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La VOCE giugno 2026

Dobbiamo parlare di un problema nelle nostre chiese! 

Ma mettiamo subito una cosa in chiaro: in questo articolo, così come nella Bibbia, il termine chiesa si riferisce esclusivamente ai seguaci di Cristo che si riuniscono per adorare Dio. Ogni vero cristiano ne è parte attiva e integrante. Non stiamo quindi parlando di coloro che si rivestono del nome “cristiano” senza sapere cosa significhi davvero.

Un vero cristiano è un discepolo di Gesù che, credendo alle sue parole e all’opera salvifica del Signore, è diventato un figlio di Dio. In lui è in corso una trasformazione profonda, operata dallo Spirito Santo.

Questa distinzione incontra spesso delle resistenze. Finché la fede viene descritta come un rapporto personale tra l’individuo e Dio, tutto sembra andare bene. Ma quando si comincia a parlare della chiesa nel suo significato biblico e del suo ruolo nel piano di Cristo, allora emergono scuse, e le ragioni più disparate diventano un pretesto per mettere da parte questo aspetto della vita del discepolo.

Ma reagire con stizza o insofferenza mette in evidenza un grande problema nella vita di molti discepoli, un problema che produce conseguenze pesanti nel rapporto con Dio e con i fratelli.

C’è una qualità che il Signore ama particolarmente e ricerca nella vita del discepolo, ma che nessuno può produrre da sé. Dio stesso deve generarla e, allo stesso tempo, il credente deve coltivarla, perché senza di essa non può esistere un cammino di fede che piaccia al Signore.

Stiamo parlando dell’umiltà, una qualità preziosa agli occhi di Dio e davanti alla quale tutti, inevitabilmente, ci sentiamo mancanti. Del resto, affermare di essere umili probabilmente dimostrerebbe il contrario. Eppure, Dio si aspetta che l’umiltà caratterizzi la nostra ubbidienza di fede.

Michea, il profeta, dichiara: “O uomo, egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il SIGNORE, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio?” (Michea 6:8).

Il salmista Davide scrive: “Il SIGNORE è buono e giusto; perciò insegnerà la via ai peccatori. Guiderà gli umili nella giustizia, insegnerà agli umili la sua via. Tutti i sentieri del SIGNORE sono bontà e verità per quelli che osservano il suo patto e le sue testimonianze” (Salmo 25:8-10).

Dio desidera che camminiamo umilmente davanti a lui, perché solo chi è umile si lascia istruire e guidare da lui. Senza umiltà è impossibile essere veri discepoli.

Ma cosa significa camminare in umiltà davanti a Dio? Che cosa dovremmo ricercare e desiderare nella nostra vita di discepoli che amano il Signore?

Le parole del Signore, pronunciate per bocca del profeta Isaia, ci aiutano a comprenderlo meglio: “Ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui che è umile, che ha lo spirito afflitto e trema alla mia parola” (Isaia 66:2).

Pensare che la ripetuta mancanza di umiltà fosse un problema solo del popolo d’Israele sotto il Vecchio Patto sarebbe falso e da miopi. Il Nuovo Testamento è pieno di esortazioni che evidenziano la necessità, per ciascuno di noi, di valutare attentamente il proprio comportamento. Non farlo danneggia il nostro rapporto con Dio, e anche quello con i fratelli nella chiesa che Cristo sta edificando.

Pietro scrive: “E tutti rivestitevi di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché egli vi innalzi a suo tempo, gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” (1 Pietro 5:5-7).

Il comando è chiaro. È rivolto a tutti, nessuno escluso, e riguarda sia la nostra relazione con Dio sia quella con gli altri credenti. Richiede inoltre un’azione precisa da parte del discepolo.

Ha un peso particolare il fatto che a scrivere queste parole sia proprio Pietro, che nelle sue interazioni con Gesù aveva dimostrato ripetutamente una palese mancanza di umiltà.

Spesso aveva agito con arroganza. Era irruento e impulsivo, come quando aveva chiesto a Gesù di poter camminare anche lui sulle acque… finché non era miseramente sprofondato, dimostrando la debolezza della sua fede.

In un’altra occasione, Gesù aveva rivelato ai discepoli che avrebbe dovuto essere ucciso sulla croce, ma Pietro si era opposto, ricevendo una dura riprensione dal Maestro.

Più tardi, quando Gesù lo aveva avvertito che di lì a poco lo avrebbe rinnegato, Pietro non solo aveva ignorato le parole del Signore, ma si era persino considerato migliore degli altri discepoli: sarebbe rimasto accanto a Gesù anche da solo, pronto a morire con lui. Eppure, nel Getsemani, quando il Signore gli aveva chiesto di pregare per non cadere in tentazione, Pietro si era lasciato vincere dal sonno.

