatte con le proprie mani” (Pr. 14:1). 

Litigare o parlare male del marito non ha mai portato nulla di positivo, anzi allontana solo il coniuge. “Meglio abitare sul canto di un tetto, che in una gran casa con una moglie rissosa. Meglio abitare in un deserto, che con una donna rissosa e stizzosa” (Pr. 21:9,19).

La serenità della famiglia comincia proprio nella relazione tra i coniugi. Le ferite, i dolori, l’astio non sono misurabili, non si può sapere chi dei due ha sofferto di più. 

Alzare la voce, lamentarsi, criticare, ripetere all’infinito le stesse cose, è un segno di NON voler trovare una soluzione.

Vuoi un anno migliore? Una casa che sia un’oasi di pace, dove regnino il rispetto e l’amore? Comincia tutto proprio dai genitori! 

Come vi parlate in famiglia? Cosa pensi di fare per essere un agente di pace nella tua casa? Il cambiamento non sarà frutto del caso, ma delle tue decisioni e dei tuoi propositi ponderati e preparati.

Allevi un delinquente?

Provo un dispiacere misto a rabbia quando osservo alcuni genitori con i loro piccoli. La mamma che continua a vietare al bambino di fare una certa cosa, e lui che continua imperterrito a farla… Genitori che invece di disciplinare i figli, gli fanno lunghi e ripetuti discorsi inutili, che non producono cambiamenti… Padri che (se mai sono a casa!) lasciano alla mamma, o ai nonni, la gestione dell’intera famiglia, mentre loro si mettono a guardare la TV, o a leggere il giornale in mezzo al caos più totale…

Pensare che l’educazione cominci quando i figli sono grandi “abbastanza”, è il modo più sicuro di avere guai grossi: “Anche il bambino dimostra con i suoi atti se la sua condotta sarà pura e retta” (Pr. 20:11). Quante volte devi dire di no al bambino prima che ci siano delle conseguenze?

Bisogna cominciare da subito, quando sono ancora piccolissimi, cominciando con chiarezza e fermezza. “Chi risparmia la verga odia suo figlio, ma chi lo ama, lo corregge per tempo” (Pr. 13:24). Se non l’abbiamo capito, Salomone reitera: “La follia è legata al cuore del bambino, ma la verga della correzione l’allontanerà da lui” (Pr. 22:15). 

Dio raccomanda di intervenire subito, quando c’è ancora speranza. “Castiga tuo figlio, mentre c’è ancora speranza, ma non lasciarti andare sino a farlo morire” (Pr. 19:18). 

Non c’è nulla di male nell’usare la punizione appropriata. “Non risparmiare la correzione al bambino; se lo batti con la verga, non ne morrà; lo batterai con la verga, ma lo salverai dal soggiorno dei morti” (Pr. 23:13,14). 

Ami i tuoi figli? Allora sappi che amarli richiede tanto lavoro! 

Qualche volta devi ritornare sulla stessa correzione, anche nel giro di pochi minuti. Forse non ti va, forse sei stanco, ma è necessario. Nel tempo raccoglierai i benefici. “Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere; anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà” (Pr. 22:6).

Ma la Bibbia ha qualcosa da dire anche per i figli quando diventano più grandi e cominciano a esercitare una certa autonomia: “Ascolta, figlio mio, l’istruzione di tuo padre e non rifiutare l’insegnamento di tua madre; poiché saranno un fregio di grazia sul tuo capo e monili al tuo collo” (Pr. 1:8,9).

Non so quanti adolescenti leggeranno questo articolo, ma lancio un’idea: fate leggere questo giornale ai vostri figli, e poi chiedetegli di valutare la vostra vita di famiglia! 

Avrete poi il coraggio di ascoltarli e cambiare? Sicuramente sorprendereste i vostri figli, specialmente se mostrate prontezza genuina a chiedere perdono e a cambiare.

Rivalutare regolarmente come sta andando l’educazione dei figli sin da piccoli, è una buona abitudine. Aiuta a migliorare prima che sia troppo tardi.

Il miracolo della fame

“Il pigro desidera, e non ha nulla, ma l’operoso sarà pienamente soddisfatto” (Pr. 13:4). “Il pigro non ara a causa del freddo; alla raccolta verrà a cercare, ma non ci sarà nulla” (Pr. 20:4).

Il lavoro serve per provvedere alla famiglia, e per poter donare agli altri. L’ha stabilito Dio. 

Trovare il lavoro può essere difficile, e un lavoro che ci piaccia, con la paga che pensiamo di meritare, è forse impossibile. Dio, però, non ce lo comanda solo quando ci piace: dobbiamo lavorare e basta. Il principio è valido: “La fame del lavoratore lavora per lui, perché la sua bocca lo stimola” (Pr. 16:26).

Genitori, un po’ di fame fa miracoli nei vostri figli! Conosco diverse persone che continuano a provvedere a loro anche quando questi sono ormai adulti. Non parlo di aiuti saltuari. Se ci sono delle emergenze è giusto aiutare con quello che si può, ma non è normale che i figli adulti dipendano economicamente dai genitori. 

Un sano atteggiamento verso il lavoro si impara da piccoli. 

Molti genitori invece non fanno lavorare i bambini in casa. È un danno nei confronti dei figli. 

Devono imparare a farsi il letto, apparecchiare e sparecchiare, lavare i piatti, portare fuori la spazzatura e fare le pulizie. Altrimenti diventeranno pigri. 

Quale datore di lavoro assumerebbe un pigro? 

Chi vorrebbe sposarsi un pigro?

La compagnia che fai… 

“Chi va con i saggi diventa saggio, ma il compagno degli insensati diventa cattivo” (Pr. 13:20). Le persone che ci scegliamo come consiglieri e come amici esercitano un grande ascendente su di noi.

Scegliersi amici credenti, con principi biblici solidi, è d’obbligo. Ma c’è di più. 

Devono essere anche capaci di tenere a bada i sentimenti. “L’uomo collerico fa nascere contese, ma chi è lento all’ira calma le liti” (Pr. 15:18). 

Devono saper perdonare: “Chi copre gli sbagli si procura amore, ma chi sempre vi torna su, disunisce gli amici migliori” (Pr. 17:9).

Devono essere di animo generoso: “Se il tuo nemico ha fame, dagli del pane da mangiare; se ha sete, dagli dell’acqua da bere; perché, così, radunerai dei carboni accesi sul suo capo, e il SIGNORE ti ricompenserà” (Pr. 25:21,22).

Tu sei un amico così?

Il Signore lo è.

Hai letto fino a qui; se stai facendo bene, non ti vantare. Se ci sono cose che devi cambiare, chiedi aiuto al Signore: “Non ti vantare del domani, poiché non sai quel che un giorno possa produrre. Altri ti lodi, non la tua bocca; un estraneo, non le tue labbra” (Pr. 27:1,2). 

L’anno che verrà è nelle mani di Dio. Lui ha promesso di camminare accanto a noi. Impariamo a fidarci di Lui, impariamo a chiedere perdono: “Chi copre le sue colpe non prospererà, ma chi le confessa e le abbandona otterrà misericordia” (Pr. 28:13).

Quest’anno, quando qualcuno ti augura Buon Anno, fermati, rifletti e ripromettiti di seguire i principi biblici, e il suo augurio non cadrà nel vuoto! 

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La VOCE dicembre 2018

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Un pizzico di sale 


Mai più compromessi

Anni fa il pastore della chiesa che frequentavo ha dovuto affrontare una grave tragedia. La sua nipotina aveva solo due anni quando è uscita dalla porta di casa senza che la famiglia se ne accorgesse. Quando avevano capito che la bambina non era in casa si erano messi tutti a cercarla. Dietro la casa di campagna c’era un laghetto. L’avevano trovata lì, riversa nell’acqua. Tutti gli sforzi di rianimarla, come anche l’arrivo dell’ambulanza, erano stati inutili. La bambina era annegata. 

Questa tragedia ha spinto la famiglia a esaminare e rivalutare le possibili negligenze nella messa in sicurezza della tenuta.

Ma le morti per annegamento sono più comuni di quanto si pensi. Ci sono addirittura istruttori di nuoto che insegnano a bambini di solo un anno cosa fare se dovessero cadere in acqua: come girarsi sulla schiena e spingersi con i piedi fino ad arrivare a bordo piscina, e aspettare fino all’arrivo di qualcuno.

A volte la vita sembra proprio come una piscina dove scivoliamo inavvertitamente. Se non abbiamo imparato a nuotare rischiamo di annegare nelle acque insidiose delle difficoltà. 

Pensando alla nostra vita come era  ieri, e immaginando il domani, siamo davvero preparati a quello che avverrà? Sappiamo cosa fare, dove aggrapparci? O, incerti sul da farsi, saremo inghiottiti senza scampo? 

Cosa ci spinge a fare le cose che facciamo e che modellano il nostro futuro?

Luce o tenebre? Saggi o stolti?

La Bibbia descrive tutti i credenti come persone particolarmente benedette e curate da Dio, eppure molti non conoscono quella vita di pace, senza ansie e amarezze che contraddistingue coloro che conoscono il Signore.

Spesso viviamo come degli struzzi. Nascondiamo la testa sotto la sabbia e speriamo che ignorando il caos intorno tutto si risolva da sé, senza che cambiamo nulla nel nostro modo di affrontare i contrattempi e le complicazioni della vita.

Oppure lasciamo che le esigenze della famiglia, del lavoro e della salute consumino i nostri giorni al punto che non ci rimane tempo per valutare con saggezza il presente, tanto meno per prepararci agli imprevisti del futuro. 

Arrivati allo stremo alziamo le mani sconsolati, abbassiamo la testa e sospiriamo: “Lo so… ma che ci posso fare?” 

Hai notato come le Scritture spesso mettono due cose opposte a confronto? La luce e le tenebre, il saggio e lo stolto, il giusto e l’ingiusto, la carne e lo spirito, il mondo e la volontà di Dio. Questi binomi servono per scuoterci e per spingerci a chiederci da che parte stiamo. 

Siamo figli di Dio, ma forse nella nostra crescita spirituale ci siamo accontentati di troppo poco. 

Abbiamo standard troppo bassi e non abbiamo imparato che quello che è successo ieri serviva per oggi, così che davanti a tutta questa marea di problemi che tenta di farci naufragare non scendiamo a compromessi con il peccato ma rimaniamo integri. E non ci accontentiamo della sufficienza pur di sopravvivere. 

Per uscire dal vortice in cui siamo bisogna cominciare a dare retta a Dio e badare a quello che Lui dice nella Bibbia. 

Se Dio ci chiede di essere saggi, di non amare il mondo, di non vivere carnalmente vuol dire che è possibile con il suo aiuto.

La premessa è sempre la nuova nascita! Se non siamo nati di nuovo, se Dio non ha cambiato il nostro cuore, ogni nostro sforzo di cercare di affrontare la vita come desidera Lui è impossibile. 

Da persone rigenerate, dunque, quando pensiamo a affrontare in modo migliore la vita, abbiamo tre aspetti da tenere presenti.

Prima di tutto, agiamo secondo le informazioni che abbiamo. 

