log in

La Voce del Vangelo


Deprecated: Non-static method JApplicationSite::getMenu() should not be called statically in /home/istitutobiblicobereano/public_html/templates/gk_game/lib/framework/helper.layout.php on line 199

Deprecated: Non-static method JApplicationCms::getMenu() should not be called statically in /home/istitutobiblicobereano/public_html/libraries/cms/application/site.php on line 272

La VOCE giugno 2019

È nella natura umana pensare che il “nostro” modo di ragionare e di fare le cose sia quello giusto. Da quando ci siamo convertiti a Cristo, abbiamo imparato e adottato il modo di vivere la fede della nostra chiesa locale, in cui siamo cresciuti e maturati. 

Ci è familiare il modo in cui si svolge il culto: così si è sempre fatto, e così si farà.

Ma che succederebbe, se una domenica mattina l’Apostolo Paolo in persona entrasse nella nostra chiesa? Proprio lui, che prima avrebbe ucciso persone come noi. Lui, che dopo la sua conversione, portava sulla sua pelle le cicatrici per il vangelo.

Cosa penserebbe osservando come ci stiamo preparando per il culto? 

Canterebbe anche lui i nostri coretti preferiti, con contenuti superficiali? O preferirebbe gli inni classici in un italiano arcaico? Troverebbe gli strumenti e gli arrangiamenti appropriati?

Si identificherebbe con le nostre preghiere? 
Sarebbe d’accordo con il messaggio predicato?

Ai tempi suoi nessuno aveva una Bibbia da portare alle riunioni, tanto meno un tablet o il telefonino con l’app per leggerla. Le Sacre Scritture erano un lusso che pochi potevano permettersi.

Molto è cambiato da allora, anche in meglio, ma certe cose non dovrebbero essere affatto diverse. 
Dio certamente non è cambiato. Ma i credenti?

Le chiese ai tempi di Paolo erano appena nate, Gesù era risalito in cielo da poco tempo. C’erano ancora dei credenti convertiti durante la Pentecoste, prima che cominciassero le persecuzioni. 
Molti avevano perso tutto, fuggendo in altre città. Le prove che dovettero affrontare non erano certo i disturbi psicoemotivi per le normali difficoltà della vita. 

Cosa direbbe l’Apostolo Paolo alla nostra assemblea la prossima domenica?

"Troppa vanità, amici miei!"

I credenti del primo secolo sarebbero sbalorditi di quanto è diversa la vita adesso: macchine, aerei, grattacieli, palazzi di vetro, plastica e altri materiali nuovi, cibi sintetici, medicine…  I figli vanno tutti a scuola, le mogli fanno carriera, non si lavora più tutto il giorno…  

Progresso in ogni campo.
Troverebbero tantissime novità “sotto il sole” di cui meravigliarsi. 
Eppure – lo afferma la Bibbia – nulla è cambiato dai tempi loro. 

 

Vanità delle vanità, dice l’Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità. Che profitto ha l’uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole? 
Una generazione se ne va, un’altra viene, e la terra sussiste per sempre.
Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri. 
Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre. 
Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l’uomo possa dire; l’occhio non si sazia mai di vedere e l’orecchio non è mai stanco di udire. 
Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c’è nulla di nuovo sotto il sole.  C’è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo»? Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto. 
Non rimane memoria delle cose d’altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi. 
– Ecclesiaste 1:2-11

 

Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, le cose sono migliorate. Ma l’uomo stesso, nella sua essenza, non è cambiato affatto.

Gli stessi desideri e bisogni continuano a farla da padrone nel cuore umano, spingendoci a rincorrere cose futili. 

Salomone, per la singolare saggezza che Dio gli aveva dato, sapeva bene che tutto quello che gli stava intorno era un vapore. Purtroppo saperlo non è sufficiente. E così anche lui era stato sedotto e travolto dal desiderio di possedere, solo per scoprire dalla sua esperienza quello che avrebbe dovuto già sapere: tutto è vanità!

Se l’Apostolo Paolo potesse visitare le nostre chiese oggi, forse anche lui confermerebbe che c’è troppa vanità nel moderno mondo evangelico. 

Non lo direbbe con arroganza, lui che aveva rincorsa la vanità come tutti gli altri (Efesini 2:1-3).
Lo direbbe con la voce spezzata. 

