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Novità

La VOCE settembre 2026

Chi ben comincia

Come stanno, davvero, le nostre famiglie? 
Bene? Male…? Così così…? 
Come possiamo valutarlo? Quali sono gli elementi che ci fanno comprendere se tutto va bene e se Dio ci sta benedicendo?

Oggi, le librerie e Internet sono piene di guide e manuali su come costruire una vita famigliare di successo e soddisfacente, ma siamo certi di saper distinguere i pensieri puramente umani da quelli di Dio, colui che si è rivelato nella sua Parola?

Quando Dio creò l’uomo e la donna, li fece a sua immagine e somiglianza, li creò maschio e femmina, e stabilì il suo piano per loro. Quel piano prevede che l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, ed essi diventeranno una sola carne. Lo scopo di questa unione è quello di glorificare Dio, di completarsi a vicenda con i ruoli che egli ha stabilito, di procreare e riempire la terra.

Fin qui non ho detto nulla che già non sapevi. Ma forse non hai mai considerato che è in corso una vera e propria guerra che coinvolge anche i tuoi cari. 

La società, spinta e influenzata dal diavolo e dai suoi emissari, mira a pervertire e distruggere i piani di Dio in ogni ambito, anche nella famiglia.

Il capitolo uno della lettera ai Romani descrive come l’umanità empia sopprima la verità con l’ingiustizia, e come l’uomo, diventato stolto senza Dio, si sia sostituito a lui commettendo e approvando ogni sorta di malvagità. Spiega come si sia abbandonato a rapporti peccaminosi, donne con donne e uomini con uomini, fino ad abolire il concetto di coppia come Dio l’aveva stabilito, arrivando così a rendere impossibile la procreazione.

È un’istantanea terrificante dei nostri tempi. Ci sono ideologie anti-bibliche e correnti di pensiero diaboliche all’opera, che cercano di influenzare ogni nostra scelta e le nostre azioni, che si insinuano sia nelle istituzioni e, purtroppo, anche nelle chiese. Lo scopo è quello di farci violare il piano perfetto che Dio ha previsto per benedire i suoi. 

Naturalmente i credenti desiderano piacere a Dio in ogni cosa. E siccome gran parte della nostra vita è legata alla famiglia, qualunque sia il nostro ruolo (figli, genitori, nonni, parenti), sorgono inevitabilmente problemi e preoccupazioni che dobbiamo gestire mirando alla benedizione e alla protezione di Dio. Ma farlo non è sempre facile e comporta grandi responsabilità.

Salomone, l’uomo più saggio della terra, aveva tanto da dire sulla famiglia. Il Salmo 127, scritto da lui, benché breve è pieno di verità importanti che ci aiutano a difenderci contro i falsi insegnamenti sulla famiglia.

1 Canto dei pellegrinaggi. Di Salomone.
Se il SIGNORE non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori; se il SIGNORE non protegge la città, invano vegliano le guardie.
2 Invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare e mangiate pane tribolato; egli dà altrettanto a quelli che ama, mentre essi dormono.
3 Ecco, i figli sono un dono che viene dal SIGNORE; il frutto del grembo materno è un premio.
4 Come frecce nelle mani di un prode, così sono i figli della giovinezza.
5 Beati coloro che ne hanno piena la faretra! Non saranno confusi quando discuteranno con i loro nemici alla porta.

Quello che emerge con forza da queste parole ispirate da Dio è il contrasto tra gli inutili sforzi umani e il ruolo del Signore (YHWH) nella conduzione della famiglia.

Chi sarebbe disposto a faticare tanto duramente e con sacrificio per poi rendersi conto che è stato tutto invano, avendo iniziato con i presupposti sbagliati?!

Nel libro dell’Ecclesiaste, sempre di Salomone, è scritto: “«Vanità delle vanità», dice l’Ecclesiaste, «vanità delle vanità, tutto è vanità». Che profitto ha l’uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?” (Ecclesiaste 1:2,3).

In effetti, generalizzando ma neanche troppo, tutto ciò che l’uomo fa è una fatica. Eppure, siamo pronti a spingerci oltre ogni limite se c’è da ricavarne un profitto, o qualcosa che abbia valore per noi.

Il matrimonio e i figli, si sa, richiedono impegno e lavoro, e spesso producono dolori e lacrime, tanto che la nostra società sembra aver per lo più deciso che sia una fatica da rimandare nel tempo, se non da evitare del tutto.

Ai tempi di Salomone era normale per una giovane donna entrare nel matrimonio a 13 -17 anni, mentre un giovane poteva sposarsi anche a 20 anni. 

Oggi in Italia, secondo le ultime statistiche ISTAT, l’età media degli sposi alle prime nozze è di circa 33 anni per le donne e 36 anni per l’uomo. 

Emerge che il motivo per cui ci si sposa tardi è perché si studia più a lungo e si fa più fatica a trovare lavoro. Senza un buon reddito non si possono affrontare le spese del matrimonio e acquistare la casa che si desidera avere. 

Una soluzione alternativa per molti ormai è la convivenza che non desta più scandalo, anzi è considerata spesso una “fortuna” e un “beneficio”. Infatti, in Italia secondo l’ISTAT l’80% delle coppie convive prima di sposarsi.

Allora, come si fa a proteggere i nostri figli e i giovani delle nostre chiese contro le persuasioni anti-bibliche della società? Ecco tre principi da seguire, tratti dal Salmo 127.

Dio deve costruire la casa 

Se Dio non è coinvolto, ogni sforzo umano è vano.

Il segreto per una vita vittoriosa e appagata, in qualunque contesto, ce lo svela Dio stesso, sempre per la penna di Salomone: “Il principio della saggezza è il timore del SIGNORE, e conoscere il Santo è l’intelligenza” (Proverbi 9:10). “Confida nel SIGNORE con tutto il cuore e non ti appoggiare sul tuo discernimento. Riconoscilo in tutte le tue vie ed egli appianerà i tuoi sentieri” (Proverbi 3:5,6).

Se vuoi andare sul sicuro e costruire la tua famiglia sulle premesse migliori, temi Dio e riconosci che egli deve essere il fulcro di ogni tua decisione. Basa la tua vita sui principi biblici, e non sui pensieri umani. Conoscere le Scritture diventerà per te e per la tua famiglia una protezione efficace contro le idee e i ragionamenti deleteri del mondo. 

Ma non ti fermare solo al conoscere bene le Scritture, devi metterle anche in pratica. Infatti, Salomone è molto chiaro quando scrive “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l’uomo” (Ecclesiaste 12:15). 

Se vogliamo che Dio sia il costruttore della nostra casa, allora dobbiamo chiederci come deve essere questa casa, e come dobbiamo comportarci in essa. È possibile che abbiamo subìto influenze sbagliate già nel posare la prima pietra, cioè nel modo in cui abbiamo scelto il nostro partner.

Il ruolo che Dio ha previsto per il marito è solenne: “Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città” (Deuteronomio 6:5-9).

In un uomo, prima di ogni caratteristica attraente, deve esserci il suo amore innegabile per Dio. 

Il marito deve essere conosciuto per la sua totale dedizione a Dio, per la sua capacità e prontezza nel guidare la famiglia ad amare il Signore e servirlo senza riserve. Temo però che troppo spesso non sia questo ciò che una ragazza innamorata cerchi in un uomo.

L’uomo da parte sua deve ricercare in una donna l’amore per Dio e il desiderio di essere trasformata da lui. 

Una donna con queste caratteristiche sarà disposta ad essere guidata dal marito nella sua vita spirituale, e lei stessa sarà un aiuto per i piani e le mete del marito. È ciò che Dio ha stabilito dal principio: “Poi Dio il SIGNORE disse: «Non è bene che l’uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui»” (Genesi 2:18). 

Questa dinamica all’interno della coppia è ribadita anche nel Nuovo Testamento. Paolo scrive: “Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della chiesa, lui, che è il Salvatore del corpo. Ora come la chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti in ogni cosa” (Efesini 5:22-24).

Sono parole che suscitano critiche e proteste, ma non possono essere ignorate se si vuole che Dio sia il costruttore della nostra famiglia! Ignorarle significa costruire su fondamenta fragili.

Un altro punto vitale: se vuoi che Dio costruisca la tua casa, non sfidarlo scegliendoti un compagno o una compagna non credente! E prima che mi rispondi che lui o lei giura di non interferire né ostacolare il tuo rapporto con Dio, dimmi: come potrebbe una persona che non ama Dio guidare spiritualmente una famiglia ad amarlo? Quale moglie non credente s’interessa a essere santificata per servire Cristo?

Quando il marito e la moglie sono tutti e due figli di Dio e il Signore è il costruttore della loro casa, ogni sforzo e sacrificio porteranno vera soddisfazione: “Beato chiunque teme il SIGNORE e cammina nelle sue vie! Allora mangerai della fatica delle tue mani, sarai felice e prospererai” (Salmo 128:1,2).

I pericoli e le difficoltà sono inevitabili e reali per tutti. Costruire senza Dio è correre dietro al vento.

Dio è il protettore della famiglia

Il ruolo del marito è quello di provvedere alla famiglia e proteggerla, ed essere la sua guida, anche nella sfera spirituale, insegnandole ad amare e temere Dio.

Quelle paure che frenano molte coppie dallo sposarsi dovrebbero spingere l’uomo e la donna credenti a fidarsi di Dio, e a cercare la sua guida.
“La donna che sto per sposare sarà veramente per me quel dono e quell’aiuto di cui Dio parla nel libro dei Proverbi?” 
“Quest’uomo mi sarà fedele e provvederà per me e per i nostri bambini come Dio dice?”

I non credenti scelgono di convivere per scoprire “se sono compatibili” e se possono fidarsi e contare l’uno sull’altra senza rischiare troppo. Per la coppia credente, invece, la sicurezza sta nel fatto che l’“altra metà” ama Dio e vuole veramente piacergli in ogni cosa.

Nella Bibbia, l’ansia finanziaria è tipica di chi non conosce Dio, non di coloro che si fidano della sua provvidenza. 

“Non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento e il corpo più del vestito? 
Non siate dunque in ansia, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?” Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; il Padre vostro celeste, infatti, sa che avete bisogno di tutte queste cose. 
Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più. Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno” (Matteo 6:25,31-34).

Il Signore non vuole che siano le paure e le ansie a dettare le nostre scelte (tantomeno le cose che il mondo vorrebbe farci credere indispensabili!), ma vuole che ci fidiamo di lui.

Abbiamo davvero bisogno di una casa di proprietà, di una bella macchina e di vacanze costose prima di sposarci?

Se abbiamo permesso al mondo di definire ciò che è necessario per noi e la famiglia, l’insoddisfazione sarà il fattore determinante delle nostre decisioni e roderà la felicità del nostro matrimonio. 

La protezione e la provvidenza di Dio, invece, si basano su quello che lui effettivamente ritiene necessario per noi. Per questo egli dice di cercare prima il suo regno e la sua giustizia, e tutte le altre cose ci saranno date in più (Matteo 5:25-34).

 “Se dunque siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, la vita vostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria” (Colossesi 3:1-4).

È chiaro che con l’arrivo dei figli i bisogni si moltiplicano, e a volte si avverte una certa apprensione nell’introdurre i figli in un mondo tanto corrotto e depravato come il nostro. Salomone si riferisce proprio a questo quando parla delle guardie nel Salmo 127. 

Le sentinelle devono stare in allerta giorno e notte vigilando contro i pericoli. È un impegno faticoso e indispensabile, ma senza Dio ogni precauzione sarebbe inutile perché è lui il vero protettore della casa e della città. In ultima analisi la nostra sicurezza è nelle mani di Dio.

Quante mamme perdono il sonno, quanti mariti vivono nell’ansia! È quello che Dio vuole veramente?

Dio è la fonte di ogni bene

Quant’è brutto alzarsi presto la mattina, come dice il salmo, affaticarsi oltremodo fino a tardi, e non riuscire poi a riposare per le paure e le ansie che non ci permettono di prendere sonno!

La deprivazione del sonno aumenta il rischio di malattie al cuore, di diabete e di obesità. Indebolisce le difese immunitarie, accelera l’invecchiamento e riduce l’energia. Rende anche più difficile pensare, concentrarsi e ricordare le cose. Inoltre, attiva il sistema nervoso e produce ormoni dello stress, impedendo il rilassamento necessario per addormentarsi. Questo crea un circolo vizioso: più sei ansioso, meno dormi, e l’incapacità di riposare non fa che accrescere l’ansia. 
Che combinazione letale!

Il Signore non vuole che i suoi vivano male “mangiando il pane tribolato” (v. 2).  Ecco perché Salomone aggiunge: “egli dà altrettanto a quelli che ama, mentre essi dormono.” 

Chi si fida di Dio può dormire tranquillo sapendo che il Padre celeste conosce i nostri bisogni e sa bene come prendersi cura e benedire la nostra famiglia. 

A volte il problema è che abbiamo un’idea sbagliata su che cosa sia la vera benedizione di Dio, che ci è stata trasmessa dal “vano modo di vivere dei nostri padri.” Noi dovremmo riallineare i nostri ragionamenti e le aspettative alle Scritture. Potremmo addirittura essere sorpresi nello scoprire come Dio definisce la benedizione nella famiglia cristiana.

Secondo il Salmo 127 uno dei segni della benedizione di Dio sono proprio i figli. 

In Italia si abortiscono circa 65,000 bambini all’anno. Siamo il fanalino di coda in Europa per le nuove nascite, e il paese dove il primo figlio arriva più tardi. Il 43% dei figli nasce da coppie non sposate. 

Le famiglie dei credenti, poi, non sono molto diverse da quelle “pagane”, nel senso che anche i credenti si sposano in tarda età, e prima di voler fare figli si vuole essere sicuri di avere una buona posizione lavorativa, una casa adatta e una stabilità finanziaria sufficiente per affrontare i costi, l’impegno e lo sforzo, tutte cose destinate ad aumentare con ogni figlio che nasce. 

Fa riflettere che dei cinque versetti di cui è composto il Salmo 127, due descrivono Dio come il costruttore, il protettore e il dispensatore di benedizioni della famiglia, e tre esaltano la particolare benedizione di avere figli.

I figli, prima di tutto, sono un dono di Dio, una benedizione speciale per la coppia, dapprima genitori e poi nonni. I figli sono l’eredità che la coppia lascia dietro di sé. Uno dei privilegi più grandi che Dio affida alla coppia è trasmettere ai propri figli l’amore per lui. 

I figli sono anche il modo in cui Dio permette alla coppia di estendere la benedizione oltre le mura domestiche. Non abbiamo le garanzie che i nostri figli si convertiranno, ma il Signore ci ha lasciato chiare istruzioni nella Bibbia su come educarli nella giustizia e nel timore di Dio, per condurli alla conoscenza del Salvatore Gesù. 

È da notare che nel versetto 4 il Salmo 127 afferma che i figli sono una benedizione particolarmente per una coppia giovane. Non invita ad aspettare che tutto sia perfetto secondo i criteri del mondo prima di accoglierli. 

Nel piano di Dio i figli sono un premio e una protezione per quando si diventa anziani. Una protezione contro i nemici.

Allora, come stanno, davvero, le nostre famiglie?
La risposta non dipende dalle dimensioni della casa, dal conto in banca o da quanto tutto sembri andare per il verso giusto. La vera domanda è un’altra: chi la sta costruendo?

Se il SIGNORE è il fondamento della nostra casa, se ci fidiamo della sua protezione e riconosciamo che ogni bene viene da lui, allora siamo sulla strada delle sue benedizioni, anche quando non mancano prove, sacrifici e fatiche.

Il mondo continuerà a proporci idee diverse sulla famiglia, sul matrimonio e sulla felicità. Continuerà a suggerirci di aspettare il momento perfetto, di cercare prima la sicurezza economica o la realizzazione personale. Ma il Salmo 127 ci ricorda una verità semplice: senza Dio ogni costruzione, prima o poi, rivela la sua fragilità.

Per questo, qualunque sia la nostra stagione di vita, figli, genitori, nonni, coniugi o single, scegliamo di fidarci del progetto di Dio. È una strada controcorrente, ma è anche quella che conduce alla vera gioia.

Dopotutto, il Dio che ha inventato la famiglia è anche l’unico che sa davvero come farla fiorire.

—Davide Standridge


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La VOCE luglio 2026

Una preghiera approvata da Dio

C’è un’affermazione stupenda in 1 Giovanni 5:14 che mi lascia sempre senza fiato. Dice che Dio, il Creatore dell’universo ascolta chi lo invoca. 

Noi, che davanti all’Altissimo siamo più insignificanti delle formiche, peccatori che inseguendo i nostri idoli ci ribelliamo continuamente a lui, siamo oggetto della sua instancabile attenzione. 

Dio, non solo sente ogni parola che pronunciamo, ma la Bibbia attesta che se preghiamo secondo la sua volontà, egli ci concede i desideri del nostro cuore: “Questa è la fiducia che abbiamo in lui: che se domandiamo qualche cosa secondo la sua volontà, egli ci esaudisce” (1 Giovanni 5:14).

Anche Davide il salmista lo conferma: “Egli adempie il desiderio di quelli che lo temono, ode il loro grido e li salva” (Salmo 145:19).

È un pensiero che non dovrebbe solo riempirci di stupore e riverenza, ma dovrebbe portarci anche a riflettere attentamente sulle cose per cui preghiamo.

Spesso accade che trascuriamo di pregare dimenticando che dovremmo farlo con insistenza e senza mai smettere (1 Tessalonicesi 5:17). Ce ne ricordiamo solo quando ci troviamo nel bisogno o in mezzo a qualche prova. Ma anche allora le nostre preghiere si riducono a semplici richieste per risolvere al più presto ogni problema. 

Nelle Scritture, però, leggiamo che a volte i credenti in gravi difficoltà pregavano per qualcosa di completamente diverso.

Ad esempio, in Atti 4 è raccontato un episodio davvero sorprendente.