Viviamo in un’epoca senza precedenti: informazioni su qualunque cosa sono alla nostra portata, all’istante, 24 ore su 24. La Parola di Dio è il nostro punto di riferimento incontestabile. Ci informa su tutta la volontà di Dio per la nostra vita. 

Ma essere informati non è sufficiente. La Parola di Dio deve anche convincerci che tutto quel bagaglio d’informazioni che abbiamo accumulato nella vita, se non è in linea con le Sacre Scritture, è falso o sbagliato.

“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Timoteo 3:16,17).

La Bibbia ci informa, istruisce e ci fa capire cosa è sbagliato. Ne stai approfittando? Stai permettendo alle Scritture di mostrarti come rimuovere e rimpiazzare i pensieri errati, e di istruirti su come vivere una vita che onori Dio?

Non sto dicendo nulla di nuovo: senza l’istruzione biblica siamo in balia dei nostri pensieri – pensieri che la Bibbia descrive come totalmente diversi da quelli di Dio. “Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il signore. «Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri” (Isaia 55:8,9).

È allarmante quando un credente non sa distinguere quali dei suoi pensieri e ragionamenti siano davvero biblici e quali invece frutto di ragionamenti umani e nient’altro. 

Non solo abbiamo bisogno di essere informati, ma anche di essere convinti che quello che dice la Bibbia sia attuale, la verità necessaria per la vita di tutti i giorni.

Ma come faccio a capire il ruolo che ho permesso alla Parola di Dio di avere nella mia vita? O se mi sto perdendo alcuni dei suoi benefici? 

La risposta non sta nel contare le volte che frequento la chiesa o gli studi biblici. Sta invece in come reagisco quando sono esposto all’insegnamento biblico, quando leggo e studio la Parola di Dio per conto mio, e quando ascolto la sua esposizione.

Un aspetto che molti sottovalutano è la sostanza dell’insegnamento biblico della chiesa che frequentano. Mi spinge a valutare con onestà le mie azioni, i miei pensieri, i miei affetti, i miei sogni e le mie aspirazioni? O mi fa assopire nell’illusione che vada tutto bene così? Presto attenzione a quello che viene detto, o l’ascolto con indifferenza?

Siamo pronti a attraversare mezza città per una cena in qualche location speciale, o sopportare code interminabili  per goderci una bella giornata di vacanza. Ma quando si deve fare uno sforzo per essere istruiti dalla Parola di Dio – garanzia di un beneficio concreto e duraturo – anche il minimo disagio è eccessivo.

Gesù ha pregato che il Padre santificasse i credenti nella verità, dicendo che la Parola di Dio è verità (Giovanni 17:17). 

La Parola di Dio è quella che opera nella mia santificazione, scandagliando e trasformando la mia mente che influenza le mie decisioni. La sto forse ostacolando per la mia negligenza e superficialità? Ci sono degli aspetti della mia vita che devo cambiare? L’insegnamento nella chiesa che frequento mira a questa mia santificazione? 

Sono consapevole del mio bisogno di continuare a imparare, o sono ostinato e fermo nelle mie idee?

Non solo agiamo in base alle istruzioni che riceviamo, ma anche in base agli affetti a cui teniamo. 

Anche questo non è un concetto nuovo: dov’è il tuo tesoro, lì è il tuo cuore. 

“Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov'è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore” (Matteo 6:19-21).

“Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui. Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Giovanni 2:15-17).

È naturale desiderare quello che soddisfa e appaga i nostri desideri. Vediamo cose che non abbiamo e le desideriamo; e sentiamo il bisogno di essere riconosciuti e approvati. Ma essere succubi di questi desideri è peccato. La nostra peccaminosità perverte questi desideri in modo che non siamo affatto soddisfatti, né riconoscenti di quello che il Padre ci da ogni giorno; non consideriamo che, in fine, è la sua approvazione che conta davvero.

Negli affetti siamo condizionati dalle nostre paure e incertezze. Desideriamo qualcosa, ma nello stesso tempo abbiamo paura di quello che gli altri possano pensare di noi se lo facciamo. Le nostre scelte e le decisioni ne sono fortemente influenzate. 

E come siamo facilmente soggiogati anche dai nostri stessi sentimenti! Quello che proviamo è reale ma il problema è che, se ci lasciamo dominare dai sentimenti anziché dalla Parola di Dio, siamo spinti in direzioni che forse non ci aspettavamo e non avremmo voluto.

Non tutti i desideri o gli affetti sono sbagliati in sé, ma diventano pericolosi quando non impariamo a riconoscerli e a valutarli alla luce delle Scritture, e correggerli quando necessario.

Spesso sono proprio gli affetti che, davanti alle scelte, sembrano metterci in condizione di non trovare alternative. 

“Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?” (Geremia 17:9).

A proposito di affetti, a volte sento alcuni credenti dire che il loro migliore amico non è nato di nuovo. Però, non è strano che ci sia una tale affinità quando i cuori e gli affetti dovrebbero essere molto diversi? O forse il problema è proprio che non c’è differenza? 

Anche qui è bene fermarsi e porsi delle domande. Cosa sta influenzando i miei affetti? Quali sono quei tesori nel mio cuore che dirigono la mia vita? “Chi va con i saggi diventa saggio, ma il compagno degli insensati diventa cattivo” (Proverbi 13:20).

Il terzo aspetto sono proprio le nostre scelte. 

In ogni momento prendiamo decisioni. Nessuna è senza conseguenze. Dio si aspetta che non ci limitiamo a valutare quello che sia giusto o sbagliato. Il suo standard è molto più alto.

Paolo scriveva questo: “E prego che il vostro amore abbondi sempre più in conoscenza e in ogni discernimento, perché possiate apprezzare le cose migliori, affinché siate limpidi e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” (Filippesi 1:9-11).

In queste sue parole c’è proprio il succo del nostro discorso. Prima viene la conoscenza, l’essere informati! Con la conoscenza si ha la capacità di apprezzare, di dare il giusto valore, e desiderare le cose migliori. E così si arriva alle scelte e alle azioni che onorano Dio. 

È da sciocchi vivere la vita senza mai fermarsi a valutarla con onestà. 

Se ci colpisce una tragedia, ne saremo travolti? Se scivoliamo in acque agitate, sapremo come reagire?

Oltre a questi tre aspetti importanti ce n’è un quarto che lega tutto. La fede! Di chi ci fidiamo veramente? 

Avere informazioni giuste non serve a niente se non ci credi. 

La fede ti fa agire in base alle informazioni ricevute da Dio. 

La fede insegna a prendere precauzioni ed essere prudenti. La fede si conforma al pensiero di Dio.

Anche i nostri affetti richiedono fede: amare Dio più di ogni altro richiede la convinzione che ne valga la pena. Non a caso Gesù ha detto: “Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua” (Marco 12:30).

Trascurare questi principi nel valutare la nostra vita è come sottovalutare il pericolo che alla prossima marea di problemi saremo travolti irrimediabilmente. 


Speriamo bene

“E se dovesse succedere una disgrazia a suo marito... Ce l’avrebbe la pensione?” chiese a Mamma la suora di servizio la vigilia dell’operazione di Papà. 

“No” rispose Mamma e quasi si mise a ridere. Il tatto e la delicatezza non sembravano essere il forte della brava vecchietta dal velo bianco... D’altra parte la vita in un ospedale conduce a fare molte considerazioni pratiche, e un’operazione è sempre un’operazione. 

“No?! Oh, allora speriamo che tutto vada bene!” 

“Dio non fa sbagli. Se siamo suoi, siamo nelle migliori mani che ci siano. Egli ha cura di noi” rispose Mamma. 

I due occhi burberi si addolcirono e si spalancarono un po’ meravigliati: “Eh, sì! È proprio come dice lei... Buona notte, signora.” 

“Buona notte.” 

Le strade erano piuttosto deserte e Mamma arrivò in fretta a casa. I bambini dormivano, c’era una gran pace. Mamma andò a rimboccare le coperte ai gemelli. Danielino si svegliò. 

“Come sta Papà?”

“Bene, ti manda un bacio.” 

“Domani il dottore lo taglia?”

“Sì.” 

“E se si sbaglia, che cosa succede?” 

“Pregheremo il Signore che non si sbagli” rispose Mamma. Anche Danielino, come tatto, non aveva niente da invidiare alla monaca... 

Mamma andò in cucina a lavare i grembiulini di scuola dei bambini e a preparare un po’ di cibo per l’indomani. Mentre affondava le mani nella schiuma e strofinava certe macchie dispettose e pertinaci, un pensiero duro come una coltellata, le attraversò la mente. E il cuore le si mise a battere a precipizio. 

“E se davvero il dottore si sbagliasse o se davvero succedesse una disgrazia?... Se Dio avesse usato una vecchia e un bambino per avvertirla?...” 

Gli occhi le si riempirono di lacrime, mentre continuava a lavorare sui grembiulini macchiati... 

“Dio non fa sbagli” aveva detto poco prima, ma francamente non aveva troppo pensato a tutto quello che rimanere sola con quattro piccoli avrebbe potuto implicare. E ora ne era atterrita. 

Col cuore pesante si dispose ad andare a letto, ma aveva paura di spegnere la luce e di pensare... 

Si inginocchiò accanto al letto. Ci volle un bel po’ prima che riuscisse a pregare: “Padre, tu fai ogni cosa bene...” e quasi senza rendersene conto si trovò che stava enumerando a Dio i vari benefici che aveva ricevuti da Lui durante gli anni di matrimonio. Erano stati otto anni di cose piccole e grandi, di giorni belli e di giorni scuri... 

Ripensava alla venuta dei bambini, ai fallimenti come cuoca, alle conquiste lente e a volte difficili sui misteri delle arti casalinghe, ai problemi e ai dissensi risolti quietamente davanti a Dio, alle ore trascorse con Papà chiacchierando di mille cose, ai viaggi, alle discussioni, agli ospiti, alle malattie... In ogni esperienza c’era stata una benedizione, un qualche cosa che aveva servito magnificamente a cementare la loro unione. Dio era stato fedele e aveva fatto sempre tutto bene. Anche le cose tristi erano state utili e belle. 

“Grazie di tutti i tuoi beni, Padre... E grazie anche di tutto quello che farai domani, qualunque cosa sia...” 

Mamma guardò l’orologio. Non poteva credere ai suoi occhi. Erano passate due ore. Si infilò sotto le coperte con una gioia quieta e perfetta che l’avvolgeva tutta. Forse per la prima volta nella sua vita aveva veramente provato quello che è detto di Abramo che “davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella fede e diede gloria a Dio” (Romani 4:20).

–Un pizzico di sale, ristampa dal 1965

 

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La VOCE novembre 2018

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Consolatori viventi 


La storia di P.B. e A.M. commuove il web. 93 anni lui, 92 lei, sono morti a quattro ore di distanza l’uno dall’altra, al termine di una love story durata ben 67 anni. 

Vivevano in un paesino del nord. Un anno prima P. aveva contratto una grave malattia lavorando in fabbrica a contatto con gli acidi. Poi 

l’Alzheimer ha portato via lei. I tre figli hanno raccontato: “Hanno vissuto una vita insieme, erano legatissimi, il distacco per loro è stato tremendo, un dolore a cui, vista anche l’età avanzata, non hanno avuto la forza di reagire”. 