Si siederebbe in mezzo a noi e, guardandoci negli occhi, direbbe con le lacrime: “Troppa vanità, amici miei! State vivendo troppo per il presente e poco per il futuro.”

In Atti 20 c’è un suo discorso in cui ripercorre il suo lavoro come anziano-pastore della chiesa di Efeso. Sono parole che esprimono tutta la sua premura, l’attenzione e un amore sincero per la chiesa. C’è la grande sollecitudine di aiutare ogni credente a scoprire e a perseguire i veri valori eterni della vita.

Noi, credenti del terzo millennio, cosa stiamo rincorrendo? Chi ci insegna a vivere con una prospettiva giusta?

Nelle prime chiese c’era un gruppo di credenti che l’aveva capito.

La chiesa di Tessalonica godeva della reputazione di essere approvata da Dio. La loro conversione a Cristo aveva avuto non solo un forte impatto su loro stessi, ma anche un effetto onda su vasta scala. Ecco come ne parlava Paolo: 

“Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene. 
Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo, tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. 
Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell’Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne; perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagl’idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti; cioè, Gesù che ci libera dall’ira imminente” (1 Tessalonicesi 1:5-10).

La loro trasformazione era stata notevole. Non avevano fatto, come spesso accade oggi, una mera professione di fede solo a parole, una preghiera alla fine di una riunione e tutto finisce lì. 

Il loro modo di vivere era cambiato drasticamente. Tutti ne parlavano.

Qual è, allora, la differenza? Come mai questo tipo di cambiamento autentico spesso fa fatica a manifestarsi nelle nostre chiese?

I tessalonicesi non erano supereroi della fede. Ma quello che hanno fatto era imitare Paolo il quale, lungi dal vivere una finta spiritualità, si riconosceva il più grande dei peccatori. 

Con rammarico genuino, Paolo si rendeva conto che certe volte faceva cose che non avrebbe voluto fare, e che, invece, in altri momenti non faceva quello che voleva (Romani 7:21-25). Non era perfetto. 

Ma Paolo, e i tessalonicesi, si distinguevano da molti altri perché avevano abbracciato il lavoro dello Spirito Santo in loro. Avevano dato retta alla correzione di Dio, che mirava a convincerli, ad aiutarli a comprendere la sua volontà, e a dargli la forza di compierla. 

Non supercredenti, ma obbedienti a Dio. 

Erano cambiati, erano diventati degli esempi, e la loro fede si vedeva. 

Questa drastica trasformazione era diventata argomento di conversazione tra i credenti di tutta la regione.

La fede dei tessalonicesi era caratterizzata da tre azioni distinte:
- avevano lasciato la vecchia vita, 
- servivano il Signore con fedeltà 
- e vivevano in funzione del ritorno di Cristo. 

Per dirlo in altre parole, avevano rinunciato a rincorrere le vanità, come facevano in passato, per vivere il presente con una prospettiva futura.

La loro conversione non era stata facile, e la vita non gli aveva risparmiato difficoltà, ma la loro preoccupazione era vivere per cose che hanno un valore eterno.

E loro oggi sono un esempio per noi, che siamo facilmente distratti da mille attrazioni inutili. 

Se Paolo visitasse il nostro culto, molto probabilmente non interverrebbe sulle cose esteriori che non vanno. Le noterebbe senz’altro, perché denunciano qualcosa di più grave che non va. Ma farebbe massima attenzione alla sostanza, all’insegnamento, all’atteggiamento e allo scopo in ogni cosa che si fa. Ci inviterebbe a fermarci e a valutare la nostra vita, per capire se stiamo vivendo per il presente o per il futuro. 

E, onestamente, potrebbe essere difficile capire cosa significhi vivere per l’eternità. Se si è intrappolati nel presente che, con tutti i suoi tentacoli, avvolge e stringe da ogni parte, saremo incapaci di occuparci del bene eterno, sia nostro che di chi ci sta vicino.

Diventa tutto più chiaro, quando consideriamo le parole di Gesù.

“Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua.  Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà.  Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l’anima sua? O che darà l’uomo in cambio dell’anima sua?” (Matteo 16:24,25).

“Gesù parlò loro di nuovo, dicendo: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita»” (Giovanni 8:12 ).

“E disse loro: «Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini». Ed essi, lasciate subito le reti, lo seguirono” (Matteo 4:19,20). 

“Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente»” (Matteo 28:19,20).

La chiesa ha il solenne compito di fare di ogni credente un discepolo di Cristo. Non per essere un bravo membro della comunità. Non per portare avanti i programmi della chiesa come si è sempre fatto. Non per perpetuare un’opera evangelica o una denominazione.

Discepoli. Discepoli che seguono il Maestro. Che vivono con una prospettiva eterna. Che capiscono che la vita è breve e che il mondo passa, e che solo il frutto che Dio produce in noi e attraverso noi è eterno.

Da questa prospettiva tutte quelle cose che consumano il nostro tempo e le nostre energie appariranno senza senso se non addirittura dannose. 

Questa consapevolezza di essere discepoli è ciò che la chiesa deve continuare a trasmettere nell’insegnamento biblico, nelle preghiere ad alta voce, nei canti e in ogni altra attività. 

Ovviamente è solo lo Spirito Santo che può produrre una vera maturità spirituale in noi, ma se la Parola di Dio non è predicata, cantata e vissuta con fedeltà, chi ci ascolta e osserva come fa ad essere sollecitato dallo Spirito?

Paolo aveva conosciuto molti credenti pronti a morire per la loro fede. Tanti di loro sono stati uccisi. Troverebbe la stessa prontezza in noi? Saremmo pronti a dare la vita per il vangelo?

La nostra priorità non può e non deve essere quello di inseguire ancora le vanità della vita. Rinunciare a se stessi vuol dire rinunciare tutto quello che per un non credente è priorità assoluta: possedere cose solo per il gusto di soddisfare se stessi, apparire per sembrare importanti e realizzati, avere una posizione per essere riconosciuti e sentirsi appagati.

Cos’è un cristiano se non uno che, per seguire Cristo e fargli piacere in ogni cosa, rinuncia al peccato e vive per attirare altri alla salvezza? 

“Okay”, dirai, “è tutto vero, e ci credo. Ma, in sostanza, cosa dovrebbe cambiare nella mia vita?” 

Tanto per cominciare, chiediamoci come stiamo vivendo le nostre relazioni, quali siano le nostre mete, quali le nostre priorità. Esaminiamo con onestà come e perché facciamo il nostro lavoro, cosa compriamo, cosa teniamo nel nostro armadio… 

Troppo radicale? Prova a invitare Paolo a casa tua a guardare da vicino le tue scelte! 

E più che Paolo, che non verrà né in chiesa né a casa, considera il Signore Gesù. Lui è sempre presente, osserva ogni cosa e scruta la nostra mente e il nostro cuore. A lui non possiamo nascondere nulla! 

Ma per aiutarci a rivalutare la nostra vita, facciamo qualche esempio pratico di tutto quello in cui possiamo senz’altro migliorare.

 

COMINCIANDO DAI SINGLE, perché lo siamo stati tutti, chi per pochi anni, chi per più a lungo, ecco alcune indicazioni.

Paolo ha detto che per un credente essere single ha dei vantaggi. 

È una condizione privilegiata per coloro che vogliono vivere per le cose eterne. Non devono preoccuparsi di piacere al marito o alla moglie, e sono quindi più liberi di dedicarsi a servire il Signore (1 Corinzi 7: 32-35).

Un credente single, però, se non ha una prospettiva eterna per la sua vita, rischia di chiudersi in se stesso per via delle responsabilità e dei problemi che si trova a dover affrontare da solo. La solitudine può farsi sentire e i tentacoli del vivere solo per il presente sono lì, pronti ad avvilupparlo e a isolarlo sempre di più.

Ma se ti pesa non essere sposato, non è il momento di arrendersi e continuare a credere che nessuno ti capisca. Dio capisce i single. È lui che ha permesso la condizione in cui ti trovi e la vuole usare per la sua gloria.

Può darsi che Dio ti stia preparando per una vita da sposato, ma nel frattempo sei nella condizione perfetta per servirlo come un discepolo senza legami! Pianifica il tuo presente e il tuo futuro, considerando che la tua priorità è essere un pescatore di uomini, un discepolatore, un servitore.

 

SE SEI SPOSATO, cosa vuol dire essere un marito o una moglie che vive per ciò che è eterno? 

