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La Voce del Vangelo


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La VOCE dicembre 2020

Alla fine di dicembre ho l’abitudine di rivedere l’anno passato e di riflettere su tutto quello che è successo. Mai come quest’anno valutarlo sembra tanto difficile.

Sarai d’accordo con me che il 2020 è stato totalmente diverso da quello che avremmo potuto prevedere. Direi che, per la stragrande maggioranza di noi italiani che non abbiamo visto la guerra o vissuto gli stenti del dopoguerra, questo potrebbe essere il più difficile anno della nostra vita.

È anche vero che, a livello personale, in passato, c’è chi è stato colpito da grandi tragedie personali – incidenti stradali, malattie, lutti, ristrettezze economiche e tanti altri problemi gravi – ma mai come quest’anno le difficoltà sono state distribuite nella vita di tutti.

Ho il sentore che questo sarà ricordato come l’anno che ha cambiato la società e il nostro modo di vivere in modo incisivo e duraturo.

In che modo, quindi, dovrei considerare il mio 2020? È stato un anno di perdite o di guadagni? 

Come credente, ho una scala diversa per valutare le cose. Che tipo di risposta Dio si aspetterebbe da me? Rispondere in modo “spirituale” sarebbe una forzatura?

Ho perso tanto

Rivedendo il mio 2020 non posso fare a meno di pensare subito alla perdita di mio padre. Ma non sono l’unico ad aver perso un parente stretto: dicembre non è ancora arrivato mentre sto scrivendo questo articolo e sono già morte oltre 40.000 persone solo di Covid-19. 

Il mio dolore particolare, che mi ha accompagnato in questa perdita, è che a causa della pandemia non mi è stato permesso di stare vicino a papà nei suoi ultimi giorni. Per più di un mese era rimasto isolato da tutti i suoi cari. E dopo non abbiamo neanche potuto celebrare il suo funerale. Questo fatto da solo è sufficiente per farmi pensare che il coronavirus mi abbia fatto perdere molto. 

Riflettendo poi sulla mia libertà personale mi sembra di aver perso tanto anche in questo campo. Chiuso in casa per mesi, come un prigioniero, non ho potuto incontrarmi con i miei familiari e gli amici. Per non parlare delle file da fare, mascherine da indossare e regole da seguire, alcune incomprensibili e altre proprio esagerate. 

Mi è pesato non poter andare in chiesa e non frequentare i miei fratelli in Cristo, che sono due aspetti fondamentali della mia vita settimanale. 

Ovviamente non sono potuto andare in ufficio e così, probabilmente per la prima volta in sessantadue anni, La Voce del Vangelo non è stata pubblicata per un paio di mesi.

Questo è quello che ho perso io, ma tanti altri hanno perso stipendi, altri ancora il lavoro, gli studenti hanno dovuto affrontare lo studio a casa.

Un anno da dimenticare? Un anno di grandi perdite?

Dio dov’era?

Sono un credente in Cristo, le cose di Dio e le realtà spirituali fanno parte della mia vita quotidiana. Nel momento in cui comincio a pensare a Lui mi rendo conto che, per essere giuste e veritiere, le mie valutazioni devono avere una prospettiva diversa. Devo essere onesto nei miei ragionamenti. E mi accorgo che non è facile mantenere sempre il giusto punto di vista.

Quando lo scorso dicembre auguravo “Buon Anno!” non pensavo minimamente che sarebbe stato un anno tanto travagliato. A dire il vero, sembra proprio difficile considerare il 2020 un buon anno. Piuttosto è stato un anno da non ripetere per molti di noi. E purtroppo sembra che le nostre circostanze prospettino altri mesi ancora molto simili a quelli appena passati. Il che non fa che aumentare l’ansia e il disagio.

È un po’ come quando anni fa, durante una partita di calcio, ho rotto il legamento crociato del ginocchio. Sono stato operato tre volte, di cui la terza è stata la più difficile. Avendo già subito due interventi ero più che consapevole del dolore che avrei provato e quanto sarebbe stata dura la riabilitazione. 

Adesso, umanamente, se le cose dovessero peggiorare, non so quanti di noi saranno pronti ad affrontare le difficoltà dei prossimi mesi senza ribellarsi.

Sento già le persone che mettono le mani avanti: “Non abbiamo bisogno di una predica!” Forse hanno ragione, fiumi di parole vuote non combinano niente. Ma possibile che Dio non voglia aiutarci ad affrontare le nostre “perdite”, passate e future, in modo migliore? Forse facendoci vedere i benefici che non abbiamo saputo riconoscere nel recente passato?

Quello che per me è stata una grande sorpresa, per Dio non lo era affatto. Su questo non ci piove. Casomai la vera sorpresa è che Lui aveva pianificato ogni cosa.

Nel caso di mio padre, è stato Dio a stabilire il tempo e il modo della sua chiamata all’eternità. 

Non ho idea di quanto fosse cosciente o quanto abbia sofferto, ma sono sicuro che, come Dio aveva intessuto il suo corpo nel grembo di sua mamma e lo aveva accompagnato nei suoi 93 anni dei quali più di 70 al suo servizio, così lo ha anche accolto nella dimora eterna che aveva preparato per lui, secondo la promessa di Gesù ai suoi discepoli.

“Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi; e del luogo dove io vado, sapete anche la via” (Giovanni 14:1-4).

Queste parole introducono le mie riflessioni su quello che ho guadagnato in quest’anno, così diverso da quello che mi aspettavo.

Dio stava lavorando!

Nello scrivere le parole di Gesù in questi versetti appena citati, i miei occhi si sono riempiti di lacrime. Sono parole che trasudano comprensione e cura da parte di Dio: “Il vostro cuore non sia turbato.” 

Il mio è stato turbato. E, se non lo è più, rischia di turbarsi ancora! 

Dio non è mai colto di sorpresa dagli eventi, e tantomeno dalle nostre reazioni. La sua cura per noi non consiste necessariamente nel cambiare le circostanze, ma nel prepararci ad affrontarle, in modo che non ne saremo schiacciati e distrutti. 

Dobbiamo fidarci di Dio, Lui sa quello che è meglio per noi. Tu e io non possiamo pretendere di conoscere il futuro, né siamo in grado di prevedere le ripercussioni negative delle nostre scelte se ci incaponiamo a fare di testa nostra.

Ci sono concetti che so, che conosco, o che per lo meno dovrei avere capito ormai, ma che spesso dimentico o metto da parte. Uno di questi l’apostolo Paolo l’aveva capito presto nella sua vita, e metterlo in pratica lo aveva reso uno strumento molto utile per Dio: “Secondo la mia viva attesa e la mia speranza di non aver da vergognarmi di nulla; ma che con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte. Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno” (Filippesi 1:20,21).

Non siamo noi che dobbiamo preservare la nostra vita, lo deve fare Dio, e lo fa in armonia con i suoi piani eterni.

È assurdo pensare che una vita senza problemi sulla Terra sia una buona alternativa, anche se temporanea, alla vita nella perfezione del cielo alla presenza di Dio. Eppure permettiamo all’istinto di conservazione di impadronirsi dei nostri pensieri al punto di dominare le nostre emozioni e le nostre azioni.

Ma se le difficoltà legate al coronavirus ci hanno spinto a preferire la vita col Signore, gli intenti di Dio sono stati raggiunti, almeno in parte.

Non ci rendiamo conto di quanto il nostro concetto di un “buon anno” sia diverso da quello di Dio. 

Noi auguriamo il bene che immaginiamo, basandoci sui nostri desideri e preferenze individuali, e se Dio c’entra qualcosa, per più delle volte è solo in teoria, e anche allora non ragionando biblicamente.

Cuore mio, dove mi porti!

Nella nostra vita esistono forze avverse che mirano a sabotare il nostro rapporto con Dio. Alcune di queste agiscono dal di fuori e sfuggono al nostro controllo. Ostacolano e rendono più difficile la nostra ubbidienza al Signore. 

Le forze avverse invece che sono dentro di noi sono capaci di avvelenare i nostri affetti, storpiare la percezione della realtà, e farci prendere decisioni avventate. 

Quando ci troviamo in mezzo al fuoco incrociato di queste forze facciamo fatica a capire che cosa vuole Dio da noi. 

E Lui, cosa si aspettava da noi in questo anno passato? Gli abbiamo dato retta? 

In realtà, nulla di diverso da quello che vuole sempre da noi: “«Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: «Ama il tuo prossimo come te stesso». Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti” (Gesù in Matteo 22:37-40).

Dio mi comanda di amarlo. Non è la pretesa di un despota, ma l’invito di Colui che mi ha amato prima che esistessi, quando non ero interessato al suo amore, bensì un suo nemico che seguiva Satana. 

Ora, al concludersi dell’anno, una domanda me la devo fare: “Amo Dio più di prima? Oggi sono più simile a Cristo di un anno fa?”

In questi mesi ho visto tante persone diventare ciniche, amare, e convinte che hanno ragione a lamentarsi e a essere arrabbiate. Non dico che sia sbagliato che le persone cerchino di rendere la loro vita più comoda e senza problemi. Il problema, però, è che l’essere umano ama sé stesso più di ogni altra cosa. Gli altri intorno a lui servono nella misura in cui non sono un ostacolo alla sua felicità, ma uno strumento utile per il suo benessere emotivo e fisico. 

Non è una mia idea, ma è quello che Dio dice nella sua Parola.

“Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza” (1 Giovanni 2:15-17).

Posso dire con certezza che, se abbiamo permesso alla nostra vita di essere guidata dalle nostre concupiscenze, il 2020 è stato un anno di grandi perdite. Un 2021 simile sarebbe non solo spaventoso ma anche molto deprimente. 

Se invece le circostanze dei mesi passati sono servite ad allineare le nostre priorità e i nostri scopi con quello che Dio vuole per noi, è stato un anno di grandi guadagni.

L’inventario spirituale

Il motivo per cui, verso la fine di ogni anno, faccio una valutazione di tutto quello che mi è successo è perché voglio essere preparato al mio oggi e al mio domani.

Qualunque siano le nostre circostanze, Dio vuole:
- farci desiderare la vita futura con Lui più della vita presente;
- spingerci a diventare più simili a Gesù;
- che, finché siamo qui sulla Terra, la nostra sia una vita di progresso spirituale personale, che curiamo i credenti che Lui ha messo accanto a noi, e che siamo fedeli nel presentare la verità del vangelo a coloro che non la conoscono.

Capendo questo, posso dire che il 2020 certamente aveva tutti gli elementi necessari per aiutarci a realizzare gli scopi di Dio in noi.

Ho avuto più tempo per crescere spiritualmente, più tempo per leggere e studiare, per riflettere su tanti aspetti della mia vita. 

I credenti hanno avuto bisogno di amore e di incoraggiamento più del normale. Le persone intorno a noi hanno dovuto pensare alla morte come non lo avevano mai fatto prima. 

Gli elementi c’erano tutti, ma come è andata? Siamo stati trascinati a lamentarci o ad avere le stesse reazioni degli altri? 

Facebook non è certamente uno strumento adatto per valutare cosa succede nel cuore delle persone, perciò prendi con le dovute pinze quello che sto per dire. Su questo social network ho letto post di credenti che non sembrano crescere affatto nella fede. Fanno la voce grossa contro le decisioni prese dal governo, e sono molto duri verso coloro che non la pensano nello stesso modo sulle mascherine o su come vivere, ma esitano a testimoniare di Cristo. 

Ripensa alle tue conversazioni in famiglia, con gli amici e coi vicini: sono state occasioni per esaltare la bontà e l’amore di Dio? Sono stati momenti utili per incoraggiare altri credenti a crescere spiritualmente? Ne hai approfittato per parlare della Buona Novella?

Non voglio assolutamente giudicare nessuno, ma forse per qualcuno di noi l’anno passato è stata un’occasione persa, e non vorrei che si ripetesse. Siamo tutti ancora in tempo per rivalutare quello abbiamo fatto, e riflettere su come potremo rendere il prossimo un anno di guadagno più che di perdite.

Pronti per quel che verrà

Ci sono delle certezze ci aiutano ad analizzare biblicamente le nostre circostanze: 

Dio regna sovrano
- Egli è perfetto 
- Egli è saggio
- Egli è potente
- Egli è amore

 Dio governa l’universo intero tutto il tempo. Nulla gli sfugge, nulla lo coglie di sorpresa, perché è Lui che lo permette. Dio domina sulla natura, sulla vita, sulle autorità, sulle nostre famiglie, sulle circostanze più piccole, sul microcosmo. 

Questo è ciò che la Bibbia afferma. Ma tu, ci credi?

Se non fosse davvero sovrano, pregare Dio sarebbe una perdita di tempo, non ci sarebbe speranza per nessuno, saremmo nel caos assoluto e ogni nostro sforzo risulterebbe inutile. 

Dio è perfetto in tutti i suoi attributi. Non c’è nulla di oscuro in Lui. È immutabile e assoluto nella sua santità e perfezione. “Non v’ingannate, fratelli miei carissimi; ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento” (Giacomo 1:16,17).

Proprio perché Lui non cambia possiamo fidarci di Lui. Se così non fosse saremmo nelle mani di un Dio capriccioso e imprevedibile. 

Dio è saggio. Ci conosce perfettamente. Sa quello che stiamo per dire o fare prima che lo facciamo. Sa cosa siamo in grado di sopportare e cosa sia utile per noi. Ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Nella sua saggezza compie sempre il meglio per noi, perché anche le sue intenzioni sono sempre perfette. Perciò, dammi retta: tu non sai tutto.

Dio è potente. Non sarebbe Dio se non avesse potesse sconfiggere ogni forza avversa, o se le sue “buone intenzioni” fossero limitate dalla sua inabilità a mettere in atto i suoi piani perfetti. 

Quando noi facciamo o subiamo qualcosa non è a causa dei limiti di Dio, ma è perché Lui pensa che sia la cosa migliore per noi.

Dio è amore. Amore è una parola tanto usata, ma in fin dei conti non sappiamo né definirla bene né come metterla in pratica. Dio invece sì. 

Sapere che il nostro Padre celeste ci ama deve filtrare ogni nostro pensiero, ogni nostra valutazione, ogni nostra reazione. Se Dio ha dato la vita del suo unigenito Figlio per noi, non farà tutto quello che è necessario per amarci perfettamente? 

“Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui?” (Romani 8:32). Se veramente crediamo al suo amore non possiamo far altro che correre nelle sue braccia per trovare vera pace e vera sicurezza.

L’anno si sta concludendo e non ho dubbi che per me il 2020 non è stato un anno di perdite, ma di grandi guadagni! Spero che lo sia stato anche per te! 