È una storia struggente che esprime il sentimento di molte persone. Ma la morte arriva a tutte le età: non ce n’è una in cui si è immuni ad essa.

Anni fa ho dovuto tenere in braccio un bambino di pochi anni e cercare di spiegargli che suo papà era stato ucciso. Un compito pesante, anzi difficilissimo. Per un bambino comprendere la morte è quasi impossibile, ma non si può dire che sia più facile per i grandi.

La morte è una grossa incognita che spaventa molti. Cercando conforto e sostegno molta gente si rifugia nella religione. Solo pochi affermano di non temere la morte. 

Comunque sia, tutti noi la dobbiamo affrontare! E ce lo rammenta puntualmente l’arrivo di 

Novembre con la commemorazione dei defunti. 

La Chiesa Cattolica sostiene infatti che bisogna celebrare delle messe e acquistare delle indulgenze per quei morti che hanno commesso peccati 

veniali o non hanno espiato i loro peccati passati. Li aiuterebbe a raggiungere la beatificazione.

L’apostolo Paolo, invece, affermava che per lui il morire era guadagno. Per tanti credenti sicuramente non lo è.

Come figli di Dio, come dobbiamo pensare alla morte per affrontarla con serenità?

Il vostro cuore non sia turbato

Viaggio spesso in aereo e più volte mi capita di sedermi accanto a qualcuno che ha paura di volare. Conosco anche molte persone che non prendono mai l’aereo per lo stesso motivo. Non serve spiegargli che si tratta di una paura irrazionale: si muore di più in auto che in aereo. 

Lana Del Rey, una cantante ricca e famosa, in un’intervista ha ammesso che soffre spesso di attacchi di panico perché sa che dovrà morire, e per questo per lei andare avanti è molto difficile. 

Il pensiero della morte Lana se lo porta dietro fin da bambina. Lei stessa racconta: “Mi ricordo che avevo quattro anni e avevo visto uno sceneggiato in Tv in cui una persona veniva uccisa. Mi sono girata verso i miei genitori e ho chiesto: «Moriremo tutti?» Mi hanno detto di sì. Fui sconvolta. Scoppiai a piangere e dissi singhiozzando: «Dobbiamo cambiare casa!» Sono stata da un terapista, tre volte. Ma preferisco sedermi nel mio studio e scrivere o cantare.”

Infatti, ha scritto un brano che si intitola Born to die (Nati per morire). Lana afferma anche di non volere avere figli perché non li vuole sottoporre al suo stesso terribile destino di dover morire. 

È normale che la morte spaventi. E non dovrebbe scandalizzarci nemmeno che un credente abbia paura. 

Per un non credente la paura della morte è salutare e dovrebbe spingerlo a cercare la riconciliazione con Dio.

Per il credente, Dio non vuole che siamo dominati da qualunque tipo di paura. 

Qualche volta capita di sentirsi in balia delle circostanze. Le persone e gli eventi sembrano in qualche modo arbitri della nostra vita. E quando perdiamo un caro, possono sorgere anche tanti sensi di colpa. Pensiamo che se avessimo fatto più attenzione ai segnali, scelto un dottore più competente o un ospedale migliore le cose sarebbero andate diversamente. 

Ma ragionare in questo modo non tiene conto del fattore determinante nella vita e nella morte. Anzi, della Persona più importante: Dio stesso. 

C’è chi pensa che Dio sia troppo buono per avere a che fare con la morte di un nostro caro. Ci vuole troppo bene per vederci soffrire così. La Bibbia, invece, insegna che Dio è attivamente presente in ogni morte, tanto del credente quanto del non credente, e accompagna i suoi figli attraverso il periodo di lutto. 

Sappiamo che siamo mortali. Sappiamo che un giorno la vita finirà per ognuno di noi, ma in qualche modo non vorremmo che succedesse mai.

Una cosa è certa: nessuno muore prima del tempo. Frasi del tipo “Era troppo giovane per morire” o “Era una persona brava, non meritava di morire”, anche se dette con le migliori delle intenzioni, fanno di noi arbitri del momento in cui uno debba morire.

Giacomo scrive nella sua lettera: “E ora a voi che dite: «Oggi o domani andremo nella tale città, vi staremo un anno, trafficheremo e guadagneremo»; mentre non sapete quel che succederà domani! Che cos’è infatti la vostra vita? Siete un vapore che appare per un istante e poi svanisce. Dovreste dire invece: «Se Dio vuole, saremo in vita e faremo questo o quest’altro». Invece voi vi vantate con la vostra arroganza. Un tale vanto è cattivo” (Giacomo 4:13-16).

Due aspetti sono impliciti in questi versetti. Il primo è che chi pensa di poter pianificare o anche cercare di controllare la lunghezza della vita è arrogante. Il secondo è che la durata della vita è determinata da Dio.

Il salmo 139 afferma: “I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo, e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni che mi erano destinati, quando nessuno d’essi era sorto ancora” (v. 16). Siamo stati creati da Dio, e prima che nascessimo Egli aveva già decretato la lunghezza della nostra vita.

Vuol dire che non possiamo morire un secondo prima di quando Dio non l’abbia stabilito! Lasciarsi consumare dalla preoccupazione per la nostra vita non è saggio, e tanto meno cambia i piani sovrani di Dio. 

Ma c’è anche da ricordare il grande valore che Dio attribuisce alla vita di ogni sua creatura. Non c’è da disperarsi: in un mondo con 7 miliardi di persone, tu non sei affatto insignificante; ogni singola vita è speciale agli occhi di Dio! “Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri” (Matteo 10:29-31).

La paura fa bene

La paura della morte può colpire anche chi ha capito che il giorno della morte è nelle mani di Dio. Certe volte è indice di una certa saggezza. Chi non conosce Dio fa bene a temere la morte. È scritto nella Parola di Dio: “È stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio” (Ebrei 9:27)

La morte è entrata nel mondo come risultato del peccato di Adamo e Eva. È la prova ultima e incontestabile che Dio è sovrano e che nulla sfugge alla sua perfetta giustizia: tutti moriremo e tutti saremo giudicati, perché tutti pecchiamo. 

La Bibbia afferma che “il salario del peccato è la morte” (Romani 6:23). Sono parole categoriche del giusto giudizio di Dio contro la malvagità dell’uomo: la morte seconda nell’inferno.

Morire al di fuori dalla grazia di Dio è spaventoso. “È terribile cadere nelle mani del Dio vivente” (Ebrei 10:31). Per questo Gesù ha avvertito: “Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna” (Matteo 10:28).

Temere la morte è una cosa saggia!

D’altra parte, però, visto che esiste un modo per evitare la condanna eterna, rimanere nella paura NON è saggio! 

La soluzione sta nella seconda parte del versetto che ho citato prima: “Il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 6:23). 

Di questa salvezza scrive anche l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera: “Vi ho scritto queste cose perché sappiate che avete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio” (5:13).

Noi tutti possiamo affrontare la morte con la certezza del proprio destino eterno. 

Meritiamo la condanna di Dio a causa del nostro peccato, e non possiamo fare nulla per guadagnarci la vita eterna; possiamo solo mettere la nostra completa fiducia nei meriti del Signore Gesù. Egli ha vissuto una vita moralmente perfetta senza peccato, impossibile per noi, e morendo sulla croce si è addossato la condanna che spettava a noi. Per questo suo gesto Gesù è l’unico Salvatore che mai avremo. Per valerci della salvezza che Egli offre, Gesù deve diventare il nostro Signore, dobbiamo conoscere e mettere in pratica la sua parola. Ecco cosa vuol dire credere in Cristo.

Di conseguenza, smettere di avere paura della morte prima di avere affidato la propria vita a Cristo è un atto di completa incoscienza! 

Vincere la paura

Chi ha creduto in Cristo ha vita eterna e non deve temere la morte. Ma come si arriva ad affermare addirittura che: “Per me morire è guadagno” (Filippesi 1:21)? Perché, comunque sia, credenti o non credenti, la morte è qualcosa che si spera avvenga più tardi possibile. Altro che guadagno!

Certo, nei momenti bui, quando la vita è difficile e si è soli e sofferenti, può sembrare un’alternativa migliore. Ma non appena le cose si assestano, morire non è più tanto allettante.

Paolo era anziano e si trovava in prigione quando ha scritto quella frase. Le sue erano forse solo parole da vecchio sofferente? Giovani credenti, invece, sicuri del loro destino eterno, vogliono prima sposarsi, avere figli e godersi la vita e poi saranno anche pronti per la vita eterna.

Credenti più avanti con gli anni, dal canto loro, si preoccupano di come faranno i loro cari ad affrontare la vita senza il loro aiuto e per questo il morire non sembra al momento un grande guadagno per nessuno.

Asaf, nel salmo 73, esclama: “Chi ho io in cielo fuori di te? E sulla terra non desidero che te. La mia carne e il mio cuore possono venir meno, ma Dio è la rocca del mio cuore e la mia parte di eredità, in eterno” (vv. 25,26).

Cosa deve succedere dentro di noi per farci desiderare il cielo, la presenza di Dio, come Asaf?

Tanto per cominciare, preghiamo che si sviluppi in noi un più grande amore per il Signore. Come è scritto: “Nessuno è santo come il signore, poiché non c’è altro Dio all’infuori di te; e non c’è rocca pari al nostro Dio” (1 Samuele 1:2).

Questo non vuol dire che non abbiamo affetti sulla terra, ma che dovremmo curare il nostro amore per il Signore e il desiderio di essere con Lui in primis, in modo che gli affetti terreni siano un’estensione, un riflesso del nostro attaccamento a Lui.

La seconda cosa che deve svilupparsi in noi è un sempre più grande odio per il nostro peccato e un più grande desiderio di vivere una vita pura al cospetto di un Dio santo.

Il salmista Davide scrive: “Perciò io amo i tuoi comandamenti più dell’oro, più dell’oro finissimo. Per questo ritengo giusti tutti i tuoi precetti e odio ogni sentiero di menzogna” (Salmo 119:127,128).

È un processo che inizia qui in terra, ma che avrà il suo pieno compimento solo quando saremo in cielo con il Signore.

Terzo, dobbiamo desiderare di adorare Dio alla sua presenza. 

Oggi la nostra adorazione è imperfetta. In Apocalisse è descritta come sarà in cielo: “Dopo queste cose guardai e vidi una folla immensa che nessuno poteva contare, proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue, che stava in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, vestiti di bianche vesti e con delle palme in mano. E gridavano a gran voce, dicendo: «La salvezza appartiene al nostro Dio che siede sul trono, e all’Agnello». E tutti gli angeli erano in piedi intorno al trono, agli anziani e alle quattro creature viventi; essi si prostrarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio, dicendo: «Amen! Al nostro Dio la lode, la gloria, la sapienza, il ringraziamento, l’onore, la potenza e la forza, nei secoli dei secoli! Amen»” (Apocalisse 7:9-12).

Che magnifica visione! Che meraviglia essere lì con i santi di tutte le ere ad adorare Dio nella perfezione del cielo!

Quarto, si deve sviluppare in noi un desiderio di conoscere Dio sempre di più. Gesù ha detto: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo” (Giovanni 17:3).