Comincia con la consapevolezza che la vita di coppia richiede impegno e costanza. Bisogna darsi da fare e lavorare sodo su se stessi per essere sicuri che il matrimonio rispecchi la descrizione che Dio ha ispirato in Efesini 5. 

Il comportamento del marito deve riflettere quell’amore capace di donarsi completamente, lo stesso che Cristo ha per la chiesa. L’atteggiamento della moglie invece deve esprimere la gioiosa sottomissione della chiesa a Cristo. 

In un mondo dove il matrimonio viene preso sempre più sottogamba e disprezzato, la condotta santa dei coniugi credenti è un esempio abbagliante di questa prospettiva eterna. 

Se sei un marito, hai il sacro compito, che Dio ti ha affidato, di essere un esempio di Cristo per la famiglia, ma hai anche la responsabilità di aiutare tua moglie a diventare anche lei più simile all’immagine di Cristo. Il modo in cui la tratti e ne parli dovrebbe sorprendere positivamente coloro che vi osservano. 

Se sei una moglie, la tua collaborazione con tuo marito e la tua gioiosa sottomissione a lui dovrebbero attirare altri al Signore. In un mondo dove la sottomissione è una parolaccia, una donna che cura di più il suo cuore piuttosto che il suo look, sarà una luce irresistibile. 

E visto che il matrimonio biblico è un’immagine del rapporto di Cristo con la chiesa, è l’intenzione di Dio che la famiglia cristiana sia anche un richiamo a diventare seguaci di Cristo. 

Una coppia unita nell’amore e negli intenti è efficace per raggiungere un mondo che necessita del meraviglioso messaggio del vangelo. La loro è una casa ospitale, aperta, accogliente e invitante che rispecchia valori eterni.

 

E I FIGLI? È tragico vedere quanti figli di credenti abbandonino la fede molto presto. In passato poteva succedere che smettevano di farsi vedere in chiesa intorno ai 18 anni. Oggi tanti genitori si arrendono prima, sentendosi incapaci di trasmettere ai propri figli l’importanza della fede in Cristo.

Si sa, ogni ipocrisia, ogni fede finta è presto smascherata in casa. 

Per anni i figli hanno osservato il modo in cui i genitori si sono trattati in privato, l’atteggiamento con cui partecipano alla vita della chiesa e come si rapportano agli altri. 

Non gli è sfuggito con quanta facilità la vita cristiana prendeva il secondo posto rispetto al lavoro e alle attività in generale. I figli hanno imparato, senza che i genitori glielo abbiano mai detto a parole, che la scuola, lo sport, la musica e tante attività erano più importanti della vita spirituale. 

La mancanza di coerenza prima, e  della correzione poi, con conseguenze amorevolmente giuste per le disubbidienze, hanno eroso ogni traccia di insegnamento del vangelo nei figli. 

Se ami tuo figlio, non lasciare la tua responsabilità di inculcargli valori eterni solo agli insegnanti della scuola domenicale. Il tuo lavoro non è più importante della vita eterna di tuo figlio. 

 

FINO A QUANDO? Essere discepoli non finisce mai! Vivere per ciò che eterno comincia nel giorno in cui ci convertiamo a Cristo e finirà il giorno in cui il Signore ci prenderà con sé. 

Non saremo mai perfetti, non riusciremo sempre a fare la cosa giusta, ma il fatto che sia difficile non può essere il motivo per cui smettiamo di impegnarci. 

Troppo radicale? Spero che non lo pensi sul serio. L’Apostolo Paolo cosa ti direbbe? Ma ancora più: cosa direbbe il Signore? 

  

  • L’argomento di questo numero ti è piaciuto?
    Vuoi avere gratuitamente altre copie da distribuire?
    Telefona allo 06-700.25.59

 

La VOCE maggio 2019

L’estate sta arrivando, e cominciamo a guardarci allo specchio, tirando le somme… I vestiti invernali, fino a ieri, riuscivano a coprire una moltitudine di cene di troppo, ma ora le magliette estive gridano decisamente vendetta.

In ogni modo, pancia o non pancia, con l’arrivo della bella stagione la cosa che colpisce di più è quanti tatuaggi si vedono in giro. 

E se una volta si poteva intuire molto sulla personalità di qualcuno per il disegno inciso sulla sua pelle, oggi non è più così. 