Auguri di Buon Anno 2021!

— D.S.

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La VOCE novembre 2020

Una caratteristica dei neonati è quella di non essere consapevoli di ciò che avviene intorno a loro, infatti tutto il loro essere è concentrato solo su se stesso. 

Si nasce piangendo, e per i primi mesi piangere è l’unico modo che abbiamo per esprimerci. 

I bimbi piangono quando hanno fame, piangono quando sono stanchi, e piangono anche quando sono sporchi. Lo fanno per istinto, non per una scelta pensata.

D’altro canto, ci sono anche caratteristiche che accomunano le persone anziane. Si può senz’altro dire che con l’età molti diventano alquanto intransigenti. Può darsi che vedendosi sempre meno autosufficienti comincino a temere di perdere il controllo della propria vita. 

Gli anziani esigono di essere curati come è giusto che sia, ma allo stesso tempo possono non essere disposti a rinunciare alla loro indipendenza e alle loro abitudini. E, seppure in modo diverso e non tutti con la stessa intensità, anche loro sembrano diventare molto concentrati su loro stessi.

Tra questi due gruppi di persone ai poli estremi della vita ce n’è un terzo, molto più numeroso, che annovera la maggior parte dell’umanità. In un mondo in cui “ognuno si fa i fatti suoi”, dobbiamo tutti barcamenarci per sopravvivere. Forse per molti di noi la vita è una continua battaglia per rincorrere quello che desideriamo, che sogniamo o di cui abbiamo strettamente bisogno.

Il passo che ci separa dall’egocentrismo più estremo è breve. Tutta la vita ci affanniamo per cose che sembrano necessarie, e tutta la vita siamo strattonati da quello che io chiamo “il grande distruttore delle relazioni”. Ha mille facce ma un solo nome: l’egoismo.

Scusami il bagaglio

Nessuno vuole essere bollato come egoista, eppure di recente una tendenza tra i tanti esperti del benessere e life coaching prende piede, quella cioè di promuovere un cosiddetto “sano egoismo”.  Sostengono che serve per non sentirsi annichiliti dall’eccessivo senso del dovere, o affinché gli altri non calpestino i nostri diritti.

Sia come sia, il dizionario Treccani definisce l’egoismo come un “Atteggiamento di chi si preoccupa unicamente di se stesso, del proprio benessere e della propria utilità, tendendo a escludere chiunque altro dalla partecipazione ai beni materiali o spirituali ch’egli possiede e a cui è gelosamente attaccato.” 

Scommetto che la tua prima reazione leggendo la definizione sia stata come la mia: “Quello non sono mica io!” Ma la triste realtà è che noi tutti tendiamo a esserlo, perché ci viene naturale.

Sapendo qual’è la nostra naturale propensione Dio ci esorta a fare molta attenzione a non amare il mondo, perché “tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Giovanni 2:16,17). 

È normale che le persone cerchino di soddisfare i propri piaceri, e si diano da fare per ottenere quello che desiderano, e per migliorare la loro posizione sociale. Ma è anche logico che, vivendo così, l’esistenza stessa rischia di diventare un combattimento senza fine. 

La parola concupiscenza che Giovanni ha usato nel versetto citato descrive un intenso, irrefrenabile desiderio di possedere qualcosa. Fa capire chiaramente che quello che viene naturale all’uomo è l’opposto di quello Dio desidera per suoi figli.

A volte, per comprendere bene un concetto è utile considerare il suo contrario. L’antitesi dell’egoismo umano non è l’altruismo, perché anche l’altruismo più disinteressato è tarato dall’egoismo, ma è l’amore di Dio. Ecco come le Scritture descrivono l’amore di Dio.

“Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3:16).
“Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Romani 5:8).
“Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Giovanni 4:19).

Dio ci ha amati per primo. Aveva scelto di amarci quando eravamo ancora suoi nemici! È un pensiero stupefacente. 

Il suo amore è privo di qualunque traccia di egoismo. Ci ha amati quando eravamo totalmente concentrati su noi stessi, ribelli e odiosi. 

Non c’è mai stato nulla in noi che potesse suscitare anche la più piccola tenerezza. Eppure ci ha amati a un costo incalcolabile: la vita del suo unigenito Figlio.

In tutta la storia umana, l’unica persona non egoista è stata il Signore Gesù. Era integro, e ha vissuto una vita moralmente perfetta senza mai peccare, malgrado fosse stato tentato anche lui come noi, come attesta la Bibbia. 

Nel deserto Satana lo provocò su questo, cercando di tentarlo di pensare a se stesso e di cercare i suoi interessi, ma lui non cedette neanche per un istante. Dai Vangeli emerge chiaramente che Gesù non ha mai rincorso la propria felicità, ma ha compiuto in tutto e per tutto la volontà del Padre. 

Anche davanti alla più crudele violenza e ingiustizia “egli non commise peccato e nella sua bocca non si è trovato inganno. Oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente” (1 Pietro 2:22,23).

Noi che siamo oggetto del suo eterno e immutabile amore, e siamo stati rigenerati dal suo Spirito, il quale ci dà anche la capacità di resistere agli impulsi del peccato, dobbiamo imitare il suo esempio: “Infatti a questo siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché seguiate le sue orme” (1 Pietro 2:21).

Per seguire le orme di Gesù dobbiamo, prima di tutto, guardare in faccia la realtà e renderci conto che l’egoismo non allenta la sua morsa su di noi spontaneamente: per tutta la nostra vita o lo combattiamo o lo alimentiamo. Non si può semplicemente “convivere con il problema” e pensare di cavarsela senza troppi effetti collaterali. 

L’egoismo è una forza distruttiva che corrode tutti gli aspetti della vita. Può danneggiare una carriera, causare problemi alla salute, isolare, far prendere decisioni avventate, rovinare economicamente… In questo articolo, mi limiterò a considerare, intanto, i suoi effetti sulla famiglia e sulla chiesa.

Pensiamo alla coppia

Prova a rispondere a queste domande con la massima onestà e imparzialità:
– In casa, su questioni di preferenze, chi di voi si impone di più?
– In vacanza, chi decide dove si va e cosa si fa?
– Come coppia, fate più cose separatamente o insieme?
– Per quale motivo, se così è, le fate separatamente?
– Chi decide come usare i soldi?
– Chi di voi due si scusa più spesso dicendo: “Sono fatto così”?
– Uno di voi si sente schiacciato dall’altro?

Com’è andata? Da come hai risposto, il vostro è un rapporto di coppia armonioso o sbilanciato? 

Se le tue risposte pendono da una parte fai attenzione, perché l’egoismo di uno di voi sta distruggendo l’unità che Dio ha pianificato per la vostra coppia. 

In Genesi 2:24, quando il Signore ha decretato: “Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne” non parlava di un’unione solamente fisica, ma dell’unità di coppia che si estende a ogni aspetto della vita. Lo scopo di Dio per il matrimonio è che ci sia intimità fisica, emotiva e spirituale, insieme a unità di scopi e d’intenti. Qualsiasi forma d’egoismo corrompe fino a distruggere questa unità!

Le coppie si sposano perché si amano, ma troppo spesso il loro non è un amore altruista e generoso; è piuttosto un contratto di scambio: ti amerò fino a quando staremo bene tutti e due. Ed è ancora più tragico quando l’“amore” non è altro che egoismo travestito da nobili sentimenti, sotto i quali si cela un famelico bisogno di essere costantemente soddisfatti: “Ti amo per quello tu puoi fare per me. Tu mi farai star bene, ti prenderai cura di me e non mi farai del male.” 

Ma non ci vorrà tanto prima che la nuova coppia si scontri con la realtà che, invece, il proprio coniuge gli farà del male, che non sempre se ne pentirà e che, purtroppo, lo farà di nuovo. Nel matrimonio tipo “contratto di scambio” ben presto uno dei due si accorgerà che tocca sempre a lui, o a lei, cedere.

Se nella coppia non c’è un dialogo e non si affronta con onestà l’egoismo di tutti e due, la speranza di sconfiggere questo “mostro” è minima. 

Nel tempo, il desiderio di rivalsa diventerà sempre più acuto e di fatto, forse anche senza rendersene conto, i due cominceranno a condurre due vite parallele. A questo punto, anche se la coppia resta tecnicamente unita, non sperimenterà quella benedizione che Dio intendeva per tutte le coppie quando formò Eva per essere la compagna adatta per Adamo.

L’unica soluzione è che la coppia si decida di mettere in pratica quello che Dio dice nella Bibbia: “L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male” (1 Corinzi 13:4,5).

In questa sua definizione dell’amore non c’è spazio per mettere se stessi al centro di tutto e tutti.

È possibile che l’egoismo non si manifesti tutto in una volta. Piano piano diventiamo pigri, insensibili e a volte anche amari nei nostri rapporti. Tutto questo fa crescere il nostro amor proprio.

Giacomo scrive: “Dove c’è invidia (zelo per se stessi) e contesa (desiderio di prevalere), c’è disordine e ogni cattiva azione” (Giacomo 3:16). 

L’egoismo non è un innocuo tratto caratteriale, non è mai “sano”, e non è una protezione contro un “eccessivo senso del dovere”. Piuttosto distrugge, e produce sempre disordine e cattive azioni.

Ecco un’altra serie di domande che dovremmo porci.
– Quello su cui mi sto impuntando è obiettivamente necessario?
– Precisamente per quale motivo stiamo litigando?
– Quali sono le cose che ci fanno allontanare l’uno dall’altra?
– Sto imponendo qualcosa che è solo una mia preferenza?

Ognuno porta nel matrimonio il suo bagaglio di egoismo congenito, ma Dio ci chiama ad amarci a seguire l’esempio di Cristo. Tutti possiamo e dobbiamo proteggerci da questo modo di fare distruttivo. 

Non ho spazio qui per scrivere l’intero capitolo 5 di Efesini, ma se sei un marito o una moglie, ti consiglio di leggerlo ora, anche più volte. E se non sei sposato, leggilo lo stesso, ti renderai conto che questi stessi principi si applicano a tutte le relazioni familiari: tra genitori e figli, nonni, zii e anche tra cugini. Non lasciare che la tua famiglia si sfasci a causa tua!

Pensiamo alla chiesa

L’amore vero, quello divino, è l’opposto dell’egoismo. Gesù ha detto: “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35).

Ora, come risponderesti alle domande di seguito?
– Noti segni di divisione nella tua chiesa?
– Ci sono persone che non si parlano, o che non vanno d’accordo tra loro?
– Si sentono serpeggiare critiche verso le guide o verso i credenti?
– Ci sono amarezze non ancora risolte?
– Sei coinvolto in queste cose?

A volte si pensa che per il “quieto vivere” sarebbe meglio tacere e sorvolare su tutto, che sia possibile nascondere i peccati ed evitare che abbiano conseguenze, o per lo meno che, tacendo, si possano limitare i danni. Ma anche nelle chiese, fra i santi, l’egoismo è una prepotente forza distruttiva dell’unità. 

Come nella coppia, ogni credente porta con sé il suo bagaglio di difetti. Se tollerato, l’egoismo si scaglia contro quell’amore che dovrebbe invece contraddistinguerci come discepoli di Cristo sottomessi a lui.

Nella Bibbia vediamo che fin dall’inizio l’egoismo ha provocato divisioni nelle chiese. Ora non mi riferisco alle divisioni a motivo di falsi insegnamenti. È compito e responsabilità delle guide di ogni chiesa locale proteggerla e tutelarla contro questi. Mi riferisco al fatto che troppo spesso, per ignoranza o per il voler imporsi, si confondono le dottrine con le abitudini, le tradizioni e con le preferenze personali. E, triste a dirsi, in certi casi mantenere le tradizioni si dimostra più importante dell’aderenza alla verità e di conservare l’unità.

Certi credenti passano di chiesa in chiesa alla ricerca di un ambiente adatto per soddisfare le proprie preferenze e le loro idee. Se non lo trovano, se ne vanno, ma non prima di creare divisione.

Nelle sue lettere Paolo ha affrontato diverse volte la questione dell’unità nella chiesa. È stato incisivo in quello che ha detto. Una sua frase in particolare riassume quale deve essere il nostro atteggiamento verso gli altri credenti: “Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Filippesi 2:3,4). 

Sono parole che non lasciano alcun posto per l’egoismo insito in noi. Nessun credente che ama Dio deve cercare di prevalere nella chiesa con le sue idee, o per la posizione che occupa. Al contrario, deve essere proteso a cercare l’interesse degli altri. E deve considerarli più importanti di se stesso. 

Quando ci sono attriti e contrasti, il consiglio di Paolo è disarmante nella sua praticità: “Perché non patite piuttosto qualche torto? Perché non patite piuttosto qualche danno?” (1 Corinzi 6:7).

Esaminiamoci per vedere se non siamo noi la causa delle discordie, e chiediamoci:
– Quello che mi disturba nella chiesa è solo una questione di preferenze?
– La mia difficoltà di cedere e di perdonare rispecchia quello che Dio vuole da me?
– Sono un agente di pace fra i credenti?
– Sto servendo e amando gli altri come Dio vuole?
– Servo con spirito di sacrificio o mi limito a fare quello che mi costa poco?
– In generale, ho la reputazione di uno che ama dare piuttosto che ricevere?

Dio vuole che siamo conosciuti per il nostro amore. 

Paolo scrive: “Quanto all’amore fraterno, siate pieni di affetto gli uni per gli altri. Quanto all’onore, fate a gara nel rendervelo reciprocamente” (Romani 12:10).

Il Signore ci comanda anche di amare i nostri nemici. 

Gesù ha detto: “Voi avete udito che fu detto: «Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico». Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste” (Matteo 5:43-48).

I figli di Dio devono avere gli stessi tratti somatici spirituali del loro Padre celeste, devono somigliare a Cristo. Non è sufficiente essere delle “brave persone”. 

I pagani e i pubblicani fanno quello che viene loro naturale. Sono egoisti e, quando gli conviene, fanno del bene a coloro che ritengono degni del loro gesto. 

Il vero seguace di Cristo ama senza secondi fini. Mette da parte il suo egoismo perché è grato a Dio, si rende conto di aver ricevuto la grazia immeritata della salvezza, e desidera imitare Cristo.

Anche qui dobbiamo porci qualche domanda e rispondere con sincerità:
– Il mio atteggiamento dimostra una disponibilità e un amore verso le persone?
– Sono diventato svogliato e incurante del mio comportamento?
– Sto permettendo che le mie amarezze e le delusioni che ho subito influenzino il mio atteggiamento verso gli altri?

L’egoismo offende Dio. 