Conoscere Dio comprende anche i tre punti precedenti e perciò deve essere il nostro desiderio più grande: vederlo faccia a faccia come Egli è.

Paolo viveva intensamente queste realtà. Aveva lo sguardo volto verso quello che è eterno, ma non per questo viveva con insoddisfazione la sua quotidianità. Non cercava il suo appagamento nelle cose terrene. 

Fatichiamo a vedere crescere in noi questo amore per il cielo finché restiamo attaccati a quello che è terreno, quello che si rovina e si distrugge. 

In quella stessa lettera alla chiesa di Filippi, Paolo scrive che era convinto che sarebbe rimasto sulla terra non per soddisfare se stesso, ma per continuare a servire il Signore a beneficio dei credenti. Morire è guadagno solo quando abbiamo una prospettiva eterna di tutte le cose.

Amare il cielo, per il credente, non dovrebbe essere difficile.

Il buon cordoglio

Nascere, crescere e morire fanno parte delle stagioni della vita. Vale anche per il cordoglio.

“Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato, un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire; un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare” (Ecclesiaste 3:1-4).

C’è un senso di abbandono, di distacco, di amore interrotto anche davanti alla morte di una persona cara che sappiamo essere andata in cielo. Non bisogna soffocare la tristezza solo perché si tratta di un credente. Nel cordoglio Dio vuole che siamo consolati dalla certezza divina della risurrezione.

“Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore. Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole” (1 Tessalonicesi 4:13-18).

Il distacco per il credente non è motivo di disperazione, perché è solo temporaneo.

Il Signore è un Dio di compassione e promette una cura particolare per coloro che sono nel lutto. Egli conosce la realtà del dolore e non soltanto sa consolarci ma conosce anche gli scopi per cui lo ha permesso.

Nel salmo 119:71 è scritto: “È stata un bene per me l’afflizione subita, perché imparassi i tuoi statuti.”

Nel cordoglio Dio ci sta avvicinando a Lui e “guarisce chi ha il cuore spezzato e fascia le loro piaghe” (Salmo 147:3). 

Il tuo lutto può sembrarti senza fine e senza speranza, ma il salmista testimonia: “Ho pazientemente aspettato il signore, ed egli si è chinato su di me e ha ascoltato il mio grido. Mi ha tratto fuori da una fossa di perdizione, dal pantano fangoso; ha fatto posare i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi. Egli ha messo nella mia bocca un nuovo cantico a lode del nostro Dio. Molti vedranno questo e temeranno, e confideranno nel signore. Beato l’uomo che ripone nel signore la sua fiducia” (Salmo 40:1-4).

Il grido, la fossa, il pantano fangoso. Il dispiacere di Davide era profondo e reale eppure, nel tempo, non solo ha ritrovato conforto nel Signore ma è diventato anche un esempio per gli altri che si trovano nell’angoscia. 

Consolatori viventi

Ognuno fa cordoglio in modo diverso. È bene tenerlo presente, perché ci vuole tatto e sensibilità per assistere chi ha perso un caro. Non dobbiamo criticare con durezza comportamenti che per noi potrebbero sembrare inappropriati.

Può darsi che qualcuno, preso dallo sconforto, dica cose poco opportune. Non lo bolliamo definitivamente per come si è espresso in un momento di turbamento.

È naturale che davanti al lutto di qualcuno ci sentiamo a disagio e temiamo di non trovare parole giuste. Non lasciamoci bloccare da questo sentimento e non abbiamo paura di avvicinarci per esprimere le nostre condoglianze. È un momento difficile per tutti. Tutti abbiamo paura di dire la cosa stupida o inappropriata, ma è sufficiente dire semplicemente che sono triste per te e prego per te.

Attenzione, però! Non è il momento della predica! Poche parole sincere e un abbraccio offrono molto più conforto di quello che crediamo.

E se a morire è stato un parente non credente, facciamo attenzione a non dare false speranze! I parenti credenti sanno già ciò che la Bibbia dice sulla morte dei non credenti. Quello che possiamo offrire loro è la nostra spalla e possiamo assicurarli che Dio è giusto e santo in ogni cosa che fa.

Se abbiamo un ricordo speciale da raccontare della persona defunta, facciamolo con garbo: porta un senso di serenità a chi l’ascolta.

La perdita di un caro è anche un momento intenso in cui ci sono molte persone intorno, parenti, amici e colleghi. Nei giorni successivi, però, la solitudine si fa sentire. Anche a distanza di settimane e mesi il distacco e il dolore sono vivi. Non abbandoniamo chi soffre a gestire da solo la sua perdita.

Particolarmente durante le feste, i compleanni e gli anniversari il dolore si riacutizza. Una parola buona è un balsamo per coloro che continuano a fare cordoglio.

 

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La VOCE ottobre 2018

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Guglielmo risponde 


MA COSA FIRMI

Hai notato che per qualunque operazione in banca ti chiedono cinquanta firme? La maggior parte hanno a che fare con la privacy. 

Vai dal dottore, dal meccanico, apri un sito internet, ognuno richiede la firma per la privacy. Dovrebbe garantire la riservatezza dei tuoi dati e delle informazioni che hai fornito.

Dico dovrebbe, perché in pratica è impossibile sapere se i livelli di sicurezza siano effettivamente adeguati a proteggerci. Ma forse la domanda più importante sarebbe se questa sia davvero l’intenzione delle aziende.

Oggi come oggi è possibile acquistare indirizzi di posta elettronica di persone sconosciute, a loro insaputa. I dati personali sono un asset che vale denaro per le società che operano su internet. Molte imprese se ne servono a scopo di marketing. È tutto legale. Il problema, casomai, è che prima di mettere la firma su qualunque documento, nessuno prende davvero del tempo per leggere tutte quelle informazioni scritte in caratteri microscopici e in linguaggio incomprensibile. Così, con la nostra firma, autorizziamo l’uso che ne faranno.

Internet è un mondo di dati in espansione inarrestabile. Ci sono hacker e organizzazioni che hanno tutte le intenzioni di sfruttarlo a loro vantaggio. Cancellare le informazioni caricate in rete è in teoria possibile, ma richiede uno sforzo e una tenacia che non è da tutti (una cancellazione totale potrebbe richiedere un anno intero, l’appoggio di ditte specializzate e addirittura l’intervento di un avvocato). 

Il recente scandalo che ha coinvolto Facebook ha scosso mezzo mondo; politici, avvocati e cittadini fanno fronte unito nella speranza di proteggere meglio la privacy.

Come credenti, come dovremmo comportarci in questa era di internet? Cosa dobbiamo pensare della privacy? E come insegnare ai nostri figli l’uso sano dei social media?

Niente privacy!

“SIGNORE, tu mi hai esaminato e mi conosci. Tu sai quando mi siedo e quando mi alzo, tu comprendi da lontano il mio pensiero. Tu mi scruti quando cammino e quando riposo, e conosci a fondo tutte le mie vie. Poiché la parola non è ancora sulla mia lingua, che tu, SIGNORE, già la conosci appieno.” 
–Salmo 139:1-4

Prima che io posti qualunque cosa su Facebook, Twitter, Instagram o qualsiasi altro medium, Dio già lo sa. Egli non conosce solo cosa sto per scrivere, ma anche il motivo perché lo faccio. Dio sa cosa c’è nel mio cuore.

Il Salmo 139 dice anche che Dio è onnipotente, onnipresente e onnisciente.
Se ricordassimo più spesso che Dio sa tutto quello che pensiamo, facciamo e desideriamo, e che non possiamo nasconderci da Lui, faremmo più attenzione a quello che scriviamo. E, in rete, non penseremmo nemmeno di mascherarci dietro l’anonimato con il nostro peccato.

La perfetta conoscenza che Dio ha di noi va oltre i social media. Quello che pensiamo degli altri, che lo diciamo ad alta voce o no, Dio l’ha già valutato. 

Come cambierebbe il nostro atteggiamento verso i genitori, il coniuge, il datore di lavoro, i governanti, i responsabili in chiesa o i vicini di casa, se la presenza di Dio fosse sempre visibile? 

Ogni giorno i nostri presunti segreti creano scandalo in cielo!

E un giorno, i segreti degli uomini saranno tutti giudicati: “Io vi dico che di ogni parola oziosa che avranno detta, gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato, e in base alle tue parole sarai condannato” (Matteo 12:36,37).

Scrivere sui social media è un modo di parlare, e sul parlare la Bibbia ha molto da dire. 

Prima di tutto, dice che dobbiamo essere coerenti nella nostra fede per non cadere nell’ipocrisia. 

“Dalla medesima bocca escono benedizioni e maledizioni. Fratelli miei, non dev’essere così. La sorgente getta forse dalla medesima apertura il dolce e l’amaro? Può forse, fratelli miei, un fico produrre olive, o una vite fichi? Neppure una sorgente salata può dare acqua dolce” (Giacomo 3:10-12).

Come ci esprimiamo deve essere confacente ai figli di Dio. Le parole avventate, ambigue e vaghe, oscurano e, a volte, rovinano la nostra testimonianza.

Secondo, dobbiamo fare attenzione alle conseguenze delle nostre parole. 

“Così anche la lingua è un piccolo membro, eppure si vanta di grandi cose. Osservate: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità. Posta com’è fra le nostre membra, contamina tutto il corpo e, infiammata dalla geenna, dà fuoco al ciclo della vita” (Giacomo 3:5,6).

Una volta pubblicate in rete, le nostre parole eludono ogni nostro controllo. Se si prestano a malintesi, potranno recare danni imprevedibili, anche a distanza di tempo, a noi, a chi ci legge o alle nostre famiglie.

Terzo, dobbiamo esercitarci a far buon uso delle parole. “Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela, affinché conferisca grazia a chi l’ascolta” (Efesini 4:29).

Nel testo greco originale, la parola “cattiva” significa “putrida”. Eliminiamo dal nostro vocabolario qualsiasi parola disgustosa e, passando attraverso il setaccio di quello che Dio considera buono, impariamo a scegliere parole che fanno del bene. Ce ne sono per ogni situazione, ma bisogna fare uno sforzo per individuarle. 

Le parole che fanno del bene sono edificanti, sono dette al momento giusto e conferiscono grazia.

Non tutto quello che è vero è necessariamente utile. Certe osservazioni sulla forma fisica di qualcuno, per esempio, possono essere vere, ma siamo sicuri che facciano del bene? Edificare qualcuno vuol dire aiutarlo a migliorare per il bene suo e non per il nostro. 

Parole utili dette al momento giusto sono rarissime come l’oro. Tutti ne hanno bisogno, ma pochi hanno imparato a offrirle. È un’area in cui dobbiamo tutti crescere in saggezza.

Quello che scriviamo deve conferire grazia. Grazia è quello che Dio fa ogni giorno nella nostra vita. I suoi desideri per noi non sono egocentrici. Il suo unico intento è quello di produrre un bene spirituale in noi. Se le cose che diciamo o scriviamo sono infette da sentimenti di rivincita o di rabbia, abbiamo dimenticato che siamo in vita solo per la grazia di Dio.