Tutto ha inizio nel capitolo precedente, quando un uomo nato zoppo viene guarito proprio mentre Pietro lo fa alzare in piedi, e subito si mette a camminare e a saltellare per la gioia lodando Dio! Vedendolo in piedi tutti restano sbalorditi, e Pietro ne approfitta per invitarli a ravvedersi e a credere in Cristo. 

I capi religiosi, sentendo Pietro affermare che Gesù, che loro avevano fatto crocifiggere, è risorto, diventano furiosi e piombano addosso a Pietro e Giovanni, e li gettano in prigione per la notte. Il giorno dopo gli vietano severamente di parlare di Gesù, minacciandoli di morte.

Ecco il testo biblico: “E, avendoli chiamati, imposero loro di non parlare né insegnare affatto nel nome di Gesù. Ma Pietro e Giovanni risposero loro: «Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio. Quanto a noi, non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite». Ed essi, minacciatili di nuovo, li lasciarono andare, non trovando assolutamente come poterli punire, a causa del popolo; perché tutti glorificavano Dio per quello che era accaduto. Infatti, l’uomo in cui questo miracolo della guarigione era stato compiuto aveva più di quarant’anni” (Atti 4:18-22).

Ben presto quelle minacce si trasformano in una vera e propria persecuzione quando, in Atti 5, le autorità religiose mettono di nuovo le mani addosso agli apostoli e gli danno probabilmente 39 frustate ciascuno (letteralmente “li batterono”), e alla fine del capitolo 7 uccidono Stefano, il primo martire. 

I discepoli, dunque, comprendono bene la gravità di quelle minacce. 

Vengono intimati di smettere di predicare il Vangelo, altrimenti pagheranno con le loro vite. Come hanno reagito? Sono tornati a casa e hanno pregato!

Molti di noi, in una situazione analoga, avrebbero probabilmente chiesto al Signore di allontanare la persecuzione e avere la possibilità di predicare senza essere minacciati. “Signore, proteggici da ogni sopruso e da ogni violenza!”

Nel caso di Pietro, una richiesta del genere sarebbe stata particolarmente inopportuna, perché Gesù gli aveva già rivelato in che modo sarebbe morto. 

“In verità, in verità ti dico che quando eri più giovane ti cingevi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti». Disse questo per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio. Detto questo, gli disse: «Seguimi»” (Giovanni 21:18).

Pietro sapeva che sarebbe morto sulla croce. Aveva capito che quella minaccia non sarebbe mai svanita nel nulla. 

Nel caso nostro, però, non è assolutamente sbagliato o vietato chiedere al Signore di aiutarci nelle prove. È giusto pregare che egli allevi o anche rimuova del tutto una prova che lui stesso ha permesso nella nostra vita. 

Ma, in Atti 4, Pietro e gli apostoli, invece di pregare per essere liberati, pregano per qualcosa di ancora più sensato in quelle circostanze. Qui c’è una lezione che faremmo bene a imparare.

Permettimi qualche domanda 

Secondo te, Dio può eliminare in un istante qualsiasi prova tu stia affrontando? Perché, allora, non lo fa? Per quale motivo non toglie semplicemente ogni difficoltà dalla vita dei suoi figli?

Ripeto che non è sbagliato rivolgerci al Signore e chiedergli di alleviare le nostre sofferenze come ha fatto Paolo; lui aveva chiesto al Signore per ben tre volte di rimuovere la spina che aveva nella carne (2 Corinzi 12:8). Ma ogni nostra preghiera di questo tipo dovrebbe essere accompagnata da una richiesta ancora più sentita per una fede ben salda e per resistere tutto il tempo che Dio permette la prova.

Per il credente le prove non sono un incidente di percorso: fanno parte del cammino. Perciò dobbiamo imparare a gioire in esse e chiedere a Dio la sapienza per attraversarle bene (Giacomo 1:5). 

Abbiamo bisogno di permettere che Dio le usi per compiere tutto ciò che desidera fare in noi. Che ogni prova porti più gloria a lui e compia il nostro bene producendo in noi fermezza, perseveranza e maturità (Giacomo 1:3-4)!

I credenti in Atti sapevano che avrebbero sofferto. Non provavano piacere nel soffrire, ma gioivano perché potevano seguire Cristo anche in mezzo alla sofferenza. 

Sentivano dolore durante le flagellazioni, ma si rallegravano nel seguire le orme del loro Maestro (Atti 5:41). 

Non dobbiamo dimenticare che il nostro Padre celeste ha creato tutto l’universo in sei giorni letterali. Egli può certamente rimuovere in un istante qualsiasi persona o situazione che ci causi dolore. Se non lo fa è perché usa quella situazione per attuare i suoi piani eterni in noi e in chi ci sta vicino.

Ed è proprio questa fiducia nella sovranità di Dio che permea la preghiera dei discepoli in Atti 4:24-30. Tornati a casa dopo le minacce si sono inginocchiati e hanno pregato affidandosi nelle mani dell’Onnipotente. 

In quella preghiera esprimono tre verità capitali sulla sovranità di Dio che ci aiuteranno a pregare durante le nostre prove secondo la sua volontà.

1. Dio è sovrano su tutta la creazione

“Rimessi quindi in libertà, vennero ai loro e riferirono tutte le cose che i capi dei sacerdoti e gli anziani avevano dette. Udito ciò, essi alzarono concordi la voce a Dio e dissero: «Signore, tu sei colui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi»” (Atti 4:23-24). 

La prima verità che emerge con forza da questa preghiera è che Dio ha il potere assoluto sulla creazione. È stata una vera e propria chiave di volta per quella giovane chiesa che si stava formando a Gerusalemme sotto le minacce delle autorità religiose, ed è un concetto vitale anche per noi. Perché? Perché significa che Dio ha il potere totale su tutto: il tempo atmosferico, gli animali, la natura e ogni singolo essere umano.

Il Salmo 24:1 dichiara: “Al SIGNORE appartiene la terra e tutto quel che è in essa, il mondo e i suoi abitanti.”

Non c’è assolutamente niente e nessuno che sfugga al dominio totale del Creatore. Egli controlla ogni dettaglio. Mi piace come l’ha espresso il predicatore R.C. Sproul dicendo che “non esiste una singola molecola anticonformista in questo intero universo.” Tutte le molecole al mondo, senza eccezione, sono sottomesse a Dio e fanno esattamente ciò che lui vuole.

Consideriamo ora alcune implicazioni pratiche di questa verità cominciando da ciò che era successo poco prima, in Atti 3, sugli scalini del tempio: Gesù, tramite Pietro e Giovanni, guarisce un uomo che non aveva mai camminato in quarant’anni di vita! 

Gesù bypassa completamente ogni normale processo di riabilitazione della forza muscolare e del senso dell’equilibrio dell’uomo, cose che normalmente richiedono anni di fisioterapia. In una frazione di secondo, l’uomo passa dall’essere un paralitico accasciato per strada a ballare e saltare lodando Dio.

Pensa alla potenza sconfinata di Dio nella creazione:

● Ha creato l’intero universo dal nulla con un singolo decreto istantaneo.

● Ha fatto sì che Adamo avesse, nel suo primo secondo di vita, l’aspetto e le facoltà di un adulto.

● Ha fatto sì che Adamo vedesse la luce delle stelle, create solo due giorni prima, aggirando i milioni di anni luce necessari perché la loro luce raggiungesse la terra.

● Ha fermato il mare in tempesta in un istante lasciando i discepoli, pescatori consumati, terrorizzati prima dalla furia degli elementi e presi subito dopo da gran timore, quando hanno capito che Gesù poteva fare ciò che voleva, in qualsiasi momento!

Con questa stessa potenza Dio può far sparire virus come il Covid in un attimo, come se non fossero mai esistiti. Può fermare dittatori e leader potentissimi in un istante come ha già fatto con Baldassar, re dei Caldei (Daniele 5), e con Erode divorato dai vermi (Atti 12:23).

Egli può far sparire la tua prova in un istante, se lo desidera.

Ecco il vero conforto dei discepoli mentre tornavano a casa, a pochi passi dal luogo dove erano stati minacciati di morte. Tranquillissimi. Niente panico. Niente ansia. Perché si affidarono a Dio che può creare e curare tutte le cose in un istante. 

Se Dio avesse voluto, avrebbe potuto eliminare la prova in un attimo. Se avesse scelto di non farlo, si sarebbero fidati di lui comunque. 

La grande domanda, quando la prova persiste nel tempo, è: Perché? Vediamo di capirci qualcosa.

2. Dio è sovrano sull’ingiustizia

“Perché si sono agitate le nazioni, e i popoli hanno meditato cose vane? I re della terra si sono sollevati, i prìncipi si sono riuniti insieme contro il Signore e contro il suo Cristo. Proprio in questa città, contro il tuo santo servitore Gesù, che tu hai unto, si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme con le nazioni e con tutto il popolo d’Israele, per fare tutte le cose che la tua volontà e il tuo consiglio avevano prestabilito che avvenissero” (Atti 4:25-28). 

Dio governa la natura, ma è in grado di controllare le azioni malvagie delle sue creature? 

La risposta è sì: Dio è assolutamente sovrano sull’ingiustizia.

Ma prima di esplorare meglio questo mistero, bisogna affermare a chiare lettere che Dio odia ogni forma di ingiustizia e la giudicherà severamente. 

“La bilancia falsa è in abominio al Signore” (Proverbi 11:1). 

“Le labbra menzognere sono un abominio per il Signore” (Proverbi 12:22).

“Chi assolve il colpevole e chi condanna il giusto sono entrambi un abominio per l’Eterno” (Proverbi 17:15).

In Apocalisse 6:10 i martiri gridano: “Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue?”

Dio, che è assolutamente puro e giusto, non può peccare. Affermare che è sovrano sull’ingiustizia non significa affatto che egli ne sia l’autore. Egli è la causa ultima di tutto ciò che accade, ma mai la causa immediata del peccato. 

Dire che Dio soltanto lo permette  è riduttivo; dire che lo commette è eresia. 

La nostra mente limitata fatica a comprenderlo, ma la verità biblica è questa: Dio dirige e controlla tutte le cose, eppure l’uomo è il solo responsabile di ogni peccato che commette.

Se Dio non fosse sovrano sull’ingiustizia, sarebbe costantemente colto di sorpresa e scioccato dal telegiornale, mentre cerca disperatamente di riparare i pasticci del mondo. 

Ora invece, come ha fatto con Giuseppe, prende le azioni ingiuste e malvagie degli uomini e le volge per compiere i suoi piani benevoli, senza che questo tolga la colpa a chi ha commesso il male.

La più grande ingiustizia mai perpetrata sulla faccia della terra è stata la crocifissione di Gesù Cristo. 

Gesù, il Figlio di Dio, l’unico ad aver vissuto una vita moralmente perfetta, ha subito l’ira di Dio senza aver commesso peccato. Eppure, la preghiera degli apostoli non lascia dubbi: Erode, Pilato e i farisei si erano radunati per fare esattamente ciò che la volontà e il consiglio di Dio avevano prestabilito (Atti 4:27,28).

Stavano citando il Salmo 2 che parla dei governanti della terra che tramano di poter ostacolare i piani di Dio. Ma egli ride delle loro macchinazioni, e la sua risata si trasformerà in una giusta furia contro chi non “bacia il Figlio” (l’ebraico orig. nel v. 12).

Questo mistero della sovranità di Dio è stato un conforto immenso per quei discepoli sotto la minaccia di morte. 

Lungi dall’essere un freddo dibattito teologico, gli ha dato coraggio per affrontare le ostilità. Sapere che la croce—la più grande ingiustizia della storia—era nel piano sovrano di Dio prima della fondazione del mondo, aveva cambiato il loro modo di ragionare. Dio non è sorpreso dalla cattiveria degli uomini; la volge al servizio dei suoi santi propositi.

3. Dio è sovrano sulla tua vita 

“Ed ora, Signore, guarda alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di continuare a pronunciare la tua parola con tutta franchezza, mentre tu stendi la tua mano per guarire, e si compiono segni e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù” (Atti 4:29-30). 

Dio è il creatore onnipotente e governa i grandi eventi mondiali e le ingiustizie umane. Ma a lui importa delle piccole cose? Si preoccupa per te e per me? 

Assolutamente sì! È sovrano su ogni singolo dettaglio della tua vita.

Molte volte, per nostra vergogna, trattiamo Dio come se fosse Babbo Natale: “Ti prego, dammi le cose buone e togli subito quelle cattive.”

Dio ha una cura sbalorditiva per le sue creature. Se lui nutre persino i passeri, quanto più si prenderà cura di noi (Matteo 6:26)!? Ma a Dio sta a cuore soprattutto la nostra santificazione, e a volte ci vogliono proprio le prove per purificarci.

Pensa a questo fatto ineluttabile: Dio ha già deciso il giorno esatto in cui morirai. L’ansia e le preoccupazioni non possono aggiungere un solo secondo alla tua esistenza. A meno che tu non sia un altro Enoc o Elia, tu morirai. 

Pietro aveva capito benissimo quale sarebbe stata la sua fine e perciò poteva riposare nella mano sovrana di Dio. Ma gli altri apostoli e discepoli? Cosa hanno chiesto loro in questa preghiera? Di poter fuggire? Di avere protezione fisica?

Gesù gli aveva detto che avrebbero avuto tribolazioni, che sarebbero stati maltrattati come lui (Giovanni 15:20). Aveva promesso patimenti e afflizioni sulla terra e grandi benedizioni nel cielo (Matteo 5:10-12). Sarebbe stato sciocco da parte loro chiedere al Signore di rimangiarsi le sue parole e non far accadere quello che aveva predetto. 

Sapevano che Dio poteva bloccare i malvagi, liberare loro dalla prigione (come farà a Pietro pochi capitoli dopo) o portarli subito in paradiso. Ma sapevano anche che quasi tutti avrebbero affrontato morti dolorose. Ma loro hanno chiesto a Dio l’audacia di continuare a predicare il vangelo e restare fedeli, nonostante le ostilità!

È questo il tipo di preghiera che Dio approva. Infatti, ne fu entusiasmato.

Come faccio a saperlo? Beh, basta vedere la sua reazione alle loro parole: “Dopo che ebbero pregato, il luogo dove erano riuniti tremò; e tutti furono riempiti dello Spirito Santo, e annunciavano la Parola di Dio con franchezza” (Atti 4:31).

Come preghi quando ti trovi nella prova?

Ricordo quando ho scoperto che mia nonna aveva la leucemia. All’epoca, la mia vita di preghiera era molto immatura, quindi, ho semplicemente pregato che Dio la curasse.

Quando poi sono andato a farle visita, l’ho trovata a lavorare più duramente che mai. Appena varcata la soglia della porta di casa, mi ha gettato le braccia intorno dicendomi che la sua lasagna (rinomatissima!) era già in forno e quasi pronta. Poi è subito tornata a sbucciare le mele per la sua altrettanto famosa torta di mele. Era una pausa durante la scrittura del libro che sarebbe stato il suo ultimo, “A che servo, se non servo?” Ma al tempo stesso si stava anche preparando per la visita dell’infermiera dell’hospice, che non era credente, perché lei non vedeva l’ora di parlarle di Cristo. 

A quel punto non avevano ancora informato la chiesa della leucemia, per non parlare delle altre chiese italiane e di tutte le donne in giro per il mondo che nonna aveva curato e amato. Tante persone avrebbero di lì a poco provato un grande dolore.

Davanti a tutto questo mi resi conto che le mie preghiere per lei erano state piuttosto limitate. Improvvisamente i miei occhi si sono aperti su un mare di richieste di preghiera a cui, nella mia immaturità, non avevo mai pensato prima: dai miei zii ai miei cugini e ai tantissimi credenti in giro per l’Italia e a una marea di altre persone su cui lei aveva avuto influenza e che ancora avrebbe potuto toccare.

È facile pregare perché la prova finisca. 

È molto più difficile pregare perché Dio compia attraverso di essa tutto ciò che desidera. Eppure, sono proprio queste le preghiere che ci insegnano a fidarci di lui, a vedere la sua mano all’opera e a prepararci per il giorno in cui lo incontreremo faccia a faccia, quando ogni prova sarà finita per sempre e la sua gloria riempirà completamente il nostro sguardo.

—Jordan Standridge


Pregando in ogni tempo  

Imparo a pregareIMPARO A PREGARE 
Corso biblico
di Maria Teresa Standridge 
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Non si prega spesso, si prega male, non si sa cosa chiedere. Dubbi e negligenza possono essere un ostacolo ad un rapporto vivo con Dio. 
Questo studio aiuta a riscoprire il meraviglioso mezzo che Dio ci ha messo a disposizione, e come usarlo al meglio. Un Dio illimitato può fare al di là di quello che chiediamo o pensiamo. Provare per credere!
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A che servo, se non servo?A CHE SERVO, SE NON SERVO? 
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Servire il Signore e aspettare il suo ritorno, vivendo ogni giorno come se fosse l’ultimo della propria vita. Un credente che non vive così, servendo Dio, a che serve? A nulla. Questo libro spiega perché.
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La VOCE giugno 2026

Dobbiamo parlare di un problema nelle nostre chiese! 

Ma mettiamo subito una cosa in chiaro: in questo articolo, così come nella Bibbia, il termine chiesa si riferisce esclusivamente ai seguaci di Cristo che si riuniscono per adorare Dio. Ogni vero cristiano ne è parte attiva e integrante. Non stiamo quindi parlando di coloro che si rivestono del nome “cristiano” senza sapere cosa significhi davvero.

Un vero cristiano è un discepolo di Gesù che, credendo alle sue parole e all’opera salvifica del Signore, è diventato un figlio di Dio. In lui è in corso una trasformazione profonda, operata dallo Spirito Santo.