Se ci sentiamo superiori o migliori di Pietro, ci stiamo già incamminando sulla strada dell’arroganza. Come lui, anche noi spesso fatichiamo ad accettare e mettere in pratica le parole di Gesù. Il nostro cammino di umiltà comincia proprio facendo attenzione a non cadere negli stessi errori di Pietro.

Nella sua prima lettera, Pietro, ormai avanti negli anni e profondamente trasformato da Dio, dalle sue esperienze con Gesù ma anche dai propri fallimenti, dà un imperativo importante: rivestitevi! L’idea è quella di indossare il grembiule da servo.  L’uso di questo termine non è casuale, ed è probabile che Pietro avesse in mente un episodio preciso vissuto con Gesù. È raccontato nel capitolo 13 del Vangelo di Giovanni.

Il passo si apre con due affermazioni fondamentali sul Signore Gesù. La prima è che aveva amato profondamente i suoi durante tutto il cammino fatto insieme e che li amò fino alla fine. La seconda è che sapeva perfettamente chi fosse, da dove era venuto e dove stava per tornare. Era Dio sulla terra, umiliato e maltrattato dagli uomini, e osservava l’arroganza della gente e la superbia dei discepoli mentre camminavano con lui.

Giovanni racconta che quella sera Gesù, deposte le sue vesti, prese un grembiule, se lo cinse e si mise a lavare i piedi di tutti i discepoli, persino di Giuda, che proprio quella notte lo avrebbe tradito.

Il gesto del Signore fu qualcosa che nessuno dei presenti aveva fatto né si sarebbe mai sognato di fare: non spettavano mica a loro i compiti da schiavi! 

Ma non spettavano neppure a Gesù, e Pietro lo sapeva bene. Infatti, rifiutò che il Signore gli lavasse i piedi, cedendo solo dopo l’insistenza del Maestro, che gli disse: “Tu non sai ora quello che io faccio, ma lo capirai dopo.”

Quando ebbe finito, Gesù si rivestì e chiese a tutti: “Capite quello che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Infatti, vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io” (vv. 12-15).

Forse non compresero subito il significato del gesto di Gesù, ma quel “dopo” era certamente arrivato per Pietro quando scrisse la sua epistola. Ed è una lezione che tutti noi dobbiamo fare nostra, una lezione che riecheggia cristallina nelle parole: “Tutti rivestitevi di umiltà gli uni verso gli altri.”

Ma è anche un comando che ci lascia un po’ con la coda tra le gambe quando comprendiamo davvero quanto sia importante e necessario metterlo in pratica. Pietro stesso ci aiuta a capire il perché, spiegando che “Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili.”

Che affermazione seria che YHWH, il Dio senza rivali, il Sovrano sopra tutto e tutti, resiste ai superbi!

La parola greca originale porta con sé l’idea del fare guerra. Il Signore degli eserciti combatte contro chi non è umile davanti a lui. Resiste ai superbi, cioè a coloro che, con pensieri, atteggiamenti e azioni, si oppongono a Dio.

Lo facciamo ogni volta che, invece di fidarci di Dio, pensiamo di sapere cosa sia meglio per noi; quando ci lamentiamo della situazione in cui ci troviamo; quando ci crediamo migliori degli altri o riteniamo di meritare qualcosa di più o differente da ciò che abbiamo ricevuto.

Se siamo sinceri, dobbiamo ammettere che sono pensieri e atteggiamenti con cui combattiamo ogni giorno. La cosa grave è che, ogni volta che gli permettiamo di dominarci, finiscono inevitabilmente per trasformarsi in azioni che ci mettono nella posizione di opporci a Dio. E pensiamoci bene: se Dio combatte contro di noi, chi potrà mai uscirne vincitore?

A questo punto è giusto fermarsi e porsi alcune domande:

- Cosa significa combattere contro Dio?
- Cosa significa essere umili davanti a lui?
- Quando dimostro di non esserlo?
- Che cosa si aspetta Dio da me?

Secondo una mentalità molto diffusa, non bisogna mai mostrarsi umili. “Se sono umile sarò trattato male, non otterrò ciò che mi spetta, i miei diritti saranno calpestati, i miei bisogni ignorati e difficilmente sarò riconosciuto per ciò che valgo davvero.”

“Essere umile mette a repentaglio quello che desidero di più. Produce solo tristezza e frustrazione, e la vita diventa difficile perché devo lottare per ogni cosa!”

Ma queste sono chiaramente paure alimentate ed esacerbate da ciò che umanamente desideriamo.

Giovanni infatti ci ricorda che “tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo” (1 Giovanni 2:16). È peccato e offende Dio.

Gesù, al contrario, offre una vita libera da angosce del genere: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo per le anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero” (Matteo 11:28-30).