Quarto, dobbiamo riconoscere che abbiamo bisogno di aiuto in questo. “SIGNORE, poni una guardia davanti alla mia bocca, sorveglia l’uscio delle mie labbra” (Salmo 141:3).

Siamo deboli. Diciamo cose fuori posto con molta leggerezza. Non sappiamo frenare la nostra lingua. 

L’uso dei social media non ci aiuta in questo, perché davanti a una tastiera e uno schermo tutto diventa stranamente impersonale. Non stiamo faccia a faccia con nessuno, perciò è facile che le nostre inibizioni si abbassino senza che ce ne accorgiamo più di tanto. E in un attimo le nostre dita hanno trasmesso nella galassia di internet parole e pensieri impulsivi.

Fare ogni cosa alla gloria di Dio riguarda anche le nostre dita!

Cosa farebbe l’apostolo Paolo?

Se gli apostoli vivessero oggi, cosa farebbero con la tecnologia che abbiamo a disposizione? Gesù userebbe i social media? 

Ragioniamo prima sugli usi sbagliati. Qualcuno poco saggio, altri chiaramente peccaminosi!

Facebook, Twitter e Instagram sono alcuni dei social network più comuni, popolarissimi specialmente fra la generazione più giovane. 
Facebook fu lanciato nel 2004. Oggi conta più di due miliardi di utenti. Circa il 30% di loro ha tra i 25 e 30 anni. Il 50% dei giovani tra i 18 e 24 anni accede a Facebook come prima cosa appena svegli. 
In media, una sessione dura circa 20 minuti a persona. Questo, più volte al giorno. Ogni secondo si creano 5 nuovi profili utente! E ogni giorno 300 milioni di foto vengono postate sui vari profili!(https://zephoria.com/top-15-valuable-facebook-statistics/)

Con una tale audience, Facebook potrebbe essere utile anche per il progresso del vangelo. Ma non lo è per tanti credenti. Sui loro profili non c’è traccia della loro fede. E forse è meglio così, visto quello che postano.

È sorprendente quanto narcisismo dilaghi su Facebook. I post più comuni riguardano ciò che la gente mangia, dove va e cosa fa per divertirsi. Con tanto di selfie, ovviamente.   

Ma è sconcertante che anche i credenti non si fanno scrupoli nel pubblicare foto in costumi succinti e in pose ammiccanti.

Poi ci sono quelli che usano i social media per una specie di denuncia. Oppure per parlare male di qualcuno senza fare il suo nome. Cosa sperano di ottenere? Che quella persona “anonima” si riconosca in quello che hanno scritto e cambi atteggiamento? 

Oppure che altre persone si uniscano al loro sdegno generale?

Parlare male di qualcuno, della società o dei politici è normale per chi non consce Dio. Ma è triste quando i credenti trovano più appagante lo sparlare carnale piuttosto che ringraziare Dio per ogni cosa, come ci comanda di fare.

C’è anche chi dice apertamente di essere un credente, ma poi si fa coinvolgere in interminabili controversie dottrinali. A che pro? Forse in partenza poteva essere motivato dal voler “difendere la verità”, ma troppo spesso questi scambi di opinione deteriorano in offese e insulti che nulla hanno a che vedere con l’amore cristiano.

Mi fermo qui. Bastano questi come esempi negativi del cattivo uso dei social. I social media, però, non sono dannosi in sé, e hanno molto potenziale se usati bene. 

Ecco, allora, alcuni consigli per farne il buon uso:

Prega prima di postare qualunque cosa. Spesso si ha l’impulso di scrivere di getto. Su internet questo è un grande rischio. Non aiuta il fatto che di solito usiamo i social quando siamo soli e quindi avvertiamo meno il bisogno di una normale cautela e di autocensura.

Pensa a chi leggerà quello che scrivi. Ricordati che se non puoi definire il tuo uditorio (molti social hanno questa opzione), quello che pubblichi potrà essere letto da chiunque, credenti e non. Certe conversazioni sarebbe meglio riservarle a un numero ristretto di persone piuttosto che lanciarle in pasto a tutti.

Pensa bene allo scopo per cui scrivi. Sui social valgono gli stessi principi biblici che dobbiamo seguire nel parlare. Edifica? È questo il momento giusto per scriverlo? Porta grazia a chi lo legge?

Pensa a quale impressione dai di te con il tuo post. Attira l’attenzione su di te? Potrebbe sembrare che ti stia mettendo in mostra? Che ti stia arrogando dei meriti che non hai?

In che modo quello che scrivi riguarda Dio? Porta gloria a Lui? O è qualcosa che anche un non credente potrebbe scrivere?

Pensa a cosa stai producendo. Il risultato di quello che scrivi produrrà controversia? Stai scrivendo per creare divisione?

Diresti la stessa cosa a una persona in carne e ossa? Se non hai il coraggio di dirlo in pubblico, non lo dovresti nemmeno scrivere!

Usare i media per testimoniare è utile! Il Signore può aprire il cuore delle persone attraverso quello che scrivi. Postare foto o video può essere un mezzo benedetto per raggiungere tantissime persone. 

Ma dovremmo anche chiederci se essere continuamente connessi ai media sia il modo migliore di usare il nostro tempo. Stiamo curiosando nelle vite degli altri? Stiamo sprecando il tempo che potremmo usare meglio facendo qualcos’altro? Ci sta portando a concentrarci su noi stessi? È una tentazione che devo combattere?

Niente privacy con Dio: “E non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto” (Ebrei 4:13). 

Il pericolo è entrato in casa tua

Una parola per mariti e mogli 

Non avere profili privati sui social ai quali il vostro coniuge non può accedere. Tante relazioni extraconiugali nascono come amicizie casuali sui social. L’anonimato e la segretezza sono una trappola. Trovare orecchie per le nostre lamentele, poter riconnettere con persone del sesso opposto, provare solidarietà con gli sconosciuti che stanno passando problemi coniugali simili ai nostri sono tutti pericoli che minano l’esclusività del rapporto di coppia. 

Non intrattenere relazioni “innocue” con persone dell’altro sesso all’insaputa del tuo coniuge. Nessuna relazione al di fuori dell’intimità del matrimonio è innocua, ma spalanca una porta al peccato.

Una parola ai genitori 

Attraverso i social è facile allacciare amicizie con gli sconosciuti. Questo è un serio pericolo per i nostri figli. Ci sono più di 83.000.000 di profili falsi su Facebook. Esistono solo per ingannare e per fare del male! 

Se per gli adulti i pericoli in rete sono tanti, per gli adolescenti lo sono in modo esponenziale. A volte, quando mi capita di vedere il profilo di qualche figlio di credenti, mi domando se i suoi genitori abbiano idea di quello che lui posta: foto e video scabrose, messaggi con linguaggio e contenuti inaccettabili per un credente. 

Nessun adolescente dovrebbe avere accesso a internet senza la supervisione dei genitori. Non ci devono essere segreti: i figli non devono vivere una vita clandestina al di fuori del controllo dei genitori.

Con figli in casa l’internet dovrebbe essere spento a una certa ora e i cellulari lasciati sotto il controllo dei genitori.

La durata del tempo passato sul pc o sui telefonini dev’essere concordata con i figli e poi monitorata con attenzione da parte dei genitori. Siate intransigenti in questo per il loro bene! I bambini a cui è permesso passare ore su video games senza restrizioni sviluppano molto presto una dipendenza dai giochi e dai social in generale. Un mondo virtuale, dove si ha la possibilità di fare quello che nella vita normale non è permesso, è un’attrazione irresistibile e un pericolo costante. 

Siete ancora in tempo per correggere, se necessario, quello che state facendo! La pornografia, le relazioni sbagliate, l’uso sbagliato della lingua e del tempo sono pericoli veri, facciamo attenzione!

 


—Guglielmo Risponde—

Perché la Bibbia ce l’ha con le mogli?

Caro Guglielmo, 
A volte si dice che la Bibbia è maschilista, perché insegna che la donna dev’essere sottomessa al marito. Ma è vero o non è vero?    —Un marito

Andiamoci piano col saltare a conclusioni affrettate su ciò che la Bibbia insegna! Particolarmente quando la risposta porta acqua a qualche mulino.

La Bibbia non è complicata, ma è complessa. Alcuni insegnamenti sono chiarissimi. Basta citare un versetto e hai già la risposta che cerchi.  

Altre volte bisogna avere la voglia di ricercare con pazienza e con un sincero desiderio di imparare ciò che i diversi passi o versetti nel loro insieme, e nel loro contesto, hanno da dire sull’argomento. Poi con molta umiltà si deve cercare di arrivare alla verità per mezzo di un confronto meditato e pacato, per conciliare – non già i passi che, come verità assoluta e priva di contraddizioni per la saggezza divina, vanno sempre d’accordo – ma le nostre interpretazioni e conclusioni meramente umane, che vanno esaminate con cautela.

Prendiamo due versetti che sono spesso intesi in senso maschilista. “Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti come al Signore” (Efesini 5:22), e “Le mogli devono essere sottomesse in ogni cosa” (Efesini 5:24). Si sono prestati a interpretazioni piuttosto dure! Da parte di mariti, naturalmente. Si pensa: “Qui i mariti comandano sempre e in tutto!” E qualcuno aggiunge: “Sono sempre parole di Paolo, il solito maschilista!”

Un momento! Guardiamo qualche altra parola di Paolo, nello stesso passo biblico. “Mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei” (Efesini 5:25). “Allo stesso modo, anche i mariti devono amare le loro mogli, come la loro propria persona. Chi ama sua moglie ama se stesso” (Efesini 5:28).

Allora, la Bibbia è maschilista o femminista? Se si seguisse alla lettera la volontà di Dio espressa in questo passo, a chi toccherebbe pagare il prezzo più alto, al marito o alla moglie?

È chiaro che nessuno dei coniugi è autorizzato a maltrattare o dominare l’altro. Anzi, l’amore perfetto e la prontezza al sacrificio dimostrati da Cristo sono il modello da seguire e la meta da raggiungere di ogni credente, particolarmente del marito. Ai sposi credenti, una vita in continua disciplina e ubbidienza a Lui è la via maestra per raggiungere questi risultati giorno per giorno.

A me sembra che sia, forse, il marito ad avere il compito più grande e difficile. Voi, che pensate?

 

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La VOCE settembre 2018

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Ivana ride, parla e sta bene


NON MI VOLEVA NESSUNO

Oggi il mondo è migliore. Almeno così sembrerebbe. La medicina ha fatto grandi progressi e tante malattie sono state praticamente debellate. 

L’ultimo caso di poliomielite risale ormai al 1982. Il vaiolo, che nel 30% dei casi era letale, dal 1979 non esiste più. E pensare che negli anni ’60 causava la morte di circa 2 milioni di persone all’anno! Anche la meningite e alcuni tipi di cancro sono ora curabilissimi.

Per queste grandi scoperte della medicina, qualcuno potrebbe pensare che l’umanità stia per conquistare il controllo assoluto non solo sulla salute delle persone, ma anche sulla vita e la morte. Nel prossimo futuro, oltre a essere in grado di allungare e migliorare significativamente l’aspettativa di vita, potremo anche determinare l’idoneità di un individuo alla vita prima che nasca, decidere cioè chi può vivere e chi deve morire. 