Questa distinzione incontra spesso delle resistenze. Finché la fede viene descritta come un rapporto personale tra l’individuo e Dio, tutto sembra andare bene. Ma quando si comincia a parlare della chiesa nel suo significato biblico e del suo ruolo nel piano di Cristo, allora emergono scuse, e le ragioni più disparate diventano un pretesto per mettere da parte questo aspetto della vita del discepolo.

Ma reagire con stizza o insofferenza mette in evidenza un grande problema nella vita di molti discepoli, un problema che produce conseguenze pesanti nel rapporto con Dio e con i fratelli.

C’è una qualità che il Signore ama particolarmente e ricerca nella vita del discepolo, ma che nessuno può produrre da sé. Dio stesso deve generarla e, allo stesso tempo, il credente deve coltivarla, perché senza di essa non può esistere un cammino di fede che piaccia al Signore.

Stiamo parlando dell’umiltà, una qualità preziosa agli occhi di Dio e davanti alla quale tutti, inevitabilmente, ci sentiamo mancanti. Del resto, affermare di essere umili probabilmente dimostrerebbe il contrario. Eppure, Dio si aspetta che l’umiltà caratterizzi la nostra ubbidienza di fede.

Michea, il profeta, dichiara: “O uomo, egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il SIGNORE, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio?” (Michea 6:8).

Il salmista Davide scrive: “Il SIGNORE è buono e giusto; perciò insegnerà la via ai peccatori. Guiderà gli umili nella giustizia, insegnerà agli umili la sua via. Tutti i sentieri del SIGNORE sono bontà e verità per quelli che osservano il suo patto e le sue testimonianze” (Salmo 25:8-10).

Dio desidera che camminiamo umilmente davanti a lui, perché solo chi è umile si lascia istruire e guidare da lui. Senza umiltà è impossibile essere veri discepoli.

Ma cosa significa camminare in umiltà davanti a Dio? Che cosa dovremmo ricercare e desiderare nella nostra vita di discepoli che amano il Signore?

Le parole del Signore, pronunciate per bocca del profeta Isaia, ci aiutano a comprenderlo meglio: “Ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui che è umile, che ha lo spirito afflitto e trema alla mia parola” (Isaia 66:2).

Pensare che la ripetuta mancanza di umiltà fosse un problema solo del popolo d’Israele sotto il Vecchio Patto sarebbe falso e da miopi. Il Nuovo Testamento è pieno di esortazioni che evidenziano la necessità, per ciascuno di noi, di valutare attentamente il proprio comportamento. Non farlo danneggia il nostro rapporto con Dio, e anche quello con i fratelli nella chiesa che Cristo sta edificando.

Pietro scrive: “E tutti rivestitevi di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché egli vi innalzi a suo tempo, gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” (1 Pietro 5:5-7).

Il comando è chiaro. È rivolto a tutti, nessuno escluso, e riguarda sia la nostra relazione con Dio sia quella con gli altri credenti. Richiede inoltre un’azione precisa da parte del discepolo.

Ha un peso particolare il fatto che a scrivere queste parole sia proprio Pietro, che nelle sue interazioni con Gesù aveva dimostrato ripetutamente una palese mancanza di umiltà.

Spesso aveva agito con arroganza. Era irruento e impulsivo, come quando aveva chiesto a Gesù di poter camminare anche lui sulle acque… finché non era miseramente sprofondato, dimostrando la debolezza della sua fede.

In un’altra occasione, Gesù aveva rivelato ai discepoli che avrebbe dovuto essere ucciso sulla croce, ma Pietro si era opposto, ricevendo una dura riprensione dal Maestro.

Più tardi, quando Gesù lo aveva avvertito che di lì a poco lo avrebbe rinnegato, Pietro non solo aveva ignorato le parole del Signore, ma si era persino considerato migliore degli altri discepoli: sarebbe rimasto accanto a Gesù anche da solo, pronto a morire con lui. Eppure, nel Getsemani, quando il Signore gli aveva chiesto di pregare per non cadere in tentazione, Pietro si era lasciato vincere dal sonno.

Se ci sentiamo superiori o migliori di Pietro, ci stiamo già incamminando sulla strada dell’arroganza. Come lui, anche noi spesso fatichiamo ad accettare e mettere in pratica le parole di Gesù. Il nostro cammino di umiltà comincia proprio facendo attenzione a non cadere negli stessi errori di Pietro.

Nella sua prima lettera, Pietro, ormai avanti negli anni e profondamente trasformato da Dio, dalle sue esperienze con Gesù ma anche dai propri fallimenti, dà un imperativo importante: rivestitevi! L’idea è quella di indossare il grembiule da servo.  L’uso di questo termine non è casuale, ed è probabile che Pietro avesse in mente un episodio preciso vissuto con Gesù. È raccontato nel capitolo 13 del Vangelo di Giovanni.

Il passo si apre con due affermazioni fondamentali sul Signore Gesù. La prima è che aveva amato profondamente i suoi durante tutto il cammino fatto insieme e che li amò fino alla fine. La seconda è che sapeva perfettamente chi fosse, da dove era venuto e dove stava per tornare. Era Dio sulla terra, umiliato e maltrattato dagli uomini, e osservava l’arroganza della gente e la superbia dei discepoli mentre camminavano con lui.

Giovanni racconta che quella sera Gesù, deposte le sue vesti, prese un grembiule, se lo cinse e si mise a lavare i piedi di tutti i discepoli, persino di Giuda, che proprio quella notte lo avrebbe tradito.

Il gesto del Signore fu qualcosa che nessuno dei presenti aveva fatto né si sarebbe mai sognato di fare: non spettavano mica a loro i compiti da schiavi! 

Ma non spettavano neppure a Gesù, e Pietro lo sapeva bene. Infatti, rifiutò che il Signore gli lavasse i piedi, cedendo solo dopo l’insistenza del Maestro, che gli disse: “Tu non sai ora quello che io faccio, ma lo capirai dopo.”

Quando ebbe finito, Gesù si rivestì e chiese a tutti: “Capite quello che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Infatti, vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io” (vv. 12-15).

Forse non compresero subito il significato del gesto di Gesù, ma quel “dopo” era certamente arrivato per Pietro quando scrisse la sua epistola. Ed è una lezione che tutti noi dobbiamo fare nostra, una lezione che riecheggia cristallina nelle parole: “Tutti rivestitevi di umiltà gli uni verso gli altri.”

Ma è anche un comando che ci lascia un po’ con la coda tra le gambe quando comprendiamo davvero quanto sia importante e necessario metterlo in pratica. Pietro stesso ci aiuta a capire il perché, spiegando che “Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili.”

Che affermazione seria che YHWH, il Dio senza rivali, il Sovrano sopra tutto e tutti, resiste ai superbi!

La parola greca originale porta con sé l’idea del fare guerra. Il Signore degli eserciti combatte contro chi non è umile davanti a lui. Resiste ai superbi, cioè a coloro che, con pensieri, atteggiamenti e azioni, si oppongono a Dio.

Lo facciamo ogni volta che, invece di fidarci di Dio, pensiamo di sapere cosa sia meglio per noi; quando ci lamentiamo della situazione in cui ci troviamo; quando ci crediamo migliori degli altri o riteniamo di meritare qualcosa di più o differente da ciò che abbiamo ricevuto.

Se siamo sinceri, dobbiamo ammettere che sono pensieri e atteggiamenti con cui combattiamo ogni giorno. La cosa grave è che, ogni volta che gli permettiamo di dominarci, finiscono inevitabilmente per trasformarsi in azioni che ci mettono nella posizione di opporci a Dio. E pensiamoci bene: se Dio combatte contro di noi, chi potrà mai uscirne vincitore?

A questo punto è giusto fermarsi e porsi alcune domande:

- Cosa significa combattere contro Dio?
- Cosa significa essere umili davanti a lui?
- Quando dimostro di non esserlo?
- Che cosa si aspetta Dio da me?

Secondo una mentalità molto diffusa, non bisogna mai mostrarsi umili. “Se sono umile sarò trattato male, non otterrò ciò che mi spetta, i miei diritti saranno calpestati, i miei bisogni ignorati e difficilmente sarò riconosciuto per ciò che valgo davvero.”

“Essere umile mette a repentaglio quello che desidero di più. Produce solo tristezza e frustrazione, e la vita diventa difficile perché devo lottare per ogni cosa!”

Ma queste sono chiaramente paure alimentate ed esacerbate da ciò che umanamente desideriamo.

Giovanni infatti ci ricorda che “tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo” (1 Giovanni 2:16). È peccato e offende Dio.

Gesù, al contrario, offre una vita libera da angosce del genere: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo per le anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero” (Matteo 11:28-30).

 Perciò la realtà è che proprio la mancanza di umiltà, non solo mi intrappola in una vita di lotta contro tutti e tutto, ma mi mette anche in conflitto con Dio, perché ricercare la soddisfazione della mia natura peccaminosa significa, di fatto, iniziare una guerra che non vincerò mai.

L’unico rimedio è dare retta a Gesù: il riposo e una vita libera da pesi deleteri si trovano in un cammino fatto di mansuetudine e umiltà che impariamo da lui.

Torniamo ora al versetto già citato di Isaia ed esaminiamolo meglio, perché esprime tre verità fondamentali per il nostro cammino di umiltà davanti a Dio.

“Tutte queste cose [il cielo e la terra menzionati nel v. 1] le ha fatte la mia mano e così sono tutte venute all’esistenza», dice il SIGNORE. «Ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui che è umile, che ha lo spirito afflitto e trema alla mia parola” (Isaia 66:2).

La prima verità è ovvia per chiunque creda nel Dio della Bibbia: il SIGNORE (YHWH) è il Creatore e il Sovrano su tutto. Ma sono le implicazioni di questa affermazione a dimostrare se siamo davvero umili oppure no.

Noi oggi abbiamo lo stesso problema del popolo d’Israele, dei discepoli e dei credenti di tutte le epoche: crediamo davvero che Dio sia onnipotente, che abbia il diritto di fare tutto ciò che vuole e che sia saggio e amorevole nell’esercitare la sua sovranità?

Alcuni rispondono sostenendo che Dio eserciti una sovranità relativa, cioè che sia onnipotente ma lasci all’uomo piena libertà e che, di conseguenza, la sua sia una sovranità “vigilante.”

Dire che YHWH, l’Eterno “Io Sono”, non abbia il controllo completo è un segno di superbia. Egli è “El Shaddai”, il Dio onnipotente che governa ogni cosa (Genesi 17:1). L’uomo deve semplicemente riconoscere la propria miseria: è polvere, 

vive nonostante la malvagità che commette ed è meritevole di una condanna eterna. Deve quindi temere YHWH e sottomettersi a lui.

L’umiltà è radicata in una profonda consapevolezza che tutto ciò che Dio dice è vero, che egli stesso è la verità e che l’unica reazione giusta del discepolo è la completa sottomissione a ogni parola che Dio ha rivelato nelle Sacre Scritture.

Non stupisce che un non credente, che la Bibbia chiama stolto, affermi che YHWH non esista, che sopprima costantemente la verità con la menzogna, che Dio sia adirato contro di lui e che così, giorno dopo giorno, si stia accumulando sul capo l’ira perfetta e inevitabile di Dio (Romani 1:17 e seguenti).

Quello che invece è davvero illogico è che qualcuno che si definisce credente sia pronto a ridefinire, reinterpretare o correggere la Parola di Dio.

Facciamo attenzione! Se la nostra reazione più abituale davanti alle affermazioni, agli insegnamenti e ai comandi di Dio è: “Mah, sarà ancora vero? Sarà giusto? È mai possibile? È proprio necessario?”, allora la battaglia è bell’e cominciata! Una battaglia vera e propria scatenata dalla nostra mancanza del timore di Dio, dal desiderio di giustificarci e di trovare scappatoie. Sono segni evidenti che la superbia ha messo radici dentro di noi. Pensiamo di amare meglio di Dio, di giudicare meglio di lui, di valutare le circostanze più saggiamente di lui!

Dio invece promette di posare il suo sguardo benevolo su chi lo riconosce per quello che egli è, su chi trema all’idea di offenderlo o trasgredire i suoi comandi e si fida completamente di tutto ciò che egli ha affermato. 

Rileggiamo l’esortazione di Pietro: “Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché egli vi innalzi a suo tempo, gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi.”

Possiamo fidarci di Dio, perché conosce perfettamente le circostanze che stiamo affrontando e, al momento giusto, ci porterà al punto che ha previsto per noi.

Giacomo esprime lo stesso concetto così: “Sottomettetevi dunque a Dio, ma resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi. Avvicinatevi a Dio, ed egli si avvicinerà a voi. Pulite le vostre mani, o peccatori; e purificate i vostri cuori, o doppi d’animo! Siate afflitti, fate cordoglio e piangete! Sia il vostro riso convertito in lutto, e la vostra allegria in tristezza! Umiliatevi davanti al Signore, ed egli v’innalzerà” (Giacomo 4:7-10).

Il cammino di umiltà inizia quando ci avviciniamo al Signore. Prosegue nella consapevolezza della nostra peccaminosità e della continua battaglia tra la carne e lo spirito, pronti sempre a riconoscere quando pecchiamo e a pentirci con un confronto reale e onesto con Dio e non con gli altri. Così possiamo essere sicuri che lui ci innalzerà come e quando vorrà.

Il nostro non è un sentiero da eremiti, perché è arricchito dalla compagnia di ogni fratello e sorella nella fede. Per questo Paolo dice ai Filippesi: “rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a sé stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Filippesi 2:2-4).

Fidarci di Dio anche nelle nostre relazioni è d’obbligo quando sorgono problemi con altri discepoli. L’unità nella chiesa visibile è protetta quando i credenti camminano in umiltà. La vita comunitaria è infatti un grande termometro della nostra umiltà individuale e un chiaro indice della nostra fiducia in Dio.

Ma c’è anche un altro segnale da tenere d’occhio: una vita fatta di preoccupazioni, lamentele e ansia è un sintomo di superbia e mancanza di umiltà.

Nel Sermone sul Monte Gesù ha avvertito che vivere nell’ansia per la salute, il cibo, i vestiti e le cose materiali è tipico dei pagani che non conoscono il Padre celeste. Nessuna preoccupazione può aggiungere un solo giorno alla nostra vita.

I discepoli umili si affidano a Dio e vivono mansueti davanti a tutti, gettando su di lui ogni ansia e preoccupazione.

Forse non ci abbiamo mai pensato, ma anche l’ansia è un segno di mancanza di fiducia nel nostro Padre celeste e ci mette in guerra contro di lui.

Se siamo facilmente presi dall’ansia, cambiamo lo sfondo del nostro smartphone, tablet o computer con le parole rassicuranti di Paolo ai Filippesi: “Il mio Dio provvederà a ogni vostro bisogno, secondo la sua gloriosa ricchezza, in Cristo Gesù” (Filippesi 4:19).

Il rischio di trovarci in battaglia contro Dio è molto più grande di quanto pensiamo. Ogni nostra insoddisfazione, lamentela, mancanza di fiducia e di sottomissione a lui è un’espressione della nostra superbia, e attacca la nostra fame per la Parola di Dio.

Pietro dice che chi abbassa la guardia e non bada al proprio cammino di umile ubbidienza si espone all’avversario, che va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare (1 Pietro 5:8).

Non permettiamo che il diavolo ci derubi della vita abbondante, gioiosa e piena di pace che Dio desidera per noi!

Non permettiamo che l’apatia, la mancanza di amore e la disunione ci impediscano di essere testimoni delle buone notizie a un mondo in guerra con Dio.

La mancanza di umiltà è un problema serio che, se non affrontato, finirà per danneggiare la nostra vita personale, il nostro servizio nella chiesa e il nostro rapporto con Dio. Il cambiamento deve cominciare da noi.

C’è una ragione se Dio ricerca con tanta insistenza l’umiltà nella vita dei suoi figli: senza umiltà non possiamo seguirlo davvero. Un cuore superbo non si lascia correggere, non si lascia guidare, non si fida completamente di Dio e finisce inevitabilmente per entrare in conflitto con lui.

Ecco perché il cammino del discepolo non è una gara per affermare sé stessi, ma una continua scuola di resa, fiducia e sottomissione al Signore. È un cammino in cui impariamo a tremare davanti alla sua Parola, a riconoscere la nostra pochezza e ad affidarci alla potente mano di Dio invece che ai nostri pensieri, ai nostri diritti o alle nostre pretese.

All’inizio abbiamo detto che l’umiltà è una qualità che nessuno può produrre da solo. Ed è vero. Ma Dio è pronto a svilupparla in chi si avvicina a lui con sincerità, disposto a riconoscere il proprio peccato e il proprio bisogno della sua grazia.

Perciò non induriamo il cuore. Non giustifichiamo la nostra superbia. Non continuiamo una guerra contro Dio che non potremo mai vincere.

Rivestiamoci invece di umiltà. Giorno dopo giorno. Nella nostra vita personale, nella chiesa, nelle relazioni, nei pensieri nascosti del cuore.

Perché Dio resiste ai superbi… ma dà grazia agli umili.

—Davide Standridge


Per essere dalla parte vincente  

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La VOCE maggio 2026

Nel numero di aprile abbiamo parlato dell’importanza di stare attenti al prossimo, andando incontro a chi si allontana dalla fede per aiutarlo a ristabilire il suo rapporto col Signore e con la chiesa.

Richiamando il tragico fatto di cronaca nera di una donna di New York, uccisa sotto casa davanti all’indifferenza dei vicini nonostante le sue grida d’aiuto, ho voluto denunciare la nostra apatia verso chi, nella nostra chiesa, mostri chiari segnali di allontanamento dalla fede. Come quei vicini, spesso giustifichiamo il nostro silenzio con scuse poco convincenti. In realtà, esse rivelano paura, pigrizia ed egoismo, e non sono altro che barriere che ci impediscono di prendere a cuore la salute spirituale di chi ci sta vicino.