Non comportiamoci più come bambini che hanno solo loro stessi come punto di riferimento. Facciamo attenzione che i nostri bisogni personali non siano per noi la massima priorità. E non scusiamoci più, ma affrontiamo il nostro egoismo sistematicamente e senza pietà per vincerlo. 

Va combattuto con sottomissione e ubbidienza alla Parola di Dio. 

Sarà una battaglia giornaliera per il resto della nostra vita.

E lancio questa sfida: Se vuoi sapere come stai progredendo in questa battaglia, chiedilo a una persona di fiducia che ti conosce bene e che ti darà una risposta onesta. Senza metterci sulle difensive e senza offenderci siamo pronti ad ascoltare quando gli domandiamo: “Io sono una persona egoista?”

Che Dio ci aiuti!

– Davide Standridge

 

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La VOCE ottobre 2020

A Roma, come in tutte le grandi città, il traffico è un fattore di stress notevole. 

Ormai ho perso il conto di quante volte, venendo al lavoro, ho dovuto girare a vuoto (anche per quarantacinque minuti!) per trovare un parcheggio. Lo stesso vale per i nostri collaboratori e per chiunque venga a visitare il nostro ufficio.

Quando poi capita di trovarlo subito, è facile pensare che Dio ci abbia veramente benedetti. E ne siamo ancora più convinti se non è a pagamento.

Diciamo pure che siamo stati benedetti quando l’esito degli esami medici che ci preoccupavano è negativo. 
Lo gridiamo, un po’ scossi, anche dopo essere scampati da un pericolo. 
E lo diciamo con gratitudine quando Dio risponde a una nostra preghiera.

Ma fermiamoci a pensare: che significa benedire o essere benedetti? 

Quando dici “Dio ti benedica” a qualcuno, a cosa stai pensando? Come fai a sapere se, dopo, Dio avrà effettivamente benedetto quella persona? 

La risposta più comune è che auguriamo qualcosa che possa rendere la vita più bella o più confortevole. Ma è proprio quella la volontà finale di Dio per i suoi figli?

Ti sei mai chiesto perché mai Lui dovrebbe benedirti, o quale sia il motivo per cui lo fa?

Fai risplendere il tuo volto su noi

Il mese di ottobre è un po’ come cominciare il nuovo anno. Le vacanze ormai sono finite, il lavoro e tutte le attività sono ricominciate. I mesi estivi sono stati (speriamo!) belli anche se diversi per il Covid-19, che senza dubbio ha avuto un impatto sulle nostre normali attività. In tutti i casi si ricomincia.

E ci auguriamo che Dio ci benedica.

Il Salmo 67 comincia con parole che probabilmente rispecchiano quello che tutti desideriamo.

“Dio abbia pietà di noi e ci benedica, faccia egli risplendere il suo volto su di noi.” 

Senza distorcere il significato originale del versetto, si potrebbe parafrasarlo così: Dio, mostraci grazia, facci del bene sia spiritualmente che fisicamente, e cammina con noi.

Sono tre richieste sempre valide e di cui abbiamo continuamente bisogno, dalle quali risuona l’eco della benedizione che Dio, tramite Mosè, aveva ordinato ad Aronne di pronunciare per il popolo di Israele. 

“Il signore disse ancora a Mosè: «Parla ad Aaronne e ai suoi figli e di’ loro: “Voi benedirete così i figli d’Israele; direte loro: ‘Il signore ti benedica e ti protegga! Il signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio! Il signore rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace!’” (Numeri 6:22-26).

Sono parole ispirate da Dio, e sappiamo che Lui ha piacere di benedire i suoi. Il Salmo 67 non parla quindi di cose astratte o teoriche, ma di realtà per i credenti. 

Il nostro rapporto con Dio si basa, dall’inizio alla fine, sulla sua grazia. 

Lui, per grazia, ha mandato suo Figlio a morire e a salvare coloro che – sempre per grazia sua – umilmente si riconoscono peccatori, meritevoli della condanna eterna, e si appellano alla sola grazia di Dio per essere perdonati e (ancora per la grazia di Dio) seguono Cristo risorto come loro salvatore e Signore.

Per dirla tutta, ogni nostro respiro e ogni battito del cuore è per grazia di Dio. 

Chiediamo al Signore di benedirci perché sappiamo che tutta la nostra esistenza dipende comunque da Lui. È Lui che, nella sua onnipotenza, dirige ogni passo della nostra vita, provvede per noi e ci protegge anche quando non ce ne rendiamo propriamente conto.

E non lo fa solo per i suoi figli. Infatti la Bibbia afferma che Dio fa splendere il sole, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Ogni persona, che lo riconosca o no, sta di fatto beneficiando della grazia di Dio (Matteo 5:45). 

Purtroppo, spesso anche come credenti, sottovalutiamo questa grazia che sostiene e pervade l’esistenza stessa di ogni cosa, e alziamo la cresta. L’apostolo Paolo, proprio conoscendo la nostra arroganza, ci ricorda che tutto quello che abbiamo lo abbiamo ricevuto (1 Corinzi 4:7).

Quando ripenso ai miei viaggi nei villaggi africani, dove la povertà era ovunque, mi chiedo cosa abbia fatto io per nascere in un paese ricco come l’Italia, e non essere uno di quei bambini malnutriti e vestiti di stracci?! Eppure la grazia di Dio è attiva tanto in una capanna africana quanto a casa mia a Roma. 

Siamo stati benedetti, lo siamo in questo momento, e possiamo chiedere al Signore di continuare a benedirci, come il salmo ci invita a fare: “Fai risplendere il tuo volto su di noi.” Cioè “Sii al nostro fianco in tutto quello che ci succede.” 

È una richiesta che si legge spesso nei salmi. Abbiamo bisogno che Dio ci accompagni, che ci protegga e ci salvi.

Sei consapevole che poter cantare al Signore e chiedere a Lui di benedirci è un privilegio straordinario, che non può e non deve lasciarci indifferenti?

 

Il punto principale del Salmo 67 è, però, un altro, e lo leggiamo più avanti. È una verità fondamentale che, se compresa e messa in pratica, cambierà sicuramente il nostro modo di chiedere a Dio di benedirci. 

E non cambierà solo il nostro atteggiamento verso le cose che chiediamo al Signore, ma influenzerà il nostro modo di pensare in generale. Può darsi che quello che stiamo per scoprire non ci sorprenderà, ma ho la sensazione che molti di noi si sentiranno ripresi. Ed è una cosa buona.

Il Dio che ci mostra grazia continuamente, che ci benedice al di là di quello di cui ci rendiamo conto, e cammina con noi, ha uno scopo ben preciso nel farlo. E non è quello di farci stare meglio, e nemmeno più comodi.

Il salmo prosegue: “affinché la tua via sia conosciuta sulla terra e la tua salvezza fra tutte le genti. Ti lodino i popoli, o Dio, tutti quanti i popoli ti lodino! Le nazioni gioiscano ed esultino, perché tu governi i popoli con giustizia, sei la guida delle nazioni sulla terra” (versetti 2-4).

Le sue benedizioni, nella vita del popolo di Israele prima e nella nostra poi, erano intese per fare in modo che Lui fosse conosciuto e riconosciuto come unico vero Dio e salvatore, e come guida di ogni nazione.

Questo concetto l’aveva espresso già in Genesi, quando aveva detto ad Abramo: “in te saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Genesi 12).

Più avanti l’aveva ripetuto a Isacco, e poi a Giacobbe. 

Questa promessa conteneva una profezia che si è avverata in Gesù, perché tramite Lui anche i non-Ebrei hanno ora libero accesso a Dio. 

In passato, prima della venuta di Cristo, il Signore si era fatto conoscere dai popoli pagani per mezzo del popolo d’Israele. Egli era “il Dio del cielo”, il creatore di tutte le cose, che aveva benedetto il popolo d’Israele facendo innegabili miracoli straordinari. Si era fatto conoscere col diluvio universale, liberando Israele dall’Egitto, a Gerico, con Daniele nella fossa dei leoni, con Davide e Golia. Ogni sua benedizione aveva lo scopo di esaltare il suo nome davanti ai popoli e alle nazioni della terra.

Infatti la benedizione citata prima, che Aronne doveva pronunciare sopra Israele, aveva una funzione ben precisa: “Così metteranno il mio nome sui figli d’Israele e io li benedirò” (Numeri 6:27).

Lo scopo di Dio nel benedire il popolo d’Israele era quello di farsi conoscere. Lo stesso vale per noi oggi: Dio ci benedice per farsi conoscere dagli altri.

L’apostolo Paolo lo espresse così: “Il Dio che disse: «Splenda la luce fra le tenebre», è quello che risplendé nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo” (2 Corinzi 4:6).

Il Signore vuole che la sua luce risplenda attraverso di noi. Chiaro, no?

Il mondo ancora oggi ha bisogno di conoscere la salvezza, i popoli devono lodare Dio e devono capire che Dio governa con giustizia (Salmo 67:2-4).

Sì, Lui governa proprio con quella giustizia, la quale esige che l’uomo sia condannato eternamente per il suo peccato e per la sua ribellione a Dio, ma che ha anche provveduto al modo di imputare al peccatore la giustizia di Cristo che soddisfa la giustizia di Dio, per fede. 

 

Allora, la prossima volta che chiediamo a Dio di benedirci, o auguriamo la sua benedizione a qualcuno, ricordiamoci: stiamo affermando che vogliamo essere lo strumento per far conoscere la sua salvezza e la sua grandezza ai popoli.

Basta con l’autocommiserazione, con l’insoddisfazione! Tutti passiamo momenti in cui non svolgiamo bene il nostro compito, ma non deve diventare il nostro stile di vita.

A volte siamo veloci a prenderci dei meriti che non abbiamo, e Dio deve correggere la nostra arroganza. Ma poi siamo veloci a rigurgitare la nostra insoddisfazione su tutti, e contagiamo tanta gente. Dobbiamo smetterla.

Invece di essere pietre d’inciampo per la proclamazione del vangelo, diventiamo “pietre viventi… per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” perché siamo “un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamia[mo] le virtù di colui che [ci] ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (1 Pietro 2:5,9b).

Dio ha uno scopo e lo porterà a compimento servendosi di coloro che gli ubbidiscono, e riconoscono fedelmente davanti a tutti Gesù come il loro Signore e salvatore (Matteo 10:32,33).

“Ti lodino i popoli, o Dio, tutti quanti i popoli ti lodino! La terra ha prodotto il suo frutto; Dio, il nostro Dio, ci benedirà. Dio ci benedirà, e tutte le estremità della terra lo temeranno” (Salmo 67:5,6).

Fai di questo salmo il tuo canto, fai che sia il tuo grido di gioia! 

Il versetto 6 dice che “la terra ha prodotto il suo frutto.” La terra non produce frutti spirituali, ma quelli materiali. Significa che Dio ci benedice anche materialmente per far conoscere il suo nome. 

Le nostre azioni, reazioni, atteggiamenti, parole sono fondamentali nel promuovere la gloria di Dio.

In Apocalisse leggiamo che: “Dopo queste cose guardai e vidi una folla immensa che nessuno poteva contare, proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue, che stava in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, vestiti di bianche vesti e con delle palme in mano. E gridavano a gran voce, dicendo: «La salvezza appartiene al nostro Dio che siede sul trono, e all’Agnello”  (Apocalisse 7:9,10).

Dio è al lavoro, sta raggiungendo ogni popolo, ogni nazione con il messaggio della salvezza. L’ha fatto in passato tramite Israele, e lo farà ancora quando tutti gli Ebrei riconosceranno Gesù come Messia. In questo momento, lo sta facendo tramite la chiesa: Egli mostra la sua benevolenza verso i suoi figli, affinché noi lo riconosciamo pubblicamente come nostro Dio e lo esaltiamo davanti agli altri.

“Dio, benedicimi!” non deve più essere una richiesta egoistica per soddisfare i nostri desideri. Dev’essere una preghiera che scorga dal desiderio che il Dio che amiamo e ammiriamo sia onorato, ora e per sempre.

– Davide Standridge

 

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La VOCE settembre 2020

I credenti nella nostra chiesa sono molto attivi nello scambiare parole di incoraggiamento e richieste di preghiera tramite le varie app degli smartphone. È un modo veloce e ideale per comunicare con più persone contemporaneamente. 

Tempo fa, una persona nuova al mondo evangelico, commentando questa nostra usanza, mi disse che trovava alcune richieste un po’ ridicole. 

Era d’accordo con chi chiedeva preghiere per situazioni gravi, ma farlo addirittura per un esame a scuola…?! Non sarebbe meglio studiare che pregare?

Indubbiamente sono tante le richieste di preghiera in una chat dedicata come la nostra e, a volte, alcune possono sembrare un po’ ingenue o irrilevanti. Ma quello che conta è cosa ne pensa Dio.

Come reagisce Dio alle tue preghiere?
Ci sono preghiere che non andrebbero fatte? 
O è meglio pregare per qualunque cosa e lasciare il resto al Signore? 

Ci sono delle preghiere a cui Dio risponderà sicuramente, su cui ci dovremmo concentrare?

In ogni modo, qualunque sia la nostra richiesta, sarebbe senz’altro buono che cercassimo il modo migliore per formulare la nostra preghiera a Dio. 

Le preghiere dell’apostolo Paolo possono aiutarci in questo. 

Preghiere che Dio ascolta

La preghiera è essenziale sia per la salvezza, sia per la vita cristiana, perché è il mezzo per comunicare con il Signore. Ma non sorprenderei nessuno dicendo che tante persone la trascurano. Molti la trovano un esercizio noioso, o non la capiscono. Altri hanno smesso di pregare perché non ne hanno ricevuto il beneficio che si aspettavano. 

Effettivamente Dio non risponde come vorremmo a tutte le preghiere. Faremmo meglio a scoprire quali siano quelle che Lui ascolta, perché possiamo imparare a pregare in modo efficace. 

Giacomo scrive: “Domandate e non ricevete, perché domandate male per spendere nei vostri piaceri. O gente adultera, non sapete che l’amicizia del mondo è inimicizia verso Dio? Chi dunque vuol essere amico del mondo si rende nemico di Dio” (Giacomo 4:3,4).

Sono parole chiare che si commentano da sole. Una preghiera motivata dall’egoismo e incentrata su noi stessi è praticamente simile, se non identica, a quelle di coloro che non conoscono Dio: preghiere mondane guidate da colui che influenza il mondo, Satana.

Giovanni, infatti, scrive: “Tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Giovanni 2:16,17).

La ricerca dei propri piaceri, del possesso o di una posizione invidiabile sono ambizioni umane che non hanno valore agli occhi di Dio.

