log in

La Voce del Vangelo


Deprecated: Non-static method JApplicationSite::getMenu() should not be called statically, assuming $this from incompatible context in /home/istitutobiblicobereano/public_html/templates/gk_game/lib/framework/helper.layout.php on line 199

Deprecated: Non-static method JApplicationCms::getMenu() should not be called statically, assuming $this from incompatible context in /home/istitutobiblicobereano/public_html/libraries/cms/application/site.php on line 272

La VOCE LUGLIO 2021

Lei con le braccia aperte come ali al vento, e lui da dietro la tiene stretta a sé sulla prua della nave…

È la scena icona di quello che è considerato uno dei più grandi film d’amore.

Chissà quante lacrime ha versato il pubblico per Jack e Rose, interpretati da Leonardo DiCaprio e Kate Winslet che, all’apice struggente della storia, vanno incontro a morte certa, mentre il Titanic affonda, sicuri dell’amore l’uno dell’altra. Che grande passione!

Chi non vorrebbe vivere una storia d’amore così intensa? 

Ma, senza voler giudicare nessuno, nella vita reale questi attori non sembrano aver avuto tanta “fortuna” in amore. 

DiCaprio, aveva solo un anno quando i suoi genitori si sono separati, e nella sua vita sentimentale non ha mai vissuto il matrimonio, passando da una relazione a un’altra apparentemente senza trovare il vero amore.

Forse la passione è colata a picco quando la sua compagna, l’attrice Aretha Wilson, l’ha ferito gravemente al volto rompendogli una bottiglia in testa durante una festa.

Auguriamo tutto il bene possibile a Leo, ma guardando la vita di tanti come lui mi chiedo: ma l’amore vero esiste? Lo saprò riconoscere ed esserne appagato quando lo incontrerò? 

Oppure già oggi fa parte della mia vita e non me ne sono mai accorto?

Ideali carenti e irreali

Non voglio sembrare cinico, ma solo pochi potranno dire di aver trovato il cosiddetto amore con la A maiuscola. Tutti lo cercano, ma è inafferrabile come la fine dell’arcobaleno dopo la pioggia: più ti ci avvicini, più si allontana. 

È terribile doverlo ammettere, ma è tipico della natura umana: siamo incapaci di amare un altro così come vorremmo essere amati noi, e cioè incondizionatamente. Ma questo, ovviamente, non significa che l’amore perfetto non esista. 

Anzi, al contrario dell’amore “arcobaleno”, questo è alla portata di tutti, è pienamente soddisfacente e trasforma chi lo possiede. 

Per comprendere cos’è e come arrivarci, è necessario cambiare il nostro punto di vista. Vediamo prima lo standard per eccellenza che Dio ha stabilito per l’uomo e la donna.

Nel capitolo 31 dei Proverbi, la madre del re Lemuel descrive a suo figlio la donna che lui dovrebbe sposare (Proverbi 31:10-31). Gli fa, insomma, il ritratto della moglie e mamma ideale che tutti vorrebbero avere: una donna di fede, che ha priorità ben chiare, operosa, attiva, forte e sana. 

Ma questa donna di Proverbi 31 non esiste, perché è ovvio che nessuno riesce a essere perfetto tutto il tempo. In quei versetti, però, Dio fa capire com’è in pratica l’amore perfetto a cui bisogna aspirare. È fatto di gesti, è ragionato e pieno di affetto. 

L’apostolo Paolo nelle sue lettere comanda ai mariti, da parte del Signore, di amare le mogli dando molti consigli pratici su come farlo (Efesini 5:25-33; Colossesi 3:1-17,19; 1 Pietro 3:7). 

Paolo ha anche scritto un capitolo molto conosciuto, 1 Corinzi 13, indirizzato a tutti, a prescindere dallo stato civile, età o sesso, in cui spiega che cos’è l’amore secondo Dio. 

Sono parole semplici ma potenti, amate, lette e recitate da tutte le generazioni, copiate da tanti poeti e musicate da molti artisti. 

Sicuramente l’amore descritto in questi passi è ciò che tutti desiderano, ma che nessuno è veramente capace di attuare. Eccetto Dio.

L’amore di Dio è più forte di qualunque affetto umano. Lui lo esprime teneramente dicendo: “Una donna può forse dimenticare il bimbo che allatta, smettere di avere pietà del frutto delle sue viscere? Anche se le madri dimenticassero, non io dimenticherò te” (Isaia 49:15).

Il nostro problema però è la difficoltà a capire e godere l’amore di Dio, perché è completamente diverso dalle nostre esperienze di amore umano. 

Detto molto seccamente, per noi l’amore è un semplice soddisfare i nostri desideri: il piacere fisico di un rapporto intimo, ma anche i nostri bisogni emotivi, il desiderio di avere valore agli occhi di qualcuno, e il non sentirci soli. Per questo spesso trattiamo l’amore come una merce di scambio, amiamo per essere amati, ci aspettiamo di essere ricambiati.

La carta nautica di Paolo

Abbiamo visto qual è lo standard di Dio per l’amore tra le persone (per mancanza di spazio ho solo citato i riferimenti dei passi biblici, ma mi raccomando, leggili tutti!). E abbiamo visto che il nostro concetto d’amore umano è superficiale e irrealizzabile. 

A questo punto la preghiera dell’apostolo Paolo, nella lettera agli Efesini, ci aiuta a capire come realizzare il vero amore nella nostra vita. 

Ecco le parole della sua preghiera.

Per questo motivo piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende nome, affinché egli vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo, nell’uomo interiore, e faccia sì che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, perché, radicati e fondati nell’amore, siate resi capaci di abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo e di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio. —Efesini 3:14-19

All’inizio di questa lettera Paolo aveva spiegato che l’amore di Dio era in atto già prima della fondazione del mondo, quando Lui pianificò, in ogni dettaglio, la salvezza che avrebbe offerto ai peccatori. 

Questa salvezza è stata quindi attuata da Gesù che, con la sua morte in croce, ha provveduto il perdono dei peccati di chi crede in lui, e lo Spirito Santo sigilla la certezza della vita eterna per il credente.

Poi Paolo aveva sottolineato che tutti gli esseri umani, sia Ebrei che non, hanno bisogno di questa salvezza. 

È una salvezza che cambia totalmente la condizione di chi la riceve: da schiavi di Satana, dominati dai nostri desideri e dalle persone intorno a noi, diventiamo per fede servi di Cristo, e entriamo a far parte del popolo e della famiglia di Dio, nella quale come mattoni viventi formiamo con gli altri credenti il tempio spirituale di Dio.

Era un concetto nuovo e sconvolgente per gli Ebrei, che pensavano di essere gli unici ad avere un rapporto con Dio, semplicemente perché erano di razza e di religione ebraica. Ora scoprivano che anche loro, proprio come il resto dell’umanità, potevano essere salvati e conoscere Dio solamente attraverso Cristo, l’unico mediatore tra gli uomini e Dio. 

Un solo Dio, un solo mediatore, un solo popolo. Questo era il piano nascosto per secoli che il Signore aveva rivelato a Paolo, e che aveva attuato in Cristo. E che è vero anche oggi.

Il mio bancomat è guasto

Nella preghiera citata sopra, Paolo chiede che Dio intervenga nella vita di questi credenti, ebrei e non ebrei, perché possano abbracciare e conoscere l’amore di Cristo. Come loro, anche noi per conoscere questo amore abbiamo bisogno di essere radicati e fondati sull’amore di Cristo. 

Potrebbe sembrare un controsenso che i credenti debbano ancora imparare a capire l’amore di Dio, ma non lo è. 

La comprensione di questo amore è fondamentale, perché cambia il modo di ragionare e di agire, e dà l’energia per comportarsi come Dio si aspetta da loro.

Tanti credenti fanno una professione sincera di fede, ma poi, non crescendo nella comprensione dell’amore di Cristo, continuano a zoppicare di delusione in delusione, di difficoltà in difficoltà, confusi, infelici e amareggiati.

Valutano l’operato di Dio alla luce del loro concetto di amore umano, e perplessi e frustrati non capiscono dove hanno sbagliato.

Per molti l’idea che hanno di Dio è simile a un bancomat: infilano la loro carta spirituale e digitano le loro richieste di salute, di soldi, di un lavoro, di una soluzione indolore e istantanea ai loro problemi matrimoniali e familiari: “Signore, non sono felice, ho bisogno che tu mi trovi un marito o una moglie… che cambi quello che ho… o che mi dia una chiesa migliore…”

In ginocchio davanti al nostro muto bancomat, convinti di aver fatto depositi sufficienti di lettura della Bibbia, di presenze al culto regolari, di preghiere, di servizio e di sacrifici, aspettiamo di ricevere quello che riteniamo necessario per renderci felici e sentirci amati.

Ma non succede niente. 

Non possiamo far altro che rientrare in noi stessi e renderci conto che il problema non è in Dio, ma in noi.

La preghiera di Paolo in Efesini 3 ci aiuta a riassestare la nostra bussola spirituale. Ed è questa che dovrebbe guidare tutte le nostre preghiere. In essa non si parla di sentimenti, ma di dati di fatto.

Hai notato, per esempio, che Paolo prega che per mezzo della fede “Cristo abiti nei nostri cuori”?

Spesso si insegna ai bambini a chiedere a Gesù di entrare nei loro cuori. Beh, questo è l’unico passo nella Bibbia che ne parla, ed è nel contesto di una preghiera per i credenti. Cosa vuol dire allora?

La bussola scaccia iceberg

Chiedere a Gesù di venire ad abitare nel mio cuore è chiaramente una preghiera biblica, ma se lo faccio, cosa sto chiedendo a Dio?

Il testo dice che la fede è il mezzo con cui Gesù viene ad abitare nei cuori. Definiamo allora questa fede.

Nel primo capitolo Paolo dice che aveva sentito parlare della fede dei credenti di Efeso. Sottintende che la loro non era una fede soggettiva, mentale, astratta come di chi professa una religione, ma non conosce Dio. Era evidente a tutti che credevano in Dio e in Cristo, perché la loro vita lo testimoniava. Chi li osservava poteva vedere dal loro comportamento che erano seguaci di Cristo.

Poi, nel capitolo due Paolo spiega cosa c’entri questa fede con la loro salvezza. Dice: “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti” (Efesini 2:8,9). La fede è un dono di Dio. 

Il cammino del credente non comincia per opere pie o meritorie, ma attraverso la comprensione del sacrificio di Cristo e della necessità di credere unicamente in lui per essere salvati dai peccati e dalla perdizione eterna, senza nessun tipo di meriti né opere.

Questo spiega come Gesù viene a dimorare nel cuore del credente.

Nel versetto 3:17 il testo dice che la fede in Cristo presuppone l’essere radicati e fondati sull’amore di Cristo.

La salvezza biblica è la più grande espressione dell’amore di Dio nei confronti dell’uomo. Infatti Paolo scrive: “Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati), e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù, per mostrare nei tempi futuri l’immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà che egli ha avuta per noi in Cristo Gesù” (Efesini 2:4-7).

La decisione di Dio di provvedere la salvezza per il peccatore, e di mandare il suo unigenito Figlio a morire per peccati che non aveva commesso, è il più grande gesto d’amore al mondo.

L’espressione “quando eravamo morti nei peccati” deve farci riflettere. Sottolinea due verità importanti, che amplificano la grandezza dell’amore di Dio.

La prima cosa è il fatto che eravamo morti, incapaci di fare cose buone, già giustamente condannati, e con il nostro destino già stabilito. 

La seconda parola, “peccati”, mette in evidenza la nostra colpa, la nostra condizione di nemici di Dio: vivevamo da ribelli, da oltraggiatori della sua santità.

Potevamo anche sentirci moralmente migliori di altri, ma agli occhi di Dio non c’era nulla di attraente in noi. La realtà è che eravamo totalmente colpevoli e indegni di qualsiasi grazia o perdono.

Se non siamo convinti di questi due concetti, è improbabile che siamo davvero radicati e fondati sull’amore di Cristo, perché non ne vediamo il senso. E se non lo siamo, non possiamo neanche crescere nella fede né resistere a lungo, perché è implicito che essere radicati e fondati serve per darci nutrimento e stabilità.

In Luca 7 c’è la storia di una peccatrice che lavò i piedi a Gesù con le lacrime, e li unse di profumo. Questo accadde nella casa di un fariseo che rimase scandalizzato dal gesto della donna e dall’atteggiamento condiscendente di Gesù. Il problema è che, mentre la donna era perfettamente consapevole del suo peccato, il fariseo si credeva molto migliore di lei. 

Il commento di Gesù è significativo: coloro che si rendono conto di essere stati perdonati tanto, ameranno Dio di più.

Le nostre radici sono forti e grandi nella misura in cui comprendiamo l’amore di Dio, e le nostre fondamenta saranno solide nella misura in cui siamo consapevoli della grandezza dell’amore di Cristo.

L’ago della bussola per la nostra vita di preghiera deve puntare al fatto che Dio ci possa rendere sempre più consapevoli della portata e del costo del suo amore per noi.

Un abbraccio non facile

Paolo, pregando che gli Efesini fossero resi capaci di abbracciare questo amore di cui abbiamo parlato, sottintende che non è naturale per l’uomo riuscirci. 

E se è vero che solo Dio può darci questa capacità, allora riceverla deve diventare il nostro obiettivo, e questa preghiera deve trasformarsi in una nostra costante richiesta a Lui.

Paolo descrive la vastità di questo amore con quattro parole: larghezza, lunghezza, altezza e profondità.

Un commentatore ha scritto che la larghezza simboleggia che l’amore di Dio abbraccia tutte le persone, senza limiti; la lunghezza allude alla sua durata eterna; l’altezza alla sua perfezione, in quanto proviene da Dio; e la profondità esprime la prontezza di Dio a scendere fino alle parti più basse della terra (Efesini 4:9) per amare gli uomini, anche i più depravati.

Quello di Dio è un amore pratico. Non è accademico, inefficace, capriccioso, transitorio o emotivo. L’amore di Dio è reale!

Scrivendo ai credenti di Roma, sulle grandi difficoltà che come figli di Dio possiamo aspettarci in questa vita, Paolo aggiunge: “Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 8:37-39).

Il nostro problema non è capire se siamo o quanto siamo amati, ma diventare sempre più consapevoli dell’amore costante e perfetto di Dio, da cui non possiamo essere separati, e dal quale riceviamo forza e sicurezza.

Se non ci sentiamo amati o se la nostra vita non rispecchia l’amore perfetto di Dio verso gli altri, faremmo bene a pregare con fedeltà e insistenza per questo.

È sottinteso che la preghiera debba essere accompagnata da una lettura altrettanto fedele alla Bibbia. Fissiamoci l’obiettivo di ascoltare regolarmente un insegnamento fedele alle Scritture, accurato nella dottrina e pratico nelle applicazioni. 

Dio infatti opera attraverso l’insegnamento. Quando studiamo o ascoltiamo la sua Parola bisogna prestare attenzione a quello che viene detto, bisogna farlo penetrare in noi, dobbiamo assimilarlo e lasciare che ci trasformi mente e cuore.

Se questo non succede saremo come l’uomo smemorato in Giacomo, che si illude di camminare con Dio (Giacomo 1:22-25).

Un amore sconosciuto agli uomini

Verso la fine della sua preghiera Paolo scrive che il nostro obiettivo  è  “conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza.” Non è quindi un amore umano. Non può essere immaginato dagli uomini né essere conosciuto senza l’intervento di Dio.

Come conosceremo allora questo amore che va oltre la conoscenza? Sembra un altro controsenso. 

È interessante che la parola “conoscere” nel testo originale in greco significa conoscere per esperienza.

Ricordiamo di nuovo che questa è una preghiera! Dio deve trasformare le nostre vite attraverso la comprensione di questo amore, in modo che anche noi possiamo amare, con la conseguenza che chi ci sta intorno possa sperimentare anche lui questo amore.

Il credente radicato e fondato nell’amore di Dio, via via che cresce nella comprensione dell’amore biblico, diventerà sempre più consapevole dell’amore di Dio nella sua vita, e di riflesso amerà gli altri come nessun non cristiano potrà mai fare.

Gesù ha detto: “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35).

L’amore che contraddistingue i credenti è insolito, e suscita curiosità nelle persone che li osservano se notano l’atteggiamento dell’amore umile, disinteressato e senza condizioni tra loro.