Il triste fatto è che intorno a noi c’è gente che sta morendo spiritualmente. E noi? Restiamo semplicemente a guardare? 
Ci nascondiamo dietro dei comunissimi “Sono troppo occupato…”, “Ho paura di come reagirà…”, “Non voglio immischiarmi…”

Eppure, come abbiamo visto nell’articolo precedente, è fondamentale comprendere quanto il nostro ruolo sia vitale per la salute spirituale degli altri. Dio si aspetta che i suoi figli si proteggano gli uni gli altri, si incoraggino e, quando necessario, si confrontino a vicenda.

Questo non è un compito opzionale, bensì un mandato che Dio ha affidato a ogni credente, e deve essere adempiuto con impegno e responsabilità.

Ma facciamo un passo avanti. Chiediamoci come poter svolgere questo compito nel modo giusto, perché porti un frutto reale e duraturo.

In Galati 6, parlando della vita comunitaria dei credenti, l’apostolo Paolo ci dà un’indicazione preziosa su come intervenire quando un fratello o una sorella cade nel peccato: 

Fratelli, se uno viene sorpreso in colpa, voi, che siete spirituali, rialzatelo con spirito di mansuetudine. Bada bene a te stesso, che anche tu non sia tentato. —Galati 6:1

Da queste due frasi emergono cinque principi fondamentali per soccorrere chi è intrappolato nel peccato.

La necessità di essere una squadra

Prima di tutto, Dio vuole che siamo una squadra. Da soli non possiamo farcela.

La parola “fratelli” ci ricorda che nessun credente è un figlio unico: abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri.

Pensiamo a una gazzella nella savana: se si isola dal branco è una preda facile per i leoni. Ma anche i predatori, se non cacciano insieme al loro branco, rischiano di morire di fame. In natura la sopravvivenza dipende dal gruppo.

Lo stesso vale nella chiesa.

Pur sapendo che vivere isolati dagli altri credenti rappresenti un pericolo per la nostra salute spirituale, spesso non ne comprendiamo fino in fondo il motivo. Ma ecco la ragione: il problema è dentro di noi essendo inclini al peccato. 

Il nostro cuore è una fabbrica di idoli, capace di flirtare con la tentazione e di inventare mille giustificazioni per il male che commettiamo.

Geremia 17:9 dice senza mezzi termini che  “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?”

Per questo abbiamo un bisogno vitale della comunità e di altri credenti con cui aprirci, che ci conoscano davvero e ci aiutino a tenere gli occhi fissi su Cristo.

Pensiamo alla tragica caduta del re Davide (2 Samuele 11). Proprio quando avrebbe dovuto essere in battaglia con i suoi uomini, passeggiava invece solo soletto sul tetto del suo palazzo. Lì, nell’isolamento, vide Bat-Sceba farsi il bagno, la desiderò e cedette: prima nel cuore, poi nei fatti. Il resto della storia la conosciamo.

Il problema, però, non è solo il suo peccato finale, perché il suo scivolare fino a quel punto è iniziato molto prima.

Davide si era reso inavvicinabile. Si era isolato, e per questo è diventato vulnerabile. Ha iniziato a coltivare pensieri impuri, e quei pensieri lo hanno trascinato sempre più in basso, fino all’adulterio e, infine, all’omicidio.

A che punto qualcuno avrebbe dovuto riprenderlo e correggerlo?

Non dopo il peccato, ma nel momento in cui aveva scelto di non accompagnare i suoi soldati in battaglia. Quando aveva deciso di restare indietro, da solo. Un voluttuoso pigrone nel segreto di casa sua. Lì è iniziata la valanga. Una piccola concessione alla pigrizia ed ecco che il peccato si è insediato nel suo cuore, aprendo la porta a conseguenze devastanti. 

Se qualcuno avesse avuto accesso alla sua vita e avesse potuto parlargli con franchezza, quella storia avrebbe avuto un epilogo ben diverso.

Come mai la Bibbia non incoraggia a isolarsi? Perché abbiamo bisogno che qualcuno sappia come stiamo davvero. Ci serve una persona a cui permettere di entrare nella nostra vita, anche nelle aree più personali. E questo può accadere solo se scegliamo di vivere in mezzo agli altri.

Attenzione, però, questo non significa controllarci a vicenda né invadere gli spazi altrui. Vuol dire piuttosto che dobbiamo essere responsabili di noi stessi evitando di chiuderci.

Tu puoi, e devi, controllare te stesso. Puoi scegliere di vivere relazioni vere.

Chi cade nel peccato è come un topo in trappola: ha visto l’esca, ha allungato la mano… e la molla è scattata. Se nessuno si accorge della sua condizione, rischia di restare intrappolato, e solo, in quella morsa mortale.

E uscire da quella situazione non è facile. La vergogna spinge a nascondersi proprio quando c’è più bisogno di aiuto.

Per questo Giacomo 5:16 ci esorta: “Confessate dunque i vostri peccati gli uni agli altri, pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti; la preghiera del giusto ha una grande efficacia.”

Eppure, spesso facciamo l’opposto. Difendiamo la nostra privacy con ferocia, ci barrichiamo in una cerchia ristretta di persone che approvano tutto ciò che facciamo, e agli altri mostriamo solo la versione migliore di noi stessi.

Non sto dicendo che dovremmo scendere in strada con il cartello dei nostri peccati appeso al collo. Piuttosto si tratta di riconoscere quanto sia reale e grande il nostro bisogno d’aiuto nella lotta contro le tentazioni.

Infatti, qualcosa non va quando una persona può frequentare la chiesa, sedersi settimana dopo settimana, aspettarsi di essere amata e servita senza mai togliere la maschera.

Forse anche tu ne indossi una?

Forse ti sei convinto di poter vivere come un “lupo solitario”. Ma anche un lupo, quando è solo e separato dal branco, è in pericolo.

Pensare di essere autosufficienti è rischioso. Fidarsi solo di se stessi è pericoloso. Da soli, siamo più deboli di quanto immaginiamo.

La necessità dello Spirito

Paolo prosegue dicendo: “voi, che siete spirituali, rialzatelo.”

Chi deve soccorrere il credente che viene sorpreso in colpa?

“Voi che siete spirituali” sono coloro che hanno lo Spirito Santo. Infatti, la compassione è un frutto dello Spirito ed è ciò che orienta il nostro cuore e garantisce che interveniamo con le giuste motivazioni.

Quando vediamo qualcuno peccare, in realtà abbiamo quattro possibilità. 

Girare la testa dall’altra parte e far finta di niente.

Parlarne con altri mascherando un pettegolezzo da “richiesta di preghiera.”

Scaricare la responsabilità sul pastore, sugli anziani o su qualche credente “super spirituale.”

Oppure — ed è l’unica scelta giusta — andare direttamente da quel fratello con il desiderio sincero di aiutarlo a ristabilire il suo rapporto con Dio e con la chiesa.

Questa quarta opzione non è riservata a pochi specialisti. È invece la responsabilità di ogni credente nato di nuovo.

Se pensi che aiutare un fratello che sta vacillando nella fede non sia affar tuo perché “non sei abbastanza spirituale”, in realtà stai affermando di non avere lo Spirito Santo. E questo sarebbe un problema ben più grande.

Ma se sei stato rigenerato, Dio ti chiama a prenderti cura degli altri nel loro combattimento contro il peccato.

Certo, questo compito non può essere svolto senza essere ripieni dello Spirito. E spesso c’è confusione su cosa significhi davvero. Mi spiego.

Nella Bibbia la pienezza dello Spirito non è descritta come qualcosa di mistico o indefinibile. Gesù, parlando ai discepoli dello Spirito lo chiama “lo Spirito della verità” (Giovanni 14:17; 15:26; 16:13). 

E in Giovanni 17:17 prega il Padre: “Santificali nella verità: la tua parola è verità.” Le Scritture, quindi, sono verità e lo Spirito Santo è lo Spirito della verità. 

Paolo conferma lo stesso principio: le Scritture rendono il credente completo e ben preparato per ogni opera buona (2 Timoteo 3:16), e la parola di Dio è la “spada dello Spirito” (Efesini 6:17).

Essere ripieni dello Spirito significa, quindi, vivere in piena dipendenza da Dio, lasciando che la sua Parola saturi la nostra mente e la governi. 

Ed è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. Quando ci avviciniamo a un fratello sorpreso in colpa, non ci possiamo permettere di parlare sulla base delle nostre opinioni o di semplici consigli umani. Non bastano né la psicologia né il buon senso.

Serve la Parola di Dio.

Solamente la Parola è vivente ed efficace, capace di penetrare in profondità, fino a distinguere ciò che è autentico da ciò che è ingannevole, dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla, e giudicare i sentimenti e i pensieri del cuore (Ebrei 4:12).

Se vogliamo davvero rialzare qualcuno, dobbiamo farlo con lo strumento giusto.

E lo strumento giusto non siamo noi, ma la Parola guidata dallo Spirito.

La necessità dell’atteggiamento giusto

Far notare a qualcuno i suoi difetti non è mai semplice. Lo è ancora meno quando si tratta di affrontare il peccato. Il rischio che il confronto degeneri è altissimo. Per questo è fondamentale farlo con lo spirito giusto.

Paolo, in Galati 6:1, parla a “voi che siete spirituali.” Quest’espressione non è una scelta casuale. Poco prima, infatti, in Galati 5:22, ha spiegato che l’effetto dello Spirito Santo nella vita del credente è “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo…”

Chi è guidato dallo Spirito si riconosce dal modo in cui tratta gli altri, soprattutto quando deve affrontare il loro peccato.

Purtroppo, anche tra credenti, non è raro vedere l’opposto: mancanza di tatto, durezza, parole taglienti. Ma è altrettanto diffusa l’idea che riprendere qualcuno sia sempre sbagliato, quasi un atto di maleducazione o di mancanza d’amore. E così si preferisce tacere, citando a sproposito: “Non giudicate…”

Ma, davanti al peccato e alle sue conseguenze eterne, vale proprio il contrario. Infatti, tacere può essere una forma di odio. Dire la verità, invece, è un atto d’amore. La differenza sta nel modo.

Paolo è chiaro quando dice: “rialzatelo con spirito di mansuetudine.” 

Non basta intervenire, bisogna farlo nel modo giusto.

La mansuetudine non è debolezza. È forza sotto controllo.

È gentilezza senza compromessi.

È dire tutta la verità, ma con il cuore giusto.

Ma ecco un autotest per capire il nostro atteggiamento: Come reagisco quando qualcuno sbaglia contro di me?

Se partiamo all’attacco — “Fai sempre così! Sei egoista!” — dimostriamo che il problema principale non è il suo peccato ma il fastidio che ci provoca.

La Scrittura dice chiaramente che “l’ira dell’uomo non compie la giustizia di Dio” (Giacomo 1:20). La rabbia non guarisce, al massimo zittisce, spingendo l’altro sulla difensiva e producendo, nel migliore dei casi, un cambiamento superficiale.

È come quando si urla a un figlio: forse smetterà di fare la cosa sbagliata ma lo farà per una malsana paura di te, non per convinzione.

Ricordiamo la verità fondamentale che è lo Spirito Santo che trasforma le persone, non noi. Se interveniamo con irritazione o esasperazione, il massimo che otterremo sarà un pentimento apparente.

Comprendere questo ci libera da un peso inutile: non siamo chiamati a cambiare gli altri, ma ad aiutarli. Il nostro compito è offrire verità con gentilezza, cercando sinceramente il bene dell’altro davanti a Dio.

La necessità di badare a sé stessi

Paolo aggiunge un avvertimento essenziale: “Bada bene a te stesso, che anche tu non sia tentato.”

È solo per grazia di Dio se oggi non siamo travolti da peccati che avrebbero rovinato la nostra famiglia, distruggendo la nostra vita, e destinandoci eternamente all’inferno. È la misericordia di Dio che ci sostiene e ci preserva.

Ammettere la nostra vulnerabilità davanti alle tentazioni richiede vera umiltà.

Dovremmo tatuare le parole di Paolo se non proprio sulle nostre fronti almeno sui nostri cuori per non dimenticarle!

Ci indigniamo per i peccati degli altri, mentre minimizziamo i nostri. Siamo duri con loro e indulgenti con noi stessi. Ci sentiamo migliori, dimenticando che senza l’opera di Dio nel nostro cuore saremmo esattamente allo stesso punto o peggio.

Non c’è posto per l’orgoglio nella vita cristiana. Mentre giudichiamo gli altri, la Parola di Dio ci mette davanti a uno specchio: “Tu che giudichi, fai le stesse cose” (cfr. Romani 2:1).

Anche le parole di Gesù sul “non giudicare” (Matteo 7:1-5, un passo spesso citato male) non minimizzano il peccato, ma smascherano l’ipocrisia. Non possiamo fare la morale all’altro per una pagliuzza nel suo occhio quando noi stessi siamo accecati da una trave a cui non intendiamo a rinunciare.

Gesù non stava dicendo di ignorare il peccato, ma di iniziare da noi stessi.

Paolo arrivò a definirsi “il primo dei peccatori” (1 Timoteo 1:15), non perché fosse oggettivamente il peggiore, ma perché conosceva il proprio cuore ed era continuamente stupito dalla grazia di Dio.

Anche noi dovremmo avere la stessa consapevolezza dato che non conosciamo fino in fondo il cuore degli altri, ma sappiamo bene com’è il nostro.

Robert Murray M’Cheyne lo ha espresso così: “Il seme di ogni peccato mai visto nel mondo vive nel mio cuore.”

Ammetterlo ci rende umili.

Ci aiuta a intervenire con compassione, e non con superiorità.

Solo chi riconosce la propria fragilità può davvero aiutare gli altri perché chi toglie la trave dal proprio occhio vede abbastanza chiaramente per aiutare un fratello.

Altrimenti il rischio è alto dato che, mentre correggiamo gli altri, potremmo cadere noi stessi.

La necessità di avere un cuore da servo

Infine, ecco una domanda decisiva: Lo ami abbastanza da non restare in silenzio?

Prima di affrontare un fratello per il suo peccato, devo chiedermi se sono disposto a servirlo. Questo perché il confronto non è un gesto rapido ma un impegno. 

Richiede tempo, energie, pazienza.

Rialzare qualcuno sorpreso in colpa è un compito molto serio. Significa portare il suo peso accompagnandolo in un percorso spesso lungo e faticoso. In alcuni casi, può includere anche un processo doloroso di disciplina all’interno della chiesa.

In Matteo 18:15-22, Gesù ci dà le linee guida per questo percorso. Sono pochi versetti, ma descrivono dinamiche che possono richiedere mesi, a volte anni.

Ci sono situazioni complesse che esigono ore di ascolto, dialogo, confronto. Se non si giunge subito a una soluzione, può essere necessario coinvolgere altri credenti maturi. Quando una persona si ostina nel suo peccato senza pentirsi, il dolore si dilaga, portando con sé tensioni, lacrime e fatica emotiva.

A volte bisogna sostenere anche i familiari, accompagnandoli nel loro smarrimento, e rafforzarli nella fede. 

Nei casi più gravi, si arriva a informare la chiesa, usando discrezione ma anche chiarezza, aiutando tutti a mantenere un atteggiamento che onori Dio. 

E non bisogna dimenticare le eventuali vittime di quel peccato, perché anche loro hanno bisogno di cura e attenzione.

Si prega sempre per una risposta rapida e positiva. Ma quando arriva il pentimento il lavoro non è ancora finito.

Confessare il peccato è solo l’inizio.

Chi si pente ha bisogno di essere accompagnato nel combattimento contro quel peccato per imparare a riconoscerlo, a contrastarlo e a sostituirlo con nuove abitudini. 

È importante studiare insieme le Scritture, ragionare biblicamente, e costruire nuovi schemi di vita. 

Tutto questo richiede tempo, dedizione e costanza.

Il recupero non è mai istantaneo.

Se, dopo il pentimento, quella persona è lasciata sola, probabilmente tornerà esattamente allo stesso punto.

Per questo serve un cuore da servo: qualcuno disposto a camminare accanto, a insegnare, a sostenere, a incoraggiare. Qualcuno che aiuti a riconoscere l’inganno del peccato e vivere un ravvedimento reale, che porti frutti visibili.

Da tutto questo emergono due lezioni fondamentali.

  • La prima: siamo tutti chiamati ad aiutare gli altri. Non è facoltativo, ma è un mandato di Dio.
  • La seconda: il Signore vuole che lo facciamo nel modo giusto. Anche questo non è opzionale.

Sarebbe bello poter dire che la vita cristiana è semplice e senza costi. Ma non sarebbe vero. Il cammino cristiano è impegnativo e richiede dedizione. Ma è proprio così che si genera un frutto che rimane (Giovanni 15:16).

Aiutare spiritualmente le persone che Dio mette sul nostro cammino è uno dei modi più concreti per far crescere questo frutto.

La prossima volta che vedi un fratello ferito dal peccato, non voltarti dall’altra parte. Non fare finta di niente.

Non restare spettatore. Non limitarti a parlarne.

Prenditene cura.

Perché proprio oggi qualcuno si sta allontanando.

E forse il Signore ha deciso che la voce che lo richiamerà indietro — con umiltà e amore — sia la tua.

—Jordan Standridge


Affinché tu sappia come bisogna comportarsi nella casa di Dio, che è la chiesa del Dio vivente  

Il paiano di Cristo per la chiesaIL PIANO DI CRSITO PER LA CHIESA 
di John MacArthur 
Pagine 368 
Euro 12,00 + spese postali

Quali caratteristiche dovrebbe avere la vera chiesa? Come dovrebbe funzionare, propagarsi e edificarsi? Come si rivelano in mezzo alla chiesa la guida del Signore e il suo insegnamento?
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Anziani e DiaconiANZIANI E DIACONI 
di John MacArthur 
Pagine 52
Euro 8,00 + spese postali

Chi sono gli uomini che Dio usa nella chiesa locale? Se Dio ti ha chiamato a servirlo nella sua chiesa, come anziano o come diacono, è importante che tu capisca ciò che Egli richiede dai suoi servi e quali compiti ti affida.
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Guide spirituali esmplariGUIDE SPIRITUALI ESEMPLARI 
di Jerry wragg 
Pagine 178
Euro 10,00 + spese postali

Jerry Wragg esamina le caratteristiche che la guida di una chiesa dovrebbe possedere, e in che modo la conduzione biblica deve distinguersi dai modelli di dirigenza che il mondo promuove.
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La VOCE aprile 2026

Quello che stai per leggere rivela qualcosa di agghiacciante e di incredibile, eppure è un fatto realmente accaduto.