Detto questo, esaminandoci con onestà, ci rendiamo subito conto che tante delle nostre richieste sono, o rischiano di essere, contaminate dalla nostra natura umana orgogliosa ed egoista, e dai nostri desideri personali.

Non sto dicendo che dovremmo essere in ansia per “ogni parola oziosa” (Matteo 12:36) tutte le volte che esprimiamo al Padre celeste quello che è sul nostro cuore, ma che dovremmo chiederci più spesso quali siano le richieste che realmente gli fanno piacere. Perché quando lo avremo capito e imparato, le nostre preghiere potrebbero pure sembrare simili a quelle di prima, ma saranno di sicuro guidate da principi più biblici.

Dio vuole trasformare il nostro modo di pensare e i nostri desideri (Romani 12:2). Non sappiamo pregare come si conviene, a volte riusciamo solo a gemere e sospirare, ma colui che esamina i cuori ci viene in aiuto anche in questo (8:26,27). 

In questo articolo non ho lo spazio sufficiente per citare ogni preghiera nella Bibbia, ma ne esaminerò alcune e, prendendole poi come modelli per le nostre, potremo essere sicuri di pregare in modo gradito a Dio, e avremo la certezza che Egli ci risponderà.

Ricolmi di tutta la pienezza di Dio

L’apostolo Paolo pregava molto per i credenti che conosceva. Spesso nelle sue lettere faceva anche sapere il contenuto delle sue preghiere, e invitava i suoi lettori a unirsi a lui nel farlo. Cominciamo con la sua preghiera per i credenti di Efeso.

Per questo motivo piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende nome, affinché egli vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo, nell’uomo interiore, e faccia sì che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, perché, radicati e fondati nell’amore, siate resi capaci di abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo e di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.  —Efesini 4:14-19

È certamente una preghiera a cui il Signore risponde. E si adatta anche a diverse situazioni che affrontiamo nella vita. 

A una prima lettura può sembrare una frase lunga e complicata da comprendere, perché il pensiero principale si trova solo alla fine del ragionamento.

Ma questa preghiera affronta proprio la nostra condizione interiore, da dove nascono le nostre paure, le incertezze e i nostri dubbi. Siamo così fragili, e facilmente sballottati da vari avvenimenti. Abbiamo bisogno di essere fortificati nell’uomo interiore, per mezzo dello Spirito Santo.

Per mezzo della fede in Cristo Gesù quale nostro Salvatore abbiamo un rapporto vero con Dio, che non ha a che fare soltanto con il nostro destino eterno. Molti benefici che traiamo da questa relazione riguardano infatti la nostra vita pratica. Uno di questi è che Cristo viene ad abitare in noi e diventa il nostro Signore.

Siamo diventati figli di Dio quando abbiamo compreso e creduto che Dio ci ha amati e ha dato il suo Figlio per noi, e abbiamo chiesto il perdono dei peccati per fede. Ma l’amore di Cristo è molto più profondo ed esteso di quello che comprendiamo all’inizio del nostro cammino di fede. Ed è totalmente diverso dal nostro. 

Questo amore ci sorprende, ci confonde, ci sfida perché ribalta tanti concetti che abbiamo appreso.

Se vuoi pregare secondo la volontà di Dio, chiedigli che tu, e i credenti che conosci, possiate conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, e che è diverso da quello che pensiamo e che abbiamo mai esperimentato prima. Un amore che vuole il vero bene dei nemici, che ama anche quando non è ricambiato, che non pone condizioni o limiti. Un amore tanto sorprendente, quanto difficile da comprendere perché sappiamo di non meritarlo.

Più conosciamo questo amore, più saremo ricolmi e traboccanti di tutta la pienezza di Dio, e questo ci darà una stabilità che non abbiamo mai avuto prima, e che è impossibile avere fino a quando non ci rendiamo conto che è Dio che ci ha amati per primo. 

Quante preghiere sature di autocommiserazione e delusione cesserebbero di essere pronunciate alla luce di una comprensione migliore dell’amore di Dio!

DEGNI DELLA chiamata

Nella preghiera per i credenti di Efeso il punto principale riguardava la vita interiore del credente. In questa prossima preghiera, Paolo prega che la chiesa di Tessalonica possa vivere alla gloria di Dio.

Ed è anche a quel fine che preghiamo continuamente per voi, affinché il nostro Dio vi ritenga degni della vocazione e compia con potenza ogni vostro buon desiderio e l’opera della vostra fede, in modo che il nome del nostro Signore Gesù sia glorificato in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e Signore Gesù Cristo. —2 Tessalonicesi 1:11,12

Quella di Tessalonica era una chiesa sana. Poco prima di questi versetti Paolo l’ha encomiata per la fede dei credenti che cresceva in modo eccellente, e per l’amore che abbondava tra di loro in mezzo alle persecuzioni a causa della loro fede. 

Questa fede, Paolo ricordava loro, sarà valutata e premiata da Dio nel giorno di Cristo davanti al tribunale del gran trono bianco. È per questo motivo che Paolo pregava che la loro vita fosse vissuta in modo degno della fede che professavano. 

Può sembrare un controsenso pregare per una cosa che già c’è e funziona: la fede crescente dei credenti tessalonicesi. Ma Paolo sapeva quanto facilmente i credenti tendono ad adagiarsi nel loro cammino col Signore. 

Vale la pena notare che, malgrado questi credenti fossero perseguitati, Paolo non prega che soffrano meno o che la loro vita sia più facile, ma che non si scoraggino e che Dio li reputi degni della sua chiamata. Non sta dicendo che la chiamata di Dio possa essere meritata, ma che c’è un modo di camminare che Lui approva e, di conseguenza, anche uno che non approva. 

Se Paolo ha pregato che i credenti si comportino in modo degno della chiamata di Dio, vuol dire che è un soggetto di preghiera sempre valido anche per noi.

È straordinario il pensiero che Dio, il creatore di ogni cosa, si interessi di noi  individualmente. Paolo, scrivendo ai Romani, ricorda che siamo stati chiamati secondo un disegno preciso di Dio, un piano prestabilito (Romani 8:28). Sappiamo che Egli ha già preparato pure le opere buone per noi, in modo che le possiamo compiere (Efesini 2:10).

Paolo prega non solo che i credenti si comportino in modo degno, ma anche che Dio possa approvare, guidare e compiere i loro buoni propositi! 

Ognuno di noi prende tantissime decisioni ogni giorno, alcune ovviamente sono piccole, altre di grande portata con conseguenze più profonde e durature. Se camminiamo consapevoli di dover piacere a Dio, avremo anche il desiderio di fare quello che è buono agli occhi suoi. 

E solo allora si potrà compiere la terza richiesta di questa breve preghiera: che il nome del Signore Gesù sia glorificato in noi e noi in Lui. 

Penso che siamo tutti d’accordo che vogliamo vivere alla gloria di Dio, ma questo non succederà mai per caso; sarà piuttosto frutto dell’opera di Dio in noi come risposta a delle preghiere mirate.

ECCELLENTI NELLE DECISIONI

Spesso rischio di accontentarmi di fare solo quello che so di essere giusto e basta. Faccio attenzione a non fare nulla di sbagliato. Ma è sufficiente?

Per i credenti della chiesa di Filippi Paolo pregava così: 

Infatti Dio mi è testimone come io vi ami tutti con affetto profondo in Cristo Gesù. E prego che il vostro amore abbondi sempre più in conoscenza e in ogni discernimento, perché possiate apprezzare le cose migliori, affinché siate limpidi e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio. —Filippesi 1:8-11

La chiesa di Filippi era stata fondata da Paolo, e lui nutriva un affetto sincero per questi credenti. Il loro benessere, il progresso spirituale, era per lui una priorità. Li aveva istruiti, e adesso desiderava che vivessero una vita eccellente davanti a Dio, che non si accontentassero “dei compitini”, ma che fossero avidi di fare le cose migliori.

Nei versetti precedenti gli aveva ricordato che Dio stesso stava operando in loro per la crescita spirituale e la santificazione. Ma lui desiderava che Dio li spingesse all’eccellenza spirituale.

Ti sei mai chiesto se la tua vita spirituale è eccellente agli occhi di Dio?

Paolo pregava che il loro amore abbondasse sempre di più. Amore per chi? Per Dio? Per i fratelli? Per i non credenti? Per i famigliari? Per i nemici? 

La risposta è sì, per tutti. L’amore di Dio non si può e non si deve dividere in compartimenti. 1 Corinzi 13 afferma chiaramente che qualsiasi cosa facciamo, se non è spinta e avvolta dall’amore, e se non ha come fine l’amore, è inutile!

Questa preghiera è la richiesta che il nostro amore non sia superficiale. L’amore di cui parla è quell’amore divino che non viene in modo spontaneo, che non conosciamo naturalmente, tanto è vero che, come abbiamo visto nella prima preghiera, abbiamo bisogno dell’opera di Dio per comprenderlo. Qui il concetto è lo stesso, ma espresso con parole diverse. 

Più conosciamo e pratichiamo questo amore e più siamo capaci di capire la differenza e discernere tra le varie opzioni che abbiamo. 

Discernere vuol dire proprio questo: la capacità di valutare le cose. Sapere la differenza tra le diverse scelte possibili non è una conoscenza sterile, ma deve spingerci ad apprezzare le cose migliori.

“Apprezzare”, in questo contesto, potrebbe confonderci. Non vuol dire gradire qualcosa, ma stimarne e giudicarne il valore. In altre parole, dopo aver valutato le diverse scelte o opportunità, sceglierò le cose migliori, quelle eccellenti. Quelle migliori tra tutte le altre buone. 

Non devo accontentarmi di fare la cosa giusta, ma devo saper discernere e fare quella eccellente. È questo contribuisce a rendermi limpido e irreprensibile. 

È possibile che scegliere solo il buono, quello cioè che non è sbagliato ma neanche eccellente, non ci renda irreprensibili davanti a Dio? Alla luce di questa preghiera penso proprio di sì. 

Oltre alla capacità di scegliere le cose migliori, Paolo prega che i credenti siano colmi di frutti di giustizia nel giorno di Cristo, quando Egli valuterà le nostre azioni. Gesù stesso infatti ha detto che desidera che il credente porti molto frutto (Giovanni 15:1-8).

E la cosa straordinaria di questi frutti di giustizia è che si hanno per mezzo di Cristo, e non per merito nostro, così che tutta la gloria andrà a Dio.

Testimoni fedeli

Viviamo in mondo corrotto, in un mondo dove regna il peccato. È facile sentirsi frustrati per tutte le ingiustizie che vediamo e, a volte, subiamo. Ma spesso ci dimentichiamo che la malvagità nel mondo dovrebbe produrre in noi una preoccupazione sempre più grande per la salvezza delle persone. 

Forse siamo demoralizzati dal fatto che le persone non ci vogliono ascoltare, che perseverano imperterrite nelle loro idee e nel loro peccato. Ci sentiamo impotenti. 

Paolo ne sapeva qualcosa, ed è per questo che ha scritto ai Colossesi: 

Perseverate nella preghiera, vegliando in essa con rendimento di grazie. Pregate nello stesso tempo anche per noi, affinché Dio ci apra una porta per la parola, perché possiamo annunciare il mistero di Cristo, a motivo del quale mi trovo prigioniero, e che io lo faccia conoscere, parlandone come devo. Comportatevi con saggezza verso quelli di fuori, ricuperando il tempo. Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale, per sapere come dovete rispondere a ciascuno. —Colossesi 4:2-6

Paolo era totalmente dedito alla proclamazione della buona novella, e aveva visto grandi risultati con sua evangelizzazione. Se c’è mai stato uno che sapesse spiegare perfettamente il vangelo, quello era proprio lui. Nonostante tutto, ispirato da Dio, in questo brano invita i credenti a pregare in modo specifico per avere opportunità di parlare del vangelo.

Ci siamo rassegnati all’idea che certe persone non si convertiranno mai, che i nostri parenti, amici, colleghi e vicini di casa abbiano chiuso le orecchie al messaggio del vangelo? 

Oppure siamo talmente presi dalle nostre responsabilità giornaliere e dai nostri problemi da non testimoniare come dovremmo?

Paolo si sentiva un debitore di Dio verso quelli che non conoscevano il vangelo, per aver ricevuto da  Lui qualcosa che loro non avevano. Siamo debitori anche noi?

Questa sua preghiera è semplice: Dio, dammi delle occasioni di parlare di te, dammi il messaggio e dammi la saggezza necessaria per proclamarlo.

Dio deve aprirci le porte per portare il suo messaggio, ma mi domando se davvero desideriamo che lo faccia, se siamo davvero pronti ad entrarci, o se non stiamo cercando affatto queste porte.

È facile trascurare questa priorità. È facile ignorare l’urgenza del messaggio. È facile addormentarci davanti alla realtà della vita dopo la morte, dell’inferno e del paradiso. Ma va contro quella fede che noi professiamo.

Questa preghiera dovrebbe svegliarci! Paolo raccomanda che si preghi con perseveranza, vegliando in essa e ringraziando Dio. 

Pregare può essere stancante e difficile, tutti lo sanno. Può darsi che bisogni pregare a lungo, e per molto tempo. Vegliare nella preghiera vuol dire che dobbiamo farlo con attenzione, senza distrarci. 

La gratitudine dimostra che dipendiamo da Dio, e che è un dono sapere che ci ascolta e risponde alle nostre preghiere.

Il Signore deve darci non solo le opportunità per parlare di Lui ma anche il messaggio. E questo è fondamentale: non dobbiamo cambiarlo! Il vangelo è di Dio, e noi non abbiamo il diritto di alterarlo per renderlo più appetibile per le persone. Dobbiamo trasmetterlo così com’è. Era un mistero per coloro che lo ascoltavano ai tempi di Paolo, ed è un mistero anche per le persone d’oggi. 

I non credenti sono accecati dalle loro idee, influenzati da quello che hanno sentito e condizionati da quello che la loro religione gli ha insegnato. È molto possibile che reagiscano male al vangelo. 

Le reazioni delle persone avverse a Cristo hanno fatto sì che Paolo finisse in prigione. Noi non la rischiamo, almeno per adesso, ma rischiamo di essere presi in giro o di avere reazioni negative. La paura non deve essere un deterrente. 

Il messaggio che dobbiamo proclamare viene da Dio, il modo in cui lo presentiamo dev’essere saggio e senza compromessi. Ogni persona o gruppo di persone richiede un approccio diverso, ma mai rude, arrogante o litigioso.

Ecco perché la preghiera è così importante. Pregare secondo la volontà di Dio cambierà il nostro modo di pregare, cambierà le nostre mete e le nostre aspirazioni. Smetteremo di fare alcune preghiere, e altre dovranno allinearsi con gli scopi eterni di Dio.