 Perciò la realtà è che proprio la mancanza di umiltà, non solo mi intrappola in una vita di lotta contro tutti e tutto, ma mi mette anche in conflitto con Dio, perché ricercare la soddisfazione della mia natura peccaminosa significa, di fatto, iniziare una guerra che non vincerò mai.

L’unico rimedio è dare retta a Gesù: il riposo e una vita libera da pesi deleteri si trovano in un cammino fatto di mansuetudine e umiltà che impariamo da lui.

Torniamo ora al versetto già citato di Isaia ed esaminiamolo meglio, perché esprime tre verità fondamentali per il nostro cammino di umiltà davanti a Dio.

“Tutte queste cose [il cielo e la terra menzionati nel v. 1] le ha fatte la mia mano e così sono tutte venute all’esistenza», dice il SIGNORE. «Ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui che è umile, che ha lo spirito afflitto e trema alla mia parola” (Isaia 66:2).

La prima verità è ovvia per chiunque creda nel Dio della Bibbia: il SIGNORE (YHWH) è il Creatore e il Sovrano su tutto. Ma sono le implicazioni di questa affermazione a dimostrare se siamo davvero umili oppure no.

Noi oggi abbiamo lo stesso problema del popolo d’Israele, dei discepoli e dei credenti di tutte le epoche: crediamo davvero che Dio sia onnipotente, che abbia il diritto di fare tutto ciò che vuole e che sia saggio e amorevole nell’esercitare la sua sovranità?

Alcuni rispondono sostenendo che Dio eserciti una sovranità relativa, cioè che sia onnipotente ma lasci all’uomo piena libertà e che, di conseguenza, la sua sia una sovranità “vigilante.”

Dire che YHWH, l’Eterno “Io Sono”, non abbia il controllo completo è un segno di superbia. Egli è “El Shaddai”, il Dio onnipotente che governa ogni cosa (Genesi 17:1). L’uomo deve semplicemente riconoscere la propria miseria: è polvere, 

vive nonostante la malvagità che commette ed è meritevole di una condanna eterna. Deve quindi temere YHWH e sottomettersi a lui.

L’umiltà è radicata in una profonda consapevolezza che tutto ciò che Dio dice è vero, che egli stesso è la verità e che l’unica reazione giusta del discepolo è la completa sottomissione a ogni parola che Dio ha rivelato nelle Sacre Scritture.

Non stupisce che un non credente, che la Bibbia chiama stolto, affermi che YHWH non esista, che sopprima costantemente la verità con la menzogna, che Dio sia adirato contro di lui e che così, giorno dopo giorno, si stia accumulando sul capo l’ira perfetta e inevitabile di Dio (Romani 1:17 e seguenti).

Quello che invece è davvero illogico è che qualcuno che si definisce credente sia pronto a ridefinire, reinterpretare o correggere la Parola di Dio.

Facciamo attenzione! Se la nostra reazione più abituale davanti alle affermazioni, agli insegnamenti e ai comandi di Dio è: “Mah, sarà ancora vero? Sarà giusto? È mai possibile? È proprio necessario?”, allora la battaglia è bell’e cominciata! Una battaglia vera e propria scatenata dalla nostra mancanza del timore di Dio, dal desiderio di giustificarci e di trovare scappatoie. Sono segni evidenti che la superbia ha messo radici dentro di noi. Pensiamo di amare meglio di Dio, di giudicare meglio di lui, di valutare le circostanze più saggiamente di lui!

Dio invece promette di posare il suo sguardo benevolo su chi lo riconosce per quello che egli è, su chi trema all’idea di offenderlo o trasgredire i suoi comandi e si fida completamente di tutto ciò che egli ha affermato. 

Rileggiamo l’esortazione di Pietro: “Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché egli vi innalzi a suo tempo, gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi.”

Possiamo fidarci di Dio, perché conosce perfettamente le circostanze che stiamo affrontando e, al momento giusto, ci porterà al punto che ha previsto per noi.

Giacomo esprime lo stesso concetto così: “Sottomettetevi dunque a Dio, ma resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi. Avvicinatevi a Dio, ed egli si avvicinerà a voi. Pulite le vostre mani, o peccatori; e purificate i vostri cuori, o doppi d’animo! Siate afflitti, fate cordoglio e piangete! Sia il vostro riso convertito in lutto, e la vostra allegria in tristezza! Umiliatevi davanti al Signore, ed egli v’innalzerà” (Giacomo 4:7-10).

Il cammino di umiltà inizia quando ci avviciniamo al Signore. Prosegue nella consapevolezza della nostra peccaminosità e della continua battaglia tra la carne e lo spirito, pronti sempre a riconoscere quando pecchiamo e a pentirci con un confronto reale e onesto con Dio e non con gli altri. Così possiamo essere sicuri che lui ci innalzerà come e quando vorrà.