Erano circa le 3:20 del mattino di una fredda notte di marzo del 1964 quando Kitty Genovese tornava dal suo turno di lavoro in un bar di New York. Parcheggiata l’auto, iniziò a camminare verso il palazzo del suo appartamento, come faceva ogni sera da quasi un anno.

Quella notte, però, Kitty aveva notato un uomo che la seguiva. Nervosa, si affrettò verso una strada adiacente nella speranza di sfuggirgli. Ma fu invano. L’uomo la raggiunse, la afferrò e la colpì con un coltello.

Lei urlava dal dolore e dalla paura: «Mi ha accoltellato! Mi ha accoltellato!»

Da una finestra del settimo piano un uomo osservava tutta la scena da un po’. Ma a un certo punto gridò al malintenzionato: «Fermo! Lascia stare quella ragazza!»

L’aggressore si allontanò lentamente, ma appena tutte le luci degli appartamenti si spensero, tornò indietro e la colpì di nuovo con violenza.

Questa volta le sue urla attirarono l’attenzione di più persone che la sentivano gridare: «Sto morendo! Sto morendo!»

Altre finestre si illuminavano e così l’aggressore, sentendosi scoperto stavolta scappò via in auto.
Ma non era finita!

L’uomo ritornò indietro ancora una volta. Trovò Kitty che in preda al panico stava cercando disperatamente di rifugiarsi nel suo appartamento, ma lui la raggiunse e l’accoltellò di nuovo per la terza e ultima volta.

Alle 3:50 del mattino finalmente qualcuno avvisò la polizia, e in meno di due minuti gli agenti erano sul posto. Solo due persone, un uomo e un’anziana signora, si fecero avanti per testimoniare.

Il New York Times riferì che quasi quaranta persone quella notte avevano sentito le urla o visto la scena senza chiamare la polizia.

«Una semplice telefonata e sarebbe ancora viva», disse amareggiato un ispettore della squadra mobile.

Quando la storia divenne di dominio pubblico, molti vicini furono intervistati e alla domanda sul perché non avessero chiamato la polizia, furono tante le giustificazioni. Alcune delle più memorabili erano:

«Avevamo paura, non volevamo essere coinvolti...»
«Non volevo che mio marito si intromettesse...»
«Ero stanco, così sono tornato a letto.»
«Pensavo che qualcun altro lo avrebbe senz’altro fatto...»

Alle 4:25 del mattino arrivò l’ambulanza e portò via il corpo. Solo allora le persone uscirono dalle loro case.

Sebbene sia facile puntare il dito contro quei vicini e dire che erano egoisti e pigri, o che addirittura si resero complici dell’omicidio, dobbiamo ammettere una triste realtà: un atteggiamento simile può esistere anche nelle nostre chiese, purtroppo.

Infatti, la sindrome Genovese (nota anche come effetto spettatore) è purtroppo viva e vegeta in tante congregazioni.

Le persone entrano ed escono dalle nostre sale. Vengono, si siedono tra noi durante gli incontri, magari per qualche mese, e poi se ne vanno senza che nessuno abbia davvero parlato con loro o li abbia invitati ad aprirsi e raccontare la loro storia.

A volte succede anche con persone che frequentano la chiesa da anni. Si vede chiaramente che stanno prendendo le distanze: ci sono segnali, piccole spie rosse che si accendono davanti ai nostri occhi. Eppure, spesso rimaniamo in silenzio. Dentro di noi ci giustifichiamo con scuse che, in fondo, non sono poi così diverse da quelle dei vicini della signorina Genovese.

Forse questo accade perché non comprendiamo pienamente il nostro ruolo nella Chiesa. 

Oppure perché, in molte comunità, la chiesa è diventata un luogo dove chi frequenta è incoraggiato a essere spettatore piuttosto che attore. Abituati male, finiamo per perdere ogni senso di responsabilità, e anche la voglia di prenderci cura di coloro che stanno rischiando di allontanarsi dal Signore.

Ma l’Apostolo Giacomo, nella sua lettera, vuole spingere le chiese a essere diverse.

Dice: «Fratelli miei, se qualcuno tra voi si allontana dalla verità e uno lo riconduce indietro, sappia che chi riconduce un peccatore dall’errore della sua via salverà l’anima sua dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Giacomo 5:19-20).

Sebbene l’evangelizzazione sia una mia passione e cerchi sempre di parlarne nei miei articoli, a mio avviso questo passo non sta parlando di convertire dei non credenti.

Infatti, Giacomo dice: «Fratelli miei». Si rivolge a quelli che credono, e dice che questo potrebbe capitare a uno di loro, un loro fratello. Giacomo riconosce e avverte che anche chi frequenta la chiesa può rischiare di allontanarsi dalla verità. 

È vero che purtroppo ci sono anche persone che professano di essere cristiane senza esserlo realmente, ma dopo aver dedicato ben cinque capitoli a spiegare quanto sia essenziale vivere una fede autentica, che piaccia a Cristo, alla fine della sua lettera l’Apostolo Giacomo incita i veri credenti a prestare attenzione al fratello che si allontana, e a non lasciarlo andare via senza cercare di riportarlo indietro. Di aggrapparci alle sue caviglie e implorarlo di restare, ma non per scaldare la sedia, piuttosto perché continui a esporsi alla verità.

Forse pensiamo che prendersi cura della vita spirituale degli altri sia un compito riservato agli anziani, ai missionari o ai diaconi, e che non spetti a noi. Forse nella nostra chiesa non esiste una vera cultura di aiuto spirituale reciproco.

Ma la Bibbia è chiara: se sei un cristiano, sei chiamato a soccorrere altri cristiani. 

In Galati 6:1-2, l’Apostolo Paolo descrive chiaramente il nostro compito di soccorritori. Forse nel prossimo articolo torneremo su questo passo per studiare più attentamente l’atteggiamento che deve avere chi soccorre. Per ora, però, ci tengo a precisare che Paolo non ha in mente un super-cristiano che faccia questo. 

Lui scrive: «Fratelli, se uno viene sorpreso in colpa, voi che siete spirituali rialzatelo con spirito di mansuetudine. Bada bene a te stesso, che anche tu non sia tentato».

Chi deve soccorrere colui che viene sorpreso in colpa? “Voi che siete spirituali”. In altre parole, coloro che possiedono lo Spirito Santo.

Se credi che non sia compito tuo soccorrere i credenti in pericolo, allora stai implicitamente affermando che non hai lo Spirito Santo. Ma questo significherebbe che sei tu ad essere in pericolo! Sei tu che avresti bisogno di essere soccorso, o peggio ancora, evangelizzato, perché non saresti nemmeno convertito a Gesù.

Invece di sottrarci ai compiti che Dio ci affida, dobbiamo riconoscere che l’impegno di aiutarci gli uni gli altri è qualcosa che Dio dà a tutti coloro ai quali dona il suo Spirito, e non soltanto a pochi credenti “speciali”.

Detto questo, permettimi di farti tre domande molto dirette, per aiutarti a vedere che sei proprio tu la persona chiamata ad aiutare questo fratello o questa sorella in difficoltà. 

Hai bisogno di essere salvato?

C’è una strofa di un inno cantato spesso nelle chiese Inglesi che, tradotta, dice così: 

Grande è il mio debito ogni giorno verso la tua grazia. 
La tua bontà, come una catena, tenga stretto a te il mio cuore errante. 
Tendo a vagare, Signore, lo sento, tendo a lasciare il Dio che amo; 
prendi il mio cuore, te ne prego, e sigillalo per le tue dimore lassù.

È essenziale comprendere e credere questa verità, non solo perché ci mantiene umili davanti al Signore, ma anche perché lui possa usarci nella vita di altri credenti. 

È anche un ulteriore motivo per cui l’appartenenza a una chiesa e frequentarla sono aspetti vitali per la nostra salute e il nostro benessere spirituale. Far parte di una chiesa locale, con anziani che sono fedeli alle Scritture nel guidare il gregge, offre protezione alle nostre famiglie, perché ognuno di noi può allontanarsi dalla verità. 

Guardiamo in faccia la realtà: non solo tu hai bisogno dell’aiuto degli altri nella tua vita, ma anche le persone intorno a te hanno bisogno del tuo.

Eppure, tante volte restiamo per conto nostro. Come i codardi quella notte a New York nel 1964, anche noi possiamo venire meno nei confronti di nostri fratelli e sorelle in Cristo, tenendo la bocca chiusa o restando distaccati dal corpo di Cristo.

Non sto dicendo che è colpa nostra se uno pecca, se cambia dottrina o perfino si allontana dalla chiesa. Tuttavia, in un certo senso, parte del nostro compito come credenti è essere presenti e offrire aiuto ai nostri fratelli e sorelle che cadono. 

Conta molto il modo in cui ci avviciniamo a loro – come ho già detto, penso che dovremo parlarne più approfonditamente. Pochi di noi, però, corrono davvero il rischio di dire loro cose troppo dure, perché per parlare duramente dobbiamo prima aprire la bocca.

Gesù dice di trattare gli altri come noi stessi. Ma domandiamoci: ti senti davvero così saldo nella fede da escludere la possibilità di voltare le spalle a Cristo e smarrirti di nuovo nel mondo?

Se sei umile e sei veramente redento, sai molto bene che il pericolo è reale. E comprendi anche l’importanza di circondarti di amici che abbiano il coraggio di venire da te, riprenderti e spronarti a continuare a seguire Cristo. E se è così, allora significa che anche tu sei chiamato ad essere questo tipo di amico per gli altri nella tua comunità.

Conosci qualcuno che ha smesso di frequentare la chiesa? Conosci qualcuno che ha abbracciato una dottrina o un’opinione pericolosa? Perché non gli parli? Invitalo a prendere un caffè e fai la cosa più amorevole che esista: cercare di salvarlo da un mondo di peccato.

Come scusi la disobbedienza?

Non ho tempo…
È compito dei pastori…
Non mi voglio immischiare…
Non li conosco così bene…
Ho paura! 

Certe scuse suonano tutte molto simili a quelle degli uomini e delle donne presenti quella sera a New York.

La lettera di Giacomo termina, però, con una nota positiva. Prima ci esorta a confessare i nostri peccati gli uni agli altri e a pregare gli uni per gli altri. Poi, conseguenza logica e naturale, ci esorta a essere responsabili nel nostro ruolo quando uno di noi si allontana dalla verità. Giacomo afferma che chi riporta indietro un credente traviato salva la sua anima dalla morte e copre una moltitudine di peccati.

Anche se è impossibile sapere con certezza se la persona che si è allontanata sia veramente credente oppure no, Giacomo afferma che riportarla indietro significa salvare la sua anima dalla morte.

In un brano simile, in Matteo 18:15-18, Gesù, fratello di Giacomo, parla del processo di disciplina della chiesa: «Se tuo fratello ha peccato {contro di te}, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; ma se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta di ascoltarli, dillo alla chiesa; e se rifiuta di ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano.»

Il Signore dice che se tuo fratello pecca devi affrontarlo, e se si pente hai guadagnato tuo fratello. È una vittoria completa.

Ma se non si pente e, dopo diversi tentativi, continua a rifiutarsi di ravvedersi, allora devi trattarlo come un non credente.

Questo ci mostra che lo scopo della disciplina della chiesa è la chiarezza. 

In un certo senso, la disciplina della chiesa dovrebbe avvenire ogni giorno. Specialmente se sei sposato con un credente. 

Io pecco continuamente e, purtroppo, mia moglie è spesso una delle persone che ne soffrono di più. Ma il Signore la usa spesso per aiutarmi a crescere e a diventare più simile a Cristo. In questo senso, siamo continuamente sottoposti a una forma di disciplina fraterna, anche se, grazie a Dio, nella maggior parte dei casi tutto si risolve già al primo passo. 

Tuttavia, nelle tragiche situazioni in cui un fratello (o una sorella) persevera nel peccato e rifiuta di pentirsi, sta purtroppo dimostrando che forse non è veramente un figlio di Dio. In quel caso, Gesù dice che dobbiamo trattarlo come un pagano o un pubblicano, cioè come qualcuno che ha bisogno di essere evangelizzato.

Giacomo dice qualcosa di molto simile.
Egli vuole che andiamo a cercare persone che un tempo si dichiaravano cristiane ma che si sono allontanate, o che stanno mostrando segni di allontanamento dalla verità.

Quando consideriamo l’eternità non esistono scuse per rimanere in silenzio. Dobbiamo aprire la bocca e, con amore, gentilezza e saggezza, esortare il fratello o la sorella ad abbandonare il peccato, a lasciare i pensieri mondani e a tornare a seguire Cristo.

Conosci qualcuno così?

Non essere lo spettatore che, per egoismo o paura, si rifiuta di dare l’allarme.

Li ami abbastanza da non restare in silenzio?

Ho sentito alcuni credenti obiettare e dire che questo tipo di cura reciproca è strana. “Troppo invadente. Non funziona.” 

Non dimentichiamo, però, che i nostri sentimenti spesso ci ingannano. Dopotutto, quasi ogni cosa nella vita cristiana va contro la nostra natura, non è vero?

Prendere la propria croce ogni giorno sembra una follia. Porgere l’altra guancia quando qualcuno ti colpisce è visto come qualcosa di scandaloso. Amare i propri nemici e persino essere pronti a morire per loro è impensabile. Eppure, Cristo ci chiama proprio a fare tutte queste cose.

Consideriamo le parole di Gesù in Giovanni 15:18-20 e poi in 16:1,2.

Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe quello che è suo; ma siccome non siete del mondo, perché io vi ho scelti in mezzo al mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detta: “Il servo non è più grande del suo signore”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.

Io vi ho detto queste cose affinché non siate sviati. Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere un culto a Dio. Faranno questo perché non hanno conosciuto né il Padre né me.

Gesù ha mandato i suoi discepoli a portare la buona notizia in un mondo che nel giro di poche ore lo avrebbe ucciso, sapendo che dieci di loro sarebbero poi morti da martiri.

Se dovessimo evitare tutto ciò che è scomodo, allora non dovremmo mai andare in chiesa, mai evangelizzare e mai parlare del peccato con nessuno.

Ma Cristo ci chiama proprio a fare cose scomode. Ci chiama a mettere da parte i nostri sentimenti, i nostri interessi e perfino la nostra stessa vita.

La realtà è che nel momento in cui il Signore ti salva e ti dona lo Spirito Santo, tu diventi, per usare le parole di Caino, un “guardiano di tuo fratello”. Il tuo compito è aiutare gli altri a crescere in Cristo.

Non possiamo convincere nessuno a pentirsi e non possiamo impedire a qualcuno di abbandonare la fede. Ma possiamo, con l’aiuto di Dio e con il coraggio che lo Spirito Santo ci dona, avvertirli con amore e cercare di ricondurli a Cristo.

Un giorno scopriremo quanto valeva davvero il silenzio che abbiamo scelto.
Un giorno sapremo se la nostra prudenza era saggezza… o semplice paura.
Ma oggi non è ancora quel giorno.
Oggi qualcuno si sta allontanando.

E forse il Signore ha deciso che la voce che lo richiamerà indietro debba essere proprio la tua. 

—Jordan Standridge

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La VOCE febbraio 2026

Qualche settimana fa, durante una partita di calcio, le telecamere hanno ripreso un giocatore mentre pronunciava frasi scandalose. Le sue labbra e i suoi gesti erano talmente chiari che chiunque, in tutto il mondo, ha potuto capire perfettamente cosa stesse dicendo.

Tutto nasce dopo uno scontro di gioco tra due calciatori che hanno iniziato a litigare, e la telecamera ha colto uno dei due fare gesti offensivi e insultare pesantemente la madre dell’avversario.

Molte persone, non solo i tifosi, hanno invocato una squalifica esemplare per il calciatore protagonista dell’episodio per le parole e i comportamenti gravissimi mostrati in campo. Tuttavia, il giudice sportivo, a causa di una regola particolare, ha dichiarato di avere le mani legate e di non poter infliggere alcuna sanzione.

Ovviamente il comportamento del giocatore era scioccante, ma forse ancora più sorprendente è stato il messaggio di scuse pubblicato sui suoi profili social. Con ogni probabilità sotto la pressione della società e dei suoi agenti, preoccupati per una possibile squalifica, il calciatore ha diffuso questa dichiarazione: “Solo dopo la partita ho rivisto dalle immagini quanto è successo. Era un momento delicato, c’era tensione e ad un’offesa ho risposto con un’altra. Chiedo scusa a chiunque si sia sentito offeso, anche se si dice che finita la partita finisce tutto.” 

“Chiedo scusa a chiunque si sia sentito offeso”?! Ma chi dovrebbe essersi offeso, esattamente? La madre insultata? Il giocatore bersaglio dell’offesa? O forse chiunque abbia una coscienza minimamente funzionante. La cosa più ironica è che, nelle partite precedenti, gli stessi calciatori si erano dipinti un segno rosso sulla guancia per sostenere la campagna contro la violenza sulle donne.

Oggi è diventato fin troppo comune minimizzare le proprie responsabilità. E in appena tre righe, questo calciatore riesce a ridimensionare il suo comportamento in almeno sei modi diversi.