Le nostre chiese dovrebbero essere oasi dove i credenti, senza timore di essere criticati o emarginati, possano sperimentare, donare e crescere nell’amore di Dio, e ognuno possa affermare: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli” (1 Giovanni 3:16).

“Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi” (1 Giovanni 4:12).  Se Dio ha mostrato il suo amore nell’offrire la salvezza, allora è sottinteso che noi amiamo se portiamo il messaggio della salvezza agli altri.

Mai più il Titanic 

Molti hanno pianto davanti alle scene sulla tragica fine dell’amore tra Jack e Rose, che affondava col transatlantico più famoso al mondo. 

Purtroppo, anche nella realtà, la vita di molti affonda rovinosamente a causa di una ricerca dell’amore nella direzione sbagliata.

È triste dirlo, ma lo stesso vale per molti credenti e molte chiese che non sono radicate e fondate sull’amore di Cristo. 

L’amore vero esiste, ed è eterno. Dio lo ha mostrato.

Non dobbiamo mai dubitare che Dio ci ami, ma dovremmo piuttosto preoccuparci di essere sempre consapevoli del suo amore, conoscerlo di più per esperienza e abbracciarlo con tutti i credenti. 

Dio ci ha dato la bussola, usiamola per aggiustare la rotta!

– D.S.

  • L’argomento di questo numero ti è piaciuto?
    Vuoi avere gratuitamente altre copie da distribuire?
    Telefona allo 06-700.25.59

 

La VOCE GIUGNO 2021

Qualche settimana fa ho sentito un predicatore evangelico chiamare il papa “fratello Bergoglio”. Tutto il suo discorso mirava a sostenere che esistono problemi ben più importanti di cui preoccuparsi, piuttosto che le mere differenze dottrinali tra evangelici e altri “cristiani”.

Non è il solo a pensarla così. Fare distinzioni troppo rigide tra una religione e l’altra, e tra i modi di professare la propria fede, è cosa malvista. Potrebbe urtare la sensibilità di chi crede in qualcosa di diverso. Dopotutto, non è l’amore verso il prossimo il fulcro del messaggio cristiano?

Questo buonismo, però, produce falsa unità e aspettative sbagliate, ed è in chiaro contrasto con la Parola di Dio che, invece, spesso esorta il credente e la chiesa a stare in guardia contro l’errore.

Dai tempi della Riforma protestante, fino a metà del 1900, le differenze fra i Cattolici e i Protestanti erano evidenti. Oggi sono diventate sempre meno marcate. La tendenza di molte denominazioni “cristiane”, comprese quelle evangeliche, è quella di restare aperti sulle questioni dottrinali. 

Allora è logico domandarsi: Esistono ancora differenze tra i veri credenti evangelici e i Cattolici? La risposta è: Assolutamente sì. Parliamone.

Parliamoci... in chiaro

Per i credenti biblici, conoscere le differenze tra la dottrina della Chiesa cattolica romana e le Scritture, e saperle spiegare, non è solo necessario ma è anche un atto di fedeltà a Dio, e un gesto di vero amore verso coloro che voglio conoscere la verità.

Quando si parla di contrasti di dottrina, si vuole evitare di cadere in polemiche e discussioni inutili. 

Dovremmo essere motivati, piuttosto, dalla consapevolezza che quello in cui si crede ha conseguenze reali sul proprio destino eterno.

Non è ovviamente possibile analizzare tutte le differenze in questo articolo. Perciò ne ho scelte alcune fondamentali, quelle più utili a chiarire le idee, per non creare ulteriore confusione.

1. Chi ha l’autorità massima riguardo alla fede? — Sola Scrittura

La prima questione da affrontare è su che cosa si basa la fede che un credente professa. Qual è il fondamento del credo? 

Per la Chiesa cattolica romana, il credo è esposto nel Catechismo della Chiesa. Lo citerò, confrontandolo con le Sacre Scritture, le quali invece costituiscono le fondamenta della fede evangelica biblica.

Ecco quello che sostiene la Chiesa cattolica romana: 

“L’unica Chiesa di Cristo [è quella] che il Salvatore nostro, dopo la sua risurrezione, diede da pascere a Pietro, affidandone a lui e agli altri Apostoli la diffusione e la guida [...]. Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come una società, sussiste [“subsistit in”] nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui”. (816)

“È chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che non possono indipendentemente sussistere e che tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 10]. (95)

La Chiesa cattolica dichiara quindi che è essa stessa l’autorità suprema in materia di fede, e che il suo credo è basato in ugual misura sulla tradizione della chiesa, sulla Bibbia e sull’autorità del Papa e dei Vescovi in comunione con lui.

Per il credente evangelico, invece, l’unica autorità è la Parola di Dio, la Sacra Bibbia. Essa è la rivelazione di Dio a cui si riferivano i credenti dell’Antico patto (Isaia 8:20; Giovanni 5:39,40), Cristo stesso (Matteo 4:17-20), gli Apostoli (2 Pietro 1:19-21), i primi cristiani (Atti 17:11) e tutti i veri credenti biblici di tutti i tempi (Colossesi 3:16).

Tutto quello di cui un credente ha bisogno si trova nelle pagine della Parola di Dio. “Sola Scrittura” infatti è il primo dei cinque pilastri che riassumono il pensiero teologico della Riforma.

I seguenti versetti mettono in risalto la supremazia della Bibbia rispetto a qualunque altra “autorità”.

“La legge del Signore è perfetta, essa ristora l’anima; la testimonianza del Signore è veritiera, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, sussiste per sempre; i giudizi del Signore sono verità, tutti quanti sono giusti, sono più desiderabili dell’oro, anzi, più di molto oro finissimo; sono più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi. Anche il tuo servo è da essi ammaestrato; v’è gran ricompensa a osservarli (Salmo 19:7-11).

“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Timoteo 3:16,17).

È interessante notare che il catechismo presenta la fede cattolica come uno sgabello a tre gambe, che non può reggersi con la sola Bibbia. Quindi la Bibbia non sarebbe “perfetta” e sufficiente da sola, che è il contrario di quello che Dio afferma. 

Paolo infatti, nel versetto appena citato, dice che sono gli insegnamenti delle Scritture che rendono completo l’uomo di Dio.

Una delle tre gambe dello sgabello sarebbero proprio le cosiddette sacre tradizioni. Tradizioni religiose esistevano già ai tempi dell’Antico testamento. Dio le ha sempre odiate. Non hanno fatto altro che cercare di inquinare la pura verità biblica. 

Gesù, citando Isaia, ha detto: “Questo popolo [si accosta a me con la bocca e] mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. Invano mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che sono precetti d’uomini (Matteo 15:8-9). 

E Paolo ha scritto: “Guardate che non vi sia alcuno che faccia di voi sua preda con la filosofia e con vanità ingannatrice secondo la tradizione degli uomini, gli elementi del mondo, e non secondo Cristo (Colossesi 2:8).

Proprio da questo errore, non attenersi cioè soltanto agli insegnamenti delle Scritture, nascono le dottrine cattoliche contrarie a quelle bibliche.

Perciò l’esclusività della Parola di Dio come autorità in materia di fede, non è affatto un dettaglio secondario, perché preclude molte dottrine cattoliche.

2. Come si diventa cristiani? — Sola fede

Per “cristiano” intendiamo un seguace di Cristo, una persona che da nemico di Dio è stato riconciliato con Lui per mezzo della fede in Cristo. Questa è l’unica accezione biblica del termine cristiano. Come lo si diventa è una domanda fondamentale, e le risposte cattoliche sono molto diverse da quello che afferma la Bibbia. 

Il Catechismo insegna che 

“...La Chiesa non conosce altro mezzo all’infuori del Battesimo per assicurare l’ingresso nella beatitudine eterna; perciò, si guarda dal trascurare la missione ricevuta dal Signore di far rinascere «dall’acqua e dallo Spirito» tutti coloro che possono essere battezzati. Dio ha legato la salvezza al sacramento del Battesimo, tuttavia egli non è legato ai suoi sacramenti.” (1257)

“Il Battesimo non soltanto purifica da tutti i peccati, ma fa pure del neofita una «nuova creatura»…” (1265)

La Parola di Dio invece afferma che si diventa cristiani credendo in Cristo. 

“A tutti quelli che l’hanno ricevuto egli [Cristo] ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome (Giovanni 1:12).

“Ora senza fede è impossibile piacergli, poiché chi si accosta a Dio deve credere che egli è, e che ricompensa tutti quelli che lo cercano” (Ebrei 11:6).

“Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Giovanni 3:16,18).

È chiaro a tutti che un bambino appena nato non è capace di credere. Anche se battezzato, non può essere considerato cristiano fino a quando non crederà personalmente in Cristo. Infatti esiste un gran numero di cattolici battezzati che non crede affatto in Dio!

3. Come si fa a essere salvati? — Solo Cristo

Il catechismo dice: 

“… ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa che è il suo Corpo: Il santo Concilio… insegna, appoggiandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione, che questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo, presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo, ha insieme confermata la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il Battesimo come per la porta. Perciò non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 14]”. (846)

La Bibbia esclude che la Chiesa (o qualsiasi organizzazione o agente umano) sia necessaria per la salvezza. Basti pensare che la Chiesa non era ancora nata, quando il ladrone sulla croce fu salvato per la sua fede in Cristo.

Gesù ha affermato: Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura” e “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Giovanni 10:9 e 14:6).

In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati” (Atti 4:12).

Gesù Cristo è chiamato il Salvatore proprio perché è l’unico che salva. Questa salvezza non può arrivare a noi in nessun altro modo.

Nonostante la Parola di Dio dica chiaramente che la salvezza viene da Dio esclusivamente per mezzo di Cristo, 

“La Chiesa afferma che per i credenti i sacramenti della Nuova Alleanza sono necessari alla salvezza [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1604].” (1129)

E a proposito di questi sacramenti “necessari alla salvezza” il catechismo sostiene che 

“Tutta la vita liturgica della Chiesa gravita attorno al Sacrificio eucaristico e ai sacramenti [CfConc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctumconcilium, 6]. Nella Chiesa vi sono sette sacramenti: il Battesimo, la Confermazione o Crismazione, l’Eucaristia, la Penitenza, l’Unzione degli infermi, l’Ordine, il Matrimonio [Cf Concilio di Lione II: Denz. -Schönm., 860; Concilio di Firenze: ibid., 1310; Concilio di Trento: ibid., 1601].” (1113)

Dio aveva previsto che l’idea errata di dover fare delle opere per ottenere la salvezza sarebbe serpeggiata già fra le prime chiese. Perciò ha ispirato l’apostolo Paolo a scrivere agli Efesini in modo chiaro come avviene questa salvezza: “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti” (Efesini 2:8,9).

Lo stesso concetto è ribadito in Tito: “Egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo, che egli ha sparso abbondantemente su di noi per mezzo di Cristo Gesù, nostro Salvatore, affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna” (Tito 3:5-7).

4. L’uomo e il peccato — Sola grazia

Il catechismo sostiene che 

“È opportuno valutare i peccati in base alla loro gravità. La distinzione tra peccato mortale e peccato veniale, già adombrata nella Scrittura, si è imposta nella Tradizione della Chiesa. L’esperienza degli uomini la convalida.” (1854)

Dice inoltre che 

“Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore. Il peccato veniale lascia sussistere la carità, quantunque la offenda e la ferisca.” (1855)

La Bibbia non riconosce l’esistenza di peccati meno gravi di altri. 

Anzi, perfino pensieri e atteggiamenti sbagliati, addirittura un solo sguardo fatto con concupiscenza, sono tutti condannati da Dio (Matteo 5:22,28). 

Infatti, Giacomo scrive: “Chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti. Poiché colui che ha detto: «Non commettere adulterio», ha detto anche: «Non uccidere». Quindi, se tu non commetti adulterio ma uccidi, sei trasgressore della legge” (Giacomo 2:10,11). 

E l’apostolo Paolo dice chiaro e tondo che “il salario del peccato è la morte” (Romani 6:23a).

Anche un solo peccato, per quanto possa sembrare umanamente insignificante, è un’offesa contro la santità perfetta di Dio, e produce la condanna eterna.

Quando l’apostolo Giovanni dice che “Vi è un peccato che conduce a morte” e “un peccato che non conduce a morte” (1 Giovanni 5:16,17) sta dicendo che il peccato dell’incredulità conduce immancabilmente alla morte eterna: “Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” e “Chi crede nel Figlio ha vita eterna; chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui (Giovanni 3:18,36). 

Per il non credente, quindi, la condanna è la morte eterna. 

Per un figlio di Dio che persiste nel peccare, Dio può essere indotto a castigarlo con la morte fisica, come ha fatto con Anania e Saffira e con alcuni credenti della chiesa di Corinto (leggi l’avvertimento di Paolo riguardo la cena del Signore in 1 Corinzi 11:27-30).

Avere timore di Dio è una cosa seria, è salutare, ed è comandato in tutta la Bibbia (Deuteronomio 6:13; 2 Pietro 2:17).

Mi fermo qui. Potremmo riempire libri interi per affrontare le tante altre discrepanze tra gli insegnamenti della Chiesa cattolica e le Sacre Scritture – il culto di Maria, l’immacolata concezione, la sua assunzione in cielo, i santi, la confessione e l’assoluzione, la messa, i sacerdoti ecc. – ma i quattro punti che abbiamo trattato sono sufficienti per illustrare che pur parlando delle stesse cose non è vero che siamo tutti uguali. Non siamo tutti fratelli. Le differenze tra la fede biblica e la religione Cattolica romana sono ampie e molto nette.

I pilastri della riforma sono ancora veri: Sola Scrittura, Sola Fede, Solo Cristo, Sola Grazia, Solo a Dio la Gloria (anche se non ne abbiamo parlato in dettaglio, penso di aver reso l’idea). 

Con questo articolo non voglio attaccare nessuno, ma voglio solo mettere in chiaro che non tutti crediamo nella stessa cosa. Dobbiamo essere cauti per non dare l’impressione che la dottrina non abbia importanza. È piuttosto una questione di vita o di morte eterna. 

Ecco alcuni esempi delle conseguenze negative derivanti dal credere a una dottrina non biblica: 

• Una visione errata del peccato porterà a sminuire il timore e il giudizio di Dio.
• Una visione errata della sufficienza delle Scritture porterà a preferire opinioni personali o tradizioni alla verità della Parola di Dio.
• Una visione errata del giudizio di Dio porterà a conclusioni errate su cosa succede dopo la morte.
• Una visione errata della grazia di Dio porterà a fare affidamento sulle opere meritorie, e a credere che esistano altri modi di essere salvati.
• Una visione errata di Maria o dei santi porterà a essere illusi su chi può salvare, e a chi bisogna pregare.

Ogni persona è responsabile di valutare attentamente quale autorità stia seguendo riguardo la sua fede. Noi abbiamo scelto la Bibbia, a esclusione delle opinioni umane e delle tradizioni religiose.

Ai nostri amici cattolici vogliamo dire che la salvezza è spiegata chiaramente nelle Scritture, e invitiamo tutti a esaminarle per vedere se quello in cui ognuno crede corrisponda alla verità. Ne va del nostro destino eterno.

Alcuni consigli per gli evangelici

A volte possiamo essere molto appassionati nel parlare della nostra fede, e dimentichiamo che davanti a noi potrebbe esserci chi non è abituato a parlare “l’evangelichese”. Per comunicare bene è importante essere capiti, spiegando le Scritture con parole semplici, e dare una definizione chiara a ogni termine teologico che usiamo. 

Con alcuni può sembrare di parlare la stessa lingua perché usiamo gli stessi vocaboli, ma dobbiamo accertarci che abbiano lo stesso significato per entrambi. 

Per questo può essere utile chiedere alla persona con cui parliamo di definire i termini che usa, per aiutarci a capire cosa intende. 

Per esempio, alcuni termini che i cattolici e gli evangelici definiscono in modo molto diverso sono: grazia, peccato, cristiano, chiesa, battesimo. Parlarne senza spiegare cosa si intende produce confusione e incomprensione. 

Dobbiamo fare attenzione a non dare l’impressione di essere arroganti o di sentirci superiori. Tutti noi, prima di conoscere la verità, credevamo cose sbagliate, convinti di avere ragione.

Mai e poi mai dobbiamo provocare o litigare. Sappiamo quanto sia facile farsi prendere dalla foga del momento e cercare di convincere l’altro a tutti i costi. Non è una guerra. Non dobbiamo avere l’ultima parola. 

Rispettiamo con umiltà le convinzioni diverse dalle nostre. È compito dello Spirito Santo convincere la persona.