Preghiamo di più! E preghiamo meglio! 

– Davide Standridge

 

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La VOCE agosto2020

In questi ultimi mesi abbiamo tutti seguito con una certa ansia i bollettini dei contagi e dei decessi quotidiani sui telegiornali.

Le difficoltà fanno emergere la vera consistenza della nostra fede: è un principio spirituale.

Nel Vangelo di Luca un episodio fa riflettere su come possiamo affrontare la pandemia del COVID-19 con il dovuto equilibrio, senza cadere nel sentirci troppo o troppo poco spirituali. Luca racconta di una tempesta che si abbatté su Gesù e i discepoli in mezzo a un lago. 

“Un giorno egli salì su una barca con i suoi discepoli, e disse loro: «Passiamo all’altra riva del lago». E presero il largo. Mentre navigavano, egli si addormentò; e si abbatté sul lago un turbine di vento, tanto che la barca si riempiva d’acqua, ed essi erano in pericolo. I discepoli, avvicinatisi, lo svegliarono, dicendo: «Maestro, Maestro, noi periamo!» Ma egli, destatosi, sgridò il vento e i flutti, che si calmarono, e si fece bonaccia. Poi disse loro: «Dov’è la vostra fede?»” (Luca 8:22-25).

In questa storia, ti sarebbe mai venuto in mente che Gesù potesse essere colto di sorpresa dalla tempesta? O che si trovasse per caso sulla barca con i discepoli proprio in quelle circostanze? 

Oppure che non gli importasse nulla di loro perché si era messo a dormire, mentre la situazione precipitava?

Certamente no! 

Niente di ciò che accadde era stato lasciato al caso, ma ogni dettaglio era stato pianificato con uno scopo ben preciso. 

Quel giorno, infatti, doveva servire da lezione pratica e indimenticabile per i discepoli. 

Avrebbero appreso come reagire nelle difficoltà. 

Avrebbero realizzato cosa pensavano realmente di Gesù. E semmai fossero entrati un’altra volta nel panico, sarebbero stati capaci di identificare subito il vero problema.

 

A questo punto del ministero pubblico di Gesù, i discepoli avevano già trascorso molto tempo con lui, lo avevano visto fare miracoli e guarire tantissima gente da ogni tipo di malattia. Ma, per quello che ne possiamo sapere, non si erano ancora mai trovati in una situazione del genere, in pericolo di vita. 

Erano pescatori esperti. Sapevano valutare bene le condizioni del tempo. Nulla faceva loro presagire una bufera. Quel turbine li ha colti di sorpresa.

Il loro grido diceva tutto: “Maestro, Maestro noi periamo!” Matteo dice che esclamarono: “Signore, salvaci, siamo perduti!” e Marco precisa che gli dissero anche: “Maestro, non ti importa che moriamo?”

Era una reazione legittima dal punto di vista umano. Erano in balia degli elementi e non sapevano se sarebbero sopravvissuti.

È normale sentirsi spaventati e preoccuparsi per la propria incolumità davanti al pericolo della morte. Ma bisogna anche sapere come affrontare e gestire questa paura, senza diventarne succubi. 

Era questa la lezione che i discepoli dovevano ancora imparare.

Il loro problema era legato a una piccola parola di quattro lettere: “fede”. Infatti, Gesù gli domandò: “Dov’è la vostra fede?” e Matteo ci racconta che 

Gesù aggiunse: “Perché avete paura, o gente di poca fede?”

I discepoli, fino a quel momento, non avevano ancora capito che Gesù era Dio incarnato, e che per lui nulla è impossibile. E sembra che non avessero capito nemmeno le sue intenzioni e i suoi sentimenti verso di loro, perché preoccupati esclamarono: “Non ti importa?!”

 

Il COVID-19 si è abbattuto sul mondo come un turbine inaspettato. Eravamo tutti impreparati. Possiamo facilmente identificarci con i discepoli nella loro angoscia. Ma Dio non è mai sorpreso né dagli eventi né dalle nostre reazioni, e tantomeno dalle nostre paure.

E la domanda che Gesù rivolge a noi, nelle nostre circostanze, è la stessa: dov’è la tua fede? Perché hai così poca fede?

Il coronavirus ha messo a nudo quello che pensiamo realmente su Dio.

Alcuni hanno espresso apertamente i loro dubbi sulla responsabilità di Dio in questa pandemia e sulla sua disposizione nei loro confronti: “Se Dio fosse davvero buono… se fosse davvero sovrano… se mi amasse davvero, sarebbe intervenuto.”

Ma se abbiamo tentennato, se la nostra fiducia in Dio si è dimostrata debole, una cura c’è. E funziona! La cura è lo studio della Parola di Dio. 

Dio si rivela nella Bibbia, perciò noi impariamo a conoscerlo leggendola, studiandola e mettendola in pratica. Più noi ubbidiamo a quello che Egli dice nelle Scritture, più lo conosceremo, e più convinti saremo della sua onnipotenza, dei suoi pensieri di pace e della sua cura verso noi (Geremia 29:11; Luca 12:22-32). 

Conoscere Dio fa maturare la mia fede e affrontare più serenamente anche le avversità, ed era questo ciò che ancora mancava ai discepoli. 

Ma attenzione! Non dovevano “avere fede che la tempesta si sarebbe calmata”, perché poteva anche non essere nei piani di Dio. Nemmeno dovevano pensare di riuscire a salvarsi per la “loro fede”. Non dovevano “dichiarare per fede” che un qualche miracolo, che Dio non aveva promesso, li avrebbe tirati fuori dal pericolo. Non è questa la fede che onora Dio.

Dovevano piuttosto avere fede in Dio che, qualunque cosa fosse accaduta, Egli avrebbe guidato e coordinato ogni cosa secondo i suoi scopi eterni.

 

Durante il lockdown, tante chiese, per non interrompere del tutto la comunione tra i credenti, hanno spostato gli incontri settimanali su piattaforme come Facebook, ZOOM, Skype e altre. Questo ha fatto sì che si potessero raggiungere anche persone che non erano mai venute in chiesa, o poco attratte dalle cose spirituali. 

La Parola di Dio è entrata in diverse case dove non era stata mai predicata prima, e non è poco! 

Ma anche se gli incontri virtuali sono serviti, e servono, per la propagazione del vangelo in questo nuovo contesto, non sono come incontrarsi di persona. Anzi, a lungo andare, possono addirittura rappresentare un impedimento per una crescita spirituale sana. 

Mi spiego. Non dover uscire di casa, ma poter assistere al culto con una tazza di caffè, seduti comodamente a casa in pantofole (spero non in pigiama!) può avere reso pigri e svogliati i credenti.

Ricordo quando mi ero rotto il legamento crociato e dovevo usare le stampelle per mesi. Menomale che ce le avevo, almeno mi potevo muovere. Ma non era la stessa cosa che camminare!

La vera chiesa non è virtuale. La chiesa sana è formata da un gruppo di credenti che si incontrano di persona, si conoscono, si amano, si curano. 

Ha bisogno di tempo, dedizione, sforzo e tanto lavoro, ed è il piano di Dio per la nostra crescita.

Può darsi che continueremo a incontrarci in gruppi ridotti, e che porteremo ancora le mascherine, e che dovremo astenerci dall’abbracciare e salutare gli altri come prima, ma spero pure che non sentiremo la nostalgia di vivere la chiesa virtualmente e isolati. 

 

I credenti continuano ad avere bisogno di cura. Il discepolato è, purtroppo, ancora un concetto poco praticato nelle chiese. Molti non capiscono di cosa si tratta, altri non sanno come fare, e altri ancora lo rifiutano in partenza. 

Ma discepolare qualcuno non è altro che seguire da vicino e curare personalmente la sua crescita spirituale. Questa cura personale e individuale è parte integrante della vita di una chiesa.

Il Nuovo Testamento è pieno di espressioni del tipo “gli uni gli altri”. 

Forse questa pandemia ha portato qualcuno ad apprezzare l’isolamento, e a sviluppare un nuovo piacere nello stare per conto proprio. Ma se siamo diventati lavativi e pigri trascurando pure chi ha bisogno di essere discepolato, non è certo quello che Dio desidera da noi.

Se dovessimo trovarci di nuovo nella condizione di dover restare chiusi in casa, faremmo bene a impegnarci al massimo, anche essendo creativi, nel curarci gli uni gli altri. 

Il distanziamento sociale può esserci imposto, ma non dobbiamo permettere a nessuno di obbligarci al distanziamento spirituale!

 

Quante cose “necessarie” non sono state possibili! Ho scoperto negli ultimi mesi che tante cose che ritenevo necessarie si sono dimostrate piuttosto inutili. 

Forse una tra queste è il calcio, che non è qualcosa di vitale. Siamo onesti: ne abbiamo sentito la mancanza così tanto? A pensarci bene, siamo riusciti a sopravvivere anche senza.

Le restrizioni imposte alla nostra “normalità” avrebbero dovuto farci riflettere sulle nostre priorità abituali. 

Normalmente ci sembra che non abbiamo mai il tempo di frequentare lo studio infrasettimanale, di fare la nostra meditazione biblica quotidiana, di leggere un buon libro… Ci manca il tempo per stare in famiglia e avere un impatto spirituale nella 

vita dei nostri figli. Adesso che le restrizioni si stanno allentando torneremo a permettere che siano la società e le abitudini a prendere il controllo del nostro tempo?

L’apostolo Paolo ha scritto: “Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi; ricuperando il tempo perché i giorni sono malvagi. Perciò non agite con leggerezza, ma cercate di ben capire quale sia la volontà del Signore” (Efesini 5:15-17).

Impiegare il mio tempo secondo la volontà di Dio non accadrà mai per caso, ma sarà il frutto di un ragionamento attento e coscienzioso.

La morte ha colpito molti di sorpresa! L’apostolo Paolo ha scritto: “Pregate nello stesso tempo anche per noi, affinché Dio ci apra una porta per la parola, perché possiamo annunciare il mistero di Cristo, a motivo del quale mi trovo prigioniero, e che io lo faccia conoscere, parlandone come devo. Comportatevi con saggezza verso quelli di fuori, ricuperando il tempo. Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale, per sapere come dovete rispondere a ciascuno” (Colossesi 4:4-6).

Quante persone sono entrate in ospedale e non ne sono più uscite vive! Isolate da parenti e amici, prigioniere della loro solitudine e della paura. 

Quanti di loro avranno avuto l’opportunità di ricordare in quei momenti il messaggio della salvezza che forse un vicino di casa, un collega, un parente o un amico aveva presentato loro?

Sono sicuro che, mentre la loro capacità di respirare diminuiva, hanno pensato alla morte e alle sue conseguenze.

 

Spero tanto che questa pandemia ci abbia fatto riflettere sulla nostra responsabilità di parlare del vangelo alle persone intorno a noi. Come ascolteranno, se non c’è chi predichi?

Non possiamo tornare indietro nel tempo e rifare tutto, ma possiamo andare avanti con nuovi propositi e nuova determinazione a parlare di Cristo a coloro che Dio mette intorno a noi. 

Questo è il motivo per cui abbiamo ideato le quattro pagine interne di questo numero della VOCE come un opuscolo da passare a un amico non credente. Se vuoi altre copie per la distribuzione, scrivici o chiamaci e saremo felici di inviartele gratuitamente!

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N.B.: Puoi leggere l'opuscolo "Il coronavirus ha cambiato la mia vita" cliccando sull'immagine qui sotto oppure cliccando QUI!

 

 

La VOCE luglio 2020

Il 30 Marzo 2020, all’età di 93 anni, Guglielmo Standridge, il fondatore nonché direttore della VOCE del VANGELO e dell’Associazione Verità Evangelica, è andato con il Signore.  

William Carl Standridge Jr., conosciuto da molti anche con il suo diminutivo inglese Bill, è nato a Flint in Michigan, negli Stati Uniti, il 19 febbraio 1927, ed è morto a Milano. 

Aveva solo 22 anni quando è arrivato a Napoli, nel 1949, e da allora l’Italia è diventata la sua casa, la sua missione, la sua vita. 

Guglielmo è nato in una tipica famiglia rurale di quei tempi. Suo padre era un pastore di una piccola chiesa evangelica, e sua madre un’insegnante di scuola, fino a quando non sono arrivati Bill, il primogenito, e le due sorelle; da allora era rimasta a casa per accudire la famiglia.

Da bambini, quando Guglielmo ci raccontava della sua gioventù, noi figli rimanevamo spesso a bocca aperta, come quando ci disse che una sua antenata era una principessa degli indiani d’America, e che un suo trisnonno era uno sceriffo che aveva arrestato uno dei malviventi della famosa banda di Jesse James. E ci raccontò pure che la sua scuola era così piccola che aveva una sola aula dove tutti gli studenti, di ogni età, studiavano insieme con un’unica insegnante. 

Nel dopoguerra molti in Europa volevano emigrare negli Stati Uniti in cerca di una vita migliore. L’Italia stava ancora subendo le conseguenze della Seconda guerra mondiale, e non era certo una meta per le vacanze né il paese dove tutti sognavano di vivere. 

Cosa ha spinto allora il ventiduenne ragazzo di campagna a fare un viaggio al contrario, a passare due settimane su una nave per attraversare l’Atlantico e sbarcare a Napoli completamente solo? 

Tutto ebbe inizio da qualcosa che era successo a mio nonno. 

I BAMBINI DI CATANZARO

Nel 1948 mio nonno, William Sr., aveva vistato diversi paesi del mondo tra cui l’Italia. Ricordo ancora come, con il suo forte accento americano, ci raccontava del suo tempo a Catanzaro, una città devastata economicamente dalla guerra, dove i bambini che giocavano in strada accorrevano per accerchiare gli “americani” sperando di ricevere qualcosa da loro. 

Quell’esperienza aveva colpito fortemente mio nonno; si era reso conto che l’Italia aveva bisogno del vangelo, l’unica vera speranza per quei bambini, e quella nazione così lontana.

Tornato negli Stati Uniti e spinto da quello che aveva visto, il nonno aveva radunato un gruppo di pastori evangelici e alcuni giovani, tra cui anche suo figlio Bill, per pregare per l’Italia. 

Durante uno di questi incontri, Bill cominciò a pregare e chiedere al Signore se fosse la sua volontà che lui andasse in Italia come missionario. Dopo un mese di preghiera aveva preso la sua decisione: sarebbe andato in un paese straniero, dove non conosceva nessuno, di cui non capiva la lingua, né conosceva la cultura, per parlare loro del Signore. 