Quello dei tatuaggi è un fenomeno trasversale, e in forte crescita. Atleti, professionisti, farmacisti, banchieri, operai e casalinghe, tutti appassionatamente tatuati. Chi con discrezione, e chi in modo eccentrico.  

In Italia la richiesta dei tatuaggi è aumentata del 60% (il dato è del 2018 e si riferisce all’anno precedente). Secondo l’Istituto Superiore di Sanità ci sono 7 milioni di tatuati, il 13% della popolazione dai 12 anni in su.

Una ricerca, condotta dall’Iss e dall’Istituto Ricerche e Analisi di Mercato, Ipr Marketing, ha rilevato che i tatuaggi sono più diffusi tra le donne (13,8% delle intervistate) rispetto agli uomini (11,7%), e che gli uomini preferiscono tatuarsi braccia, spalle e gambe, mentre le donne soprattutto schiena, piedi e caviglie. 

In Italia ormai si spendono circa 300 milioni all’anno per i tatuaggi, ed è un settore in crescita costante. Si dice che sia una grande opportunità professionale per i giovani.

Davanti a questa realtà, noi come credenti come dovremmo reagire? 

Alcuni si fanno dei tatuaggi addirittura come testimonianza…

Cosa ne dice la Bibbia?

UNA FEDE TATUATA?

Ormai, a far nascere discussioni e tensioni tra giovani e genitori, è il turno dei tatuaggi. Per un ragazzo, non essere tatuato lo fa sentire escluso dalla cerchia di coetanei, il suo gruppo di riferimento.

Argomento che le nostre chiese non hanno dovuto affrontare in passato, tuttora è poco trattato, sia per inesperienza che per paura di offendere. 

Le questioni sulla moda sono sempre delicate; qual è il confine tra buon gusto e trasgressivo? E tra decoroso e volgare? Quanti orecchini è giusto portare? C’è differenza tra maschile e femminile?

Una volta erano i marinai, i carcerati e le persone dei ceti più bassi a farsi tatuare. Era quasi un segno di riconoscimento. Oggi non è più così. Adesso si vedono tatuaggi dappertutto, perfino nelle nostre chiese. 

Alcune guide di chiese hanno imposto un divieto categorico sui tatuaggi, citando dei versetti dal libro di Levitico e Deuteronomio. “Non vi farete incisioni nella carne per un morto, né vi farete tatuaggi addosso. Io sono il Signore” (Levitico 19:28).

“Voi siete figli per il Signore vostro Dio; non vi fate incisioni addosso e non vi radete tra gli occhi per un morto, poiché tu sei un popolo consacrato al signore tuo Dio. Il Signore ti ha scelto, perché tu sia il suo popolo prediletto fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra” (Deuteronomio 14:1,2).

C’è da dire però che da uno studio più attento del testo, emerge che il divieto in questi versetti non era legato tanto ai tatuaggi o alle incisioni sul corpo di per sé, ma al motivo per cui si facevano. I disegni sulla pelle facevano parte del rituale legato alle credenze sui morti. Il popolo di Dio non poteva, e non doveva, in nessun modo adeguarsi alle religioni pagane.

Nella nostra società, benché alcuni disegni e certi simboli con i quali le persone scelgono di decorare i loro corpi, potrebbero avere un significato intimo e profondo per il portatore, non si può certo affermare che siano tutti per forza simboli religiosi pagani. Per tanti sono solo una moda.

Ma allora, se non c’è un divieto assoluto nella Bibbia, il credente è libero o no di farlo? Oppure ci sono dei principi biblici che si applicano anche ai tatuaggi e ai piercing? Come faccio a sapere se sia bene o male a fare una certa cosa?

Cominciamo con i principi generali.

La ricerca della saggezza 

Un credente che vuole onorare Dio in ogni cosa, fa bene a valutare attentamente le sue scelte alla luce delle Scritture.

La Bibbia parla spesso del fatto che come figli di Dio noi lo rappresentiamo; dovremmo somigliare a Cristo nell’essere e nell’apparire, e il nostro modo di vivere dovrebbe essere un invito aperto agli altri a seguire il Signore. Perciò dobbiamo essere saggi.