Basiamo sempre sulle Scritture tutto quello che diciamo, citandole opportunamente. Questo aiuta a far capire che non propiniamo opinioni personali, ma parliamo di una verità obiettiva, attestata dalla Parola di Dio.

Uno dei pericoli più grandi è quello di cominciare a divagare passando da una obiezione all’altra, senza veramente rimanere sul punto principale che è il messaggio della salvezza. 

È quello il messaggio che dobbiamo avere bene in mente e sapere esporre con chiarezza.  Molte idee errate crollano quando si accetta il messaggio semplice del vangelo.

Soprattutto facciamo tutto questo con preghiera, e in sottomissione allo Spirito Santo. È Lui che convincerà i cuori, non noi. A noi spetta solo di essere testimoni amorevoli di Cristo.

È possibile che in passato abbiamo sbagliato nei modi e nei toni, e la nostra testimonianza non sia stata chiara. Che fare? Forse abbiamo sbagliato proprio con i nostri famigliari o gli amici più intimi, e abbiamo perso il loro interesse o li abbiamo offesi inutilmente. Cosa possiamo fare per riaprire il dialogo?

La preghiera aiuta. Possiamo pregare per una nuova opportunità. Possiamo chiedere a Dio saggezza per esprimerci più chiaramente e con amore. 

A volte aiuta anche chiedere perdono per il nostro atteggiamento sbagliato. 

E se una conversazione fosse impossibile, allora potremmo mettere per iscritto in una lettera la nostra testimonianza.

Detto questo, ricordiamoci anche che non dobbiamo portare dei pesi che non sono nostri. Noi siamo solo i portavoce di Dio. Ogni persona è responsabile davanti a Dio del suo destino eterno, e Lui è giusto nel giudicare, la sua è una giustizia perfetta. La loro salvezza non è nelle nostre mani, ma in quelle di Dio.

Che il Signore ci aiuti a essere attenti e pronti quando qualcuno ci chiede se ci sono differenze tra cattolici e protestanti. Restare sul vago o non dire le cose come stanno, non è una dimostrazione di amore, ma può dare luogo a false idee che di fatto condannano all’inferno.
– D.S.

  • L’argomento di questo numero ti è piaciuto?
    Vuoi avere gratuitamente altre copie da distribuire?
    Telefona allo 06-700.25.59

 

La VOCE MAGGIO 2021

Durante i miei anni all’università negli Stati Uniti, una volta fui ospitato a casa di un caro amico mio. Suo padre era l’amministratore di una casa di riposo, e una sera ci aveva offerto la cena nella sala da pranzo con tutti i residenti.

A un certo punto, non ricordo per quale problema, il padre del mio amico aveva fatto chiamare il cuoco.

Tra i due era subito nata una discussione, e alla fine il padre dell’amico mio aveva detto al cuoco con voce seria: “Lei lo deve fare. Lo faccia e basta!” Al che il cuoco, un omone come un armadio a tre ante, aveva ribattuto: “L’unica cosa che devo fare è morire!” tornandosene sbuffando in cucina.

La scena mi è rimasta impressa proprio per la risposta del cuoco. Riesco ancora a sentire la sua voce fare eco nella mia mente, come se l’unica cosa certa per lui fosse il fatto che tutti dobbiamo morire, e il resto è solo una grande incognita.

In questi tempi d’insicurezza, di cosa sei sicuro? Cosa ti dà speranza? 

TUTTA LA VITA, TUTTO IL TEMPO

Il re Davide, circa tremila anni fa, aveva avuto una vita particolarmente travagliata. 

All’inizio tutto sembrava andare per il meglio: era stato unto re d’Israele, e aveva ucciso il gigante Golia riportando una grande vittoria sui Filistei. 

Ma di lì a poco Davide sarebbe stato inseguito per anni dal re Saul che lo voleva morto; avrebbe perso in battaglia il suo migliore amico Gionatan; avrebbe peccato in modo pesante commettendo adulterio e omicidio; suo figlio Absalom avrebbe guidato una rivolta contro il regno e avrebbe dissacrato la famiglia reale e poi sarebbe stato ucciso. 

Anche il bambino nato dall’adulterio con Bat-Sceba sarebbe morto colpito dal Signore (2 Samuele 12:15). E la lista non è completa!

Ti sembra la descrizione di una vita caratterizzata dalla certezza della bontà di Dio nei propri confronti? 

Eppure è stata proprio così: in mezzo a tanti guai famigliari e guerre sanguinose che doveva combattere, il re Davide era assolutamente sicuro della bontà di Dio nei suoi confronti.

Nel Salmo 23 lui ha scritto queste parole: “Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita” (Salmo 23:6).

Possibile che Davide avesse un concetto della bontà di Dio totalmente diverso dal nostro?

Ricordiamoci che Davide non conosceva Gesù. E benché lui sia uno dei 40 autori della Bibbia, non aveva il privilegio di avere a sua disposizione la rivelazione completa di Dio come l’abbiamo noi oggi, e non aveva lo Spirito Santo che dimorava in lui tutto il tempo.

Aveva forse ricevuto delle promesse talmente certe che nonostante le difficoltà potesse sentirsi in una botte di ferro?

Il salmo comincia con le parole: “Il SIGNORE è il mio pastore: nulla mi manca.” La sua certezza partiva dal fatto che il Signore (Ebr. Yahweh) era il suo Pastore. 

Da giovane aveva pascolato il gregge di suo padre, e perciò aveva le idee chiare sul ruolo del pastore. Sapeva che il pastore aveva la responsabilità di curare e di proteggere le proprie pecore. 

La sicurezza di Davide era basata sulla sua conoscenza degli attributi divini dell’“Io Sono” che aveva promesso di prendersi cura di lui. Sapeva che il Signore era onnipotente, che aveva ogni capacità e autorità necessarie per essere un valente buon Pastore. 

Conosceva il cuore del suo Dio, sapeva che Lui era infinitamente saggio, perfetto in tutto quello che faceva. 

Sapeva che il suo Pastore era potente, nessuno poteva sopraffarlo ed era certo del suo amore e della sua cura. 

Aveva un Pastore perfetto sotto tutti gli aspetti, uno che diceva sempre il vero e manteneva tutte le promesse. 

Sapeva inoltre che la relazione col Pastore non si basa sulla bravura della pecora ma sulla competenza, compassione e dedizione del Pastore.

Non vorremmo anche noi avere questo tipo di certezza? Non vorremmo vivere nello stesso tipo di sicurezza?

Noi siamo sicuri?

Studiando la vita di Davide possiamo provare invidia per la relazione che aveva con Dio. E, forse, qualche volta scontrandoci con la nostra quotidianità dubitiamo che le parole “Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita” possano applicarsi anche ai nostri giorni.

Ma se Davide poteva essere sicuro che beni e bontà lo avrebbero accompagnato tutti i giorni della sua vita, noi dovremmo esserne ancora più certi. 

Gesù ha detto: “Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e disperde), perché è mercenario e non si cura delle pecore. Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore” (Giovanni 10:11-15).

Va da sé che il primo passo da fare è diventare una sua pecora. 

Questo accade nel momento in cui mettiamo la nostra fede nella morte di Gesù per i nostri peccati, e Lui diventa il nostro Signore. Senza questo passo importante ogni pretesa di una relazione col Pastore è un’illusione. 

Ma spesso, pur essendo figli di Dio, la nostra vita non mostra la sicurezza che aveva Davide. Più che sicuri, ci sentiamo sconfitti e mancanti.

Non ci sono mezze misure nelle parole “Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita.” Certo. Beni e bontà. Tutta la vita, tutto il tempo.

Interessante notare che nella lingua originale la parola “accompagnare” significa inseguire come fa un cane quando insegue qualcosa. È successo anche a voi? 

Io una volta mi sono ritrovato a scappare con tutte le mie forze perché due cani mi rincorrevano senza stancarsi. Sento ancora il loro fiato sul collo! Ringrazio Dio che ero molto più giovane e veloce, e sono riuscito ad arrivare alla mia macchina per mettermi in salvo. Non oso immaginare cosa avrebbero potuto farmi.

Nel Salmo 23 il concetto è che la bontà e la cura di Dio ci inseguono con la stessa determinazione, da cui quindi non possiamo sfuggire. 

Davide ha avuto diversi momenti nella sua vita in cui avrebbe potuto dubitare della bontà di Dio. A volte a causa di circostanze avverse e altre volte per colpa della sua disubbidienza, ma nonostante tutto era certo della continua e sicura bontà di Dio nei suoi confronti. 

A parole noi affermeremmo la stessa cosa, ma la nostra vita riflette quotidianamente questo tipo di certezza?

Un anno fa è successo

Solo poco più di un anno fa mio papà Guglielmo Standridge moriva di Covid, da solo, in una casa di cura a Milano. A causa delle restrizioni, noi della famiglia non potevamo stargli vicino, ma sono sicuro che anche in quegli ultimi giorni la bontà di Dio lo ha “inseguito”.

Perché ne sono così sicuro? Perché io conosco il mio Pastore e sono sicuro della mia relazione con Lui. Il nostro rapporto non si basa in alcun modo sui miei meriti (infatti non ne ho), e non riuscirei mai a sopperire minimamente al male che faccio con le mie buone azioni. Per papà era la stessa cosa.

Ogni vero seguace di Cristo, ogni vero cristiano sa che le parole di Paolo agli Efesini sono la sua speranza e la sua certezza: “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti” (Efesini 2:8,9).

Gesù ha promesso che chiunque crede in Lui può essere certo della sua relazione col buon Pastore, e che Lui stesso lo curerà perfettamente come uno dei suoi. 

Perché allora non ci sembra di essere veramente “inseguiti” dalla bontà di Dio? 

Arrivano le difficoltà e diventiamo insofferenti, ci ammaliamo, perdiamo il lavoro e cadiamo in depressione, siamo delusi dalle nostre relazioni e ci amareggiamo anche contro i fratelli in fede che seguono lo stesso Pastore!

Il problema sta nel fatto che ci dimentichiamo com’è il nostro Pastore! Nella nostra mente lo riduciamo a nostra somiglianza, con tutti i difetti di un carattere umano. Lui non è così, ma è perfetto. Lo è in ogni cosa.

La nostra certezza È radicata nelle qualità del Pastore

Per spezzare il circolo vizioso di dubbi e incertezze, in cui cadiamo davanti ai problemi che ci assalgono, sarà bene che ripassiamo le qualità divine del Pastore, le quali ci faranno riscoprire la certezza della sua promessa di “inseguirci con la sua bontà”.

Il punto di partenza è che c’è solo un vero Dio, tutti gli altri sono invenzioni umane. 

Molti cercano di armonizzare le inconciliabili divergenze tra le religioni, sostenendo che si tratta di diverse descrizioni parziali, sebbene contraddittorie, dello stesso dio. È un affronto alla logica. Solo il Dio della Bibbia è immutabile, eterno e senza contraddizioni. E lo si può conoscere nella misura in cui Lui si è rivelato nelle Scritture. 

“Infatti così parla il SIGNORE che ha creato i cieli, il Dio che ha formato la terra, l’ha fatta, l’ha stabilita, non l’ha creata perché rimanesse deserta, ma l’ha formata perché fosse abitata: «Io sono il SIGNORE e non ce n’è alcun altro»” (Isaia 45:18).

Giovanni ha affermato: “Sappiamo pure che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato intelligenza per conoscere colui che è il Vero; e noi siamo in colui che è il Vero, cioè, nel suo Figlio Gesù Cristo. Egli è il vero Dio e la vita eterna” (1 Giovanni 5:20).

Conoscere Colui che è il Vero, significa anche conoscere come Lui è, quali siano le sue caratteristiche per le quali possiamo essere certi che Egli ci insegue veramente con la sua bontà.

Dio è misericordioso

Quando Dio si è rivelato a Mosè ha detto di sé: “Il SIGNORE! il SIGNORE! il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà” (Esodo 34:6).

Dio mostra compassione, infatti, quando l’apostolo Paolo ne parla, dice: “Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati), e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù, per mostrare nei tempi futuri l’immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà che egli ha avuta per noi in Cristo Gesù” (Efesini 2:4-7).

Non solo Dio è perfettamente misericordioso, ma la sua misericordia non ha limiti. Gesù ha mostrato compassione nelle sue interazioni con gli uomini quando “vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore” (Matteo 9:36).

Chi conosce Dio sa che è un Dio compassionevole. Inseguire i suoi figli con beni e benignità è in accordo con la sua indole.

Dio è amorevole

Giovanni scrive: “…Dio è amore. In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo. In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati” (1 Giovanni 4:8-10).

La Bibbia è piena di versetti che lo descrivono come un Dio d’amore, che ha mostrato il suo amore verso gli uomini con assoluta perfezione! 

Colui che ha sacrificato suo Figlio, compiendo il più grande atto d’amore mai mostrato nell’universo, è lo stesso che promette di amarci per sempre. 

Paolo scrive: “Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 8:38,39).

Dio ci ama perfettamente sin dall’eternità passata, e ci rassicura che nulla può fermare o interrompere questo amore.

Un amore eterno non può interrompersi, altrimenti non sarebbe eterno. Anche per questo la sua benignità fa parte della nostra vita. Sempre.

Dio è vicino

In un altro salmo Davide afferma che “Il SIGNORE è vicino a tutti quelli che lo invocano, a tutti quelli che lo invocano in verità” (Salmo 145:18).

Paolo, dal canto suo, ribadisce anche lui: “Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi. La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino” (Filippesi 4:4,5).

Il Signore è onnipresente, quindi sempre vicino, particolarmente coi suoi. Non è mai distratto, non è mai lontano, non dorme né sonnecchia. 

È presente per mostrare la sua benignità ogni momento.

Dio è la verità

La nostra certezza è sorretta dal fatto che Dio non fa promesse false. 

Il Signore ha fatto dire di se stesso: “Dio non è un uomo, da poter mentire, né un figlio d’uomo, da doversi pentire. Quando ha detto una cosa non la farà? O quando ha parlato non manterrà la parola?” (Numeri 23:16,19).

Gesù ha affermato: “…colui che mi ha mandato è veritiero” (Giovanni 8:26).

E Paolo ha ricordato a Tito che “Dio… non può mentire” (Tito 1:2).

Se nutriamo sospetti verso ciò che Egli afferma nelle Scritture, dobbiamo essere onesti con noi stessi e ammettere di non conoscere Dio.

Alla luce delle caratteristiche di Dio che abbiamo ricordato fin qui (e ce ne sarebbero tante altre da considerare) come facciamo a NON avere la stessa certezza che aveva il salmista Davide quando scrisse il Salmo 23?

I beni e le benignità di cui Davide scrisse, parlano di quello che Dio fa nei nostri confronti.

Le stesse parole ebraiche originali sono tradotte in tanti modi diversi nella Bibbia, perché racchiudono in sé tanti significati che per essere spiegati in italiano hanno bisogno di diverse parole: bontà, grazia, misericordia, amore, amorevolezza, comprensione, compassione, favore.

La tua vita dichiara quali sono le tue certezze

Quante volte il nostro comportamento tradisce la nostra mancanza di pace! E quanto spesso la nostra insoddisfazione, la lamentela, la ribellione, l’insofferenza e la rabbia smentiscono le nostre parole pie! 

Sarà forse perché in quei momenti Dio non ci sta più inseguendo con la sua bontà e benignità? Credo proprio di no!

Il problema siamo noi. Abbiamo perso di vista Dio, i suoi scopi e la sua cura nei nostri confronti.

Non devono essere le circostanze a dirottare i nostri sentimenti e offuscare quello che pensiamo di Dio, ma dobbiamo essere guidati dalla fede nella sua Parola, e nelle sue promesse.

Io sono scappato a gambe levate da quei due cani, che non facevano presagire nulla di buono. Ma mi riprometto di non scappare da Dio. E non scappare nemmeno tu! 

Vivere come il cuoco che discuteva col papà del mio amico, con l’unica certezza di dover morire, è ben misera cosa.

– D.S.

 

  • L’argomento di questo numero ti è piaciuto?
    Vuoi avere gratuitamente altre copie da distribuire?
    Telefona allo 06-700.25.59

 

La VOCE aprile 2021

Salta direttamente all'articolo:  
Un pizzico di sale 


Se tu potessi esprimere tre desideri che certamente si avvereranno, cosa chiederesti?