La sua non fu una decisione basata sull’entusiasmo del momento. Qualche anno prima gli era successo qualcosa che aveva cambiato la sua vita…

LA BACHECA DELLA SVOLTA

A Guglielmo piaceva scrivere, era una cosa che gli veniva naturale. 

Aveva scoperto presto che era il modo in cui riusciva a comunicare con chiarezza le sue idee, la sua fede. I lettori della Voce del vangelo lo hanno potuto apprezzare negli anni. Ma pochi, forse, sanno che già all’età di 15 anni, come editore del giornale del suo liceo, gli era stato assegnato il premio del miglior giornale scolastico di tutti gli Stati Uniti. 

La stessa cosa si ripeté più tardi con il giornale della Wheaton University, di cui era diventato il caporedattore: vinse il premio come miglior giornale delle università degli Stati Uniti. 

Scrivere ha sempre continuato a essere una parte importante della vita di Guglielmo anche in Italia. Di solito scriveva per un pubblico generico, ma alcuni anni fa aveva a cuore di scrivere un libretto dedicato ai suoi nipoti. In quelle pagine ha raccontato di quell’evento che da giovane aveva cambiato e segnato la sua vita. 

Lui scrive: “Un pomeriggio, mentre camminavo lungo il corridoio della mia università, senza pensare a niente di particolare, mi sono fermato a leggere gli annunci degli studenti affissi su una bacheca.

“Tra i vari annunci di libri usati in vendita e offerte di piccoli lavori occasionali ho notato qualcosa di nuovo. Era una breve poesia. Ha cambiato la mia vita per sempre. 

“Non ricordo se fosse scritta a macchina o a mano, ma era su un cartoncino. Le sue parole semplici erano chiare: «Solo una vita: ben presto passerà. Solo ciò che è fatto per Cristo durerà.»

“Avevo 17 anni. Avevo creduto a Gesù come mio Salvatore quando ero molto giovane. Avevo ascoltato molti, direi centinaia, di sermoni, avevo imparato a memoria molti versetti della Bibbia, ero convinto che fosse una buona cosa essere un buon cristiano. Ma quella poesia ha cambiato la mia vita.”

un amore nato in cielo

Coloro che l’hanno conosciuto, sanno che Guglielmo ha vissuto tutta la sua vita con quelle parole incise nel suo cuore.

Arrivato in Italia, si era messo a studiare con diligenza la cultura e la lingua italiana. 

Amava l’Italia e gli italiani, e ne aveva trovata una che amava più di tutti e l’aveva sposata. 

Guglielmo e Maria Teresa erano uniti dallo stesso desiderio: quello di conoscere Dio meglio per poterlo servire e per adoperarsi per le cose che hanno un valore eterno, perché sono fatte per Cristo.

Sarebbe impossibile elencare uno a uno le centinaia di opuscoli, le decine di libretti, gli oltre 650 numeri della Voce del vangelo, le centinaia di predicazioni e le innumerevoli inserzioni evangelistiche nei giornali, scritti da Guglielmo e Maria Teresa. Oppure le numerose conferenze e i campeggi in cui lui è stato oratore. Quanti viaggi, quante visite, quante migliaia di conversazioni col solo desiderio di servire Cristo!

È chiaro che tutto questo non sarebbe stato possibile senza la mano amorevole di Dio nella vita di Guglielmo e Maria Teresa. Loro sono stati fedeli, ma Dio lo è stato ancora di più, e ha benedetto la sua opera al di là delle loro capacità umane. 

l’efficacia delle piccole cose

Guglielmo e Maria Teresa hanno avuto grande influenza su tante vite – lo testimoniano i numerosi messaggi di condoglianze e di ricordi che ci sono giunti di recente – ma l’impatto maggiore lo hanno avuto sui loro figli e le loro famiglie.

Guglielmo è andato col Signore durante la pandemia del COVID-19, quando non si poteva viaggiare e non si potevano celebrare funerali. Così tutta la famiglia, dai figli ai nipoti, fino ai bisnipoti, si è riunita in videoconferenza, tramite internet, per commemorarlo insieme. 

Con il suo esempio, papà ha influito sulle nostre vite senza che avesse mai cercato di forzare nessuno a seguire le sue orme. Come pastore, era soddisfatto dell’idea che ognuno servisse il Signore in qualsiasi cosa facesse. Dei suoi figli infatti Daniele guida una chiesa a Milano, Stefano a Firenze e Davide a Roma, mentre Deborah serve fedelmente nella chiesa che frequenta in Svizzera. 

Di noi quattro, io sono quello che ha lavorato accanto a lui più da vicino, per cui riconosco l’evidente grande influenza che ha avuto su me. E, pensandoci, mi accorgo che sono le “piccole cose” che mi hanno insegnato di più.

Papà e mamma hanno scritto tanto sull’educazione dei figli. Ne hanno parlato nei loro libri, negli articoli sulla Voce del vangelo e nelle rubriche come “Un pizzico di sale” e “A casa nostra”, che si basavano su piccoli episodi vissuti in famiglia. Tutto quello che hanno scritto sui miei fratelli e mia sorella è vero. Nel mio caso (Davide) probabilmente hanno ritenuto più saggio non raccontare tutte le mie bravate.

Sin da piccoli papà ci aveva sempre coinvolti, in qualche misura, nel suo ministero. Ci portava con sé quando andava a Piazza San Giovanni a Roma a fare le riunioni all’aperto. Noi cantavamo e lui predicava. È così che è cominciata quella che poi è diventata la chiesa Berea a Roma, una chiesa energica, che a sua volta ha avuto un impatto non indifferente in tutta Roma e in Italia.

Ricordo quando da bambino papà mi svegliava alle cinque di mattina per accompagnarlo in sala ad accendere le stufe, in modo che il locale fosse caldo per l’arrivo dei credenti. Lo ha fatto fedelmente per anni. C’erano altri che avrebbero potuto dargli il cambio, ma non l’ho mai sentito lamentarsi, e io, francamente, ero felice di andare con lui, specialmente da quando aveva cominciato a permettermi di accendere le stufe da solo!

Ricordo anche quando andavamo insieme per strada a distribuire foglietti di evangelizzazione, e le ore interminabili in ufficio ad aspettarlo mentre si incontrava con qualcuno venuto a parlargli dei problemi che stava affrontando. 

Mi ricordo quando portava tutta la famiglia a fare degli studi biblici in casa di persone che stava curando, e noi piccoli, immancabilmente, ci addormentavamo. 

Una volta ha accolto in casa nostra dei bambini che avevano perso il padre, nella speranza di poter avere un’influenza spirituale sulla loro vita. 

Diventati più grandi, papà pagava Daniele e me per spedire LA Voce del vangelo. In quegli anni la spedizione richiedeva un bel po’ di lavoro. In questo modo mio fratello e io potevamo osservare la fedeltà di Dio nel lavoro dei nostri genitori e la loro fedeltà a Lui.

Papà amava scrivere, ma non gli piaceva la parte amministrativa del lavoro in ufficio. Non se n’era mai lamentato, ma quando avevo visto andar via, per motivi personali, alcuni dei suoi collaboratori che si occupavano della contabilità, presi una decisione. Dopo l’università, se Dio lo avesse permesso, sarei tornato in Italia e me ne sarei assunto io la responsabilità, in modo da lasciare papà libero di dedicarsi a quello che amava.

verità, senza compromessi

Nel 1986, dopo i miei studi negli Stati Uniti, sono rientrato in Italia a lavorare in ufficio con papà. A volte lo chiamavamo l’Associazione Verità Evangelica, a volte l’Istituto Biblico Bereano, ma più spesso semplicemente La Voce del Vangelo. È stato proprio in quegli anni che ho potuto osservare con più attenzione e più cognizione di causa il ministero di Guglielmo.

La sua grande passione era che il vangelo fosse annunciato con chiarezza. 

Desiderava che le persone non solo comprendessero bene la buona notizia, ma che potessero anche crescere nella loro fede, e nella loro conoscenza delle Scritture. Gli premeva che ogni credente e tutte le chiese evangeliche in Italia fossero fedeli all’insegnamento biblico, cominciando da lui stesso, dal suo ministero e dalla chiesa di cui era il pastore.

Guglielmo è conosciuto in Italia per la sua purezza dottrinale e per il suo attaccamento semplice, ma profondo, alla Parola di Dio. Ha condotto le sue battaglie, ma lo ha fatto sempre con rispetto, con umiltà. Era uno che studiava a fondo gli argomenti ed era preparato in quello che affermava e insegnava. Ma non ha mai cercato di mettersi in mostra. 

Non parlava mai male delle persone che avevano una posizione dottrinale diversa dalla sua. Infatti, mi stupivo quante volte riusciva a non reagire in modo negativo quando gli altri lo criticavano e lo denigravano. Per la verità, molti di quelli che non condividevano le sue convinzioni dottrinali lo rispettavano per questo suo atteggiamento sobrio e non ostile.

 Durante il suo lungo ministero, Guglielmo godeva dell’amicizia che aveva con altri ministri e servitori di Dio, e parlava spesso di loro con molta ammirazione. Uomini di fede di diverse estrazioni, cultura e esperienza, come Abele Biginelli, Gian Nunzio Artini, Giona Prencipe, Samuele Negri, Pasquale Di Nunzio, René Pache, George Werver, Francis Schaeffer, Richard Wumbrand, John MacArthur e tanti altri. Alcuni lo hanno preceduto in cielo, altri continuano a servire Dio. 

Guglielmo aveva a cuore non solo questi, ma in modo specifico tutti quelli che si impegnano per il Signore con semplicità, lontani dai grandi riflettori, ed era preoccupato che fossero fedeli alla Parola di Dio.

Servire. Non primeggiare

“Solo ciò che è fatto per Cristo durerà” era il leitmotiv anche del modo in cui Guglielmo conduceva la chiesa che Dio gli aveva permesso di fondare a Roma. Servendo accanto a lui, ho potuto osservare la sua dedizione e l’accuratezza con cui insegnava. Ha fatto di tutto per assicurarsi che non esponesse mai idee sue, ma che tutto il suo insegnamento onorasse pienamente Cristo e la sua Parola.

Con l’aiuto del Signore, ha potuto formare altri uomini desiderosi di dedicarsi all’opera di Dio, come lui. Alcuni di questi sono andati a servire come anziani in altre chiese, altri hanno fondato nuove chiese e altri ancora sono rimasti nella chiesa Berea. Guglielmo pregava per tutti loro e, negli ultimi anni, quando era giunto il momento di ritirarsi e lasciare la conduzione della chiesa agli altri, ha continuato a pregare per le guide. 

Questa sua ferma fiducia in Dio nel pregare lo caratterizzava. Se, per esempio, osservando l’andamento della chiesa, vedeva che non tutto veniva fatto esattamente come lui si sarebbe augurato, pregava per la saggezza delle guide. 

Così era anche con me nel lavoro in ufficio: sono sicuro che non ho fatto tutto esattamente come papà avrebbe voluto, ma non si lamentava di questo. Anzi, mi incoraggiava quando scrivevo gli articoli per La VOCE, e quando bisognava cambiare qualcosa, in uno scritto o nel nostro lavoro in ufficio, era pronto al cambiamento.

Uno strappo doloroso

La vita di Guglielmo cambiò drasticamente con la morte della sua amata moglie Maria Teresa, nell’agosto del 2013. 

Mamma e papà dicevano sempre che desideravano morire insieme; non riuscivano a immaginare una vita l’uno senza l’altra. 

Non penso che mamma conoscesse la poesia che aveva cambiato la vita a papà prima che si incontrassero, ma è stato certamente anche il suo motto, prima da nubile e poi da sposata. La colla del loro matrimonio era proprio il condiviso desiderio di fare tutto per Cristo. 

Noi figli, pensando alla loro vecchiaia, dicevamo che mamma avrebbe fatto meno fatica ad andare avanti da sola se fosse rimasta vedova, ma non era nei piani di Dio. 

La calma, la pace e la risolutezza con cui papà ha continuato a servire il Signore, in mezzo al suo lutto, è stato un esempio per mia moglie e me nei quattro anni che ha vissuto con noi. Con l’aiuto del Signore, quelle parole “Solo una vita: ben presto passerà. Solo ciò che è fatto per Cristo durerà” hanno continuato a ispirare papà infondendogli determinazione e desiderio.

L’ultima stagione

Verso la fine del 2017, diventando sempre meno indipendente e vedendo le sue forze affievolirsi, papà si è trasferito a Milano per vivere con Daniele e la sua famiglia. Lasciare la sua chiesa, il ministero, e la città dove aveva servito per settant’anni, non è stato facile per lui. Ma anche in questa nuova stagione il suo amore per il Signore non si è affievolito, e desiderava ancora che Dio lo usasse. Amava parlare di come ognuno dei suoi figli serve il Signore, e pregava per noi e per ognuna delle chiese in cui lavoriamo. 

Guglielmo ha vissuto il suo ultimo anno in una casa di cura, e benché le sue forze e la sua autosufficienza fossero ridotte, il suo desiderio di servire il Signore non lo era affatto. Quando andavo a trovarlo, mi chiedeva continuamente come procedeva LA Voce del vangelo. Era tanto contento che LA Voce fosse di nuovo composta da otto pagine come lo era stata per i primi 50 anni. Parlavamo anche dei soggetti e temi che riteneva importanti per i nostri lettori, e che voleva che fossero trattati in un prossimo futuro. 

Poi la conversazione volgeva su come Dio voleva servirsi di lui in quella struttura. Mi raccontava di ogni occasione che aveva avuto di dare un libretto o dire una parola a qualcuno. 

Parlava anche del fatto che era pronto e desideroso di andare in cielo, ma era una decisione che spettava a Dio. Nel frattempo voleva solo essere usato dal Signore, voleva che la sua vita potesse ancora influenzare qualcuno. 

Sono convinto che il 30 marzo, quando è andato col Signore, Guglielmo ha sentito il Signore pronunciare le parole: “Ben fatto, fedele servitore!” In un certo senso, noi che siamo rimasti, siamo la dimostrazione che “solo ciò che è fatto per Cristo durerà”. A cominciare dai suoi quattro figli e tutti coloro che sono stati toccati dal Signore attraverso la sua vita.

Nuovi germogli

Negli ultimi mesi, papà aveva due letture preferite: la Bibbia, e un libro di meditazioni su salmi che avevo scritto in inglese. La sua copia era piena di sottolineature e note sui margini della pagina. Desiderava tanto che il libro fosse tradotto anche in italiano. Perciò era felicissimo, quando, in occasione del suo 93° compleanno, febbraio scorso, mi sono seduto con lui e gli ho potuto dare la notizia che stavamo completando la traduzione. 