In un certo senso, questo “diritto” già si esercita in alcuni paesi europei. È il caso della sindrome di Down. 

Oggi con un semplice test del sangue è possibile scoprire se il feto abbia la malformazione del cromosoma 21, che ne è la causa. Se il test è positivo, per molti, la cosa più facile è abortire. 

È così che l’Islanda è riuscita praticamente a ridurre allo 0 la nascita di bambini Down. 

Ma cosa dice la Bibbia sull’aborto? Sulla fecondazione assistita? Sulla fine della vita?

L'inizio dell'eternità

Non c’è vita che esista per volontà umana. L’uomo può desiderarla, e anche procrearla, ma non ne è mai l’autore. Solo Dio lo è. 

Mentre l’interruzione di gravidanza è una triste e dolorosa realtà per molte, le statistiche dicono che sempre più donne ricorrono all’aborto con leggerezza.

“Il corpo è mio e ci faccio quello che voglio” è lo slogan di un movimento molto sonoro che promuove il diritto delle donne di abortire per qualunque motivo. È un modo di ragionare che è entrato a far parte della mentalità comune della gente. Lo sapevi che molti ormai considerano l’aborto come un metodo anticoncezionale? Guai a parlarne contro! Per alcuni è come intromettersi negli affari altrui, come violare la libertà della donna. Questi sono casi estremi.

Ma come credenti, cosa dobbiamo pensare su questo argomento? Le nostre convinzioni si stanno allineando con il senso comune del giusto e dello sbagliato? In una questione così delicata ci facciamo guidare dall’opinione pubblica? Vince chi grida di più? Oppure ci fidiamo della Legge italiana? 

Perché, allora, non della Parola di Dio la quale, più spesso che no, denuncia e condanna i ragionamenti umani?! In ultima analisi, conta solo quello che Dio pensa.

Nel Salmo 127:3 è scritto: “Ecco, i figli sono un dono che viene dal SIGNORE; il frutto del grembo materno è un premio.” Nessuno è mai nato senza che Dio l’abbia voluto. Egli è coinvolto personalmente nella vita di ogni essere umano, dal concepimento fino al suo ultimo respiro. 

Nel libro di Giobbe sono scritte queste bellissime e struggenti parole di un uomo molto provato nella sua salute: “Le tue mani mi hanno formato, m’hanno fatto tutto quanto, eppure mi distruggi! Ricordati che mi hai plasmato come argilla, e tu mi fai ritornare in polvere! Non mi hai colato forse come il latte e fatto rapprendere come il formaggio? Tu mi hai rivestito di pelle e di carne, e mi hai intessuto d’ossa e di nervi. Mi hai concesso vita e grazia, la tua provvidenza ha vegliato sul mio spirito” (Giobbe 10:8-12).

Anche nella sofferenza, ogni vita è un dono di Dio, della sua infinita grazia e provvidenza. La vita di un bambino perfettamente sano vale esattamente quanto quella di un bambino nato con gravi problemi. 

Pensare che siamo solo il frutto dell’unione fisica dei nostri genitori non solo è superficiale, ma è un affronto a Dio. 

La sua Parola smentisce con indiscutibile chiarezza l’idea che il feto nel grembo della mamma sia solo una massa di tessuto e non una persona. Il re Davide afferma: “Sì, tu m’hai tratto dal grembo materno […] tu sei il mio Dio fin dal grembo di mia madre” (Salmo 22:9,10). Il Signore era il Dio di Davide sin dal grembo della mamma.

Due mesi dopo il concepimento il feto ha già mani e piedi, ha un cuore che batte, e il suo DNA, già definito e distinto, rimarrà lo stesso per tutta la vita. Davanti a questa verità, abortire di proposito un bambino è come uccidere un figlio perché rappresenta “una seccatura” per la vita dei genitori. 

Milioni di bambini sanissimi vengono abortiti nel mondo con scuse di ogni tipo. In alcuni casi si cerca di giustificare l’omicidio di questi bambini dicendo che è per il loro bene – meglio abortire che farli nascere in una famiglia che non è pronta ad accoglierli. 

La storia umana è macchiata di violenza e di atrocità, ma in una persona normale il pensiero di uccidere bambini piccoli desta sempre orrore. Ucciderli, però, senza averli prima visti, sembra più accettabile, meno grave…

Il feto è un essere umano! Creato a immagine di Dio: “Il sangue di chiunque spargerà il sangue dell’uomo sarà sparso dall’uomo, perché Dio ha fatto l’uomo a sua immagine” (Genesi 9:6).

Nel Salmo 82, al versetto 3 Dio dice per bocca di Asaf: “Difendete la causa del debole e dell’orfano, fate giustizia all’afflitto e al povero!”

Chi è più debole e incapace di difendersi di un bambino non ancora nato? Noi siamo chiamati a difenderlo. Siamo chiamati a reagire a questa strage di milioni di bambini. A te può sembrare che non si tratti di un massacro perché solo di rado vieni a sapere di un caso di aborto, ma le statistiche dicono che gli aborti volontari in Italia sono circa 90.000 all’anno.

Ma, appunto per il grande consenso generale proaborto, c’è il pericolo che i credenti, pur essendo contrari, restino in silenzio davanti a questi omicidi. Quando, però, ci tocca da vicino, non possiamo fare finta di niente, non dobbiamo tacere. 

Cosa succede ai bambini morti?

Fino a questo punto abbiamo parlato solo dell’aborto volontario. Ma ci sono altrettanto milioni bambini nel mondo che muoiono prima del parto o poco tempo dopo, a causa di diverse complicazioni. La morte di un bambino desiderato e aspettato suscita inevitabilmente grandi emozioni e domande nelle menti e nei cuori dei genitori. Domande che richiedono una risposta esauriente e soddisfacente e, soprattutto, vera. 

Quello che possiamo affermare dalle Scritture è che Dio accoglie in cielo tutti i bambini che muoiono prima di raggiungere quella maturità che li rende moralmente responsabili davanti a Lui. Sapere che sono al sicuro in cielo col Signore è un motivo di grande gioia e conforto per i genitori nel loro dolore. 

E se sono io il colpevole?

Forse conosci qualcuno che ha avuto un aborto. Qualcuno che l’ha fatto di proposito, forse prima di convertirsi, e ora ne porta il peso sulla coscienza. Forse l’hai fatto tu. Oppure non hai dovuto ricorrere a un intervento, perché hai usato la spirale o la pillola del giorno dopo (le quali sono di fatto strumenti di aborto; un credente fedele alla Parola di Dio non dovrebbe mai usarli). Che speranza c’è per chi sente il peso del suo peccato?

La speranza c’è! Ed è l’unica realtà che guarisce e risana chi ha peccato.

Nella grazia di Dio possiamo trovare il conforto per aver perso un bambino molto desiderato, ma anche il perdono per avere abortito. Non a caso Giovanni scrive: “Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità” (1 Giovanni 1:9).

Se hai abortito o incoraggiato qualcuno a farlo, sappi che il perdono c’è! Il Signore Gesù è morto per tutti i peccati, il suo sangue vale anche per quelli che a noi sembrano troppo grandi. Il suo perdono è completo, gratis e irrevocabile. 

È possibile che porteremo le cicatrici del nostro peccato, ma non ne dobbiamo portare più la colpa! E possiamo essere sicuri che quel bambino a cui forse non abbiamo mai dato neanche un nome è col Signore. E un giorno lo incontreremo nella gloria del cielo.

E questo mi porta a un altro discorso…

La sterilità

Cosa dire a una coppia che ama il Signore e che vorrebbe tanto avere dei figli, ma non ne ha? Se Dio ha detto all’uomo “crescete e moltiplicatevi”, perché non glieli dà? Ci sono milioni di bambini abortiti indesiderati, e invece a loro che li desidererebbero, i figli non arrivano. Cosa fare, cosa sperare?

Ricordo una coppia di credenti che tanto tempo fa mi chiese consiglio a questo riguardo. Per anni avevano aspettato e sperato invano, poi erano arrivati al punto di voler tentare la fecondazione assistita. Stavano valutando se spendere migliaia di euro per la speranza, ma non la certezza, di avere dei figli. Sospettando che avessero difficoltà finanziarie e non fossero realmente in grado di affrontare una spesa del genere, consigliai loro di aspettare ancora, di mettersi nelle mani di Dio e di trovare pace in Lui. Lo fecero. Dopo un po’ di tempo ebbero un figlio e poi altri due. La loro è una storia a lieto fine, ma non tutte le storie finiscono così.

Chiaramente non esiste una risposta unica che valga per tutti, ma ci sono dei consigli biblici che si applicano a ogni situazione. La Bibbia racconta di diverse donne sterili che desideravano avere figli. Come Sara, che aveva aspettato contro speranza e poi aveva avuto Isacco, ma non senza qualche momento di perplessità e sfiducia in Dio.

Quando si ha a che fare con coppie che non hanno figli, bisogna avere molto tatto. Battute facili possono ferire la loro sensibilità senza che te lo facciano sapere. Mai dire “Beati voi che non avete figli!” E usare estrema delicatezza nel chiedere, se proprio lo devi sapere, perché non hanno figli. Per alcuni è un motivo di grande sofferenza, un dolore intimo e privato che dobbiamo rispettare. Se chiedono preghiere, facciamolo senza intrusioni e invadenze.

A un gruppo di studio biblico che conducevo, partecipavano quattro giovani coppie appena sposate. Nel tempo, tre delle quattro mogli rimasero incinte, mentre la quarta sembrava non poter concepire. Fu un motivo di grande dolore per lei. Oggi, grazie al Signore, è la mamma di due figli bellissimi. Ma in quegli anni bisognava avere tanta sensibilità nel gioire con quelle che erano in dolce attesa e fare cordoglio con quella che ancora aspettava una risposta alle sue preghiere.

Le coppie che non possono avere figli 

potrebbero prendere in considerazione l’adozione. Adottare un figlio è costoso e difficile, ma in questo, forse, la chiesa potrebbe dare loro una mano concreta. Un bambino adottato in una famiglia di credenti ha la possibilità di crescere ascoltando il vangelo, come forse non gli sarebbe altrimenti possibile.

Come credenti, anche noi siamo stati adottati da Dio; fare per un bambino qualcosa che Dio ha fatto per noi è un grande privilegio e una responsabilità. 

Conosco diverse coppie che hanno adottato bambini perché sembrava che non ne potessero avere, e poi il Signore gli ha dato anche dei figli propri. Non è una regola né una promessa, è solo un’ulteriore benedizione che Dio dà ad alcuni. A volte la pace che la coppia trova nell’adozione permette loro la serenità di avere anche figli naturali.

In alternativa, c’è la fecondazione in vitro che non è vietata espressamente dalle Scritture. Se fosse sbagliato avere l’assistenza professionale per risolvere un problema fisico dell’infertilità, allora anche farsi curare dai medici in generale sarebbe fuori luogo. Fidarsi di Dio non vuol dire non avvalersi della scienza per risolvere dei problemi. 

C’è, però, un aspetto da tenere in mente. Molte volte, in vista di dover ripetere il tentativo, si fecondano più ovuli del necessario. Quando la fecondazione ha avuto successo e si passa alla gravidanza, questi ovuli fecondati non vengono usati più. Se vengono distrutti, sono anche loro degli aborti a tutti gli effetti. 