Aladdin, nel celebre film d’animazione, ebbe questa incredibile occasione grazie al Genio della lampada magica di cui era venuto in possesso. Al posto suo, con la mente di un bambino, qualcuno avrebbe desiderato far comparire un giocattolo straordinario o diventare grande all’istante, o magari non avere più i compiti da fare… Onestamente non riesco proprio a immaginare cosa avrei chiesto io. 

L’idea di desiderare qualcosa che poi si avvererà ha ispirato molti film in cui adolescenti, e pure adulti, passano gran parte del tempo a cercare di annullare gli effetti disastrosi della loro fantasia realizzata.

Crescendo i nostri gusti sono ovviamente cambiati, e oggi, alla mia età saprei cosa chiedere. 

E mi auguro che, messo alle strette da un’occasione tanto unica (solo tre desideri!) sarei anche altruista nelle mie richieste, e spero pure totalmente spirituale. 

“Aladino e la lampada magica” è solo una favola, ma c’è stato un uomo che veramente ha avuto la possibilità di chiedere a Dio ciò che voleva, ed Egli glielo concesse. 

Quell’uomo era Salomone il quale, davanti a quell’incredibile opportunità, chiese un cuore intelligente. Dio gli rispose al di là della sua richiesta, facendo di lui l’uomo più saggio che sia mai esistito (1 Re 3:5-14).

UNA DURA REALTÀ

Socrate ha detto: “Costui crede di sapere mentre non sa; io almeno non so, ma non credo di sapere. Ed è proprio per questa piccola differenza che io sembro di essere più sapiente, perché non credo di sapere quello che non so.”

Un altro pensatore, riflettendo sul fatto che la saggezza si ottiene solo attraverso l’esperienza, ha osservato laconico: “La saggezza ci arriva quando non ci serve più.”

Di fronte a questioni importanti capita spesso di sentire il bisogno di avere più discernimento per fare la scelta giusta, per evitare di peggiorare dei rapporti già in bilico o per raggiungere nuovi obiettivi.

Ma la triste realtà è che molti si atteggiano a saggi senza esserlo, e attirano altri a emulare il loro esempio sbagliato.

Magari fossimo tutti come Salomone che ha saputo chiedere la cosa giusta alla Fonte stessa di ogni scienza e conoscenza! Dio non soltanto lo ha esaudito, ma si è servito di lui per insegnare al mondo in cosa consista la vera saggezza.

È duro da ammettere, ma nessuno nasce saggio, e nessuno lo diventa autonomamente. Abbiamo bisogno di imparare e di essere guidati da qualcuno che lo sia.

Salomone ha fatto un’affermazione colma di verità, spesso ignorata da genitori, e sorprendentemente combattuta da alcuni educatori dalle vedute innovative: “La follia è legata al cuore del bambino, ma la verga della correzione l’allontanerà da lui” (Proverbi 22:15).

Dovrebbe essere ovvio, come dice la Bibbia, che i bambini non sanno distinguere il bene dal male da soli. Hanno bisogno di essere guidati da un adulto. Troppa libertà molto presto nuocerà al bambino, e demolirà quei paletti di protezione di cui ha bisogno per uno sviluppo equilibrato della sua personalità. 

Si comincia quindi senza saggezza, e poi? L’ideale non è quello di lasciare che il bambino faccia tutte le esperienze possibili perché tanto “la vita è una scuola”, ma di aiutarlo a crescere nella saggezza. 

E quando dico “bambino”, intendo ogni uomo e donna. Siamo tutti in qualche misura mancanti in questo ambito. 

Chiunque voglia essere saggio dovrà cominciare con la consapevolezza che non lo è, e che ha bisogno di diventarlo.

Ma è rassicurante il fatto che non dobbiamo ricercare la saggezza come a tastoni o giocando a mosca-cieca, perché Dio ci ha fornito la sua Parola scritta che è certamente punto di partenza e punto di arrivo di questa ricerca. Le Sacre Scritture sono la cartina tornasole per capire cosa sia veramente saggio e cosa no. 

La Bibbia nello spiegare cos’è la saggezza spesso la paragona alla stoltezza, evidenziandone il contrasto. 

Il problema tante volte è che ci avviciniamo agli insegnamenti biblici come se fossero solo dei semplici suggerimenti; siamo d’accordo con quello che leggiamo nelle Scritture, ma poi non facciamo nulla per cambiare né per praticare la saggezza di cui abbiamo appena letto.

Conoscendo la riluttanza umana ad ammettere di dover cambiare, Dio avverte: “Mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com’era. Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare” (Giacomo 1:22-25).

Ascoltare senza obbedire non soltanto ci lascia nella nostra stoltezza, ma fa di noi persone che si illudono di essere sagge, perché la verità ascoltata ci tocca soltanto a livello emotivo senza essere assimilata, compresa e accettata con la nostra fede (Matteo 13:20,21; Ebrei 4:2). 

E rischiamo di somigliare a quell’uomo di cui la grande Mina cantava tanti anni fa: “Parole, parole, parole… Non cambi mai.” 

Ci sono troppi credenti nella chiesa che, anche dopo anni d’istruzione attraverso la Parola di Dio, cambiano poco o niente. 

E peggio ancora, il Signore stesso potrebbe essere costretto a  riprenderci come ha fatto con Israele: “…questo popolo si avvicina a me con la bocca e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me…” (Isaia 29:13).

UN ETTO DI GIOIA

Nel mio ufficio ho ancora la bilancia con cui i miei genitori ci pesavano da bambini. Per i neo-genitori tenere sotto controllo il peso del loro bimbo appena nato è emozionate. Bastano 100 grammi per rendere felice la mamma, ma è sufficiente anche poco per allarmarla. La crescita fa parte della vita ed è importante.

E tu, sei felice quando vedi il progresso spirituale di qualcuno? Ti ricordi l’ultima volta che hai gioito per questo?

Come mai in chiesa non ci preoccupiamo se c’è mancanza di crescita in noi e nei nostri fratelli? Perché nessuno si allarma per i credenti che non sembrano migliorare nella vera saggezza?

Non è mica normale restare sempre uguali, e non mostrare segni di crescita e maturità!

È pericoloso pensare che si possa avere un rapporto autentico con Dio senza dover crescere nella sua conoscenza, nell’amore, nella fede e nell’ubbidienza (leggi: nella vera saggezza). 

Gesù ha avvertito che nel giorno del giudizio ci saranno persone che pensano di avere avuto un rapporto con Dio, ma gli sentiranno pronunciare questa frase: “Io non vi ho mai conosciuti.” 

Il Signore, però, non ci ha lasciati nell’ignoranza ad aspettare l’eventuale brutta sorpresa; ci ha dato piuttosto una chiave per valutare il nostro progresso spirituale: “Ogni albero che non fa buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco. Li riconoscerete dunque dai loro frutti” (Matteo 7:19,20).

La mancanza di buoni frutti, quelli della crescita, deve allarmare chiunque si professi credente!

Questi frutti sono gli effetti evidenti di un cambiamento nella vita del credente: l’amore per le cose di Dio, un attaccamento maggiore alla Parola di Dio, la voglia di metterla in pratica e l’odio verso il peccato.

Ma da dove cominciare per cambiare rotta e finalmente portare questi buoni frutti?

SULLA LINEA DI PARTENZA

Salomone dice: “Il principio della saggezza è il timore del SIGNORE, e conoscere il Santo è l’intelligenza” (Proverbi 9:10). 

Il concetto è chiaro: non c’è saggezza senza un rapporto col Signore, e non c’è un rapporto vero con Lui se ci si ostina a continuare a comportarsi da stolti.

Ma il tempo da solo, né le esperienze della vita, né le sofferenze benché tutto ciò contribuisca a modellare l’uomo, non ci renderanno saggi perché la saggezza viene da Dio. 

L’Apostolo Paolo afferma: “Nessuno s’inganni. Se qualcuno tra di voi presume di essere un saggio in questo secolo, diventi pazzo per diventare saggio; perché la sapienza di questo mondo è pazzia davanti a Dio. Infatti, è scritto: «Egli prende i sapienti nella loro astuzia»; e altrove: «Il Signore conosce i pensieri dei sapienti; sa che sono vani»” (1 Corinzi 3:18-20).

Tra i credenti, particolarmente tra gli uomini, c’è chi è convinto che la responsabilità primaria sia quella di lavorare per provvedere alla famiglia, cosa verissima, dimenticando però che aiutare i propri cari a crescere nella fede e nella conoscenza di Dio è cosa più importante e necessaria.

Possiamo sentirci incapaci o inadeguati davanti a questa grande responsabilità, ma Giacomo ci rassicura: “Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un’onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore, perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie” (Giacomo 1:5-8).

E Salomone dice: “Il SIGNORE infatti dà la saggezza; dalla sua bocca provengono la scienza e l’intelligenza” (Proverbi 2:6).

Dio ha piacere di donare saggezza, e non vede l’ora di farlo. Ma si aspetta da parte nostra serietà e disciplina. 

È per questo che nella lettera di Giacomo la richiesta di saggezza precede l’ammonimento ad ascoltare e a mettere in pratica la Parola di Dio. 

Cosa vuol dire in parole povere?

IMPARARE A… IMPARARE

Prima di tutto abbiamo bisogno di curare la nostra lettura e meditazione personale della Parola di Dio. Questo è il punto di partenza. 

Se abbiamo bisogno di un suggerimento esistono ottimi piani e schemi di lettura giornaliera che possiamo seguire. Basta digitare su Google “piano di lettura della Bibbia” e avremo solo l’imbarazzo della scelta. 

Se siamo credenti e non abbiamo il desiderio di leggere la Bibbia dovremmo preoccuparci. L’Apostolo Pietro scrive che ogni credente, quando lo è veramente, ha fame della Parola di Dio (1 Pietro 2:1,2). 

Solo attraverso la Bibbia possiamo sperare di ottenere saggezza, ma questa ricerca deve essere voluta e perseguita intenzionalmente e con costanza.

In questo è fondamentale la scelta della chiesa che si intende frequentare. Ricevere un insegnamento biblico accurato, sistematico e chiaro deve essere una priorità per ogni cristiano, anche se fosse necessario dover impiegare più tempo per raggiungere la chiesa ogni domenica. 

È ovvio che anche il modo in cui si ascolta fa una grande differenza. 

Per esempio, prendere appunti durante la spiegazione della Parola di Dio, per poi ripassare durante la settimana ciò che abbiamo ascoltato, aumenta la capacità di apprendere. In questo gli uomini hanno qualcosa da imparare dalle donne che lo fanno con molta più disciplina. 

Come sarebbero diverse le nostre chiese se ognuno ricercasse la saggezza e la crescita personale insieme a quella della comunità intera! Infatti Giacomo scrive: “La saggezza che viene dall’alto, anzitutto è pura; poi pacifica, mite, conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale, senza ipocrisia” (Giacomo 3:17). Immagina che bello sarebbe essere circondati da persone sagge, che vivono la loro vita di credenti senza ipocrisia, nella pace e portando frutti alla gloria di Dio.

TUTTO È COLLEGATO

Fin qui abbiamo parlato della saggezza, ma è ovvio che ci sono altre richieste che un cristiano dovrebbe fare a Dio, come per esempio imitare i discepoli che hanno chiesto a Gesù: “Aumentaci la fede!” (Luca17:4).

Senza fede è impossibile conoscere Dio perché è impossibile piacergli se non si crede a ciò che dice (Ebrei 11:6). 

La fede ci predispone a ricevere con il giusto atteggiamento quello che la Bibbia afferma, ci fa capire che essa è utile, e che metterla in pratica è la cosa migliore da fare.

La fede è necessaria anche per la nostra testimonianza. Sarebbe un controsenso affermare di credere in Cristo e vivere con le stesse reazioni, paure e ansie di coloro che non ci credono. Cosa vedono i nostri famigliari, i colleghi e i vicini quando ci osservano?

Paolo ha detto che la fede viene dall’udire la Parola di Dio. Infatti è tutto collegato: mentre stiamo crescendo in saggezza attraverso la Parola di Dio cresciamo anche nella fede! E più questa aumenta, più ci fidiamo delle Scritture, e più acquistiamo la vera saggezza. 

Quando preghiamo per avere più fede faremmo bene a pregare anche per gli altri credenti che fanno parte della nostra vita, come faceva l’Apostolo Paolo: “Per questo motivo piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende nome, affinché egli vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo, nell’uomo interiore, e faccia sì che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, perché, radicati e fondati nell’amore, siate resi capaci di abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo e di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Efesini 3:14-19).

UN TRITTICO POTENTE

Non voglio certo rifarmi al racconto della lampada di Aladino, ma c’è una terza richiesta fondamentale che il credente dovrebbe fare, che è questa: “Signore dacci più amore verso Dio, verso i fratelli, verso le nostre famiglie; insegnaci ad amare di più e meglio!”

Paolo pregava così per i credenti di Filippi: “Prego che il vostro amore abbondi sempre più in conoscenza e in ogni discernimento, perché possiate apprezzare le cose migliori, affinché siate limpidi e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” (Filippesi 1:9-11).

Anche qui c’entra la saggezza: unita all’amore e guidata da esso, la saggezza ci rende in grado di scegliere le cose migliori e, di conseguenza, saremo irreprensibili e ricolmi di frutti di giustizia prodotti da Gesù in noi.

E c’entra anche la Parola di Dio, perché il nostro amore è stimolato dalla comprensione dell’amore di Dio per gli uomini attraverso lo studio della Bibbia.

Come sarebbe bello se avessimo anche noi la reputazione dei credenti di Tessalonica: “Noi dobbiamo sempre ringraziare Dio per voi, fratelli, com’è giusto, perché la vostra fede cresce in modo eccellente, e l’amore di ciascuno di voi tutti per gli altri abbonda sempre di più” (2 Tessalonicesi 1:3). Gesù, infatti, ha detto che saremo riconosciuti come suoi discepoli per l’amore che c’è fra di noi. 

Saggezza, fede e amore: ecco le tre cose da chiedere al Signore.

La Bibbia però non è come il Genio della lampada di Aladino che esaudiva qualunque richiesta anche assurda all’istante. 

La Parola di Dio piuttosto ci informa e può istruirci, e tocca a noi studiarla con diligenza e costanza per applicarla alla nostra vita. 

Non ti accontentare! Se non stai crescendo è tempo di cambiare. Comincia con dei piccoli passi, ma con determinazione e nella direzione giusta. 

Questo mese ti proponiamo alcuni strumenti utili per questo, ma ricordati che la tua crescita comincia con la tua lettura personale della Parola di Dio e con la tua partecipazione attiva alla vita nella tua chiesa.

—D.S.


L'ecolibro e L'autoparlante

“Per piacere, Mamma, proprio per piacere, facci stare tutto il giorno alzati (il che nel loro gergo significa: Non farci fare il pisolino). Staremo buonissimi perché abbiamo un bellissimo progetto. Basta che tu metta a letto Stefanino.”

Gli occhi di Davide erano così imploranti, quelli di Daniele così supplichevoli e quelli di Deborah così onesti che Mamma acconsentì. 

“Ma guardate, ho da fare un lavoro importante, per cui non devo essere disturbata né interrotta. Perciò conto proprio sulla vostra collaborazione.” 

“Che è la collaborazione?” chiese Daniele che vuole essere sempre sicuro di capire tutti i termini dei… contratti. 

“Vuoi dire non disturbarmi e fare esattamente quello che vi dico di fare.” 

“Va bene.” 

Davide si attaccò al collo di Mamma: “Tu sei la Mamma più brava del mondo!” 

Stefanino se ne andò pacificamente a letto e dopo pochi minuti dormiva con una mano sul cuore mentre con l’altra stringeva una macchinina di plastica, gioia e delizia della giornata. 

Gli altri tre si eclissarono. 

Mamma sedette alla scrivania. Doveva finire una traduzione e correggere delle bozze. Il tipografo le aspettava per l’indomani mattina. 

Dalla stanza dei bambini venivano voci serafiche. Mamma si ingolfò in alcune frasi astruse e poco chiare di uno scrittore inglese, che le diedero del filo da torcere per una buona mezz’ora. 

Ad un tratto, uno scroscio di cocci, di ferraglia e di rottami interruppe la pace. 

“Che succede?”

Daniele era mezzo sepolto sotto una valanga di stracci e pezzi di legno. “È stato Davide che mi ha fatto perdere l’ecolibro!” 

“Ma Deborah mi aveva spinto!” 

“Si può sapere che cosa volevate fare?” 