Ho chiesto se se la sentisse di scrivere una prefazione, e gli si sono illuminati gli occhi. Ci siamo lasciati con l’intesa che alla mia prossima visita mi avrebbe dettato la sua prefazione. 

Non ci siamo più visti! Mi domando cosa direbbe oggi se potesse dettarla adesso che la fede è finalmente diventata visione per lui, alla gloriosa presenza di Cristo, colui per il quale ha vissuto la sua vita. È certamente passata in fretta, ma l’ha vissuta per le cose eterne.

Con la morte di Guglielmo, circa dopo 7 anni dalla morte di Maria Teresa, se ne va una parte importante della storia del mondo evangelico in Italia. 

Noi dell’Associazione Verità Evangelica ci impegniamo a continuare l’opera con lo stesso attaccamento alla Parola di Dio, e con lo stesso desiderio di provvedere materiale utile per l’evangelizzazione e per la cura dei credenti. 

E spuntano già i primi germogli di quest’opera del 2020: nuovi progetti editoriali di libri, corsi biblici, libretti e foglietti di evangelizzazione che vogliamo mettere a disposizione dei credenti. Vi chiediamo di pregare per noi mentre li stiamo preparando. Come potete immaginare, questo periodo del coronavirus ha avuto un impatto anche sul nostro ministero e sulle finanze necessarie per portare avanti il lavoro.

Siamo grati al Signore di poter continuare a servirlo col vostro sostegno. 

– Davide Standridge

 

Avviso ai nostri lettori 

A  causa delle restrizioni del Covid-19, non è stato possibile pubblicare La Voce del Vangelo a maggio e giugno. Ci scusiamo con voi.

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La VOCE aprile 2020

Più di 3000 anni fa, l’intera nazione d’Egitto fu messa in ginocchio da un’escalation di calamità, che ha raggiunto il suo culmine quando in una sola notte morirono tutti i primogeniti, uomini e animali, dell’intero paese. 

La morte colpì ogni famiglia. Molti dovettero affrontare più di un lutto quando perirono padri, figli, fratelli e parenti tutti in una volta. 

Non faceva differenza se uno era ricco o povero, nobile o mendicante.

“A mezzanotte, il SIGNORE colpì tutti i primogeniti nel paese d’Egitto, dal primogenito del faraone che sedeva sul suo trono al primogenito del carcerato che era in prigione, e tutti i primogeniti del bestiame. Il faraone si alzò di notte, egli e tutti i suoi servitori e tutti gli Egiziani; e vi fu un grande lamento in Egitto, perché non c’era casa dove non vi fosse un morto” (Esodo 12:29,30).

Il paese fu invaso dal panico.

Il faraone, sapendo che queste morti facevano parte dell’ultimo dei flagelli di Dio, chiamò Mosè e Aaronne, di notte, e disse: “Alzatevi, partite di mezzo al mio popolo, voi e i figli d’Israele. Andate a servire il SIGNORE, come avete detto. Prendete le vostre greggi e i vostri armenti, come avete detto; andatevene, e benedite anche me!” 

“Gli Egiziani fecero pressione sul popolo per affrettare la sua partenza dal paese, perché dicevano: «Qui moriamo tutti!» 

“Il popolo portò via la sua pasta prima che fosse lievitata; avvolse le sue madie nei suoi vestiti e se le mise sulle spalle.

“I figli d’Israele fecero come aveva detto Mosè: domandarono agli Egiziani oggetti d’argento, oggetti d’oro e vestiti; il SIGNORE fece in modo che il popolo ottenesse il favore degli Egiziani, i quali gli diedero quanto domandava. Così spogliarono gli Egiziani” (Esodo 12:31-36).

LA PAURA non fu abbastanza

Fa riflettere la reazione degli Egiziani davanti a questa gravissima sciagura. 
Non si piegarono. Non si pentirono. 
Non vollero avere a che fare né con gli Israeliti né con il Signore. 

Esodo 12:38 dice che “una folla di ogni specie” partì con gli Ebrei, senza specificare chi fossero. Può essere che ci fosse qualche egiziano tra loro, ma più avanti nella storia, in Numeri 11:4, questa “accozzaglia di gente” provocò su se stessa un terribile flagello che la sterminò presso il luogo chiamato eloquentemente “i sepolcri della concupiscenza”. 

Sembra che nessuno di loro si sia convertito al Dio di Israele. 

Al contrario loro, quando Dio in altre simili occasioni aveva fatto conoscere la sua ira contro il peccato, un gran numero di pagani si era rivolto a Lui, invocando perdono. 

I Niniviti, un popolo spietato, temuto per la loro ferocia disumana, sotto la minaccia di un’ecatombe per l’intera città proclamato da Giona, credettero a Dio. Si erano pentiti ed erano divenuti veri seguaci del Dio d’Israele. Nel giorno del giudizio essi giudicheranno e condanneranno gli Ebrei che hanno rigettato il Messia, la sua morte e la sua resurrezione (Matteo 12:41).

LA FINE è DIETRO L’ANGOLO

Oggi molta gente si fa prendere dall’ansia a causa delle notizie sul numero di morti per il Coronavirus, ma si dimentica che in un passato, neanche troppo lontano, ci sono state altre piaghe molto più devastanti. 

Circa 500 milioni di persone sono morte a causa del vaiolo.
Ogni anno muoiono 30.000 persone a causa della febbre gialla.
La tubercolosi infetta una persona ogni secondo, e nel 2012 sono morte 1.300.000 persone per questo.
Il morbillo in Africa e in Asia procura 22 morti ogni ora.
Il cancro più letale, quello ai polmoni, miete 1.380.000 morti all’anno.
Una delle più devastanti epidemie della storia contemporanea è quella della febbre spagnola tra il 1918 e il 1919; il numero dei morti sarebbe stato tra i 30 e i 50 milioni. 
Si calcola che l’HIV abbia sterminato 39 milioni di persone. 

La morte è la conseguenza del peccato, decretata da Dio. 

Noi tutti moriremo. Ma viviamo la nostra vita come se non fosse così. 

Ci alziamo la mattina e andiamo a letto la sera aspettandoci che domani sarà uguale. Fino a che non capiti una situazione come il Coronavirus, che ci costringe ad aprire gli occhi sulla nostra mortalità. 

Ci sarà un tempo in cui miliardi di persone sulla terra moriranno! 

In un primo momento un quarto della popolazione terrestre morirà, poi addirittura un terzo (Apocalisse 6:8; 9:18). Ma oggi, la mano di Dio non è ancora venuta con tutta la sua forza per uccidere gli uomini.

Peggio del Coronavirus

Luca, nel suo Vangelo, capitolo 22, racconta che Gesù desiderò grandemente celebrare quella che sarebbe stata la sua ultima Pasqua con i suoi discepoli. In una grande stanza privata, insieme ai suoi amici più intimi, la celebrò in un momento estremamente difficile per lui. Da lì a poco, infatti, avrebbe affrontato la prova più dura della sua esistenza eterna: la separazione da suo Padre.

Quella sera lui instaurò “la cena del Signore” servendosi di due elementi tradizionali della celebrazione giudaica della Pasqua: il calice e il pane non lievitato. Sarebbe divenuto una parte importante dell’adorazione dei veri credenti, attraverso la storia della chiesa.

In tutto il mondo cristiano si celebra la cena del Signore. Per moltissimi è poco più che un rito sterile e formale, forse un po’ mistico. Sicuramente non ne comprendono il significato. 

Per chi, invece, conosce Dio e fa parte della sua famiglia non è affatto così. È una celebrazione solenne che richiede il giusto atteggiamento.

La cena del Signore acclama la vittoria sulla principale causa di morte per l’essere umano: il peccato. 

Ogni essere umano morirà di qualcosa, ma sempre a causa del suo peccato. 

La morte fisica è la logica conseguenza della morte spirituale dell’uomo, alienato dal suo Creatore, per il suo peccato per il quale l’ira di Dio risiede sopra di lui.

Cristo, il Figlio incarnato di Dio, ha vissuto la vita moralmente perfetta che nessuno di noi è capace di vivere. Non avendo peccato non doveva morire. Ma ha scelto di addossarsi la colpa del peccato di tutti coloro che avrebbero creduto in lui, ed è morto sulla croce per riconciliare il peccatore con il suo Creatore. 

Dio Padre ha accettato questo sacrificio risuscitando Gesù e dandogli il nome che è al di sopra di ogni nome affinché noi lo riconoscessimo come Signore e ricevessimo, per fede nei suoi meriti, la vita eterna (Filippesi 2:5-11).

I credenti che leggono e studiano la Bibbia conoscono bene queste verità, ma forse a volte si perde di vista la vera portata di ciò che Gesù ha fatto. 

Ci teniamo aggiornati su come il virus stia diffondendosi nel nostro paese, chiedendoci allarmati che effetto avrà sulla nostra vita. Ma mentre partecipiamo alla cena del Signore dimentichiamo che stiamo celebrando l’incredibile soluzione di Dio al peggiore virus che esista, e che ha già infettato ogni essere umano molto prima del sorgere del primo batterio al mondo. È stato Adamo il paziente zero che ha infettato tutti i suoi discendenti.

FATELO IN MEMORIA DI ME!

È per questa nostra tendenza di partecipare disattenti e superficiali alla commemorazione del sacrificio di Cristo che Paolo ci ha lasciato, in 1 Corinzi 11, le istruzioni su come fare.

Prima di tutto la cena del Signore ci ricorda che Gesù è morto. 

Nel gesto e nelle parole di Gesù non c’era nulla di mistico. Il pane che egli spezzò e distribuì ai suoi discepoli rappresentava il suo corpo che da lì a poco sarebbe morto realmente sulla croce. 

Era pane, e pane restò anche quando i discepoli lo mangiarono. 

Nessuna transustanziazione.

Gli elementi più importanti della cena del Signore non sono infatti il pane e vino, che sono solo dei simboli, come lo erano la “porta” e la “luce” o la “vite” nei discorsi di Gesù. Quello invece che importa davvero è la sua morte sul Golgota, duemila anni fa.

Il pane e il vino non hanno nessuna virtù intrinseca e non portano nessun beneficio a chi mangia e beve. 

È la morte del Figlio di Dio quella che ha reso possibile essere perdonati dei nostri peccati. 

Il secondo motivo per cui Gesù ha instaurato la santa cena riguarda il fatto che ci ricorda la gravità del peccato. 

Dopo aver reso grazie, Gesù ruppe il pane e disse: “«Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me” (1 Corinzi 11:24,25).

Il problema del peccato non può essere sorvolato né dev’essere minimizzato. 

Non si risolve la colpa mettendo su un piatto della bilancia i nostri peccati e sull’altro le buone opere. Un singolo peccato è sufficiente per condannare l’uomo alla morte eterna nell’inferno. Cosa mai potresti fare di così nobile ed eccezionale da revocare questa condanna? 

Per risolvere il nostro peccato Dio ha dovuto prendere l’iniziativa. È sceso in terra nella persona di Gesù Cristo. 

Nel Getsemani, quella stessa notte in cui istituì la cena del Signore, Gesù era in un’agonia tale che dal forte stress sudò grosse gocce di sangue per la rottura dei suoi capillari. Pregò Dio con voce straziata, chiedendogli, se fosse stato possibile, di risparmiarlo da quella imminente separazione da Lui (Luca 22:39-46). L’eterno Figlio di Dio non era mai stato separato dal Padre, non aveva mai conosciuto l’ira di Dio.

Ma il Signore ha voluto stroncarlo con i patimenti. Ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti (Isaia 53:5-11). 

Colui che non ha conosciuto peccato, Egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui (2 Corinzi 5:21).

Partecipare alla cena del Signore significa riconoscere la gravità del nostro peccato. Ma non è solo provare rimorso per quello che abbiamo fatto. Dovrebbe spingerci a odiare il peccato in tutte le sue manifestazioni, e a crocifiggere le nostre passioni e le nostre tentazioni. 

Ogni volta che ci accostiamo ai simboli del sacrificio di Cristo dovremmo essere nuovamente risoluti nel non voler peccare più, e smettere di considerare certi peccati come normali nella nostra vita.

La terza cosa da ricordare è che c’è un patto eterno nel sangue di Cristo. 

Un patto nelle Scritture è un accordo particolare tra due parti, per garantire pace, alleanza e aiuto reciproco, stabilito in presenza di testimoni, ratificato con un giuramento, quindi immutabile e inviolabile (Galati 3:15), celebrato con doni e banchetti, a volte con dei sacrifici, e in qualche caso si ergevano dei monumenti per stabilirne un ricordo perenne.

Il nuovo patto di cui Gesù è il mediatore è tutto questo, e molto di più (Ebrei 8:6-13).

- Il suo è un sacrificio fatto una volta per sempre, e per questo non può essere ripetuto (Ebrei 7:23-27; 9:24-28). 

- In virtù di esso siamo stati santificati una volta per sempre (Ebrei 10:10), e resi perfetti per sempre (v. 14). 

- La morte di Cristo è stata sufficiente per un perdono completo dei nostri peccati passati, per quelli presenti e per quelli futuri (Ebrei 10:18).

- Il suo sacrificio è l’unico che purifica le coscienze, ci permette di servire Dio ed è garanzia di un’eredità eterna in cielo (Ebrei 9:11-15).

Una volta per sempre, per l’eternità! C’è da celebrare! C’è da festeggiare!

Cosa proclami?

Dio, però non voleva che fosse solo un ricordo, ma anche una proclamazione: “Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga” (1 Corinzi 11:26). 

Il verbo “annunciare” nel testo originale in greco è la stessa parola che altrove viene tradotta con “proclamare, predicare”. 

La commemorazione passa così dall’essere una comunione intima e privata con il Signore, a un annuncio personale e pubblico.

Ogni volta che partecipi alla Santa cena, affermi che Cristo è morto sulla croce. Che è morto al posto tuo, a causa dei tuoi peccati. Affermi che hai creduto personalmente, che hai messo la tua fede in quello che Cristo ha fatto sulla croce. 

Affermi anche che la tua non è una fede solo mentale, ma che Gesù è diventato effettivamente il tuo salvatore e Signore. Come ha detto l’apostolo Paolo: “Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi. Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (1 Corinzi 6:19,20).

Affermi pubblicamente che non vivi più per te stesso, ma per il Signore. Giorno per giorno in piena comunione con Dio e con i tuoi fratelli in fede. Senza rancori o dissidi con nessuno. 

Il costo della superficialità

Fin qui pare chiaro che la cena del Signore deve essere considerata come un momento solenne, fonte di gioia e consolazione per il credente. Ma è anche un severo monito per non vivere la fede alla leggera. 