Prima prova a insinuare di non ricordare ciò che ha detto, come se se ne fosse reso conto solo dopo aver rivisto le immagini. 
Secondo, definisce tutto un “momento delicato”, quasi a voler attenuare la gravità dell’episodio.
Terzo, aggiunge che “c’era tensione”, come se questo bastasse a giustificare certi insulti. 
Quarto, sostiene di essere stato provocato per primo e di aver semplicemente reagito. 
Quinto, lascia intendere che non si tratti di qualcosa che possa offendere chiunque, come se non fosse chiaro chi potrebbe sentirsi colpito da quelle parole. E, nel dubbio che da qualche parte esista qualcuno particolarmente sensibile che si sia offeso, allora sì, chiede scusa a quella persona. 
Sesto: se “finita la partita finisce tutto”, perché ne stiamo ancora parlando?

A volte la vita ci mette davanti a situazioni che rivelano con estrema chiarezza la profonda fragilità e la depravazione dell’essere umano. Ci mostrano quanto siamo abili nel trovare scuse, nel dare la colpa agli altri e, allo stesso tempo, quanto siamo incapaci di esercitare umiltà e riconoscere il nostro peccato.

È facile guardare questo calciatore e restare scioccati. Ma, se siamo sinceri, anche noi siamo spesso maestri nel minimizzare le nostre colpe. Molto spesso arriviamo persino a ignorarle del tutto, convincendoci che non sia successo nulla.

È triste constatare che molti credenti faticano a chiedere perdono. Non sappiamo affrontare i conflitti, non sappiamo risolverli, e finiamo per vivere — troppo spesso — esattamente come coloro che non condividono la nostra fede.

Capita che, durante un disaccordo, due membri della stessa famiglia finiscano per litigare. Che si tratti di due fratelli o di un figlio con i genitori, la scena è sempre simile: uno dei due, furioso, si rifugia nella propria stanza, sbatte la porta e passa un paio d’ore a brontolare, rimuginando pensieri orribili sull’altro.

Dopo un po’, esce facendo finta che non sia successo nulla. Oppure, se proprio non può ignorare l’accaduto, si limita a borbottare un “Mi scuso se ti ho offeso” o peggio ancora un vago “Mi dispiace”, a cui l’unica risposta possibile è un altrettanto vuoto “Va bene”.

Il problema è che non va bene. Non dovremmo mai giustificare il peccato nella nostra vita, e non basta semplicemente “chiedere scusa”.

È giusto chiedere scusa o dire “mi dispiace” quando pestiamo accidentalmente i piedi a qualcuno, e dare le condoglianze quando una persona perde un familiare. Ma quando commettiamo un peccato contro qualcuno, non bastano scuse generiche. Perché, nel momento in cui ci limitiamo a “scusarci”, stiamo minimizzando la gravità del nostro peccato e, in un certo senso, svuotiamo di significato il sacrificio di Cristo sulla croce.

Ciò di cui abbiamo bisogno quando offendiamo qualcuno è una vera transazione. Quando pecco contro una persona, devo chiedere perdono. Ho ferito qualcuno, ho causato dolore nella sua vita: questo è un fatto. Non è stato un semplice errore. Non è stato un incidente. È stato intenzionale — e il fatto che non fosse premeditato o che magari non avessi ancora bevuto il caffè, non lo rende meno peccaminoso. 

I non credenti tendono a minimizzare il peccato. Prova a chiedere a qualunque sconosciuto se pensa di andare in paradiso e, il più delle volte, noterai da parte sua un chiaro tentativo di sminuire la gravità del peccato. 

Di recente ho parlato di Gesù e della salvezza con alcune decine di persone e, a parte l’unico credente in Cristo che ho incontrato, tutti erano convinti di essere “brave persone”.

Nasciamo con l’idea che il peccato non sia poi così serio e che, in fondo, siamo tutti abbastanza buoni. È una convinzione radicata, quasi istintiva, che ci porta a sottovalutare la nostra reale condizione.

Gli psichiatri, oggi, sembrano essere diventati esperti nel minimizzare il peccato e nello spostare la responsabilità sugli altri. Quando gli racconti i tuoi problemi, cominciano a cercare un colpevole: un familiare, un insegnante, un allenatore… chiunque possa essere indicato come la causa del tuo disagio.

La cosa curiosa, e allo stesso tempo ironica, è che, se attribuissero la colpa a tuo padre, e poi parlassero con lui, probabilmente darebbero la colpa al padre di tuo padre. E se incontrassero il nonno, la colpa ricadrebbe sul bisnonno. È una catena infinita che non arriva mai al punto.

Eppure, alla fine di tutto, la Scrittura ci ricorda che la radice ultima è Adamo. E Adamo stesso non si è assunto la responsabilità: ha scaricato la colpa su Eva. È nella natura umana cercare un capro espiatorio, ma questo non elimina la realtà del peccato.

Nessuno vuole assumersi la responsabilità del proprio peccato. È, tristemente, il modo spontaneo di ragionare dell’essere umano nella sua natura.

Il pericolo è che molti credenti, pur avendo convinzioni teologiche corrette, alla fine arrivino a seguire la mentalità del mondo.

Al momento della salvezza eravamo tutti consapevoli che il nostro peccato meritava la dannazione eterna. Sappiamo bene che, se una persona non riconosce di meritare l’inferno, non può definirsi cristiana. Eppure, col passare del tempo, tutti noi tendiamo a dimenticare questa verità e a vivere minimizzando il nostro peccato, facendo fatica persino a riconoscerlo.

Sappiamo che il nostro peccato non è scomparso nel momento in cui siamo nati di nuovo. Continuiamo a peccare e continuiamo ad avere bisogno che il Signore ci perdoni e ci purifichi. Per questo è fondamentale impegnarci non solo a perdonare chi ci circonda, ma anche a coltivare l’abitudine di chiedere perdono quando pecchiamo contro gli altri.

Chiedere perdono non è semplice. È imbarazzante, scomodo, e proprio perché dovrebbe essere fatto faccia a faccia è fin troppo facile minimizzarlo o non prenderlo sul serio. Eppure, il Signore ci chiama all’umiltà: ci chiama a riconoscere il peccato nella nostra vita e a denunciarlo apertamente.

Il perdono è un processo reale, concreto: significa avvicinarsi a qualcuno, riconoscere il peccato commesso e cercare la riconciliazione. 

Se urlo contro i miei figli, non basta dire “scusa”. Devo cercare il loro perdono. Devo andare da mio figlio e spiegargli che ciò che papà ha fatto non è gradito al Signore, e che papà ha peccato quando gli ha urlato nella rabbia. Devo chiedergli di perdonarmi.

Ignorare l’accaduto, contando sulla scarsa capacità di attenzione di mio figlio, non è un’opzione. Giustificare il mio scatto d’ira perché mi stava disobbedendo non è giusto. Ho peccato contro di lui e contro Dio, e devo chiedere il suo perdono.

Quando ci rifiutiamo di chiedere perdono, ci esponiamo a un grave pericolo e, allo stesso tempo, perdiamo grandi benedizioni. Anche se è una delle esperienze più umilianti per noi uomini, il Signore ha stabilito che, se gli obbediamo in questo ambito, ne ricaveremo un profondo beneficio spirituale. Ecco quattro motivi per cui non dovremmo mai rifiutarci di chiedere perdono.

RifiutarSi di chiedere perdono ti squalifica dall’adorare Dio

Matteo 5:21-26 dice:

Voi avete udito che fu detto agli antichi: “Non uccidere; chiunque avrà ucciso sarà sottoposto al tribunale”; ma io vi dico: chiunque si adira contro suo fratello [senza motivo] sarà sottoposto al tribunale; e chi avrà detto a suo fratello: “Raca” sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli avrà detto: “Pazzo!” sarà sottoposto alla geenna del fuoco. 
Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta. 
Fa’ presto amichevole accordo con il tuo avversario mentre sei ancora per via con lui, affinché il tuo avversario non ti consegni in mano al giudice e il giudice [ti consegni] in mano alle guardie, e tu non venga messo in prigione. Io ti dico in verità che di là non uscirai, finché tu non abbia pagato l’ultimo centesimo.”

Come abbiamo già visto, ci piace tanto minimizzare il peccato. Siamo maestri nell’autogiustificazione, ma allo stesso tempo incredibilmente rapidi nel giudicare gli altri. Gesù, però, elimina ogni possibilità di scusa. Egli alza l’asticella in modo sconvolgente: basta chiamare qualcuno “pazzo” per meritare l’inferno eterno. E noi, con una leggerezza disarmante, giustifichiamo peccati ben più gravi. 

Gesù dice qualcosa di ancora più sconvolgente nel versetto 24: afferma che non accetta nemmeno la nostra adorazione quando sappiamo che qualcuno ha qualcosa contro di noi. Ci ordina di fare tutto il possibile per ricucire la relazione prima ancora di pensare a qualsiasi atto “spirituale”.

Eppure, molti vanno in chiesa settimana dopo settimana, prendono la Cena del Signore, pregano, leggono la Bibbia e — incredibile ma vero — alcuni si alzano persino a predicare sermoni di un’ora, mentre nelle loro vite ci sono relazioni spezzate che non hanno mai cercato di sanare. Gesù è chiaro: non vuole la nostra adorazione se continuiamo a ignorare relazioni non riconciliate.

Naturalmente, ci saranno persone contro cui pecchiamo che non ci perdoneranno. 

Se sono credenti, ci si aspetta che la chiesa intervenga e avvii il processo di disciplina. Una persona che rifiuta ripetutamente la riconciliazione, nonostante gli appelli pazienti e biblici, sta dimostrando con i fatti di non camminare come un credente, e in quel caso dovrebbe essere applicato il principio di Matteo 18:15-20. 

Ma, indipendentemente da come reagisca l’altra persona, credente o non credente, il nostro obiettivo rimane lo stesso: cercare la riconciliazione, ricordando le parole di Paolo in Romani 12:18: “Se possibile, per quanto dipende da voi, siate in pace con tutti gli uomini.”

Siamo responsabili solo del nostro 50% della transazione. L’espressione “per quanto dipende da voi” è fondamentale: se l’altra persona non chiede perdono o non lo concede, sta scegliendo di disobbedire al Signore. Ma noi, davanti a Dio, avremo fatto la nostra parte nel cercare la pace e la riconciliazione.

Rifiutarsi di chiedere perdono ci fa perdere un’opportunità per parlare di Cristo

Ogni volta che ci avviciniamo a qualcuno per chiedere perdono, stiamo offrendo un’immagine vivente della Buona notizia di Dio. Matteo 6:14-15 ci ricorda che il perdono è profondamente legato alla salvezza: “Se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.”

Nella salvezza, Dio ci dona la vita eterna perdonando i nostri peccati e allontanandoli da noi “quanto l’oriente è lontano dall’occidente” (Salmo 103:12). È così che ci riveste della giustizia necessaria per entrare in cielo attraverso Cristo. 

Ogni volta che perdoniamo chi ci ha fatto un torto, stiamo riflettendo questa stessa grazia. Non a caso molti dicono che non siamo mai più simili a Cristo se non nel momento in cui perdoniamo. Come Stefano in Atti 7:60, quando scegliamo di perdonare mostriamo che cos’è il vangelo a un mondo che non sa perdonare e non sa nemmeno da dove cominciare.

E naturalmente, chiedere perdono a un non credente sarà probabilmente una delle esperienze più sorprendenti che potrà mai vedere. In un mondo in cui molti si arrangiano mentendo, manipolando o giustificando sé stessi, noi confesseremo apertamente i nostri peccati, chiederemo perdono a colui che abbiamo ferito e, quando necessario, saremo persino pronti a risarcire. Un atteggiamento così controcorrente apre porte incredibili per testimoniare dell’opera di Cristo.

Rifiutarsi di chiedere perdono ci acceca

Il peccato non confessato ci impedisce di vedere le situazioni in modo corretto.

In Matteo 7:3-5 Gesù ci mette davanti a un’immagine potente: guardiamo la pagliuzza nell’occhio del nostro fratello, ma ignoriamo la trave che è nel nostro. Pretendiamo di correggere gli altri mentre siamo accecati dal nostro stesso peccato. Gesù ci chiama “ipocriti” e ci ordina di togliere prima la trave dal nostro occhio; solo allora potremo vedere chiaramente per aiutare l’altro.

Finché non confessiamo e non ci pentiamo dei peccati presenti nella nostra vita, vivremo come ipocriti: incapaci di vedere con lucidità, spietati nel giudicare gli altri e ciechi verso noi stessi. E i nostri peccati continueranno ad accumularsi mentre ci affanniamo a togliere le pagliuzze dagli occhi di chi ci circonda.

Il re Davide, in 2 Samuele 12, nel pieno della sua colpa — omicidio e adulterio — ascolta la storia dell’uomo che ha rubato e ucciso l’agnello del suo prossimo. Indignato, dichiara subito a Natan che quell’uomo merita di morire (v. 5). Dopo questo sfogo, che smaschera tutta la sua cecità spirituale, lui si calma e riconosce nel versetto 6 ciò che realmente dovrebbe essere fatto. Ma in quel primo momento di follia, Davide aveva dato chiara prova di quanto siamo incapaci di giudicare con giustizia quando viviamo nel peccato e rifiutiamo di pentirci nel modo giusto.

Ognuno di noi ha un disperato bisogno di riconoscere il proprio peccato ogni volta che pecca. Non possiamo permetterci di giustificarci, né di cercare scorciatoie. Se lo facciamo, diventiamo ciechi: incapaci di vedere la verità, incapaci di essere strumenti utili nelle mani di Dio.

Rifiutarsi di chiedere perdono potrebbe essere la prova della tua incredulità

Forse il motivo per cui facciamo così fatica a chiedere perdono è che non abbiamo mai davvero compreso — o sperimentato — il perdono nella salvezza. 

Ma se siamo credenti, significa che il Dio perfetto dell’universo ci ha perdonato un peccato che meritava l’eterna condanna. In confronto, un peccato commesso contro un altro peccatore è infinitamente meno grave.

Davide, riconoscendo questa verità, nel Salmo 51 confessa il suo peccato contro Betsabea e Uria dicendo: “Solo contro di te ho peccato.” Non perché non avesse fatto loro del male, ma perché ogni peccato, prima di tutto, è un’offesa contro Dio. 

Il fatto stesso che siamo compunti e convinti del peccato e ci pentiamo è una prova che apparteniamo a Cristo.

1 Giovanni 1:8-10 ci offre un monito solenne: “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non aver peccato, lo facciamo bugiardo e la sua parola non è in noi.”

Chi rifiuta di riconoscere il proprio peccato si inganna da solo e dimostra che la verità non è in lui. Ma chi confessa i propri peccati trova un Dio fedele e giusto, pronto a perdonare e purificare. 

Allo stesso modo, Proverbi 28:13 avverte che “Chi nasconde le sue trasgressioni non prospererà, ma chi le confessa e le abbandona otterrà misericordia.”

Rifiutarsi di riconoscere, confessare e abbandonare il nostro peccato ostacolerà come minimo la nostra crescita spirituale; nel peggiore dei casi, potrebbe rivelare che la Parola non è in noi e che non abbiamo ancora sperimentato davvero la misericordia salvifica di Dio.

 

Ho visto con i miei occhi gli effetti devastanti della mancanza di perdono in molte famiglie. Relazioni spezzate, cuori induriti, anni di distanza che avrebbero potuto essere evitati con una sola umile conversazione. 

Quando cercavo moglie, ero profondamente consapevole di questo: desideravo una donna che sapesse perdonare, perché sapevo che nessuna relazione può durare se non c’è la disponibilità — da entrambe le parti — a riconoscere il peccato, ammetterlo e perdonarsi reciprocamente.

La verità è semplice e innegabile: non va bene peccare contro un altro essere umano e poi giustificarci o minimizzare ciò che abbiamo fatto. Non è cristiano, non è biblico, non è amore.

Il vangelo, però, non ci permette questo tipo di superficialità. Dio non ci ha salvati con un gesto simbolico, né con una scusa formale. Ci ha salvati attraverso una transazione reale, costosa, sanguinosa: il sacrificio di suo Figlio. E se la nostra salvezza è stata così profonda, così radicale, allora anche il nostro modo di affrontare il peccato deve esserlo. 

Il mondo si accontenta di scuse superficiali. Il cristiano no. 

Il mondo si accontenta di minimizzare. Il cristiano no. 

Il mondo si accontenta di coprire. Il cristiano confessa, abbandona, e cerca la pace.

Non possiamo più vivere come quei due calciatori che si scambiano un gesto vuoto per salvare la faccia. Noi siamo stati salvati da un perdono che ha cambiato la storia. E quel perdono deve cambiare anche il modo in cui viviamo, il modo in cui trattiamo gli altri, il modo in cui affrontiamo il nostro peccato.

Dobbiamo avere il coraggio di guardare quella persona negli occhi, riconoscere il nostro peccato, spiegare come l’abbiamo ferita e chiederle perdono. Qualsiasi altra strada è disobbedienza, e ci priva di benedizioni che Dio desidera donarci.

Che il Signore ci renda uomini e donne di pace. Che ci dia l’umiltà necessaria per andare da coloro che abbiamo ferito e cercare la riconciliazione. E che usi la nostra obbedienza — così controcorrente in un mondo che non sa perdonare — per attirare anime a lui.

Perché ogni volta che confessiamo, perdoniamo e ci riconciliamo, il mondo vede qualcosa che non può spiegare. Vede il vangelo all’opera. Vede Cristo in noi.

—Jordan Standridge    

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La VOCE gennaio 2026

Davide era ancora un ragazzo quando Dio lo fece ungere da Samuele come il futuro re d’Israele. Fu una scelta che lasciò stupiti suo padre e i suoi fratelli, e fece infuriare re Saul, che vide in lui una minaccia al suo trono. 

Ma passò parecchio tempo prima che Davide cominciasse effettivamente a regnare. Dovette ancora maturare come uomo e condottiero. È possibile che proprio in quegli anni della sua vita abbia composto il Salmo 101, un testo in cui esprime alcuni propositi personali, pensati per prepararsi al difficile incarico di regnare sul popolo d’Israele.