“Facevamo la conferenza” spiegò Daniele riemergendo dai rottami e spolverandosi i pantaloni. 

“E l’imbuto a che cosa serviva?” 

“Era l’autoparlante.” 

“E questo vecchio tubo del gas?” 

“Il filo dell’autoparlante.” 

“E il bicchiere che si è rotto era per bere durante il discorso…” spiegò ancora Daniele. 

“E il cassetto dell’armadio a che cosa serviva?” chiese Mamma. 

“Era il pulpito, no?” 

Mamma fu comprensiva. “Beh, ora mettete tutto a posto e fate qualche cosa di più calmo.” 

“Ma che cosa possiamo fare?” 

“Ci annoiamo sempre.” 

“Quando ci dai la merenda?”

“Ci puoi aiutare a pitturare con gli acquerelli?” 

“Ascoltatemi,” disse Mamma, “mi avete promesso di non disturbarmi. Ora vi do un po’ di merenda e poi vi mettete a giocare a scuola. Deborah fa la maestra e voi siete gli scolari. O forse Davide è lo scolaro e Daniele è il signor Direttore…” 

“E va bene…”

Mamma tornò alla traduzione, ma per poco tempo. Deborah ora stava gridando a pieni polmoni che Davide le aveva dato un pizzicotto e le faceva i dispetti. 

“Se non state buoni, vi do una sculacciata come non l’avete avuta da molto tempo!” 

I tre rimasero in silenzio, con aria colpevole. 

Poi Davide ruppe il silenzio, con voce piagnucolosa: “Ma, Mamma, perché non ci hai mandati a fare il pisolino? Non capisci che siamo troppo stanchi per stare buoni?” 

Mamma cercò di controllarsi: “Voi avete fatto esattamente come facevano gli Ebrei con Dio.” 

I tre spalancarono occhi e orecchie. Niente li affascina quanto le storie. 

“Sì, a volte si ostinavano a chiedere delle cose a Dio e Dio, pur sapendo che ne avrebbero sofferto, le concedeva. Voi non volevate fare il pisolino e io vi ho lasciati stare alzati. E ora siete stanchi, nervosi e non mi avete lasciato combinare niente col mio lavoro. Chi pensate che fosse più savio, Mamma o voi?” 

“Mamma” ammise Davide. 

Deborah mise la sua guancia grassotta da angelo barocco contro la guancia di Mamma: “Ma a noi sembra molto difficile pensare che tu abbia ragione sempre…” 

“No, non ho sempre ragione, ma sono un po’ più saggia di voi” rispose Mamma e pensò a quante volte anche a lei era sembrato difficile preferire la saggezza di Dio alla sua testardaggine. Ma tutte le volte che lo aveva fatto, ne era valsa la pena.

 –Maria Teresa Standridge da “Un pizzico di sale”, VdV Aprile 1965

  • L’argomento di questo numero ti è piaciuto?
    Vuoi avere gratuitamente altre copie da distribuire?
    Telefona allo 06-700.25.59

 

La VOCE marzo 2021

“Come mai non hai fatto i compiti?” “Per quale ragione non hai riordinato la tua stanza?” “Perché mi hai disubbidito?”

Mi ritornano in mente le parole di mia mamma quando mi chiedeva perché non avessi fatto quello che mi aveva chiesto.

Poi, quando la domanda veniva da mio padre il fatto si faceva più serio per me.

Il più delle volte non avevo una buona spiegazione, ma cercavo lo stesso di giustificarmi meglio che potevo.

Nel tempo diventava sempre più difficile rispondere in modo convincente, perché mi rendevo conto che non bastava più trovare scuse banali.

Una volta cresciuto, non erano più i miei genitori a interrogarmi su certi perché, bensì i miei professori all’università prima, i datori di lavoro poi, e pure le persone vicine a me. E non si trattava più di monellerie di ragazzini, ma di questioni tra adulti.

È ovvio che non tutte le dimenticanze erano cose serie, ma certe erano importanti e mi avevano messo davanti alle mie responsabilità.

Siamo tutti fallibili e dobbiamo fare i conti con le nostre mancanze. Non tutte le richieste sono formulate in modo chiaro, e si possono pure presentare situazioni impreviste che ci impediscono di compiere il nostro dovere. 

Ma quando è Dio a chiedermi qualcosa, io come rispondo?

Davanti a Dio nessuna scusa tiene! 

Le sue richieste sono chiare, logiche, appropriate, autorevoli e giuste. E davanti a ciò che mi chiede Lui, non c’è cosa più saggia che domandarmi perché non ubbidisco. 

Posso razionalizzare quanto mi pare, dire che sono umano e quindi fallibile, ma col Signore non attacca. È molto meglio farsi un attento esame di coscienza sincero. 

Non posso permettermi di non pensarci o essere superficiale, perché così tornerò solo a ripetere le mie azioni.

Lui ci ha dato incarichi precisi e compiti da svolgere. Uno tra i più importanti è questo: “Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:18-20).

Il concetto è chiaro: portare il vangelo alle persone deve essere uno stile di vita. Non abbiamo incarico più importante di questo. 

Quando il Signore ce l’ha affidato, ha assicurato che ci avrebbe accompagnato in questa responsabilità con la sua onnipotenza e la sua presenza costante. 

Eppure, tante volte recalcitriamo: “Il comando è chiaro, il suo aiuto è garantito, ma… lo facciano gli altri. Io no.”

Davanti alla giusta domanda di Gesù “Perché non evangelizzi?” come risponderei?

Non mi sento all’altezza… Non ho una preparazione adeguata… Non ho il dono dell’evangelista… Non ho la chiamata… Non so come si fa… 

CINQUE MOTIVI PER CUI NON EVANGELIZZO

 

1. Non è una priorità

Per la maggior parte delle persone la vita si riduce a una somma di circostanze. Le situazioni che viviamo ci incanalano in un flusso ininterrotto di eventi, che andranno poi a determinare quali cose hanno per noi importanza prioritaria. Anche per molti credenti è così.

Le decisioni prese tanto tempo fa tengono ancora in pugno la scala delle nostre priorità.

Abbiamo scelto una carriera? Ogni avanzamento professionale richiede un impegno sempre maggiore. 

Ci siamo sposati? Coltivare un matrimonio felice è un lavoro a tempo pieno. 

Abbiamo figli? Accompagnarli a scuola, aiutarli con i compiti, educarli, portarli a fare sport o a lezioni di musica è una giostra che continua a girare sempre. 

Quando le cose stanno così, sfido chiunque a trovare del tempo libero per qualsiasi altra cosa. 

“Insegnaci dunque a contare bene i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio” (Salmo 90:12). 

Non permettiamo che le circostanze o la società ci impongano una scala di valori e delle priorità non adatte ai figli di Dio. 

Stabilire quali siano le cose più importanti è un ruolo che spetta a Dio; e Lui ce le dice attraverso la sua Parola.

2. Non vedo il mondo come perduto

Il male nel mondo ci dà fastidio come credenti. Ci sono tanti “peccatori” che, coi loro commenti e con l’atteggiamento che hanno, possono urtare la nostra sensibilità. Subiamo ingiustizie in un modo o nell’altro tutti i giorni. 

I non credenti spesso sono veri e propri ostacoli alla nostra serenità e alla nostra pace… Il mondo è fatto così, non ci possiamo fare nulla… Non ci resta che evitare il più possibile di entrare in contatto con il male degli altri…

Siamo infastiditi, ma non proviamo compassione per certe persone; compatiamo piuttosto noi stessi per il fatto che dobbiamo conviverci.

Gesù invece “vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore” (Matteo 9:36). Erano le stesse persone che lo avrebbero crocifisso di lì a breve! 

Gesù non poteva fare a meno di avere compassione, era una sua qualità. Questo evidenzia il nostro bisogno di rivalutare il modo in cui vediamo le persone intorno a noi seguendo il suo esempio.

3. Non sono preparato

“Evito di parlare della mia fede, perché potrebbero farmi delle domande a cui non so rispondere. Farei solo una figuraccia. Non sono mica l’apostolo Paolo io!” 

Una preoccupazione legittima. Forse. 

È possibile che dovrai rispondere a domande difficili. Allora è meglio che ti dia da fare per essere pronto a rispondere a chi te le fa con sincerità. Restare nell’ignoranza o avere solo delle vaghe idee non è d’aiuto a nessuno. 

Essere preparati sugli argomenti della salvezza e della fede è importante anche per il tuo stesso benessere spirituale. Ci sono ottimi libri, facili da leggere e da comprendere, ci sono messaggi e studi anche su internet che ci possono aiutare. Ma se non ci diamo una mossa non saremo mai pronti né preparati.

Un modo sicuramente utile è quello di seguire dei corsi biblici sulle dottrine basilari della Bibbia, curati dall’Istituto Biblico Bereano oppure chiedi informazioni al nostro ufficio tel. 06-7002559, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

“Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni” (1 Pietro 3:15b).

4. Ho paura

Questa forse è la ragione più verosimile. Abbiamo paura della reazione delle persone, temiamo di perdere amici o di essere presi per fanatici. 

Ci giustifichiamo dicendo che viviamo una vita onesta, ed è quella la nostra testimonianza. Sarà la gente a chiederci qualcosa nel vedere il nostro buon comportamento. 

Purtroppo però può accadere che quando si presenta un’occasione per parlare del Signore non sappiamo coglierla, perché non la vediamo. Ma la realtà è che non la cerchiamo e non la stiamo aspettando perché, comunque, abbiamo paura.

Temiamo il giudizio delle persone, non ci piace sentirci diversi e vogliamo essere accettati.

“Se siete insultati per il nome di Cristo, beati voi! Perché lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida, o ladro, o malfattore, o perché si immischia nei fatti altrui; ma se uno soffre come cristiano, non se ne vergogni, anzi glorifichi Dio, portando questo nome” (1 Pietro 4:14-16).

Dovremmo avere più paura di offendere Dio piuttosto che gli uomini!

5. Ho fallito troppe volte

“Ci ho provato, ma le persone non vogliono ascoltare discorsi sulla fede. Non sono capace di convincere nessuno, tanto meno di convertire qualcuno. Se non riesco ad avere un buon dialogo sulle cose spirituali con chi fa parte della mia vita, come potrei riuscirci con uno sconosciuto? E più ci provo, e meno mi stanno ad ascoltare. Ho perso ogni influenza su di loro.”

Sarà. Ma non sta a te cambiare il cuore di nessuno. Quella è un’opera esclusiva di Dio. Noi siamo solo suoi messaggeri.

Gesù ha detto: “Vi dico la verità: è utile per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma se me ne vado, io ve lo manderò. Quando sarà venuto, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (Giovanni 16:7,8).

Sarà lo Spirito Santo a convincere chi vuole del proprio peccato e delle sue conseguenze, noi dobbiamo parlare alle persone e avvertirle di ravvedersi, in modo che siano riconciliate con Dio. E preghiamo che Lui possa aprire i loro occhi.

I professionisti della fede

È più facile lasciare che siano i missionari, gli evangelisti e le guide della chiesa a parlare di Cristo. Hanno sia la chiamata sia i doni necessari. Ma è un atteggiamento sbagliato. Anzi, se credi sia giusto così, dovresti preoccuparti sul serio del tuo rapporto con il Signore. Il principio spirituale “Dall’abbondanza del cuore la bocca parla” (Matteo 12:34) vale anche per questo. 

“Io sono debitore verso i Greci come verso i barbari, verso i sapienti come verso gli ignoranti;così, per quanto dipende da me, sono pronto ad annunciare il vangelo anche a voi che siete a Roma. Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco; poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: «Il giusto per fede vivrà»” (Romani 1:14-17).

Questo è ciò che Paolo ha scritto ai romani sotto ispirazione di Dio. 

Sapeva di essere debitore, e che aveva ricevuto una notizia che non poteva tenere per sé. Sapeva che Dio ha stabilito come la fede debba essere trasmessa: da persona a persona. Ogni credente deve ubbidire al comando di Dio.

Le mie giustificazioni di bambino non hanno mai funzionato con i miei genitori. Del resto le nostre scuse davanti alle nostre responsabilità mancate non convincono e non coprono lo sbaglio.

Quali scuse potrei mai presentare allora davanti al Signore che un giorno valuterà il mio operato? Non so tu, ma io desidero sentirlo dire: “Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore” (Matteo 25:21).

Che Dio ci aiuti a rinunciare alle nostre scuse!

“...l’amore di Cristo ci costringe, perché siamo giunti a questa conclusione: ...ch’egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio” (2 Corinzi 5:14,15,20).

– D.S.

Il potere della verità

Il foglio evangelistico "IL POTERE DELLA VERITÀ" è una presentazione chiara e semplice del bisogno dell'uomo di conoscere la verità in un'epoca come la nostra che rifiuta gli assoluti e l'esistenza stessa di una verità oggettiva e universale. Come tutti i nostri opuscoli evangelistici, anche questo può essere personalizzato con un tuo messaggio che inseriamo nello spazio predisposto.

Il potere della veritàIL POTERE DELLA VERITÀ

Opuscolo di evangelizzazione personalizzabile

Molte persone rifiutano la verità di Dio, perché vogliono sentirsi libere di vivere come vogliono. La vera libertà invece viene dal conoscere e dal sottomettersi alla Verità che è Cristo stesso.

Clicca sulla copertina qui a sinistra per leggere tutto il contenuto, oppure aprilo cliccando QUI.
I prezzi includono la stampa di un messaggio personalizzato nello spazio predisposto sulla quarta pagina.

PREZZI A COPIA PER IL NUMERO SPECIALE di evangelizzazione “IL POTERE DELLA VERITÀ”
1.000 copie € 120,00
2.500 copie € 200,00
5.000 copie € 300,00
Per tirature diverse chiamare allo 06-700.25.59

N.B.: I costi del trasporto sono a carico del committente
Tempi di consegna 10 giorni lavorativi dall'ordine

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.




 

  • L’argomento di questo numero ti è piaciuto?
    Vuoi avere gratuitamente altre copie da distribuire?
    Telefona allo 06-700.25.59

 

La VOCE febbraio 2021

Mi hanno fatto un regalo. 
Non metto un punto esclamativo perché, mentre lo scartavo tutto felice, ho riconosciuto subito quel logo gialloblu, e il mio sorriso si è pietrificato in una mezza smorfia imbarazzata. 

Speravo fossero le polpette svedesi; quelle almeno non si devono montare…

Mi rende nervoso dover montare i prodotti di quella Casa, semplicemente perché, dopo aver assemblato con tanta fatica il mio acquisto, non vorrei ancora una volta ritrovarmi con qualche pezzo in più che non ho idea di dove mettere. 

Anche quando mi tocca aggiustare qualcosa ho sempre una punta di apprensione per lo stesso motivo: smonti, ripari, rimonti e ti ritrovi in giro quel fatidico pezzo in più! 
Allora ti chiedi: “Era così importante o ho creato qualcosa di nuovo?!” 
Se poi non funziona, allora poco male, tanto non funzionava neanche prima!

Non so se anche tu hai notato che nelle chiese certe volte ci sono dei pezzi in più, quelle persone che per qualche motivo sono difficili da collocare, ma che non sembra perché vengono a tutte le riunioni. 

Dopo tanto tempo non si sono ancora ben inserite. 

Cosa possiamo fare noi, se questa difficoltà le fa sentire escluse?

Membri di un corpo particolare

Un passo della Bibbia in cui si parla di questo, in Efesini 4:16, dice che “Da [Cristo] tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare se stesso nell’amore.”

Il corpo di cui parla è proprio la chiesa, ossia l’insieme dei credenti. L’apostolo Paolo la descrive in questo modo: 

Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno. 
Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno una medesima funzione, così noi, che siamo molti, siamo un solo corpo in Cristo, e, individualmente, siamo membra l’uno dell’altro. 
Avendo pertanto doni differenti secondo la grazia che ci è stata concessa, se abbiamo dono di profezia, profetizziamo conformemente alla fede; se di ministero, attendiamo al ministero; se d’insegnamento, all’insegnare; se di esortazione, all’esortare; chi dà, dia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le faccia con gioia. –Romani 12:3-8

È evidente che la chiesa è formata da persone tutte diverse fra loro, ma proprio sulla base di questa diversità il Signore gli dà dei doni spirituali e un ruolo specifico che ha preparato per loro. 
Ognuno dovrà trovare lo spazio per mettere al servizio degli altri ciò che è, e quello che può fare. 