“Egli mi insegnava dicendomi: «Il tuo cuore conservi le mie parole; osserva i miei comandamenti e vivrai; acquista saggezza, acquista intelligenza; non dimenticare le parole della mia bocca e non te ne sviare; non abbandonare la saggezza, ed essa ti custodirà; amala, ed essa ti proteggerà; il principio della saggezza è: Acquista la saggezza; sì, a costo di quanto possiedi, acquista l’intelligenza; esaltala, ed essa t’innalzerà; essa ti coprirà di gloria quando l’avrai abbracciata; essa ti metterà sul capo un fregio di grazia, ti farà dono di una corona di gloria»” (Proverbi 4:4-9).

Da questi versetti si capisce che non abbiamo la saggezza come dote naturale, ma che la dobbiamo ricercare a costo di quanto possediamo. La saggezza spirituale viene solo dalla Parola di Dio. Seguire e attenersi ai principi biblici è una grande protezione contro scelte di vita impulsive e imprudenti. 

Una cattiva consigliera

I tatuaggi oggi sono un fenomeno di moda. Per quanto le mode possano sembrare durature, passano con il tempo. Farsi trascinare dalle tendenze del momento perché gli altri le esaltano e le abbracciano, non è qualcosa di conveniente.

“Lo zelo senza conoscenza non è cosa buona; chi cammina in fretta sbaglia strada” (Proverbi 19:2).

È tipico dei giovani appassionarsi a cose anche in modo esagerato; fa parte del normale sviluppo della personalità. A quell’età molte idee sembrano geniali, e si tende a seguirle e a prendere decisioni senza riflettere troppo sulle eventuali conseguenze, e sulle loro reazioni a catena. Al momento tutto sembra divertente e innocuo, ma poi il tempo dimostrerà se lo è davvero.

Un tatuaggio è permanente. Non è come un taglio di capelli, che poi ricrescono. Fatto con leggerezza, sarà per sempre un monumento a un istante di poca saggezza. Le tecniche per cancellare i tatuaggi esistono, ma sono costose e dolorose. E possono causare problemi di pigmentazione della pelle.

Tu sei un tempio

Alcuni credenti mi hanno detto che, in fin dei conti, il corpo è loro e possono farne quello che vogliono. Ma è veramente così? La Bibbia dice: no, proprio no!

“Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi. Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (1 Corinzi 6:19,20).

Ecco la risposta a questa idea.

Il nostro corpo non è nostro, ma proprietà di Dio. Qualunque cosa ne facciamo, non può essere determinata esclusivamente dai nostri desideri e dalle preferenze, senza prendere in considerazione la volontà di Dio.

Una gloria pubblica

Portare gloria a Dio è un concetto che conosciamo, ma ci siamo mai fermati a riflettere su cosa significhi veramente? È solo una questione di comportamento, delle nostre azioni e del nostro parlare? O va oltre questo, coinvolgendo anche il nostro apparire, che tutti vedono, e le motivazioni del nostro cuore che solo Dio conosce? 

“Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio. Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla chiesa di Dio; così come anch’io compiaccio a tutti in ogni cosa, cercando non l’utile mio ma quello dei molti, perché siano salvati” (1 Corinzi 10:31-33).

In questo versetto, portare gloria a Dio non è qualcosa che faccio per conto mio, nella mia cameretta; piuttosto ha a che fare con gli altri. La nostra vita deve essere un invito alle persone a conoscere il Dio che ci ha salvato e che ha cambiato la nostra vita. Quello che facciamo, o non facciamo, incide sul nostro essere testimoni (o ostacoli!) per la salvezza di chi ci osserva. Apparire è tanto importante, quanto essere.

Rappresentanti di un altro

Se prendiamo sul serio il motivo per cui siamo sulla terra, tutto ciò che facciamo come credenti ha un fine specifico. 

È facile pensare che vivere tranquilli e realizzare i nostri desideri senza peccare siano i nostri compiti principali. Non ammetteremmo mai che cerchiamo la nostra soddisfazione, ma le nostre decisioni lo dimostrano.

“Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio. Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui” (2 Corinzi 5:20,21).

Come credenti non rappresentiamo noi stessi. Rappresentiamo Cristo, colui che ci ha salvati, ha cambiato la nostra vita e ci ha affidato un compito di valore eterno.

Simboli di cosa?

Chi si fa tatuare sceglie il disegno che più gli piace, con un significato personale. Disegni come i dadi, l’ancora, la coccinella, il gufo, certi simboli cinesi e altri sono considerati dei portafortuna. La fortuna con i credenti non c’entra niente: noi serviamo il Dio sovrano, l’onnipotente Creatore dell’universo che con la sua parola governa e sostiene tutto e si cura di noi.