Verso il tramonto della vita

Ogni giorno il nostro fisico invecchia. Oggi un po’ più di ieri. Il corpo, come una tenda, si disfa ed è una delle inevitabili conseguenze del peccato. 

Le malattie colpiscono tutte le età, anche i giovani, e possono causare grandi sofferenze che sembrano impossibili da sostenere.

Il soffrire non era una novità per l’apostolo Paolo. Tutte quelle volte che era stato battuto, lapidato e dato per morto devono aver lasciato segni sul suo corpo. Come anche tutto quel tempo passato in catene e in prigione. E quella spina nella sua carne per cui aveva pregato di essere liberato, doveva essere una prova pesante.

Dio ha risposto alle sue preghiere! 

La sua risposta è stata: “La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza” (2 Corinzi 12:9).

È Dio che decide la nascita e la morte. È un diritto esclusivo che gli appartiene sin dal primo alito vitale che Egli ha soffiato nelle narici del primo uomo (Genesi 2:7). 

“I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo, e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni che mi erano destinati, quando nessuno d’essi era sorto ancora” (Salmo 139:16). Dio conosce appieno ogni singolo giorno della nostra vita e ne determina il numero. Il Salmo 139 è di grande incoraggiamento per coloro che davanti alla morte di un proprio caro continuano a chiedersi se non avrebbero potuto fare di più. Se solo fossero andati all’ospedale prima… Se avessero cambiato dottore… 

I nostri “se” e “ma” forse non avranno mai una risposta, ma possiamo calmare i nostri cuori sapendo che un Dio sovrano ha stabilito il numero dei nostri giorni.

Questi temi sono senza dubbio difficili da affrontare ed è facile che non tutti i credenti siano d’accordo su come farlo. Le guide delle chiese hanno una grande responsabilità di studiare seriamente questi argomenti nelle Scritture e di insegnarli. 

Bisogna essere sicuri che quello che si dice sia totalmente biblico, radicato nella Parola di Dio. 

Ma bisogna poi anche camminare accanto a coloro che stanno affrontando queste situazioni dolorose. Non dimentichiamo le parole di Gesù: “Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi; e del luogo dove io vado, sapete anche la via” (Giovanni 14:1-4).

“Dio stesso ha detto: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò». Così noi possiamo dire con piena fiducia: «Il Signore è il mio aiuto; non temerò. Che cosa potrà farmi l’uomo?»” (Ebrei 13:5-7). 

È vero, oggi il mondo è migliore! 

Ma lo è perché Egli cammina accanto a noi, nel dolore, nella morte, nelle nostre paure. Fidiamoci di Lui. n

 


Ivana ride, parla e sta bene

Eravamo in grande attesa. Il 28 ottobre del 2003 sarebbe dovuto nascere il nostro terzo bambino.

Il 31 ottobre, sono andata per un monitoraggio del battito del cuore del nostro piccolino, ma i medici, proprio allora, non hanno sentito il battito.

Non ci potevamo credere. La gravidanza era stata ottima e tutti gli esami sempre perfetti.

È stata fatta un’ecografia, che è servita solo a confermare che il bambino era morto nella mia pancia 24 ore prima.

Mio marito Lucio era con me in ospedale. I medici ci hanno spiegato che avrebbero fatto nascere il piccolo con un parto spontaneo, per non danneggiarmi. Dopo molto camminare nei corridoi, salire scale, parlare e pregare con Lucio, sono venute le doglie. 

La mattina del 2 novembre è nata morta Ivana, il cui nome significa “Dio è misericordioso”. Pesava 4 chili ed era lunga 52 centimetri.

Abbiamo chiesto di vederla e, dopo averla lavata, ce l’hanno portata. Era bellissima, l’abbiamo tenuta in braccio e sembrava che dormisse. 

Abbiamo letto il Salmo 139, che dice che siamo stati fatti in modo meraviglioso e stupendo e che Dio sa tutto di noi e non ci lascia mai soli.

La cosa più difficile è stata doverla ridare all’infermiere, che l’ha portata via.

Nei mesi precedenti alla nascita di Ivana, Lucio e io avevamo parlato molto della sovranità di Dio. Questo ci aveva preparati, in qualche modo, a quello che è poi successo. Sapevamo che Dio guida ogni cosa, che è sovrano sulla vita e sulla morte. È buono e quello che permette è bene, anche se non lo capiamo e i nostri sentimenti vogliono farci credere il contrario. 

Perché è morta Ivana? I medici non hanno trovato una spiegazione e noi abbiamo rinunciato a fare l’autopsia. Anche nell’utero si può verificare una “morte bianca”. Quando succedono delle cose così, per forza salgono alla mente dei dubbi e vengono molte recriminazioni. Se… se… se…

Prima che Ivana nascesse, quando sapevamo già che la piccola era morta, due anziani della nostra chiesa sono venuti a trovarci in ospedale con le loro mogli. “Non avete fatto niente di male e non avete nessuna colpa. Il vostro tesoro è in cielo,” ci hanno assicurato. Le loro parole sono state importanti e ci hanno fatto del bene. 

Il dolore, la confusione e il senso di vuoto per la mancanza della nostra bambina erano, e sono, molto grandi, ma Dio ci è vicino e la sua pace “che supera ogni intelligenza” (Filippesi 4:7) custodisce i nostri cuori e i nostri pensieri.

Quando abbiamo fatto il funerale, avevamo pregato che fosse un tempo di ringraziamento e così è stato. È stato detto chiaramente che ora Ivana è in cielo, al sicuro nelle braccia del Salvatore, e che noi che abbiamo creduto in Cristo e abbiamo accettato in dono la sua salvezza la rivedremo un giorno lassù.

Anche la nostra piccola Rebecca sa che, dopo il funerale, la sua sorellina Ivana è stata messa sottoterra, ma che “la vera Ivana”, quella che ride e parla, sta ormai in cielo con Gesù e sta molto bene.

Questa è anche la nostra consolazione.

—Cristina Stanisci (Tratto dal libro "Al sicuro fra le braccia di Dio")

 

 

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La VOCE luglio 2018

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La schermaglia vincente – 2 | Un pizzico di sale


Pensavo fosse una cosa privata

C’è un comportamento peccaminoso che è diventato molto comune anche tra i credenti. Anzi, lo consideriamo piuttosto normale, un’abitudine forse non tra le migliori ma un modo di fare che accettiamo e tolleriamo, pensando che, in fondo, non sia nient’altro che un naturale bisogno di parlare e di sfogarsi. O anche solo un fatto di cultura popolare...

È talmente accettato nelle nostre chiese che ormai nessuno si pone la domanda su cosa ne pensi Dio. Perciò è facile continuare a comportarsi così; chi lo fa non trova troppa opposizione ma piuttosto complicità carnale.

Ma non lo dobbiamo sottovalutare come un argomento marginale nella Bibbia, o che sarebbe troppo complicato trattarlo nel modo biblico. No, non sono questi i motivi per cui non facciamo niente per contrastarlo. 

La realtà dei fatti è che la nostra carne prova piacere nel partecipare a questo peccato. 

Ti stai chiedendo quale sia?

Il Nuovo Testamento lo menziona diverse volte, ma oggi te ne voglio parlare basandomi sul Salmo 50. Guardiamolo insieme.

Dio dice all’empio:

«Perché vai elencando le mie leggi e hai sempre sulle labbra il mio patto, tu che detesti la disciplina e ti getti dietro alle spalle le mie parole? Se vedi un ladro, ti diletti della sua compagnia e ti fai compagno degli adulteri. Abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua trama inganni. Ti siedi e parli contro tuo fratello, diffami il figlio di tua madre. Hai fatto queste cose, io ho taciuto, e tu hai pensato che io fossi come te; ma io ti riprenderò e ti metterò tutto davanti agli occhi.»  —Salmo 50:16-21 

In questi versetti Dio denuncia l’ipocrisia di tutti quelli che dicono di amarlo, di conoscere le sue leggi e di osservare i suoi patti, ma che detestano affrontare il proprio peccato. Persone arroganti che a parole affermano di seguire Dio mentre le loro azioni dimostrano il contrario: hanno voltato le spalle ai chiari comandamenti della Bibbia. 

La gravità dell’ipocrisia diventa ancora più lampante quando si considerano gli altri comportamenti peccaminosi associati ad essa. 

Provare piacere a passare tempo con i ladri
Non si è più disturbati dalla disonestà di chi ci sta intorno: “Non sarà quel piccolo furto a rovinare il nostro rapporto!” 

Farsi compagno degli adulteri 
Si prova sempre meno sconcerto per tradimenti e relazioni extraconiugali. L’infedeltà è talmente ostentata e celebrata dai mass media che non suscita più scandalo.

Abbandonare la bocca al male e tramare inganni 
Mentire per coprire le proprie colpe, per trarre vantaggio disonesto, per sembrare diversi da chi si è in realtà. E ci si vanta dei successi illegittimi e si cerca di trascinare altri a diventarne complici… 

Per i credenti, tutti questi comportamenti sono rifiutati con un NO assoluto. Ma nella lista di Dio c’è ancora un altro peccato, quello particolare che troppo facilmente si insinua nelle nostre vite. 

Parlare contro tuo fratello 

Nel senso letterale la frase si riferisce al parlare contro il fratello carnale. Capita in tutte le famiglie, è vero, ma non ho mai sentito che qualcuno l’abbia fatto per uno scopo nobile, o che ci sia stato un esito utile o positivo. E non posso fare a meno di pensare che la frase si applichi con maggior valore alle relazioni tra i credenti, tra i membri della famiglia di Dio. Perché criticare i fratelli è una cattiva abitudine che si affaccia anche nelle chiese più sane.

Quanto è breve il passo dall’essere semplici ascoltatori al diventare parte del problema! Chi ascolta le malelingue e tace senza rimproverarle come fa la Bibbia, dimostra di approvarle e si fa automaticamente complice di questo peccato. E sarà molto tentato a spargere agli altri quello che ha sentito.

Calunniare e accusare è quello che fa il diavolo! Quando sparliamo di un fratello o di una sorella in fede disprezziamo qualcuno che è stato comprato da Gesù, con il proprio sangue. È come criticare il Signore stesso (Romani 14:4).

Alcuni poi fraintendono il silenzio di Dio e credono che Egli approvi le loro azioni. Nella loro sconsideratezza sottovalutano la gravità del loro peccato e trovano mille giustificazioni per la loro abitudine all’ipocrisia. Imprudenti! 

Ma Dio non si fa alleato del peccato. Anzi, il suo momentaneo silenzio è ripieno di parole e di insegnamenti che risuonano chiari e forti sulle pagine delle Scritture, ma che questi scelgono di ignorare.

Parlare male. È questo il peccato che divide le nostre chiese, che rende impossibili le relazioni genuine e sincere. Non lo si risolve facendo finta di niente o passandoci sopra con leggerezza, ma solo confessandolo, prima a Dio e poi alle persone che ne hanno subito il danno.

Cinque principi biblici 

1. È un peccato che dev’essere affrontato con urgenza
“Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta” (Matteo 5:23,24).