Le parti del corpo (i credenti) devono fare attenzione a non inorgoglirsi e a mantenere un atteggiamento sobrio. Sono chiamati da Dio a svolgere bene i loro compiti, servendo gli altri con gioia. E nessuno di loro è messo lì a caso o è inutile. Dio dà a tutti un ruolo importante e impegnativo!

Paolo scrive: 

Poiché, come il corpo è uno e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un solo corpo, così è anche di Cristo. 
Infatti, noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo Spirito. Infatti il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra. 
Se il piede dicesse: «Siccome io non sono mano, non sono del corpo», non per questo non sarebbe del corpo. 
Se l’orecchio dicesse: «Siccome io non sono occhio, non sono del corpo», non per questo non sarebbe del corpo. 
Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? 
Ma ora Dio ha collocato ciascun membro nel corpo, come ha voluto. Se tutte le membra fossero un unico membro, dove sarebbe il corpo? 
Ci sono dunque molte membra, ma c’è un unico corpo; l’occhio non può dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né il capo può dire ai piedi: «Non ho bisogno di voi». 
Al contrario, le membra del corpo che sembrano essere più deboli, sono invece necessarie; e quelle parti del corpo che stimiamo essere le meno onorevoli, le circondiamo di maggior onore; le nostre parti indecorose sono trattate con maggior decoro, mentre le parti nostre decorose non ne hanno bisogno; ma Dio ha formato il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che ne mancava, perché non ci fosse divisione nel corpo, ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre. 
Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui. 
Ora voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua. –1 Corinzi 12:12-27

Gesù ha affermato che lui stesso edifica la chiesa. Perché è sua.
Con attenta e minuziosa precisione colloca ogni persona nel posto giusto, per il bene di lei e di quelli che le sono stati messi accanto.

Infatti nel passo di Corinzi si evidenzia che ogni membro partecipa attivamente alla cura delle altre parti del corpo. Se un membro soffre gli altri soffrono con lui, se uno è onorato anche gli altri partecipano all’onore. Ciò che vive uno non si può scindere dall’altro. Dio ha deciso che così deve funzionare la sua chiesa.

Perciò quando non onoriamo un altro membro della chiesa, stiamo venendo meno alla nostra responsabilità. E questo produrrà inevitabilmente divisione.

Se sei un credente, hai capito qual è il tuo ruolo? 

Ma a prescindere da questo, cosa stai facendo in pratica per curare gli altri? Sei del tipo che quando arriva porta più unità o genera divisione?
Le tue parole verso l’altro, sono efficaci nell’accogliere o fanno sentire rifiutati? 
Credi di avere un ruolo marginale o hai capito quanto sei importante per Dio? 

Non ci troviamo nella nostra chiesa per puro caso, ma siamo fondamentali, qualsiasi cosa facciamo o non facciamo.

Sbilenco

C’è da dire però che la chiesa è un corpo strano: è formato da malati! Questo perché Cristo non è venuto per i sani bensì per i malati, i peccatori, e con la salvezza, attraverso la rigenerazione, egli guarisce ogni persona dalla sua condizione di peccato. 
Così la radice del problema è risolta. 

Ma è pur vero che ognuno continua a portarsi dietro gli strascichi della sua “malattia”. In fin dei conti siamo tutti persone “rotte” che Dio deve aggiustare, e certe riparazioni richiedono tempo, a volte anche tutta la vita. 

La Bibbia però ci rassicura sul fatto che Dio continua a lavorare con attenzione nella vita di ogni credente, con un progetto ben preciso, dei risultati che ha già in mente e... con l’amore di Padre.

Il lavoro di trasformazione che il Signore fa nei credenti, non va alla stessa velocità per tutti, quindi nella chiesa ci sono diversi gradi di maturità. 

Alcuni per esempio capiscono subito come servire Dio e cosa fare, altri al contrario si sentono sempre inadeguati e incapaci di fare qualsiasi cosa, e si tengono in disparte. Altri invece si sentono già arrivati, aspirando a quello per cui ancora non sono pronti. 

La chiesa è un corpo complesso, ma è il posto che Dio ha prestabilito dove si realizza la crescita dei veri credenti, quelli che desiderano piacere a Dio. 

Scoprire il nostro ruolo, anche se non facile, è necessario.

A volte in una chiesa succede come con i mobili da assemblare: ci ritroviamo in mano qualche “pezzo” che sembrerebbe superfluo perché non sappiamo bene dove mettere. 

Ci sono i “pezzi” più complicati, gli adolescenti per esempio, i single un po’ avanti negli anni, quelli che hanno il coniuge non credente, i divorziati con figli, gli anziani con tutti i loro acciacchi, le vedove, i vedovi… Tutti quelli che non sono automaticamente collocabili nella chiesa a volte vengono trascurati.

Non è raro che il credente stesso, pieno di buona volontà, trovi il proprio posto nel servizio cristiano. Ad alcuni viene facile, ma questo non deve mai spingerci a criticare quelli che non si inseriscono con la stessa facilità. 

Paolo scrive che quando un membro soffre tutto il corpo ne risente. 

Le membra che, per un motivo o per un altro, non si inseriscono nel loro posto nel corpo, non fanno male solo a sé stesse ma a tutto l’organismo. 

È qualcosa che crea sofferenza e diminuisce il vigore, la forza e il benessere di tutto il corpo.

Pensiamoci un momento: che cosa ho fatto per rendere più facile l’inserimento dei fratelli in fede nella mia chiesa? Sono di aiuto o di ostacolo in questo? Quanto sono consapevole del peso che può avere il mio incoraggiamento verso le persone?

Credere che sia solo compito dei responsabili è un grave errore. Tutti i passi che abbiamo citato mettono su tutto il corpo, nella sua interezza, la responsabilità di accogliere, curare e servire gli altri.

Né carne né pesce 

L’adolescenza è quell’età in cui cominciano a farsi sentire le tante pressioni dall’esterno, e spesso è difficile per i genitori capire come aiutare i ragazzi. 

In questa fase della crescita molti cominciano a lasciare la chiesa. E qualunque sia la causa, dovrebbe essere anche un problema nostro, perché abbiamo tutti il dovere di fare in modo che si inseriscano nella chiesa, con un ruolo che li faccia sentire utili, che li responsabilizzi e che sia di supporto al servizio. 

Potremmo iniziare da ciò che sanno fare meglio. Per esempio la tecnologia per gli adolescenti di oggi è pane quotidiano. Ma ci sono tante cose in cui possono aiutare, basa stimolarli e usare l’ingegno. 

Curare la vita spirituale di un adolescente ha la sua difficoltà perché la loro personalità si sta formando ancora, il corpo cambia, tra gli amici ricevono stimoli opposti a quelli spirituali, sono scostanti, si sentono incompresi e per questo non si aprono. Diciamolo: è complicato relazionarsi con loro e ci vuole tanto tempo, pazienza e originalità.

Ecco che può arrivare il problema: per gli adolescenti è facile lasciare il corpo, e il corpo non fa fatica a lasciarli andare! 

Non possono e non devono essere ignorati, né trattati da bambini perché immaturi. Piuttosto devono essere aiutati a maturare. 

I genitori credenti nella chiesa devono trovare validi alleati per curare i loro figli adolescenti. Sia i figli che i genitori hanno bisogno di ricevere l’aiuto adatto, capire il ruolo che Dio gli ha dato, e anche il posto dove poter sviluppare i propri doni per il bene di tutti. 

Affinché questo accada, servono fratelli e sorelle che siano pronti ad investire tempo e sforzi per prepararli a servire bene. Ovvio che questo richiede un lavoro difficile, e tanto amore.

Della terra di nessuno

Gli adolescenti crescono e diventano i single. Alcuni pensano che il matrimonio sia un segno di maturità, e che quelli che non si sposano rimangono in qualche modo “nella terra di nessuno”. Ovviamente non è così. Un anello al dito non è garanzia di una persona matura. 

Da una parte i non sposati dovrebbero essere il gruppo che si inserisce più facilmente nel corpo-chiesa. Paolo incoraggiava i single a rimanere in quella condizione, perché è quella in cui si ha più tempo per servire. 

Molti di loro servono nella chiesa con serietà e zelo, ma spesso non si inseriscono facilmente. Portano avanti le loro responsabilità, ma possono vivere la vita di chiesa in grande solitudine. 

Alcuni non hanno la famiglia credente o vivono lontani da casa. Potrebbero sentirsi soli e non dirlo, perché sarebbe un segno di debolezza che non vogliono far vedere. 

Non tutti soffrono la solitudine, anzi hanno bisogno di più tempo per sé stessi. Ma essendo liberi e abituati a vivere da soli, può facilmente accadere che rimangano troppo concentrati su loro stessi. 

La chiesa deve assolutamente usufruire del loro servizio cristiano, ma deve essere anche la loro famiglia, dove trovare calore, accoglienza, condivisione, “cibo”. 

E se qualche volta declinano un invito a partecipare a qualche attività, attenzione a non dirgli: “Tanto tu hai più tempo!” solo perché non hanno figli e non sono sposati. A volte fanno anche di più di chi ha responsabilità familiari.

In Italia ci si sposa sempre meno, perciò nelle nostre chiese ce ne sono di single, e saranno sempre più numerosi. Bisogna essere consapevoli che sono un dono per la chiesa, ma anche una nostra responsabilità. Devono trovare protezione e cura per la loro crescita spirituale, per il confronto, per la comunione e un posto dove la loro tendenza a isolarsi eccessivamente sia combattuta per un giusto equilibrio.

I single spirituali

Ci sono persone sposate che sono single nella fede. 

Nelle nostre chiese abbiamo credenti il cui coniuge non lo è. Non è difficile intuire che vivono difficoltà, perché in una certa misura sono ostacolati nel loro cammino cristiano. La realtà spirituale è un aspetto della loro vita di coppia che non è condiviso. 

Anche quelli che hanno più libertà di vivere secondo la loro fede devono comunque conciliare la vita di famiglia e la vita di chiesa. 

Essendo anche loro una parte vitale del corpo di Cristo, la chiesa, Dio li ha equipaggiati come gli altri con suoi doni spirituali, e come tutti gli altri hanno un ruolo da svolgere. 

Il loro campo di missione primario è la famiglia. Trovare comprensione e sostegno dai fratelli, li aiuterà a saper conciliare le proprie responsabilità come credenti con quelle tra le mura domestiche. 

I due ruoli potrebbero andare in conflitto, perciò i fratelli e le sorelle più maturi devono essere un punto di riferimento per consigliarli e guidarli nel loro cammino per niente facile. 

Attenzione: anche se superfluo vorrei però ricordare che in questo gli uomini devono camminare accanto agli uomini, e le donne accanto alle donne. 

Nel nostro paese, fondamentalmente cattolico, “i single nella fede” sono numerosi, e hanno bisogno di trovare il servizio adatto ai loro doni, compatibile con la loro situazione familiare. I modi ci sono per aiutarli, ma anche qui c’è bisogno di ingegno, attenzione, tempo e dare fiducia. 

Strappi e rammendi

Un gruppo crescente e difficile sono i divorziati e i separati. 
Da alcuni anni questa categoria di credenti è sempre più numerosa. 

Nelle nostre chiese, di solito piccole, si fanno tante attività dirette a tutti: ai bambini e ai giovani, alle persone anziane, alle donne, alla cura delle coppie. Ma bisogna ammettere con dispiacere che è difficile curare nello specifico chi è separato. Eppure, sicuramente in ogni chiesa locale una piccola percentuale di credenti è separata o divorziata. 

Queste famiglie sono strattonate da diversi problemi specifici proprio a causa del divorzio. Spesso hanno figli, e sono come quelle famiglie con un solo genitore. Anche per loro il Signore fa lo stesso: per chi si pente e si converte a Cristo, Lui dà doni e compiti da svolgere. 

Come possono trovare un ruolo e la collocazione più adatta nella chiesa? 

Intanto si può iniziare scoprendo il proprio dono spirituale da mettere a servizio degli altri. E si prosegue con lo studio personale della Parola di Dio, l’incoraggiamento alla condivisione coi fratelli e, cosa indispensabile, un tempo a tu per tu con un fratello (o una sorella per le donne) più maturo nella fede, da cui non sentirsi giudicato, ma che porti i pesi insieme, preghi insieme e con cui consigliarsi liberamente, con discrezione dell’altro. 

È bello vedere dei credenti che sono pronti a fare da zii e zie, da nonni o fratelli maggiori ai bambini di chi è divorziato. È contagioso, e ci dà la spinta a imitarli. 

La terza stagione

Le persone anziane, i vedovi e le vedove, sono altra parte integrante della chiesa. Ho avuto il privilegio di vivere con un vedovo per diversi anni. Papà era uno che aveva servito il Signore fedelmente per decenni, probabilmente per più anni dell’età della maggioranza dei nostri lettori.

Ha affrontato la vedovanza con maturità e grande attaccamento al Signore, ma non gli è stato risparmiato comunque dover affrontare il senso di perdita, la solitudine e il cambiamento che accompagna questa stagione della vita. 

Passare da una perfetta autonomia alla sempre maggiore dipendenza dagli altri non è facile, e affrontare e accettare la realtà del corpo che “si disfa” è molto pesante. Confrontarsi con il cambiamento di ruolo nella chiesa può essere doloroso. 

Il corpo-chiesa deve essere sensibile su come accogliere in modo utile, trovare un ruolo adatto, capire come amare e onorare questo gruppo di santi. Deve sapere come accompagnarli nell’autunno della loro vita e usufruire dei doni che hanno, facendo tesoro della loro esperienza. Sono una grande ricchezza, e hanno tanta saggezza di vita vissuta da condividere, consigli validi da dispensare e incoraggiamento e ascolto da ricevere.

E questo non è sempre facile, perché li vediamo fragili, stanchi, a volte si lamentano o stanno male. 

Ma ci sono i modi più semplici con cui cominciare, come telefonare o andare a fare la spesa per loro, o meglio accompagnarli nelle loro necessità o fare una semplice passeggiata. Ma credo che ci siano idee più ingegnose e meno scontate, basta mettere in moto il meccanismo.

Meglio delle polpette! 

Ho finito di montare il mobile che mi hanno regalato seguendo le istruzioni, eppure, come da copione, mi ritrovo con qualche pezzo di cui non so proprio che farmene! 

Forse non sei come me, e queste cose non ti fanno sentire frustrato. Ma a me fa questo effetto, e nel dubbio metto da parte quel pezzo cercando di intuire se sia veramente necessario. Alla fine lascio perdere. 

Nella chiesa però non ci sono pezzi in più. L’inserimento lo fa Dio in persona! 

Noi abbiamo comunque la responsabilità di essere un corpo che accoglie volontariamente, cura, onora e ama ogni membro che ne fa parte, di qualsiasi gruppo. 

Il nostro compito è gioire e soffrire insieme a loro. Questa cura individuale comincia da me e da te. Il dono spirituale che il Signore ci ha dato da quando ci siamo convertiti a Cristo, lo abbiamo ricevuto proprio per questo.

Allora, usiamolo bene!

— D.S.

  • L’argomento di questo numero ti è piaciuto?
    Vuoi avere gratuitamente altre copie da distribuire?
    Telefona allo 06-700.25.59

 

La VOCE gennaio 2021

Una volta viaggiare era piuttosto facile. C’erano i controlli di sicurezza negli aeroporti, ma non erano molto rigidi. Per i viaggi intercontinentali dovevi rispondere ad alcune domande pro forma, ed era permesso anche all’accompagnatore di arrivare fino alla porta d’imbarco. Al ritorno, invece, si poteva aspettare il viaggiatore addirittura all’uscita dell’aereo. 

Tutto è cambiato dopo gli attentati dell’11 settembre. I controlli ora sono molto rigidi e scrupolosissimi, e viaggiatori e accompagnatori devono salutarsi molto prima di accedere all’area degli imbarchi. 

Per diversi anni il mio lavoro mi portava a viaggiare tra l’Italia e gli Stati Uniti anche decine di volte all’anno.

Mia moglie, che è molto organizzata, si occupa sempre lei dei nostri bagagli. Quando viaggiamo in Italia, le valigie spuntano almeno una settimana prima, per gli Stati Uniti, invece, anche con un mese di anticipo. Ogni dettaglio è pensato attentamente e preparato con cura. 

Invece io sono meno organizzato, e mi sembra una vera esagerazione, e per questo ci prendiamo in giro a vicenda anche se, in fin dei conti, sono sempre grato che sia lei a preparare le valigie con tutto l’occorrente per la nostra permanenza. Anzi (e lo scrivo sottovoce!) spesso portiamo cose che neanche ci servono.