Invece i simboli tribali e celtici, per quanto possano essere belli e intriganti, non si può avere la certezza che non provengano da qualche religione pagana. Infatti ne hanno una forte connotazione, innegabile solo per lo stile del disegno.

Tatuaggi che rappresentano la malavita e il carcere sono una categoria particolare, riservata a un tipo di persone che si identificano con quella vita.

Esistono anche moltissimi tatuaggi con temi religiosi, ma esprimono più che altro misticismo e spiritualità alieni alla fede biblica, e lanciano messaggi vaghi e confusi.

Qualche credente mi ha assicurato che i suoi tatuaggi non vogliono esprimere niente di particolare, ma sono solo disegni senza un significato profondo. Il problema è che il tuo tatuaggio, che per te non simboleggia un bel niente, lancia comunque dei messaggi che forse non vorresti dare. Non sai mai come gli altri interpreteranno il disegno che sfoggi. 

È un segno di maturità, di persona responsabile, porsi delle domande serie prima di disegnare sul corpo qualcosa di permanente.

Il rischio di essere fraintesi

“E ci risiamo!” dirai, “Ma che diritto hanno gli altri di criticare o di imporre le loro opinioni su me? Se pensano male il problema è il loro, non mio.”

L’apostolo Paolo avvisa i credenti: “Esaminate ogni cosa e ritenete il bene; astenetevi da ogni specie di male” (1 Tessalonicesi 5:21,22).

Ogni credente ha il dovere di esaminare e di valutare attentamente le proprie scelte e le azioni che compie. Non solo per quello che concerne la sua persona, ma anche per come influiscono sugli altri, e come potrebbero essere percepite, perché nell’esaminarci, dobbiamo tenere in considerazione quello che pensano gli altri. 

Infatti, la versione Diodati traduce la parola “specie” più correttamente con la parola “apparenza”. 

Astenersi da ogni apparenza di male vuol dire non dare adito a nessuno di pensare il male. Ricordati che la tua vita deve attirare le persone al Signore, e non essere un deterrente per la loro salvezza.

Perché lo fai?

La risposta più comune è: “Perché mi piace!” 

Ma dimmi, ti piacerebbe ugualmente se non andasse di moda, o se solo poche persone lo facessero? 

Trovo interessante che i tatuaggi non piacevano praticamente a nessuno prima che attori, cantanti e atleti cominciassero a sfoggiarli. Infatti, anche portare gli orecchini da parte dei maschi è una moda relativamente recente, lanciata da personaggi famosi.

“Il vostro ornamento non sia quello esteriore, che consiste nell’intrecciarsi i capelli, nel mettersi addosso gioielli d’oro e nell’indossare belle vesti, ma quello che è intimo e nascosto nel cuore, la purezza incorruttibile di uno spirito dolce e pacifico, che agli occhi di Dio è di gran valore” (1 Pietro 3:3,4).

Se pensi che questo versetto si riferisca alle donne, hai ragione. Ma con il degrado degli usi e costumi della società, la vanità non colpisce solo le donne: anche gli uomini sono soggetti allo stesso peccato di pensare che l’esteriore sia più importante di quello che siamo dentro. 

Dio, però, si aspetta che il nostro esteriore rifletta la trasformazione interiore del nostro cuore, dei nostri atteggiamenti, delle nostre parole e delle nostre reazioni – la trasformazione duratura per l’opera dello Spirito Santo.

Chi non ha sostanza interiore, ricorre all’esteriore per distrarre l’attenzione da quello che conta!

Libertà che scandalizza?

Subiamo tutti delle pressioni per adeguarci a quello che fanno le persone intorno a noi. La Bibbia ci avverte di non essere influenzati dal mondo. La verità è che lo siamo molto facilmente. L’apostolo Paolo, parlando del mangiare, ha scritto cose molto utili.

“Non distruggere, per un cibo, l’opera di Dio. Certo, tutte le cose sono pure; ma è male quando uno mangia dando occasione di peccato. È bene non mangiare carne, né bere vino, né fare cosa alcuna che porti il tuo fratello a inciampare. Tu, la fede che hai, serbala per te stesso, davanti a Dio. Beato colui che non condanna se stesso in quello che approva. Ma chi ha dei dubbi riguardo a ciò che mangia è condannato, perché la sua condotta non è dettata dalla fede; e tutto quello che non viene da fede è peccato” (Romani 14:20-23).