Nessun figlio di Dio dovrebbe vivere lasciando che le cose accadano per caso. 

Al contrario, il Signore ci esorta a prendere coscienza di come stiamo vivendo, e a esaminarci continuamente alla luce delle Scritture, affinché non siamo sballottati da ogni nuova corrente di idee, né diventiamo succubi delle nostre concupiscenze, né ingannati dall’astuzia del diavolo e del mondo, che cercano di allontanarci da ciò che Dio vuole.

L’autore umano del Salmo 101 è re Davide, un uomo che non sempre riuscì a mantenere le proprie intenzioni. Ma poiché le sue parole sono anche ispirate da Dio, i proponimenti che vi sono contenuti rimangono validi e giusti e rappresentano ciò che Dio stesso si aspetta da coloro che lo amano.

Salmo 101
Propositi di un re integro

  1. Salmo di Davide.
    Canterò la bontà e la giustizia; a te, o SIGNORE, salmeggerò.
  2. Avrò cura di camminare nell’integrità; quando verrai a me? Camminerò con cuore integro, dentro la mia casa.
  3. Non mi proporrò nessuna cosa malvagia; detesto il comportamento dei perversi; non mi lascerò contagiare.
  4. Allontanerò da me il cuore perverso; il malvagio non voglio conoscerlo.
  5. Sterminerò chi sparla del suo prossimo in segreto; chi ha l’occhio altero e il cuore superbo non lo sopporterò.
  6. Avrò gli occhi sui fedeli del paese per tenerli vicini a me; chi cammina per una via irreprensibile sarà mio servitore.
  7. Chi agisce con inganno non abiterà nella mia casa; chi dice menzogne non potrà restare davanti ai miei occhi.
  8. Ogni mattina sterminerò tutti gli empi del paese per estirpare dalla città del SIGNORE tutti i malfattori.

1. Riconoscerò la gloria di Dio

Canterò la bontà e la giustizia; a te, o SIGNORE, salmeggerò.

Non si può certo dire che questo sia tra i propositi più gettonati all’inizio di un nuovo anno. La maggior parte delle persone punta a migliorare sé stessa, a raggiungere nuovi traguardi o a ottenere approvazione. Tuttavia, la Bibbia afferma (Romani, capitolo uno) che l’umanità, pur conoscendo Dio, non l’ha onorato né ringraziato; al contrario, si è sostituita a lui: l’uomo vive per la propria gloria, si autocelebra e pretende che gli altri riconoscano i suoi meriti.

Davide, invece, era determinato a proclamare il suo Dio: Yahweh. Non un generico “essere superiore”, vago e indeterminato, ma l’unico vero Dio, colui che si è rivelato al popolo d’Israele come l’IO SONO. E Davide era ben consapevole dei motivi per cui desiderava lodare Yahweh: la sua bontà e la sua giustizia.

La parola ebraica “chesed” — tradotta spesso come “bontà”, “amore fedele” o “benevolenza” — ricorre circa 250 volte nell’Antico Testamento ed esprime un concetto molto ampio. Indica l’amore di Dio fondato su un patto, un amore stabile, affidabile, eterno, che non cambia mai, neanche nelle difficoltà o per le infedeltà dell’uomo. È un amore attivo, concreto, pieno di grazia e misericordia, che definisce il rapporto tra il Creatore e l’uomo, la sua creatura. È una caratteristica essenziale di Yahweh, “il Dio lento all’ira e ricco in bontà.”

L’apice di questo chesed pianificato da Dio stesso si è manifestato nell’incarnazione del suo Figlio, Gesù Cristo, e nella sua morte redentrice per coloro che avrebbero creduto in lui.

Chiunque abbia conosciuto e sperimentato questo amore non può che prenderne atto con risolutezza: lodare Dio non è un’opzione, ma una risposta naturale e necessaria. Lodarlo diventa un proposito di vita e un impegno quotidiano che orienta il cuore e la condotta.

Il profeta Isaia riassume magnificamente la ricchezza del chesed di Dio quando dichiara: “Io voglio ricordare le bontà [chesed] del SIGNORE [YHWH], le lodi del SIGNORE, considerando tutto quello che il SIGNORE ci ha elargito; ricorderò il gran bene che ha fatto alla casa d’Israele, secondo la sua misericordia e secondo l’abbondanza della sua bontà [chesed]” (63:7).

Il carattere di Dio è la chiave per comprendere tutte le sue opere. Ed è proprio per questo che Davide non proclamava solo la bontà di Yahweh, ma anche la sua giustizia. La Parola di Dio è giusta, vera, stabile; e nella sua sovranità egli governa ogni cosa con giustizia perfetta. Davide si fidava pienamente del suo Dio, e da questa fiducia scaturiva spontaneamente la sua lode. 

A volte fatichiamo ad accettare la verità che tutto ciò che Dio permette nella vita del credente è espressione del suo amore fedele e della sua giustizia. Anche ciò che ci è sgradito, ciò che sgretola le nostre certezze o mette alla prova la nostra pazienza, è utile per la nostra crescita spirituale. Ogni circostanza, anche la più difficile, serve a santificarci, a purificarci, a renderci testimoni più fedeli del meraviglioso e totalmente immeritato rapporto che abbiamo con Dio.

Le situazioni che ti irritano, che sembrano rubarti la gioia o spegnere la tua voglia di lodare Yahweh, non sono incidenti di percorso. Sono strumenti divini per affinarti. Sono opportunità per imparare a lodare Dio non solo quando è facile, ma in modo migliore e con maggiore determinazione. Tuttavia, per farlo, occorre essere risoluti proprio come Davide nel ringraziarlo in ogni cosa.

Chi riconosce veramente chi è Dio, e comprende il suo carattere, non può che imitare il secondo proponimento del re Davide.

2. Camminerò nell’integrità

Avrò cura di camminare nell’integrità; quando verrai a me?
Camminerò con cuore integro, dentro la mia casa.

Il salmista è determinato a vivere la sua vita con attenzione, riflettendo su ogni sua decisione. Sa che le sue azioni devono nascere da un cuore allineato al desiderio di piacere a Dio. Dalle Scritture sappiamo che Davide non fu perfetto: peccò, anche gravemente, e proprio la sua casa subì le conseguenze delle sue cadute. Come lui, nemmeno noi siamo perfetti. Tuttavia, l’integrità rimane un proposito necessario per ogni credente. 

Dobbiamo vigilare sul nostro cuore, perché, come ricorda Geremia, “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?” (Geremia 17:9). 

Il salmista chiede aiuto a Dio, come dobbiamo fare anche noi. Gesù ha detto: “Senza di me non potete fare nulla.” 

Camminare nell’integrità richiede dipendenza costante dal Signore, confessione sincera del peccato e una forte determinazione. Ed è proprio questa fermezza che prepara al terzo proponimento.

3. rifiuterò compromessi

Non mi proporrò nessuna cosa malvagia; detesto il comportamento dei perversi; non mi lascerò contagiare.

Davide afferma la volontà di non indugiare su nulla di malvagio: non vuole che i suoi occhi, la sua curiosità o i suoi pensieri trovino spazio per il peccato. E la Bibbia conferma che la tentazione nasce dalla nostra concupiscenza e non viene da Dio.

“Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio», perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno; invece, ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce. Poi la concupiscenza, quando ha concepito, partorisce il peccato, e il peccato, quando è compiuto, produce la morte” (Giacomo 1:13-15).

Il salmista riconosce di essere influenzabile, e per questo rifiuta la compagnia di chi si allontana dalla via giusta. Paolo avverte: “Non v’ingannate: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi»” (1 Corinzi 15:33). Spesso siamo ingenui nel valutare quanto gli altri possano condizionarci.

L’influenza degli empi può essere molto pericolosa. Per questo il Salmo 1:1 ci mette in guardia: “Beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, che non si ferma nella via dei peccatori, né si siede in compagnia degli schernitori.” 

L’allontanamento da Dio inizia con il prestare orecchio ai consigli sbagliati, prosegue con un modo di pensare distorto e culmina con azioni errate.

Viviamo in un mondo malvagio. Non possiamo permetterci di fare compromessi. E proprio per questo il prossimo proponimento è indispensabile.

4. Manterrò un cuore puro 

Allontanerò da me il cuore perverso; il malvagio non voglio conoscerlo.

In altre parole: farò tutto il possibile per proteggere il mio cuore, la mia vita, i miei affetti. 

Il cuore segue ciò che considera prezioso; e per questo Salomone ammonisce: “Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita” (Proverbi 4:23). E Davide stesso, in un altro salmo prega: “O Dio, crea in me un cuore puro e rinnova dentro di me uno spirito ben saldo” (Salmo 51:10).

Davide è risoluto nel difendere il proprio cuore dall’influenza di chi è ribelle a Dio. La Scrittura è chiara: chi non riconosce Dio come suo Signore è in aperta ribellione contro di lui. 

Il proposito di Davide è fondamentale: sceglie di cambiare direzione!

Il nostro cuore è incline agli idoli. E quando essi prendono il sopravvento generano ansia e ci distolgono dalle priorità che Dio ha stabilito per noi. E persino Davide — uomo secondo il cuore di Dio — cadde quando non vigilò su di esso.

Per questo dobbiamo essere risoluti. Proteggere il nostro cuore richiede una costante determinazione, ed è ciò che Davide esprime nei propositi che seguono nei confronti di persone a cui permettiamo di influenzarci.

5. Non tollererò i calunniatori

Sterminerò chi sparla del suo prossimo in segreto;

Sono parole dure, ma il principio è fondamentale. Davide si rifiuta di dare ascolto a chi sparla, cosa che invece noi spesso tolleriamo con leggerezza. Eppure, Dio prende molto sul serio l’uso della lingua: “Io vi dico che di ogni parola oziosa che avranno detta, gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato, e in base alle tue parole sarai condannato” (Matteo 12:36–37). Anche Salomone ammonisce che spargere calunnie è da stolti (Proverbi 10:18–19).

“Sparlare” (v. 5a) potrebbe essere tradotto con “chi muove la lingua di nascosto.” L’idea del “parlare di nascosto” indica non solo la falsità, ma anche il riferire fatti non necessari, alimentando curiosità e maldicenza. 

Il problema è che siamo curiosi, ci piace conoscere situazioni che non avremmo bisogno di sapere. Quante volte frasi come “Che rimanga fra me e te…” aprono la porta a discorsi che non faremmo mai davanti all’interessato. Altre volte giustifichiamo la nostra maldicenza verso chi ce l’ha con noi pensando che sia un modo lecito per difenderci. Invece in questo modo pecchiamo anche noi.

Davide è risoluto nel non ascoltare questo tipo di persone. Pietro ci ricorda l’esempio di Gesù che, oltraggiato, non reagì insultando ma si affidò al Padre che avrebbe gestito la situazione nel modo migliore (1 Pietro 2). Anche noi dobbiamo fare attenzione a non fare male a nessuno con le nostre parole, vere o false che siano.

“Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca, ma, se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela, affinché conferisca grazia a chi l’ascolta. Non rattristate lo Spirito Santo di Dio con il quale siete stati suggellati per il giorno della redenzione.
“Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e parola offensiva con ogni sorta di cattiveria! Siate invece benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo” (Efesini 4:29-32).

Davide non permetteva che persone arrabbiate e amare lo influenzassero. Questa decisione è salutare anche per noi. Chi sparla degli altri davanti a noi, presto o tardi parlerà nello stesso modo anche di noi.

6. Non tollererò gli arroganti

chi ha l’occhio altero e il cuore superbo non lo sopporterò.

Davide decide di non lasciarsi influenzare dagli arroganti, persone che si sentono superiori, rivendicano diritti e trattano male gli altri. La Scrittura afferma chiaramente che Dio odia l’orgoglio, “resiste ai superbi” (Giacomo 4:6), e che cerca invece discepoli pronti a lavare i piedi degli altri discepoli.

Gli arroganti non portano pace, ma divisione. 

Sono persone insoddisfatte; ritengono di essere state trattate ingiustamente e pensano, a torto o a ragione, che gli altri non riconoscano le loro capacità e il loro valore. Per questo finiscono per trattare male chi le circonda.

Davide fa bene a tenerle lontane, e anche noi dobbiamo essere risoluti scegliendo relazioni che favoriscano l’umiltà e non la contesa. Le scelte drastiche sono spesso necessarie per chi vuole vivere come un vero discepolo di Cristo.

7. Spenderò tempo con i fedeli

Avrò gli occhi sui fedeli del paese per tenerli vicini a me; chi cammina per una via irreprensibile sarà mio servitore.

Davide sceglie consapevolmente di circondarsi di persone fedeli a Yahweh, che condividono le sue stesse priorità. E ha ragione: “Chi va con i saggi diventa saggio, ma il compagno degli insensati diventa cattivo” (Proverbi 13:20). 

L’apostolo Paolo ripete lo stesso principio esortando i credenti a non legarsi con coloro che non appartengono al Signore: “Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi; infatti, che rapporto c’è tra la giustizia e l’iniquità?” (2 Corinzi 6:14–18).

“Fedeli” e “irreprensibili” (v. 6) descrivono persone degne di fiducia, ferme nella fede, coerenti e integre. 

Nei primi tempi la chiesa del Nuovo Testamento viveva insieme, imparando la Parola, condividendo e pregando (Atti 2). Anche noi abbiamo bisogno di stare con altri credenti, uomini e donne che abbiano gli stessi desideri e le stesse mete che abbiamo noi, che ci incoraggino e ci aiutino a crescere nella nostra conoscenza e ubbidienza al Signore.

Oggi molti limitano la comunione cristiana a poche ore settimanali, senza vera condivisione, senza vera cura gli uni per gli altri. Le priorità del mondo spesso vincono, relegando la vita di chiesa a un optional. Ma se non riteniamo importante stare con altri credenti, significa che qualcosa non va. 

Evidentemente stiamo bene nel mondo; abbiamo abbracciato le stesse mete dei non credenti; non siamo convinti che gli altri credenti siano importanti per la nostra vita spirituale; desideriamo una vita facile, senza complicazioni, e di fatto sentiamo poca o nessuna responsabilità verso gli altri membri della nostra chiesa.

E questo rende difficile anche vivere l’ultimo proponimento di Davide.

8. Non tollererò i bugiardi

Chi agisce con inganno non abiterà nella mia casa; chi dice menzogne non potrà restare davanti ai miei occhi.

Questa decisione è più difficile e più necessaria di quanto pensiamo. 

Il Salmo 119 afferma: “Odio e detesto la menzogna, ma amo la tua legge” (v. 163). Ma noi, pur sapendo che il mondo continuamente spaccia bugie come se fossero verità assolute, non lo odiamo affatto come dovremmo. Gesù ha detto che il diavolo è “il padre della menzogna” (Giovanni 8), e Paolo ricorda che ogni uomo è naturalmente attratto dal falso, ed è circondato da bugiardi e falsità.

Le menzogne confondono le nostre priorità e, senza accorgercene, iniziano a influenzare le nostre scelte. Film, programmi, notizie, ideologie: se ci fai caso vedrai quante falsità vengono presentate come normali, giuste e verità attendibili! A scuola, col pretesto della scienza, i nostri figli vengono istruiti per ore da nozioni che contraddicono la Parola di Dio. Non sorprende che molti credenti fatichino a distinguere il vero dal falso.

Paolo scrive: “Infatti la grazia di Dio, salvifica per tutti gli uomini, si è manifestata, e ci insegna a rinunciare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù” (Tito 2:11–13). 

Dio ci chiama a un cambiamento reale, a un modo di pensare trasformato. Senza scelte chiare resteremo uditori illusi, inseguendo ciò che è temporaneo invece di ciò che è eterno.

Gli atleti ottengono risultati perché prendono decisioni drastiche. Possiamo noi, discepoli di Cristo, accontentarci di meno ed essere superficiali nel piacere al nostro Padre celeste?

Gli otto proponimenti di Davide non sono semplici intenzioni spirituali: sono decisioni concrete, quotidiane, che definiscono la direzione della nostra vita. 

Davide non era un uomo perfetto, ma ciò che lo distingueva era la sua determinazione nel tornare sempre a Dio, nel rialzarsi e nel rimettere ordine nel suo cuore e nelle relazioni.

Anche noi viviamo in un mondo che ci attira in mille direzioni, che tenta di influenzarci, di indebolire la nostra integrità e di confondere le nostre priorità. Per questo abbiamo bisogno della stessa risolutezza. Non si cresce nella santità per caso: si cresce perché si decide di camminare con Dio, chiedendo il suo aiuto ogni giorno.

La grazia di Cristo non si ferma al perdono, ma agisce per formare, insegnare, correggere e rinnovare. Se rimaniamo uniti a lui, come tralci alla vite, porteremo frutto. 

Se siamo attenti a custodire il nostro cuore sceglieremo con cura le nostre compagnie e rigetteremo ciò che è falso. Solo allora la nostra vita potrà riflettere sempre più il carattere del nostro Signore. 

Che questi proponimenti diventino anche i nostri: non come un peso, ma come un atto di amore verso Colui che ci ha chiamati a camminare nella luce.

Davide Standridge

LETTURE CONSIGLIATE

31 GIORNI NEI SALMI31 GIORNI NEI SALMI 
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L’amarezza di sentirsi traditi da amici, la delusione di aver contato invano su altri per risolvere dei problemi, la preoccupazione per una malattia e il cordoglio per la perdita di un nostro caro fanno parte dell’esperienza umana. È facile sentirsi smarriti e abbandonati. Il Salmo 23 è forse uno dei passi più conosciuti delle Sacre Scritture. Le sue parole, ispirate da Dio, hanno incoraggiato milioni di persone attraverso i secoli. Qualunque sia la tua situazione, questo salmo ti farà vedere la vita da una prospettiva totalmente diversa. Ti aiuterà a riscoprire la speranza e la sicurezza e un nuovo modo di vivere.
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La VOCE dicembre 2025

Io, Nick e Gedeone

Nick Saban, ex allenatore della squadra di football americano dell’Università dell’Alabama, è riuscito a compiere un’impresa che nessun altro allenatore prima di lui aveva mai realizzato: vincere per ben sette volte il titolo di campione nazionale. Un risultato fenomenale, soprattutto se si considera che ogni anno il titolo viene conteso da ben 134 università.