Ora affrontiamo un altro viaggio tu e io, e stiamo per imbarcarci verso un nuovo anno. Come vanno i preparativi?

sette in valigia

Se da una parte mia moglie è una che prepara i bagagli due settimane prima, io sono quello che vuole arrivare all’aeroporto almeno due ore prima. C’è chi dice che sono esagerato, ma mi piace ricordare che in tutti i miei viaggi, con le centinaia di voli e milioni di chilometri alle spalle, non ho mai perso un volo! Certo, ammetto che questo mi ha pure fatto passare tante ore di attesa all’aeroporto. 

In una delle mie ultime partenze ho avuto la mia rivincita. Come sempre, ci eravamo mossi con il solito largo anticipo, anche perché l’aeroporto dista più di 40 minuti da casa. Appena arrivati al parcheggio Lunga Sosta, ho tirato fuori i passaporti, pronti per il controllo. Allora mia moglie, che ha la doppia cittadinanza come me, si è accorta che avevo in mano il suo passaporto italiano, non quello degli USA, ed è sbiancata! Infatti quello che avevo preso era scaduto, e io me n’ero completamente dimenticato. 

Non ci crederete, ma siamo risaliti in macchina, tornati a casa abbiamo recuperato l’altro passaporto, siamo tornati in aeroporto, e non abbiamo perso l’aereo! Abbiamo solo corso un po’ più del solito.

TUTTI IN MARCIA!

Entrare nel nuovo anno è un po’ come intraprendere un viaggio spirituale che richiede che anche il nostro “passaporto spirituale” sia a posto. 

Partire con la presunzione che “andrà tutto bene” e che “nessun male ci toccherà quest’anno”, sarebbe un atto di arroganza, perché nessuno conosce il futuro né sa quanto durerà la vita. 

Gesù ha raccontato la storia di un uomo tutto soddisfatto di sé, che pensava di avere la sua vita sotto controllo. 

Dio però ha ammonito quell’uomo dicendogli: “Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio” (Luca 12:20,21).

Vivere anche un solo giorno o un’ora sola senza essere sicuri del proprio destino eterno è da stolti. 

Davanti a questa realtà non posso evitare di chiederti se tu sei sicuro di sapere dove passerai la tua eternità.

È una domanda che devi a te stesso, perché nessun altro ci pensa al posto tuo. 

Se la tua risposta è che speri di andare in cielo, che in fondo sei una brava persona, mi dispiace ma ho l’obbligo di avvertirti con la massima serietà che non sei pronto ad affrontare l’eternità.

Solo coloro che hanno creduto in Gesù Cristo come il loro salvatore e il loro signore possono essere certi del loro destino eterno. Sanno perfettamente che le buone opere, come pure l’essere più o meno religiosi, non possono salvare nessuno né conferire alcun beneficio o merito al peccatore davanti a Dio. 

Gesù, infatti, ha affermato che solo chiunque crede in lui ha vita eterna. 

E ha spiegato come arrivare a Dio, dicendo: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14:6).

Il passaporto per il nostro viaggio spirituale è quindi la certezza di aver posto la nostra fiducia esclusivamente nel sacrificio di Gesù Cristo sulla croce, senza arrogarci alcun merito, ma solo per la fede!

Oltre a un documento di viaggio valido, bisogna avere pronti anche i bagagli. Una valigia mezza preparata è segno di un viaggio non ancora cominciato.

L’apostolo Giacomo scrive: “A che serve ... se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? Così è della fede; se non ha opere, è per sé stessa morta. Anzi uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le tue opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede” (Giacomo 2:14,17,18).

Ci sono persone che si definiscono cristiane, ma si illudono, perché in realtà 

Gesù non è diventato il loro Signore: non prendono sul serio quello che lui ha detto, e non lo mettono in pratica. 

Pensare di essere cristiani senza però obbedire a Cristo è come mettersi in viaggio sprovvisti dei documenti necessari e senza i bagagli appropriati, salendo su un qualunque treno scelto a caso, senza sapere dove sia diretto.

L’idea che la vita somigli a un viaggio viene dalla Parola di Dio. La Bibbia dice che nel momento della conversione, quando un peccatore si arrende a Cristo e diventa un vero credente, comincia per lui un cammino di santificazione, di progresso e cambiamento. 

Come si prospetta il tuo cammino nell’anno 2021, che per molti versi si presenta difficile e con molte incognite?

nessuno è ESCLUSo

La Parola di Dio comanda senza mezzi termini: “Come figli ubbidienti, non conformatevi alle passioni del tempo passato, quando eravate nell’ignoranza; ma come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta, poiché sta scritto: «Siate santi, perché io sono santo»” (1 Pietro 1:14-16).

Alcune persone leggendo questo passo reagiscono male. Si rendono conto che si tratta di un comando, non di un suggerimento, ma che è umanamente impossibile da seguire. E si rassegnano a tirare avanti nel miglior modo possibile. 

In generale, molti pensano che testi come questo riguardino solo pochi supereroi cristiani del calibro di Paolo o di grandi predicatori e riformatori del passato, e che Dio si debba accontentare di noi che gli zoppichiamo dietro come possiamo. 

L’errore è che siamo noi che ci stiamo accontentando di una vita cristiana mediocre e insoddisfacente, e poi pretendiamo da Dio che, dato che ci conosce e ci capisce, si accontenti pure Lui e non ci chieda di più. È un grave errore!

Per esempio, l’apostolo Pietro, lungi dall’essere un supereroe della fede, si era dimostrato in diverse occasioni tremendamente umano e fallibile. Eppure, lui stesso testimonia: “La sua potenza divina ci ha donato tutto ciò che riguarda la vita e la pietà mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la propria gloria e virtù. Attraverso queste ci sono state elargite le sue preziose e grandissime promesse perché per mezzo di esse voi diventaste partecipi della natura divina dopo essere sfuggiti alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza” (2 Pietro 1:3,4).

Al momento della nostra conversione Dio ci ha donato una salvezza completa ed eterna, senza alcun contributo da parte nostra. Non dobbiamo assolutamente completare l’opera salvifica di Cristo sulla croce, perché è già compiuta. E così come abbiamo ricevuto in dono la nostra salvezza, allo stesso modo ci è stato donato abbondantemente anche tutto ciò che è necessario per vivere una vita eccellente agli occhi di Dio. 

Infatti, Dio ha promesso di guidarci nel nostro cammino con Lui e per Lui. La sua Parola è piena di promesse che ci accompagneranno e ci aiuteranno in questo nuovo anno. Certo, le dobbiamo conoscere, credere e vivere.

Nessuna SCUSa

Se siamo credenti da diversi anni, e pensiamo al nostro tracciato spirituale, potremmo chiederci perché mai questo cammino di santificazione non sia chiaramente visibile, perché non vediamo miglioramenti in noi e un progresso più evidente.

In parte la risposta è tanto ovvia quanto triste: ci accontentiamo di zoppicare nella fede, ci rassegniamo a considerarci delle pecore nere, ma pur sempre pecore di Dio. E non consideriamo che l’assenza di progressi nel nostro viaggio potrebbe significare che non siamo partiti affatto. 

Gesù ha avvertito chiaramente che alcuni saranno sorpresi di scoprire che non sono mai stati figli di Dio.

“Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?» Allora dichiarerò loro: «Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!»” (Matteo 7:21-23).

Queste persone affermeranno di avere fatto cose che noi nemmeno ci sogneremmo di fare, ma resta il fatto che si erano illuse di avere seguito Gesù. 

È per questo motivo che la Parola di Dio ci esorta a esaminarci per vedere se Cristo è in noi (2 Corinzi 13:5). Dio conosce perfettamente il nostro stato spirituale, e se glielo chiediamo con sincerità certamente ce lo farà capire.

NESSUNA SCORCIATOIA

Camminare con Gesù non avviene per caso. Richiede un duro lavoro. 

Pietro spiega qual è l’impegno che spetta a noi: “Voi, per questa stessa ragione, mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra fede la virtù; alla virtù la conoscenza; alla conoscenza l’autocontrollo; all’autocontrollo la pazienza; alla pazienza la pietà; alla pietà l’affetto fraterno; e all’affetto fraterno l’amore” (2 Pietro 1:5-7).

Chi ha creduto in Cristo, ha anche ricevuto “le preziose e grandissime promesse” di Dio, e ora, diventato “partecipe della natura divina”, deve metterci ogni impegno per seguire Cristo. Ma non deve farlo per guadagnarsi qualche merito personale, semplicemente per vivere appieno la vita che Dio desidera per i suoi figli.

Tutti noi ci impegniamo in tante cose, chi nello studio, chi nel lavoro. Ci diamo da fare per mantenerci in forma, per affermarci nella vita, per ottenere quello che è importante per noi. Ma quando i nostri interessi privati vanno a scapito dell’impegno spirituale dobbiamo ammettere che le nostre priorità non sono giuste e devono essere rivalutate e assestate secondo la Parola di Dio.

È evidente quindi che questo cammino, ovvero il nostro progresso spirituale, non avviene per caso e non si ottiene senza sforzi. Ciascun credente da parte sua deve impegnarsi per il proprio bene. 

Gesù più volte ha affermato che per seguirlo bisognava abbandonare tutto, essere pronti a morire, pronti a invertire le priorità della propria vita.

Seguire Cristo non è qualcosa che si “aggiunge” a una vita già di per sé molto piena e complicata. Non si può incorporare la vecchia vita nella nuova. Le vecchie abitudini, gli atteggiamenti e le ambizioni, se non sradicate finiranno per soffocare il buon seme. La nuova vita, infatti, non è la vecchia vita riveduta e corretta, ma una vita totalmente nuova!

Chiediti se quella che chiami “la tua conversione” sia stata veramente l’inizio di una vita nuova.

Pietro va avanti e scrive: “Perciò, fratelli, impegnatevi sempre di più a render sicura la vostra vocazione ed elezione; perché, così facendo, non inciamperete mai. In questo modo infatti vi sarà ampiamente concesso l’ingresso nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo” (2 Pietro 1:10,11).

Questo cammino faticoso, fatto con impegno, è la dimostrazione che la nostra fede è reale. 

Le qualità da aggiungere alla fede nella lettera di Pietro non sono come le pietanze di un buffet, non possiamo scegliere solo quelle che ci piacciono. Sono tutte indispensabili per la nostra santificazione e la nostra conformazione a Cristo. È utile quindi esaminare più in dettaglio cosa dobbiamo aggiungere giornalmente alla nostra vita.

LA FEDE

Tutto parte da qui: la fede. Senza fede non si può piacere a Dio. 

Nessuno ha mai visto Dio, ma per fede siamo certi che esiste, che ha creato ogni cosa dal nulla con la sua parola, e che ha mandato suo figlio Gesù a morire per i peccati di coloro che credono in lui. 

Attraverso la fede diventiamo figli di Dio e cominciamo il cammino con Cristo: “È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti” (Efesini 2:8,9). 

Avere fede significa essere certi che le cose spirituali sono reali, e vivere di conseguenza: “Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono” (Ebrei 11:1). 

Infatti, essere persuasi di quello che Dio dice nella Bibbia influisce su tutto il nostro modo di comportarci.

LA VIRTÙ

La virtù è l’eccellenza morale. È il terreno fertile; da qui crescono poi tutte le altre qualità che Dio vuole che coltiviamo nella nostra vita. È qui che si vede il desiderio di piacere a Dio: nelle scelte di ogni giorno.

Alcune di queste scelte richiedono delle rinunce, altre un approccio più concreto, ma scegliere bene e una cosa complicata. Ecco perché il cammino cristiano nella Bibbia è descritto come un combattimento, come la gara di un atleta e come il duro lavoro del contadino. È duro perché va contro la nostra natura umana. 

L’apostolo Giovanni descrive l’indole naturale dell’uomo così: “Tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Giovanni 2:16,17).

Il combattimento è vero, e Dio si aspetta che ognuno alla fede aggiunga un terreno fertile, una pista per l’atleta e un campo di battaglia per la nostra santificazione.

LA CONOSCENZA

Solo la Bibbia può darci le informazioni necessarie per proseguire il nostro cammino con Cristo o per cambiare direzione (Salmo 32:8; Proverbi 20:24). 

La vera saggezza e il discernimento sono doni di Dio che dà a chiunque glieli chieda (Giacomo 1:5-8). Sapere cosa Dio vuole da noi, saper distinguere il bene dal male e saper scegliere le cose eccellenti fanno parte della conoscenza.

Ogni credente ne ha bisogno. 

Si capisce dalle parole di Paolo ai credenti di Roma: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani 12:1,2).

L’AUTOCONTROLLO

Questa è la parte che risulta difficile a tutti. Dobbiamo imbrigliare, ossia tenere a freno la nostra volontà. Molti nostri desideri ci spingono in una direzione, mentre la Parola di Dio ci comanda di andare nella direzione opposta. Ma da soli è impossibile. Non c’è asceta, persona austera e rigidamente intransigente che abbia vinto la battaglia contro sé stessa. 

Ma per i figli di Dio esercitare l’autocontrollo è possibile proprio per “le preziose e grandissime promesse” di Dio che cammina accanto a noi. 

Non siamo mai soli. 

Possiamo contare sul suo aiuto nell’imparare l’autocontrollo perché, come ha detto Paolo, è Dio stesso che produce in noi il volere e l’agire: “Così, miei cari, voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quand’ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; infatti, è Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo” (Filippesi 2:12,13).

È chiaro da questo passo che c’è un solo modo di vivere la realtà della nostra salvezza: con l’ubbidienza. 

Dio, da parte sua, produce in noi il desiderio e la forza per ubbidirgli, e noi, da parte nostra, dobbiamo adoperarci, sforzandoci di farlo.

L’autocontrollo non è difficile solo a causa della lotta interna nei nostri cuori, ma anche a causa del mondo in cui viviamo, ed è per questo che bisogna coltivare nel nostro terreno fertile un’altra qualità.

LA PAZIENZA

Un altro modo per definire questa parola è perseveranza. Abbiamo bisogno di camminare con perseveranza perché spesso cadremo e a volte ci scoraggeremo, perché il nostro cammino con il Signore non sembra portare i risultati che desideriamo.

Ma Paolo, su questo argomento scrivendo ai galati, dice: “Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo” (Galati 6:9).

Avere pazienza ed essere perseveranti nel fare la volontà di Dio porta dei benefici per noi e per le persone che Lui ci mette vicino.

Trovi a volte difficile e scoraggiante continuare a fare il bene ed essere paziente? Non demordere, il bello deve ancora venire. Ma ci sono ancora qualità da aggiungere.

LA PIETÀ

Forse questa è la qualità più difficile da capire. La parola pietà, in questo contesto, significa il modo pio di vivere, devoto a Dio. Potremmo definirla la vera religione, la vera adorazione, in altre parole divenire più simili a Cristo. Infatti, Dio vuole formare Cristo in noi, e ha ispirato Paolo a scrivere ai galati: “Figli miei, per i quali sono di nuovo in doglie, finché Cristo sia formato in voi” (Galati 4:19).

I passi biblici che parlano di questa realtà sono tantissimi. 

Per Paolo questo era possibile solo rinunciando a tutto, e dedicando sé stesso totalmente a tale scopo. D’altra parte, parlando ai credenti di Filippi ammette: “Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino ... Fratelli, io non ritengo di averlo già afferrato; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti,corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù” (Filippesi 3:12-14).

Se hai pensato che questo lavoro di santificazione sia solo un aspetto, una tappa tra tante nella vita cristiana, ripensaci: l’apostolo Paolo si è dedicato a questo scopo per tutta la vita. Tutta una vita per diventare simili a Cristo e mostrare le stesse qualità che aveva lui.

L’AMORE FRATERNO e L’AMORE

Le metto insieme anche se non sono la stessa cosa. 

La prima riguarda le nostre relazioni, e la seconda è l’amore perfetto che Dio ci ha dimostrato e che noi dobbiamo avere per gli altri. Quell’amore che ama con sacrificio chi non lo merita e i nostri nemici. 

A volte ci chiediamo perché non amiamo meglio e di più. Beh, questi versetti dimostrano che l’amore va costruito su qualità su cui dobbiamo lavorare.