In altre parole: in ogni cosa, tieni in mente come il tuo comportamento influenza i credenti. Se non si è veramente sicuri di fare bene, è meglio astenersi. Spesso, infatti, in particolare nel caso dei tatuaggi, si tratta di una decisione poco ponderata.

Adescati dalla moda

Se sei come me, ogni tanto ti capita di aprire il guardaroba e trovare dei vestiti, o delle scarpe talmente buffe e strane che ti sembra incredibile di averle mai indossate. Sono l’emblema della mutevole e capricciosa moda. 

Non è un segreto che lo scopo degli stilisti e delle grandi case di moda sia spingerti a spendere per sentirti a posto. L’intera macchina della moda non è alimentata da proponimenti spirituali, ma mondani. Non è la gloria di Dio che cerca, ma l’effimera soddisfazione umana.

“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani 12:1,2).

Se dipendesse solo da te...

Quello che scrive Geremia è così chiaro! “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?” (Geremia 17:9).

Per quanto possiamo essere convinti di aver ragione, il cuore ci inganna e abbiamo bisogno di essere consigliati dalle persone più mature, che vogliono il nostro vero bene.

I ragazzi devono prestare attenzione a quello che insegnano i loro genitori, i credenti a quello che insegnano le guide della chiesa. E non solo. Bisogna anche considerare il nostro ambiente di lavoro. 

La cosa più saggia da fare è ascoltare i consigli delle persone che Dio ha messo nella nostra vita. “La via dello stolto è diritta ai suoi occhi, ma chi ascolta i consigli è saggio” (Proverbi 12:15).

Moltissimi si sono pentiti di essersi tatuati. Alcuni si pentono subito, altri scoprono che quei disegni che sembravano tanto affascinanti quando il corpo era sodo, ora sono raggrinziti, e hanno perso tutto il fascino e il significato che potevano avere quando se li erano fatti fare.

È vero, la Bibbia non vieta espressamente i tatuaggi. Ma alla luce dei versetti che abbiamo visto, ogni credente ha molto su cui riflettere prima di farsi tatuare. I principi espressi si applicano praticamente a ogni aspetto della vita. I genitori hanno la responsabilità di proteggere i figli da decisioni avventate e poco attente. 

Ormai ce l’ho, cosa fare?

Se riconosci che quando ti sei fatto tatuare l’hai fatto per motivazioni sbagliate, puoi chiedere perdono a Dio. Ha promesso di perdonarci i peccati, piccoli o grandi che siano. La sua grazia è immensa.

“Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità” (1 Giovanni 1:9).

Non sta a noi giudicare il cuore degli altri. A noi tocca dimostrare a tutti la stessa grazia che Dio ha verso di noi, e proporci di vivere ogni situazione secondo i principi biblici. 

Prima di qualunque decisione, domandati:

Porta un chiaro beneficio? “Perché in passato eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore. Comportatevi come figli di luce – poiché il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità – esaminando che cosa sia gradito al Signore. Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre; piuttosto denunciatele” (Efesini 5:8-11).

È utile? “Ogni cosa mi è lecita, ma non ogni cosa è utile. Ogni cosa mi è lecita, ma io non mi lascerò dominare da nulla” (1 Corinzi 6:12).

È necessario? “Ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa è utile; ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa edifica. Nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma ciascuno cerchi quello degli altri” (1 Corinzi 10:23,24).

Mi fa assomigliare a Cristo? “Chi dice di rimanere in lui, deve camminare com’egli camminò” (1 Giovanni 2:6).

È consono alla buona testimonianza? “Comportatevi con saggezza verso quelli di fuori, ricuperando il tempo” (Colossesi 4:5).

È una scelta eccellente? “E prego che il vostro amore abbondi sempre più in conoscenza e in ogni discernimento, perché possiate apprezzare le cose migliori, affinché siate limpidi e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” (Filippesi 1:9-11).

  • L’argomento di questo numero ti è piaciuto?
    Vuoi avere gratuitamente altre copie da distribuire?
    Telefona allo 06-700.25.59

 

Sottoscrivi questo feed RSS