Non si può mentire a Dio che conosce tutto. Anania e Saffira l’hanno fatto e questo gli è costato la vita.

A Corinto, evidentemente, c’erano dei credenti che pensavano che, a motivo di Cristo, Dio fosse diventato più indulgente verso il loro peccato. Avrebbe chiuso un occhio.

“Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ora ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro se stesso, se non discerne il corpo del Signore. Per questo motivo molti fra voi sono infermi e malati, e parecchi muoiono” (1 Corinzi 6:27-30).

È partecipare indegnamente quando si resta aggrappati al peccato, a quell’idea, gesto, parola o atteggiamento infernale che ha portato il Signore a subire l’ira di Dio. 

Invece dobbiamo esaminarci, giorno per giorno, per essere sicuri che quello che celebriamo e annunciamo sia veramente vero nella nostra vita.

Trascurare questo esame può portarci addosso il giudizio. Con questo Paolo non stava alludendo che si possa perdere la salvezza, ma al fatto che Dio possa decidere piuttosto di far morire un suo figlio. 

Che non ti sia successo ancora, non è la garanzia che Dio approvi quello che fai. Egli ha promesso di riprendere, correggere, punire e disciplinare ogni figlio che ama (Ebrei 12:4-6; Apocalisse 3:19). 

Alcuni credenti, a causa di queste parole, evitano di andare in chiesa quando si celebra la cena del Signore, o si astengono dal parteciparvi. 

Per quanto sia giusto astenersi se ci sono peccati non confessati e non abbandonati, o se non si è in piena comunione con tutti, il piano di Dio non prevede che i suoi figli evitino di partecipare alla cena del Signore, ma che la cena stessa sia un continuo ammonimento a progredire in una vita di santificazione come discepoli in modo da piacere al Maestro.

La mia speranza è che in questo periodo in cui tanti celebrano la Pasqua, e tanti altri sono in ansia per il virus molto meno pericoloso del peccato, di cui tutti siamo affetti, possiamo emanare una pace e una serenità decisamente diverse da quelle con cui i nostri amici affrontano le loro difficoltà e le loro paure.  

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La VOCE marzo 2020

Andate! Predicate!

Le temperature cominciano a salire e si avvicina il momento di fare il cambio stagione. Alcuni vestiti degli anni passati non li indosseremo più. Si ha voglia di qualcosa di nuovo.

Anche nella vita cristiana ci sono stagioni che si susseguono e introducono nuovi modi di fare. Un tempo bastava una chitarra, e la chiesa cantava col suo innario in mano. Ora ci sono i gruppi di lode, i testi proiettati e altri effetti speciali per rendere l’esperienza più intensa e forte.

Ma ci sono cose che sono insostituibili.

Pensa per esempio a come ciascuno di noi è venuto alla fede. È perché qualcuno ci ha parlato o fatto leggere qualcosa su Cristo. 

Qualcuno ci ha evangelizzato! E questo non può essere né trascurato né sostituito da altro.

Può darsi che non si facciano più campagne con la tenda, con il megafono in mano in piazza o con lo sketch board. Ma il bisogno della gente di sentire il vangelo non è affatto passato né è diminuito. 

Quest’anno non relegare la tua responsabilità di evangelizzare a qualche GIF, e nemmeno alle frasi fatte su facebook o instagram. La parola stampata non è soggetta agli algoritmi dei social in modo da scomparire sotto nuovi post ogni minuto che passa. Rimane nel tempo e può essere riletta più volte. 

In questo numero della VOCE ti presentiamo il nuovo opuscolo per la distribuzione. Leggilo e fallo conoscere ai responsabili della tua chiesa.  

Costringetegli a entrare

“Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:18-20).

Il grande mandato che Gesù ha dato ai suoi discepoli non era legato solo a quell’epoca apostolica, ma è quanto mai attuale ancora oggi.

È un comando chiaro accompagnato da due verità. La prima è che questa missione è possibile proprio perché Gesù ha il potere per renderla fattibile. La seconda è che quando obbediamo non siamo mai soli perché Egli è con noi.

Il pensiero di dover evangelizzare, però, potrebbe farci prendere da un certo sconforto, e forse anche da un senso di disagio. 

Quanto ammiro le persone che riescono a parlare con chiunque, che fanno amicizia con tutti! Io non sono così. Per rompere il ghiaccio posso certo parlare di cose banali, ma quando è il momento di virare il discorso verso questioni spirituali, mi trovo a non saperlo fare facilmente e con naturalezza. Ed ecco che la conversazione si arena sulla spiaggia del disinteresse del mio interlocutore.

So di non essere l’unico ad avere questi pensieri. 
D’altra parte, ho conosciuto credenti che conversano con tanta disinvoltura di tutto, ma che non arrivano mai a parlare della fede.

La costruzione grammaticale del comando di Gesù nel testo greco fa capire che l’evangelizzazione dev’essere uno stile di vita. Infatti, “andate” sarebbe tradotto meglio con “mentre andate”. “Mentre vivete la vostra vita di tutti i giorni” parlate del vangelo ed esortate le persone a credere. 

Il comando però non si ferma lì. Non è sufficiente che proclamiamo solo il vangelo. 

Quando dice di battezzare le persone è implicito che la persona si sia prima convertita. E dopo il battesimo bisogna addestrare il credente, e insegnargli a osservare tutte le cose comandate da Gesù. Si inizia col vangelo e si continua con il discepolato.

Eh già, è un compito impegnativo, e non ce ne liberiamo con la scusa di essere introversi né perché ci sentiamo impreparati a dare risposte precise alle domande difficili della gente. 

Se è una questione di indole, dobbiamo lavorare sul nostro carattere, e se è una questione di impreparazione, allora dobbiamo prepararci. 

Qualsiasi sia l’ostacolo che ci frena non ne facciamo una scusa, ma prendiamolo come una sfida, e chiediamo al Signore di aiutarci. È proprio questo il motivo per cui Gesù ha premesso e concluso il suo comando con le due verità: la potenza è sua, e Lui è con noi!

Trovo interessante il fatto che non esista un lasso di tempo prima che questo comando ci tocchi personalmente. È nostra responsabilità parlare di Cristo sin dal momento che cominciamo il nostro cammino con Lui. 

Non è necessario sapere tutto per essere testimoni efficaci come dimostra la storia dell’uomo nato cieco in Giovanni capitolo 9. Mentre cresciamo nella conoscenza di Dio e della sua Parola anche la nostra testimonianza diventerà più matura.

Il periodo subito dopo la conversione è particolarmente bello: c’è la gioia di essere perdonati e riconciliati con Dio, c’è la scoperta della Bibbia e della sua forza trasformante in noi, c’è la sorpresa di un nuovo tipo di amicizia con gli altri membri della chiesa locale. Non stupisce allora l’entusiasmo dei nuovi credenti nel parlare della loro fede con parenti e amici. 

Qualche volta lo si fa con troppo impeto e si rischia qualche litigata, ma c’è da domandarsi come mai col tempo quella passione e quel senso di urgenza calino. 

L’indifferenza e il rigetto, specie dei nostri cari, sono secchiate d’acqua che tendono a spegnere la fiamma dell’entusiasmo. Nessuno vuole sentirsi criticato, deriso, o essere causa di litigi per certi discorsi. 

Alcuni pensano che l’alternativa sia vivere da testimoni silenziosi. Una vita conforme alla Parola di Cristo è senza dubbio indispensabile per una fede coerente e autentica. 

Ma amare il nostro coniuge, i genitori e i figli, lavorare con attenzione e correttezza, usare un linguaggio pulito e controllare le nostre reazioni NON sono il vangelo. Ci sono molte brave persone che si comportano in modo altrettanto esemplare pur non essendo credenti. 

Un credente che si limita a testimoniare solo col suo comportamento diventa al massimo un esempio morale. 

Vivere da testimone silenzioso ha uno scopo preciso: la conversione delle anime. Il comportamento onesto può aprire delle porte e spianare la via al messaggio parlato. “Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni. Ma fatelo con mansuetudine e rispetto, e avendo una buona coscienza; affinché quando sparlano di voi, rimangano svergognati quelli che calunniano la vostra buona condotta in Cristo” (1 Pietro 3:15,16). 

Ci vogliono anche le parole, non bastano i fatti.

Evangelizzare la famiglia

Gesù aveva detto che i discepoli sarebbero stati i suoi testimoni in tutto il mondo fino alle estremità della terra (Atti 1:8). Non voglio sembrare poco serio, ma hai pensato che il nostro mondo ha la forma di  un globo, e che le estremità si toccano proprio lì dove ti trovi? Portare il messaggio della salvezza al mondo comincia quindi in famiglia.

Se siamo genitori, la nostra prima responsabilità sono i figli. 

Si comincia subito, quando sono ancora piccolissimi, e si continua fino a che non ne abbiamo la possibilità. 

All’inizio si fa la “pre-evangelizzazione”, cioè si insegna loro la differenza tra il giusto e lo sbagliato, e che ogni disubbidienza ha le sue conseguenze. (La punizione dev’essere proporzionale alla disubbidienza, arrivare puntuale ed essere sufficientemente dolorosa per raggiungere lo scopo del Proverbio 13:24). 

Al contempo, sin da piccoli, bisogna anche insegnargli la verità del vangelo. Per fare questo è molto buono stabilire dei tempi speciali in famiglia, in cui si affrontano questioni spirituali ma, come ricorda Deuteronomio 6, è qualcosa da fare tutto il tempo, non solo in quei momenti particolari.

“Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città.”

Per i figli adulti, e per altri membri grandi della famiglia, vale lo stesso principio che Pietro dà alle mogli di mariti non credenti: una volta spiegato il vangelo, bisogna viverlo. “Anche voi, mogli, siate sottomesse ai vostri mariti perché, se anche ve ne sono che non ubbidiscono alla parola, siano guadagnati, senza parola, dalla condotta delle loro mogli, quando avranno considerato la vostra condotta casta e rispettosa. Il vostro ornamento non sia quello esteriore, che consiste nell’intrecciarsi i capelli, nel mettersi addosso gioielli d’oro e nell’indossare belle vesti, ma quello che è intimo e nascosto nel cuore, la purezza incorruttibile di uno spirito dolce e pacifico, che agli occhi di Dio è di gran valore” (1 Pietro 3:1-4).

In ogni caso, chiediamo a Dio di creare opportunità di parlare in modo chiaro, e di darci la saggezza di coglierle. 

Nulla è più devastante dell’affermare di essere credenti ma vivere una vita disordinata in cui le priorità spirituali sono inesistenti o contano poco.

La sfera di influenza

Queste sono le persone che Dio ha messo intorno a noi e con cui interagiamo con una certa regolarità. Alcuni sono amici intimi, altri conoscenti di vari gradi.

Forse sanno che siamo evangelici, ma non gli abbiamo mai spiegato cosa vuol dire essere credenti. E forse proprio perché li vediamo molto spesso, non sentiamo molta urgenza per affrontare discorsi sull’eternità con loro. Eppure, né loro né noi abbiamo garanzie di un altro giorno di vita.

Un modo semplice per (ri)aprire un dialogo con loro è invitarli agli incontri con la chiesa. Le attività speciali quali cene di coppie, pic nic all’aperto, tornei di calcetto, concerti e rappresentazioni sono ottime opportunità per avere un primo approccio con la chiesa locale. Possono osservare con i loro occhi quell’amore tra i credenti da cui saremo riconosciuti come seguaci di Gesù. 

E, cosa fondamentale, potrebbero essere esposti alla predicazione sulla salvezza!

Ma c’è un altro gruppo da raggiungere…
Sono le persone che non conosciamo, gli estranei. Sono quelli forse più difficili, perché non hanno nessuna remora a far vedere la loro indifferenza, e a volte anche l’ostilità che hanno verso Dio.

La realtà però è che ci sono tante persone disperate che hanno bisogno del vangelo, persone che non sappiamo neanche riconoscere.

Dio ci ha chiamato a raggiungere anche loro. 

L’Associazione Verità Evangelica, che pubblica La VOCE del Vangelo e altri volantini e opuscoli da oltre 60 anni, è stata fondata proprio per raggiungere anche queste persone.

Negli anni, centinaia di migliaia di volantini sono stati distribuiti con l’aiuto di molti, e migliaia di libretti e foglietti sono stati messi nelle mani di altrettante persone. Ne è valsa la pena? Ha funzionato?

Noi siamo convinti di sì! Dio ha parlato alle persone disperate di tutti i tipi. Abbiamo avuto il privilegio di conoscere alcune di loro, altre forse le conosceremo nel cielo, ma intanto abbiamo svolto il compito che Dio ci ha dato.

Quest’anno abbiamo preparato un opuscolo speciale che ti presentiamo: L’INGANNO DELLE BRAVE PERSONE. Aprilo cliccando QUI. Ti invitiamo a leggerlo con cura e a ordinarne le copie che vorrai distribuire. 

Come sempre, puoi personalizzare la quarta pagina con un tuo breve messaggio o con l’indirizzo e gli orari della tua chiesa. Te lo stamperemo senza costi aggiuntivi. 

Per qualsiasi informazione e per ordini puoi chiamarci allo 06-700.25.59 o inviarci una e-mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

La distribuzione degli opuscoli funziona? 

È il Signore quello che determina la buona riuscita della nostra testimonianza, e ha promesso di essere con noi mentre lo facciamo. 

A noi spetta fare la nostra parte. 

 

L'inganno delle brave persone

Il foglio evangelistico "L'INGANNO DELLE BRAVE PERSONE" è una presentazione chiara e semplice del problema più grave dell'uomo e la soluzione di Dio. Come tutti i nostri opuscoli evangelistici, anche questo può essere personalizzato con un tuo messaggio che inseriamo nello spazio predisposto.

L'inganno delle brave personeL'INGANNO DELLE BRAVE PERSONE

Opuscolo di evangelizzazione personalizzabile

Molte persone si reputano migliori degli altri. Sperano che le loro buone qualità siano sufficienti per poter ricevere la vita eterna. Ma cosa dice la Bibbia? L'incontro di un giovane per bene con il Signore Gesù ci rivela la verità su noi stessi.

Clicca sulla copertina qui a sinistra per leggere tutto il contenuto, oppure aprilo cliccando QUI.

I prezzi includono la stampa di un messaggio personalizzato nello spazio predisposto sulla quarta pagina.

PREZZI A COPIA PER IL NUMERO SPECIALE di evangelizzazione “L'INGANNO DELLE BRAVE PERSONE”
1.000 copie € 120,00
2.500 copie € 200,00
5.000 copie € 300,00
Per tirature diverse chiamare allo 06-700.25.59

N.B.: I costi del trasporto sono a carico del committente
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