UN VIAGGIO CHE NON FINISCE sulla TERRA

Pietro termina questo discorso con queste parole: “Se queste cose si trovano e abbondano in voi, non vi renderanno né pigri, né sterili nella conoscenza del nostro Signore Gesù Cristo. Ma colui che non ha queste cose, è cieco oppure miope, avendo dimenticato di essere stato purificato dei suoi vecchi peccati” (2 Pietro 1:8,9).

Se ci adoperiamo per aggiungere alla fede queste qualità ci saranno dei risultati, e ci renderemo conto che il nostro rapporto con il Signore diventerà più intimo e fruttuoso, e la sua Parola più chiara per noi. 

Ma se non ci impegniamo in questo senso allora rischieremo di diventare ciechi nella fede, cioè perderemo di vista le priorità spirituali, dimenticando l’importanza di stare attaccati a Gesù. Oppure potremmo diventare miopi, e non vedere al di là della nostra bolla, concentrandoci solo su noi stessi, sui nostri problemi e le nostre necessità.

I bagagli pronti

Non so cosa aspettarmi dal 2021. Sembrerebbe un altro anno difficile. Potremmo pure non arrivare a dicembre. 

Di una cosa però voglio assicurarmi, come scrive Pietro: “Fratelli, impegnatevi sempre di più a render sicura la vostra vocazione ed elezione; perché, così facendo, non inciamperete mai. In questo modo infatti vi sarà ampiamente concesso l’ingresso nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo” (2 Pt. 1:10,11).

Voglio essere sicuro di aver messo in valigia tutto il necessario, cioè tutto quello che è mia responsabilità preparare per affrontare il viaggio nel nuovo anno. 

Al resto ci penserà il Signore.

— D.S.

  • L’argomento di questo numero ti è piaciuto?
    Vuoi avere gratuitamente altre copie da distribuire?
    Telefona allo 06-700.25.59

 

La VOCE dicembre 2020

Alla fine di dicembre ho l’abitudine di rivedere l’anno passato e di riflettere su tutto quello che è successo. Mai come quest’anno valutarlo sembra tanto difficile.

Sarai d’accordo con me che il 2020 è stato totalmente diverso da quello che avremmo potuto prevedere. Direi che, per la stragrande maggioranza di noi italiani che non abbiamo visto la guerra o vissuto gli stenti del dopoguerra, questo potrebbe essere il più difficile anno della nostra vita.

È anche vero che, a livello personale, in passato, c’è chi è stato colpito da grandi tragedie personali – incidenti stradali, malattie, lutti, ristrettezze economiche e tanti altri problemi gravi – ma mai come quest’anno le difficoltà sono state distribuite nella vita di tutti.

Ho il sentore che questo sarà ricordato come l’anno che ha cambiato la società e il nostro modo di vivere in modo incisivo e duraturo.

In che modo, quindi, dovrei considerare il mio 2020? È stato un anno di perdite o di guadagni? 

Come credente, ho una scala diversa per valutare le cose. Che tipo di risposta Dio si aspetterebbe da me? Rispondere in modo “spirituale” sarebbe una forzatura?

Ho perso tanto

Rivedendo il mio 2020 non posso fare a meno di pensare subito alla perdita di mio padre. Ma non sono l’unico ad aver perso un parente stretto: dicembre non è ancora arrivato mentre sto scrivendo questo articolo e sono già morte oltre 40.000 persone solo di Covid-19. 

Il mio dolore particolare, che mi ha accompagnato in questa perdita, è che a causa della pandemia non mi è stato permesso di stare vicino a papà nei suoi ultimi giorni. Per più di un mese era rimasto isolato da tutti i suoi cari. E dopo non abbiamo neanche potuto celebrare il suo funerale. Questo fatto da solo è sufficiente per farmi pensare che il coronavirus mi abbia fatto perdere molto. 

Riflettendo poi sulla mia libertà personale mi sembra di aver perso tanto anche in questo campo. Chiuso in casa per mesi, come un prigioniero, non ho potuto incontrarmi con i miei familiari e gli amici. Per non parlare delle file da fare, mascherine da indossare e regole da seguire, alcune incomprensibili e altre proprio esagerate. 

Mi è pesato non poter andare in chiesa e non frequentare i miei fratelli in Cristo, che sono due aspetti fondamentali della mia vita settimanale. 

Ovviamente non sono potuto andare in ufficio e così, probabilmente per la prima volta in sessantadue anni, La Voce del Vangelo non è stata pubblicata per un paio di mesi.

Questo è quello che ho perso io, ma tanti altri hanno perso stipendi, altri ancora il lavoro, gli studenti hanno dovuto affrontare lo studio a casa.

Un anno da dimenticare? Un anno di grandi perdite?

Dio dov’era?

Sono un credente in Cristo, le cose di Dio e le realtà spirituali fanno parte della mia vita quotidiana. Nel momento in cui comincio a pensare a Lui mi rendo conto che, per essere giuste e veritiere, le mie valutazioni devono avere una prospettiva diversa. Devo essere onesto nei miei ragionamenti. E mi accorgo che non è facile mantenere sempre il giusto punto di vista.

Quando lo scorso dicembre auguravo “Buon Anno!” non pensavo minimamente che sarebbe stato un anno tanto travagliato. A dire il vero, sembra proprio difficile considerare il 2020 un buon anno. Piuttosto è stato un anno da non ripetere per molti di noi. E purtroppo sembra che le nostre circostanze prospettino altri mesi ancora molto simili a quelli appena passati. Il che non fa che aumentare l’ansia e il disagio.

È un po’ come quando anni fa, durante una partita di calcio, ho rotto il legamento crociato del ginocchio. Sono stato operato tre volte, di cui la terza è stata la più difficile. Avendo già subito due interventi ero più che consapevole del dolore che avrei provato e quanto sarebbe stata dura la riabilitazione. 

Adesso, umanamente, se le cose dovessero peggiorare, non so quanti di noi saranno pronti ad affrontare le difficoltà dei prossimi mesi senza ribellarsi.

Sento già le persone che mettono le mani avanti: “Non abbiamo bisogno di una predica!” Forse hanno ragione, fiumi di parole vuote non combinano niente. Ma possibile che Dio non voglia aiutarci ad affrontare le nostre “perdite”, passate e future, in modo migliore? Forse facendoci vedere i benefici che non abbiamo saputo riconoscere nel recente passato?

Quello che per me è stata una grande sorpresa, per Dio non lo era affatto. Su questo non ci piove. Casomai la vera sorpresa è che Lui aveva pianificato ogni cosa.

Nel caso di mio padre, è stato Dio a stabilire il tempo e il modo della sua chiamata all’eternità. 

Non ho idea di quanto fosse cosciente o quanto abbia sofferto, ma sono sicuro che, come Dio aveva intessuto il suo corpo nel grembo di sua mamma e lo aveva accompagnato nei suoi 93 anni dei quali più di 70 al suo servizio, così lo ha anche accolto nella dimora eterna che aveva preparato per lui, secondo la promessa di Gesù ai suoi discepoli.

“Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi; e del luogo dove io vado, sapete anche la via” (Giovanni 14:1-4).

Queste parole introducono le mie riflessioni su quello che ho guadagnato in quest’anno, così diverso da quello che mi aspettavo.

Dio stava lavorando!

Nello scrivere le parole di Gesù in questi versetti appena citati, i miei occhi si sono riempiti di lacrime. Sono parole che trasudano comprensione e cura da parte di Dio: “Il vostro cuore non sia turbato.” 

Il mio è stato turbato. E, se non lo è più, rischia di turbarsi ancora! 

Dio non è mai colto di sorpresa dagli eventi, e tantomeno dalle nostre reazioni. La sua cura per noi non consiste necessariamente nel cambiare le circostanze, ma nel prepararci ad affrontarle, in modo che non ne saremo schiacciati e distrutti. 

Dobbiamo fidarci di Dio, Lui sa quello che è meglio per noi. Tu e io non possiamo pretendere di conoscere il futuro, né siamo in grado di prevedere le ripercussioni negative delle nostre scelte se ci incaponiamo a fare di testa nostra.

Ci sono concetti che so, che conosco, o che per lo meno dovrei avere capito ormai, ma che spesso dimentico o metto da parte. Uno di questi l’apostolo Paolo l’aveva capito presto nella sua vita, e metterlo in pratica lo aveva reso uno strumento molto utile per Dio: “Secondo la mia viva attesa e la mia speranza di non aver da vergognarmi di nulla; ma che con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte. Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno” (Filippesi 1:20,21).

Non siamo noi che dobbiamo preservare la nostra vita, lo deve fare Dio, e lo fa in armonia con i suoi piani eterni.

È assurdo pensare che una vita senza problemi sulla Terra sia una buona alternativa, anche se temporanea, alla vita nella perfezione del cielo alla presenza di Dio. Eppure permettiamo all’istinto di conservazione di impadronirsi dei nostri pensieri al punto di dominare le nostre emozioni e le nostre azioni.

Ma se le difficoltà legate al coronavirus ci hanno spinto a preferire la vita col Signore, gli intenti di Dio sono stati raggiunti, almeno in parte.

Non ci rendiamo conto di quanto il nostro concetto di un “buon anno” sia diverso da quello di Dio. 

Noi auguriamo il bene che immaginiamo, basandoci sui nostri desideri e preferenze individuali, e se Dio c’entra qualcosa, per più delle volte è solo in teoria, e anche allora non ragionando biblicamente.

Cuore mio, dove mi porti!

Nella nostra vita esistono forze avverse che mirano a sabotare il nostro rapporto con Dio. Alcune di queste agiscono dal di fuori e sfuggono al nostro controllo. Ostacolano e rendono più difficile la nostra ubbidienza al Signore. 

Le forze avverse invece che sono dentro di noi sono capaci di avvelenare i nostri affetti, storpiare la percezione della realtà, e farci prendere decisioni avventate. 

Quando ci troviamo in mezzo al fuoco incrociato di queste forze facciamo fatica a capire che cosa vuole Dio da noi. 

E Lui, cosa si aspettava da noi in questo anno passato? Gli abbiamo dato retta? 

In realtà, nulla di diverso da quello che vuole sempre da noi: “«Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: «Ama il tuo prossimo come te stesso». Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti” (Gesù in Matteo 22:37-40).

Dio mi comanda di amarlo. Non è la pretesa di un despota, ma l’invito di Colui che mi ha amato prima che esistessi, quando non ero interessato al suo amore, bensì un suo nemico che seguiva Satana. 

Ora, al concludersi dell’anno, una domanda me la devo fare: “Amo Dio più di prima? Oggi sono più simile a Cristo di un anno fa?”

In questi mesi ho visto tante persone diventare ciniche, amare, e convinte che hanno ragione a lamentarsi e a essere arrabbiate. Non dico che sia sbagliato che le persone cerchino di rendere la loro vita più comoda e senza problemi. Il problema, però, è che l’essere umano ama sé stesso più di ogni altra cosa. Gli altri intorno a lui servono nella misura in cui non sono un ostacolo alla sua felicità, ma uno strumento utile per il suo benessere emotivo e fisico. 

Non è una mia idea, ma è quello che Dio dice nella sua Parola.

“Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza” (1 Giovanni 2:15-17).

Posso dire con certezza che, se abbiamo permesso alla nostra vita di essere guidata dalle nostre concupiscenze, il 2020 è stato un anno di grandi perdite. Un 2021 simile sarebbe non solo spaventoso ma anche molto deprimente. 

Se invece le circostanze dei mesi passati sono servite ad allineare le nostre priorità e i nostri scopi con quello che Dio vuole per noi, è stato un anno di grandi guadagni.

L’inventario spirituale

Il motivo per cui, verso la fine di ogni anno, faccio una valutazione di tutto quello che mi è successo è perché voglio essere preparato al mio oggi e al mio domani.

Qualunque siano le nostre circostanze, Dio vuole:
- farci desiderare la vita futura con Lui più della vita presente;
- spingerci a diventare più simili a Gesù;
- che, finché siamo qui sulla Terra, la nostra sia una vita di progresso spirituale personale, che curiamo i credenti che Lui ha messo accanto a noi, e che siamo fedeli nel presentare la verità del vangelo a coloro che non la conoscono.

Capendo questo, posso dire che il 2020 certamente aveva tutti gli elementi necessari per aiutarci a realizzare gli scopi di Dio in noi.

Ho avuto più tempo per crescere spiritualmente, più tempo per leggere e studiare, per riflettere su tanti aspetti della mia vita. 

I credenti hanno avuto bisogno di amore e di incoraggiamento più del normale. Le persone intorno a noi hanno dovuto pensare alla morte come non lo avevano mai fatto prima. 

Gli elementi c’erano tutti, ma come è andata? Siamo stati trascinati a lamentarci o ad avere le stesse reazioni degli altri? 

Facebook non è certamente uno strumento adatto per valutare cosa succede nel cuore delle persone, perciò prendi con le dovute pinze quello che sto per dire. Su questo social network ho letto post di credenti che non sembrano crescere affatto nella fede. Fanno la voce grossa contro le decisioni prese dal governo, e sono molto duri verso coloro che non la pensano nello stesso modo sulle mascherine o su come vivere, ma esitano a testimoniare di Cristo. 

Ripensa alle tue conversazioni in famiglia, con gli amici e coi vicini: sono state occasioni per esaltare la bontà e l’amore di Dio? Sono stati momenti utili per incoraggiare altri credenti a crescere spiritualmente? Ne hai approfittato per parlare della Buona Novella?

Non voglio assolutamente giudicare nessuno, ma forse per qualcuno di noi l’anno passato è stata un’occasione persa, e non vorrei che si ripetesse. Siamo tutti ancora in tempo per rivalutare quello abbiamo fatto, e riflettere su come potremo rendere il prossimo un anno di guadagno più che di perdite.

Pronti per quel che verrà

Ci sono delle certezze ci aiutano ad analizzare biblicamente le nostre circostanze: 

Dio regna sovrano
- Egli è perfetto 
- Egli è saggio
- Egli è potente
- Egli è amore

 Dio governa l’universo intero tutto il tempo. Nulla gli sfugge, nulla lo coglie di sorpresa, perché è Lui che lo permette. Dio domina sulla natura, sulla vita, sulle autorità, sulle nostre famiglie, sulle circostanze più piccole, sul microcosmo. 

Questo è ciò che la Bibbia afferma. Ma tu, ci credi?

Se non fosse davvero sovrano, pregare Dio sarebbe una perdita di tempo, non ci sarebbe speranza per nessuno, saremmo nel caos assoluto e ogni nostro sforzo risulterebbe inutile. 

Dio è perfetto in tutti i suoi attributi. Non c’è nulla di oscuro in Lui. È immutabile e assoluto nella sua santità e perfezione. “Non v’ingannate, fratelli miei carissimi; ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento” (Giacomo 1:16,17).

Proprio perché Lui non cambia possiamo fidarci di Lui. Se così non fosse saremmo nelle mani di un Dio capriccioso e imprevedibile. 

Dio è saggio. Ci conosce perfettamente. Sa quello che stiamo per dire o fare prima che lo facciamo. Sa cosa siamo in grado di sopportare e cosa sia utile per noi. Ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Nella sua saggezza compie sempre il meglio per noi, perché anche le sue intenzioni sono sempre perfette. Perciò, dammi retta: tu non sai tutto.

Dio è potente. Non sarebbe Dio se non avesse potesse sconfiggere ogni forza avversa, o se le sue “buone intenzioni” fossero limitate dalla sua inabilità a mettere in atto i suoi piani perfetti. 

Quando noi facciamo o subiamo qualcosa non è a causa dei limiti di Dio, ma è perché Lui pensa che sia la cosa migliore per noi.

Dio è amore. Amore è una parola tanto usata, ma in fin dei conti non sappiamo né definirla bene né come metterla in pratica. Dio invece sì. 

Sapere che il nostro Padre celeste ci ama deve filtrare ogni nostro pensiero, ogni nostra valutazione, ogni nostra reazione. Se Dio ha dato la vita del suo unigenito Figlio per noi, non farà tutto quello che è necessario per amarci perfettamente? 

“Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui?” (Romani 8:32). Se veramente crediamo al suo amore non possiamo far altro che correre nelle sue braccia per trovare vera pace e vera sicurezza.

L’anno si sta concludendo e non ho dubbi che per me il 2020 non è stato un anno di perdite, ma di grandi guadagni! Spero che lo sia stato anche per te! 

Auguri di Buon Anno 2021!

— D.S.

  • L’argomento di questo numero ti è piaciuto?
    Vuoi avere gratuitamente altre copie da distribuire?
    Telefona allo 06-700.25.59

 

Sottoscrivi questo feed RSS