Un paio d’anni fa, dopo aver annunciato il suo ritiro a fine stagione, la tifoseria è andata subito nel panico. Quest’uomo si era dimostrato così straordinario che era difficile anche solo immaginare che qualcuno potesse fare meglio di lui. Una leggenda assoluta, una carriera senza paragoni, un allenatore insostituibile — così parlavano di lui.

Ma una settimana dopo la sua ultima partita, il suo nome era già stato rimosso dalla porta del suo ufficio. E, sempre dopo una settimana, l’università aveva già trovato il suo sostituto. 

Così la vita è andata avanti, nello Stato dell’Alabama, quasi come se nulla fosse accaduto.

L’Università continua a inseguire il titolo, come sempre. Intanto, Nick Saban, pur rispettato e stimato da colleghi, giornalisti e tifosi, comincia lentamente a scivolare nell’oblio, ricordato un po’ meno ogni anno, come accade a tutte le leggende quando il tempo decide di andare avanti.

Qualche anno fa mi sono ritrovato in una situazione simile, anche se in un contesto completamente diverso.

Ero nella mia nuova casa, nel cuore di Roma. Mi ero appena trasferito dagli Stati Uniti, e ci trovavamo agli inizi del nostro servizio come missionari in Italia. Ricordo di essermi sentito indicibilmente solo, come se fossi l’unica persona al mondo.

Venivo da un ministero grande, pieno, intenso. Una chiesa di duemila persone. Le giornate erano scandite da incontri, riunioni, momenti di preghiera e condivisione. C’erano dieci pastori a tempo pieno, i miei migliori amici, con cui mi confrontavo continuamente. Più di cinquanta persone lavoravano stabilmente per la chiesa. Le attività di evangelizzazione erano costanti, e succedeva che predicavo anche quattro o cinque volte alla settimana.

Era una vita piena, dinamica, ricca di relazioni e di opportunità per servire.

E poi, all’improvviso, tutto è cambiato. Mi sono ritrovato dall’altra parte del mondo, senza amici, senza una comunità, in mezzo alla pandemia, senza sapere come — o se — Dio mi avrebbe usato negli anni a venire.

Per me, quello è stato un momento cruciale. Ed è stato proprio allora che il Signore, attraverso la lettura della sua Parola, mi ha insegnato qualcosa di essenziale.

A volte, se siamo onesti, ci sentiamo importanti, e ci piace perché è così che vogliamo essere considerati; altre volte, ci sentiamo completamente inutili.

Ma meditando sulla storia di Gedeone, nel libro dei Giudici, ho compreso una verità che il Signore ha usato in modo potente nella mia vita: Dio non ha bisogno di me

Dio non aveva bisogno di me nella mia chiesa precedente — e infatti, hanno trovato qualcuno per sostituirmi piuttosto facilmente.

E Dio non aveva bisogno di me nemmeno qui, in Italia.

E permettimi di dirti  una cosa che, anche se molto diretta, è importante da capire per ognuno di noi: Dio non ha bisogno di te.

La fine dell’anno è sempre un buon momento per fermarsi e fare un esame onesto del nostro cuore, delle nostre motivazioni e del modo in cui abbiamo servito il Signore.

E se siamo sinceri, dobbiamo ammettere che, almeno in parte, le nostre motivazioni non sono sempre state pure.

Però c’è un pericolo che chi serve nel ministero corre costantemente: l’idea, sottile ma persistente, che Dio abbia bisogno di noi.

Forse non lo diremmo mai apertamente, ma spesso lottiamo contro questo pensiero, anche senza rendercene conto.

Alcuni possono esserne più tentati di altri. Probabilmente giovani pastori come me sono particolarmente esposti al rischio di credersi di tanto in tanto indispensabili per l’opera di Dio. È un’idea assurda ma, in realtà, nessuno ne è immune. Perché ogni tanto dentro di noi, in un modo o nell’altro, a parole o con il nostro atteggiamento, finiamo per gridare: “Dio ha bisogno di me!”

Il pericolo di sopravvalutare la propria importanza non riguarda solo chi guida, ma ogni credente che serve nella chiesa. È una tentazione silenziosa, ma reale, che può insinuarsi nei cuori di tutti noi.

Gedeone e i suoi 300 un po’ particolari

Gedeone fu uno dei giudici che Dio suscitò per liberare il popolo d’Israele dalla minaccia dei Madianiti e delle popolazioni vicine.

È descritto come uomo “forte e valoroso”, ma non era certo uno coraggioso — o, se non vogliamo definirlo codardo, possiamo almeno dire che era spesso dubbioso e insicuro. Già nel momento della sua chiamata, quando l’angelo del Signore gli apparve dicendogli che Dio sarebbe stato con lui per liberare Israele, Gedeone faticò a credere.

Perplesso, chiese un segno miracoloso che confermasse le parole dell’angelo. E Dio glielo concesse: l’angelo fece scaturire fuoco da una roccia per consumare l’offerta che Gedeone aveva preparato (Giudici 6:21). Ma non bastò. Gedeone chiese ancora altri due segni (il famoso episodio del vello di lana narrato in Giudici 6:36-40) e Dio, con pazienza, glieli concesse entrambi.

Quando infine arrivò il momento della battaglia, Gedeone si presentò con 32.000 uomini. Forse non sarebbero stati nemmeno sufficienti per affrontare l’enorme esercito dei Madianiti, ma Dio gli disse che erano troppi. 

“La gente che è con te è troppo numerosa perché io dia Madian nelle sue mani; Israele potrebbe vantarsi di fronte a me, e dire: «È stata la mia mano a salvarmi». Fa’ dunque proclamare questo, in maniera che il popolo l’oda: «Chiunque ha paura e trema se ne torni indietro e si allontani dal monte di Galaad»” (Giudici 7:2,3). 

Così Gedeone diede al popolo la possibilità di tornare a casa, e 22.000 uomini se ne andarono. Ne rimasero 10.000.

Ma per Dio erano ancora troppi.

Il Signore allora gli disse: “La gente è ancora troppo numerosa; falla scendere all’acqua dove io li sceglierò per te. Quello del quale ti dirò: “Questo vada con te”, andrà con te; e quello del quale ti dirò: “Questo non vada con te”, non andrà». 
“Gedeone fece dunque scendere la gente all’acqua, e il Signore gli disse: «Tutti quelli che leccheranno l’acqua con la lingua, come la lecca il cane, li metterai da parte; così pure tutti quelli che, per bere, si metteranno in ginocchio». 
“Il numero di quelli che leccarono l’acqua, portandosela alla bocca nella mano, fu di trecento uomini; tutto il resto della gente si mise in ginocchio per bere l’acqua. Allora il Signore disse a Gedeone: «Mediante questi trecento uomini che hanno leccato l’acqua io vi libererò e metterò i Madianiti nelle tue mani. Tutto il resto della gente se ne vada, ognuno a casa sua»” (7:4-7).

Solo 300 uomini bevvero portando l’acqua alla bocca con la mano; tutti gli altri si inginocchiarono. Alla fine, Gedeone rimase con questi appena 300 uomini — e, a quanto pare, anche un po’ particolari.

Ma la ragione era chiara: “Avete troppi uomini... altrimenti Israele si vanterà con me dicendo: «La mia forza mi ha salvato»” (Giudici 7:2, parafrasi mia).

Dio voleva che Gedeone, Israele, Madian e tutto il mondo comprendessero una verità profonda: Dio non ha bisogno degli uomini per compiere la sua missione.

E forse dovremmo ricordarcelo anche noi.

Troppo spesso agiamo contando solo sulle nostre forze, convinti di poter risolvere da soli i problemi che ci troviamo davanti. Raramente ci fermiamo davvero a consultare il Signore, a chiedere il suo aiuto e la sua guida.

Eppure, la storia di Gedeone ci ricorda che non basta semplicemente “consultarlo”. Dio non ci chiede di tenerlo informato dei nostri piani — ci chiede di affidarci completamente a lui. Egli è l’unico Sovrano, colui che tiene nelle sue mani il destino di tutte le cose.

Quella stessa notte il Signore disse a Gedeone di piombare sull’accampamento, perché l’aveva messo nelle sue mani. Sapeva però che Gedeone aveva paura di farlo e perciò gli disse di andare di soppiatto a origliare quello che i suoi nemici si stavano raccontando nelle loro tende, un sogno premonitore della sconfitta che avrebbero sofferto perché Dio li aveva dati nelle mani di Gedeone.  

Tornato all’accampamento Gedeone divise i trecento uomini in tre schiere, consegnò a tutti quanti delle trombe e delle brocche vuote con delle fiaccole nelle brocche, e disse loro di osservarlo e fare esattamente come avrebbe fatto lui.

“Gedeone e i cento uomini che erano con lui giunsero all’estremità dell’accampamento, al principio del cambio di mezzanotte, quando si era appena dato il cambio alle sentinelle. Suonarono le trombe e spezzarono le brocche che tenevano in mano. Allora le tre schiere suonarono le trombe e spezzarono le brocche; con la sinistra presero le fiaccole e con la destra le trombe per suonare, e si misero a gridare: «La spada per il Signore e per Gedeone!» Ognuno di loro rimase al suo posto, intorno all’accampamento; e tutti quelli dell’accampamento si misero a correre, a gridare, a fuggire. Mentre quelli suonavano le trecento trombe, il Signore fece rivolgere la spada di ciascuno contro il compagno per tutto l’accampamento. L’esercito madianita fuggì fino a Bet-Sitta, verso Serera, fino al limite di Abel-Meola, presso Tabbat” (Giudici 7:19-22).

Si limitarono a suonare delle trombe, rompere qualche brocca e Dio si occupò del resto.

IL DIOTREFE CHE È IN NOI

Molti uomini e donne impegnati nel ministero oggi agiscono come se Dio avesse bisogno di loro. Come Diotrefe, nella terza lettera di Giovanni, aspirano ad avere il primato tra i credenti. 

Credono, forse inconsciamente, che la chiesa non possa fare a meno della loro presenza o delle loro capacità. Alcuni, pur annegando privatamente nel peccato, continuano a predicare, spinti da questa stessa convinzione arrogante.

“Come farebbe la chiesa senza di me?” si chiedono presuntuosi.

Eppure, dimenticano che nemmeno le porte dell’inferno potranno prevalere contro di essa (Matteo 16:18).

Altri si fidano talmente della propria saggezza da non chiedere mai consiglio a nessuno, convinti che la loro opinione sia sempre la migliore. Senza accorgersene, l’arroganza prende il sopravvento, e così iniziano a pensare e ad agire contando sulla propria bravura, senza mai considerare il Signore degli eserciti.

E presto la preghiera diventa una rarità: “Perché dovrei pregare, se ho già capito tutto?”

Altri, invece, tendono a dominare sulle proprie chiese, senza lasciare spazio agli altri per servire. Forse, nel profondo, sono convinti che sia meglio fare tutto da soli, piuttosto che rischiare che qualcuno sbagliando o introducendo altre idee rovini quello che hanno costruito.

Nel frattempo, le priorità si confondono, le famiglie vengono trascurate, e colui dal quale tutto dipende — il Signore stesso — scivola lentamente in secondo piano nei loro cuori.

È così facile imboccare la strada dell’orgoglio e dell’egocentrismo spirituale. 

È così facile credere, anche solo per un momento, che Dio abbia bisogno di me. Ma niente potrebbe essere più lontano dalla verità.

Dobbiamo ricordarlo costantemente: Dio non ha bisogno di noi.

Il pericolo di credere nella propria importanza è grande. L’arroganza non solo apre la porta a molti peccati, ma ci porta anche a cercare soddisfazione non in Dio, ma nel nostro stesso servizio.

Le motivazioni del cuore si distorcono: non serviamo più per gli occhi del Signore, ma per come gli altri ci vedono.

E così, senza accorgercene, cominciamo a servire per la nostra gloria, e non per quella di Dio.

Cerchiamo l’approvazione delle persone, invece di desiderare il sorriso del nostro Salvatore.

Ma sappiamo che è vero l’esatto opposto: lo scopo della nostra vita non è glorificare noi stessi, ma glorificare il Signore.

Paolo ce lo ricorda con parole potenti: “Infatti «chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere?» «O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio?» Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen” (Romani 11:34-36).

Nessuno di noi può paragonarsi alla conoscenza e alla sapienza di Dio.

Ogni volta che confidiamo in noi stessi, rischiamo di pensare, anche solo inconsciamente, di sapere qualcosa meglio di lui, o peggio, di comportarci come se fossimo i suoi consiglieri.

Tutto ciò che esiste, il mondo e tutto ciò che contiene, è stato creato da lui e per lui, per la sua gloria.

E questo include anche te.

Tu sei stato creato da Dio, per portare gloria a lui.

Nella sua infinita misericordia, egli ti ha salvato dai tuoi peccati, ti ha adottato come suo figlio e ti ha promesso di farti gustare la gioia del suo regno per l’eternità. 

E, come se questo non bastasse, ti ha arruolato nel suo servizio: ogni giorno della tua vita diventa così un’opportunità concessa da lui per onorarlo e glorificarlo.

La fine dell’anno è un momento prezioso per fermarsi e riflettere.

È il tempo in cui possiamo guardarci indietro e valutare come abbiamo vissuto, servito e amato il Signore, cosa migliorare nella nostra vita e come diventare sempre più fedeli seguaci di Cristo.

L’anno che sta per finire può esserti sembrato lungo o breve, ma è stato pieno di momenti, decisioni e opportunità. Un anno intero in cui abbiamo potuto servire il nostro Dio. 

Ci sono state 52 domeniche in quest’anno. 365 giorni colmi di pensieri, parole, lavoro, servizio, lacrime e sorrisi. E allora vale la pena chiederci: come ho usato il mio tempo per il Signore? Quali sono state le motivazioni del mio cuore nel servirlo?

Quando rispondiamo con sincerità, non possiamo che essere colmi di gratitudine: il Signore dell’universo, colui che tiene ogni cosa nel palmo della sua mano, ha scelto di permetterci di servirlo.

Che privilegio straordinario! Sei grato per questo?

Riconoscere che Dio non ha bisogno di me è una liberazione profonda. È ciò che spezza l’orgoglio e ci restituisce l’umiltà necessaria per essere davvero usati da lui.

Credere con tutto il cuore che Dio si serve di noi, non perché ha bisogno di noi ma per grazia sua, ci libera dal peso dell’autosufficienza e ci permette di servirlo con serenità, gioia e riconoscenza.

Come accadde quando Dio insegnò a Gedeone questa preziosa lezione, egli vuole che anche tu sappia una cosa: non ha affatto bisogno di te, ma ti vuole con sé!

Perciò, non aggrapparti a ciò che hai, ma servilo con cuore libero e riconoscente, sapendo che tutto ciò che possiedi — tempo, talenti, vita — appartiene a lui.

E in questo, troverai la vera gioia del servizio cristiano.

Jordan Standridge


NOI CI CREDIAMO!

Ci sono delle promesse meravigliose nella Parola di Dio, fondamentali per noi, ma alle quali forse non pensiamo abbastanza. Riguardano il nostro mandato di essere testimoni di Cristo. Senza la certezza di queste promesse, ogni impegno nell’evangelizzazione sarebbe vano.

“Getta il tuo pane sulle acque, perché dopo molto tempo lo ritroverai” (Ecclesiaste 11:1).
Il Signore promette di ricompensare i nostri sforzi nel diffondere la sua Parola.

“Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l'ho mandata” (Isaia 55:10,11).
La Parola di Dio realizzerà pienamente il proposito dell’Eterno.

“Infatti, la Parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto” (Ebrei 4:12,13).
La Parola di Dio è potente nel trasformare uomini e donne di ogni età. Ma perché tutto questo accada, è necessario conoscerla, amarla, studiarla e applicarla alla propria vita.

Da quasi 70 anni La Voce del Vangelo propone articoli saldamente radicati nelle Scritture, per spiegare verità eterne e il pensiero di Dio in un linguaggio semplice e comprensibile a tutti. È il principio seguito da sempre — prima da Guglielmo e Maria Teresa, e oggi da Davide e Jordan — nello scrivere gli articoli, perché solo la verità, letta, compresa e assimilata, produce un vero cambiamento duraturo per opera dello Spirito Santo.

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—Davide Standridge

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SERVIRE CON GIOIA

A CHE SERVO SE NON SERVO?A CHE SERVO, SE NON SERVO? 
Donne sulle orme del Maestro

di M.T. Standridge 
Pagine 120 
Euro 10,50 + spese postali

Siamo salvati non per godere una vita di agi e di privilegi, ma per servire Dio e vivere per lui. Esattamente come aveva detto Gesù: “Sono venuto non per essere servito, ma per servire e per dare la mia vita come prezzo di riscatto per molti.”
Servire il Signore e aspettare il suo ritorno, vivendo ogni giorno come se fosse l’ultimo della propria vita. Un credente che non vive così, servendo Dio, a che serve? A nulla. Questo libro spiega perché.
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L'ESEMPIO DEL SERVITORE PERFETTOL’ESEMPIO DEL SERVITORE PERFETTO
di M.T. Standridge 
Pagine 72 
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Dodici lezioni per studiare il Vangelo di Luca. Le domande e alcune semplici ricerche, aiutano a studiare il contenuto di questo Vangelo, confrontandolo con gli altri Vangeli. Gesù è descritto come uomo perfetto e perfetto Salvatore, tenero coi peccatori, inflessibile verso gli ipocriti.
Particolarmente belle e toccanti le parabole del capitolo 15.
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