Secondo le parole di Gesù, i problemi fra i credenti vanno affrontati e risolti prima di qualsiasi altra cosa! Non c’è servizio in chiesa – spirituale o pratico che sia – né culto né evento particolare più importante di questo. Ha priorità assoluta.

2. Non tutto è sempre privato 
“Esorto Evodia ed esorto Sintiche a essere concordi nel Signore. Sì, prego pure te, mio fedele collaboratore, vieni in aiuto a queste donne, che hanno lottato per il vangelo insieme a me, a Clemente e agli altri miei collaboratori i cui nomi sono nel libro della vita” (Filippesi 4:2,3).

Problemi e dissensi possono nascere anche tra i più bravi credenti. Nessuno è totalmente immune da questo peccato. Come Evodia e Sintiche, anche noi possiamo diventare miopi e restare attaccati alle nostre ragioni pensando che sia solo una questione privata che non riguardi gli altri. Ma il fatto stesso che Paolo chiede in una lettera aperta che si intervenga per risolvere questa situazione, significa che non lo è sempre, e se rimane irrisolta ha ripercussioni serie su tutta la chiesa.

3. Il peccato irrisolto porta gravi e persistenti conseguenze per la chiesa 
“Un fratello offeso è più inespugnabile di una fortezza, e le liti tra fratelli sono come le sbarre di un castello” (Proverbi 18:19). 
“Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore; vigilando bene che nessuno resti privo della grazia di Dio, che nessuna radice velenosa venga fuori a darvi molestia e molti di voi ne siano contagiati” (Ebrei 12:14,15) 
“…rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a sé stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Filippesi 2:2-4).

Per preservare l’unità nella chiesa e per non lasciare alcun suolo fertile per radici velenose, le differenze di opinioni, le preferenze e gli interessi personali devono essere subordinati alla sana dottrina e all’amore. Chi stima gli altri superiori a sé, non va in giro sparlando di loro dietro le spalle.

4. La fallibilità del pensiero umano 
Lasciare correre e sperare che pian piano tutto si risolva da sé, può sembrare meno dannoso e meno doloroso, ma se Dio ci ha dato chiare istruzioni su come affrontare queste situazioni e risolverle con amore (vedi il punto che segue), chi siamo noi a credere di avere un sistema migliore?

 5. Lo schema biblico da seguire 
Prima di tutto dobbiamo appurare se il problema sia reale o solo un dissenso nato da preferenze personali. Nel corpo di Cristo c’è posto per una grande varietà di preferenze, ma non devono mai diventare un intoppo o motivo di caduta per qualcuno. 

Poi, davanti al Signore dobbiamo chiederci se non sia il caso di passare oltre l’offesa. È questo ciò che insegna il versetto che dice: “Soprattutto, abbiate amore intenso gli uni per gli altri, perché l’amore copre una gran quantità di peccati” (1 Pietro 4:8). Pensaci, è un passo obbligatorio, perché una volta che abbiamo deciso di affrontare il problema con la persona interessata, potremmo dover arrivare a coinvolgere altri in questo processo di chiarimento. 

I princìpi da seguire sono spiegati in Matteo 18. Qualsiasi cosa si faccia, lo scopo è sempre il bene della persona interessata. L’obiettivo non è la punizione in sé, ma quello di ristabilire la relazione tra la persona e Dio in primis, e poi con i fratelli.

UNO Il primo approccio dev’essere in privato tra le due persone interessate, nella speranza di un ravvedimento sincero e senza coinvolgere altri. Non appena ne facciamo parola con qualcuno, abbiamo di fatto scavalcato questo primo importantissimo passo.

DUE Se il primo passo non ha avuto esito positivo, il secondo è quello di coinvolgere altre due o massimo tre persone, ma sempre nella speranza di una soluzione positiva.

Lo sottolineo: coinvolgere altri è solo il secondo passo. 

La persona che chiameremo ad assisterci in questo secondo passo ha il dovere di non diventare un orecchio per le lamentele, ma di essere un agente per spingere l’individuo a voler fare il passo numero uno, il ravvedimento. E non deve soltanto incoraggiarlo a fare questo, ma deve accertare che si segua in tutto e per tutto il principio biblico.

TRE Il terzo passo, nel caso in cui neanche il secondo abbia prodotto un esito positivo, è quello di coinvolgere la chiesa locale. Bisogna che tutta la chiesa comprenda che ogni forma di peccato è sempre un’offesa alla santità di Dio, che ha conseguenze gravi e non deve mai essere sottovalutata. 

Troppi credenti affermano con leggerezza di godere la comunione con Dio mentre di fatto il loro peccato li contraddice.

Ricordi da dove siamo partiti? “Lascia la tua offerta davanti all’altare e prima di ogni altra cosa metti le cose a posto con tuo fratello.” In altre parole, non t’illudere che il tuo “servizio” per il Signore in qualche modo compensi la tua mancanza nel fare le cose giuste. 

In ogni chiesa ci sono situazioni non risolte. La nostra carnalità ci porta a minimizzarle. Non ci va di sporcarci le mani, è più comodo girarci dall’altra parte. Ma abbiamo tutti, in qualche misura, parlato male quando dovevamo tacere, o ascoltato maldicenze quando dovevamo rimproverarle. 

Dio ci comanda di seguire la Bibbia. Il tempo non risolve un bel niente. Potremmo provare a ignorare il problema, ma finché non lo risolviamo, Dio non è contento e noi coviamo amarezza che avvelena i nostri rapporti e condiziona il nostro comportamento. Che cosa siamo pronti a fare?


La schermaglia vincente — 2

Spesso i battibecchi, le schermaglie, le risposte affrettate e infuocate fra marito e moglie, genitori e figli, fratelli o sorelle di chiesa, vicini o colleghi, in qualche modo… piacciono! Hai detto la tua e ti senti liberato, addirittura soddisfatto.

Ma il libro dei Proverbi nella Bibbia dice che quel tipo di risposte sono da “stolti”, e “stolto” è una brutta descrizione per chiunque. Lo stolto è una persona che fa male a se stessa e offende Dio! Nulla di cui vantarsi.

Eppure per molte persone, anche credenti, scagliare parole infuocate è diventata un’abitudine, quasi uno scherzo, un motivo di sottile orgoglio.

Non è da credenti. Non è opera dello Spirito Santo. Non è né buffo né segno di una persona arguta e spiritosa.

L’Apostolo Paolo chiama queste parole “puzzolenti”, “uova marce” e ordina che nessuna parola del genere “esca dalla vostra bocca!” (Efesini 4:29). E aggiunge: “Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e parola offensiva con ogni sorta di cattiveria!” (Efesini 4:31). 

Perché lo dice? Perché il problema sta proprio qui: quando parli, la tua bocca rappresenta il tuo Salvatore e Signore, oppure te stesso? 

Di solito le prime parole che ci escono di bocca sono quelle più vere. Esprimono i malumori, i risentimenti e l’infelicità che portiamo in cuore da tempo. Cose che non si osano dire in modo diretto, chiaro e pacifico, con l’intento di affrontarle e risolverle. 

Quante persone si sentono consolate dalla loro convinzione di averla detta tutta, di aver risposto per le rime, di essersi dimostrate capaci di difendersi? Ma, in realtà, hanno offeso Dio lasciando dietro di sé una scia di gente ferita e amareggiata.

Qual è il modo migliore per uscire vincitore da una discussione? Di certo servirebbe qualcosa che porti un risultato positivo e costruisca unità e amicizia. Fraternità e amore. È mai possibile? 

È essenziale!

A cosa serve, nel piano di Dio, quella tua risposta, il commento o l’intervento che stai per fare in una conversazione nell’intimità della tua casa, nella chiesa o nella società in cui vivi? 

Paolo te lo dice così chiaramente che non puoi sbagliare: “ma, se avete qualche parola buona (utile, eccellente), che edifichi secondo il bisogno, ditela affinché conferisca grazia a chi l’ascolta” (Efesini 4:29).

Ecco lo scopo che Dio vuole che le tue parole abbiano in qualunque discussione: portare una benedizione, edificare secondo il bisogno, conferire grazia. Non la “tua” parola arguta o battuta di spirito, ma solo quella che Dio può usare per portare pace, unità, sottomissione e gloria a Dio.

“La risposta dolce calma il furore, ma la parola dura eccita l’ira” (Proverbi 15:1). 

Ecco l’unico modo per vincere una schermaglia! Pensaci.

—Guglielmo


 
Ristampa dal febbraio 1965

Un pizzico di sale

“Avete detto che non volete che giochi più con voi?” chiese Daniele con tono di sfida. 
“Sì” risposero Deborah e Davide, con una voce da congiurati di melodramma. 
“E allora... ecco!” Le palline di vetro, che Deborah aveva diviso per colore in tanti vasetti diversi, furono versate con ira in un vasetto comune (quelle che non entrarono ubbidientemente nel vasetto se ne andarono a rotolare sul pavimento). 
Mamma era sulla soglia della porta e stava a guardare la scena. Era venuta a chiamare i figli a colazione e francamente non c’era da perdere neppure un minuto... 
“Adesso che faccio?” si domandò. “Lascio andare e faccio finta di non avere visto?... No, è meglio di no... Questi figli intempestivi!...” 
“Davide, Deborah e Stefanino, andate a lavarvi le mani, mettetevi a tavola e aspettate un momento. Non voglio sentire nessun chiasso! Daniele, tu vieni con me…” 
“Mi devi parlare?” chiese lui con aria contrita. 
“Sì.”  
Mamma si sedette. “Daniele, ti pare di avere fatto un bel gesto a buttare così le perline di Deborah?” 
“No, ma ero triste perchè non erano stati gentili e quando sono triste mi viene da arrabbiarmi.” 
“Non è mai giusto arrabbiarsi e fare le vendette.” 
“Che cosa sono le vendette?” 
“I dispetti a quelli che ci hanno fatto arrabbiare. Ti ricordi la storia di Agar che abbiamo letta ieri? La sua padrona era stata molto cattiva e ingiusta, ma anche Agar aveva fatto male. E l’angelo le ha detto: «Torna indietro e chiedi perdono alla tua padrona»...” 
“Dovrei chiedere perdono ai miei fratelli?” 
“Sarebbe una buona idea...” 
“Ma come è difficile essere pazienti!” (Mamma, in cuor suo, gli diede pienamente ragione.) 
Qualche ora dopo, Mamma stava accanto a Daniele e lo ascoltava mentre leggeva una paginetta del libro di scuola. Ad un tratto, lui si interruppe e le buttò le braccia al collo: “Mamma, ti voglio bene!” 
“Anch’io, caro. Ma perché ti viene in mente ora?” 
“Perché mi aiuti ad essere buono...” 
Molti secoli fa, S. Paolo scrisse al suo giovane discepolo e amico Timoteo: “Predica la parola, insisti in ogni occasione favorevole e sfavorevole, convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza” (2 Timoteo 4:2). 
Tante volte sarebbe molto più facile chiudere un occhio su una marachella e tollerare un capriccio, o coprire un peccato nella chiesa per un falso concetto di amore e tolleranza. Ma sarebbe un errore grave. Ogni male non curato subito diventa sempre un focolaio di malattia grave e forse di morte. 

 

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