Il nostro non è un sentiero da eremiti, perché è arricchito dalla compagnia di ogni fratello e sorella nella fede. Per questo Paolo dice ai Filippesi: “rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a sé stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Filippesi 2:2-4).

Fidarci di Dio anche nelle nostre relazioni è d’obbligo quando sorgono problemi con altri discepoli. L’unità nella chiesa visibile è protetta quando i credenti camminano in umiltà. La vita comunitaria è infatti un grande termometro della nostra umiltà individuale e un chiaro indice della nostra fiducia in Dio.

Ma c’è anche un altro segnale da tenere d’occhio: una vita fatta di preoccupazioni, lamentele e ansia è un sintomo di superbia e mancanza di umiltà.

Nel Sermone sul Monte Gesù ha avvertito che vivere nell’ansia per la salute, il cibo, i vestiti e le cose materiali è tipico dei pagani che non conoscono il Padre celeste. Nessuna preoccupazione può aggiungere un solo giorno alla nostra vita.

I discepoli umili si affidano a Dio e vivono mansueti davanti a tutti, gettando su di lui ogni ansia e preoccupazione.

Forse non ci abbiamo mai pensato, ma anche l’ansia è un segno di mancanza di fiducia nel nostro Padre celeste e ci mette in guerra contro di lui.

Se siamo facilmente presi dall’ansia, cambiamo lo sfondo del nostro smartphone, tablet o computer con le parole rassicuranti di Paolo ai Filippesi: “Il mio Dio provvederà a ogni vostro bisogno, secondo la sua gloriosa ricchezza, in Cristo Gesù” (Filippesi 4:19).

Il rischio di trovarci in battaglia contro Dio è molto più grande di quanto pensiamo. Ogni nostra insoddisfazione, lamentela, mancanza di fiducia e di sottomissione a lui è un’espressione della nostra superbia, e attacca la nostra fame per la Parola di Dio.

Pietro dice che chi abbassa la guardia e non bada al proprio cammino di umile ubbidienza si espone all’avversario, che va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare (1 Pietro 5:8).

Non permettiamo che il diavolo ci derubi della vita abbondante, gioiosa e piena di pace che Dio desidera per noi!

Non permettiamo che l’apatia, la mancanza di amore e la disunione ci impediscano di essere testimoni delle buone notizie a un mondo in guerra con Dio.

La mancanza di umiltà è un problema serio che, se non affrontato, finirà per danneggiare la nostra vita personale, il nostro servizio nella chiesa e il nostro rapporto con Dio. Il cambiamento deve cominciare da noi.

C’è una ragione se Dio ricerca con tanta insistenza l’umiltà nella vita dei suoi figli: senza umiltà non possiamo seguirlo davvero. Un cuore superbo non si lascia correggere, non si lascia guidare, non si fida completamente di Dio e finisce inevitabilmente per entrare in conflitto con lui.

Ecco perché il cammino del discepolo non è una gara per affermare sé stessi, ma una continua scuola di resa, fiducia e sottomissione al Signore. È un cammino in cui impariamo a tremare davanti alla sua Parola, a riconoscere la nostra pochezza e ad affidarci alla potente mano di Dio invece che ai nostri pensieri, ai nostri diritti o alle nostre pretese.

All’inizio abbiamo detto che l’umiltà è una qualità che nessuno può produrre da solo. Ed è vero. Ma Dio è pronto a svilupparla in chi si avvicina a lui con sincerità, disposto a riconoscere il proprio peccato e il proprio bisogno della sua grazia.

Perciò non induriamo il cuore. Non giustifichiamo la nostra superbia. Non continuiamo una guerra contro Dio che non potremo mai vincere.

Rivestiamoci invece di umiltà. Giorno dopo giorno. Nella nostra vita personale, nella chiesa, nelle relazioni, nei pensieri nascosti del cuore.

Perché Dio resiste ai superbi… ma dà grazia agli umili.

—Davide Standridge


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La VOCE maggio 2026

Nel numero di aprile abbiamo parlato dell’importanza di stare attenti al prossimo, andando incontro a chi si allontana dalla fede per aiutarlo a ristabilire il suo rapporto col Signore e con la chiesa.

Richiamando il tragico fatto di cronaca nera di una donna di New York, uccisa sotto casa davanti all’indifferenza dei vicini nonostante le sue grida d’aiuto, ho voluto denunciare la nostra apatia verso chi, nella nostra chiesa, mostri chiari segnali di allontanamento dalla fede. Come quei vicini, spesso giustifichiamo il nostro silenzio con scuse poco convincenti. In realtà, esse rivelano paura, pigrizia ed egoismo, e non sono altro che barriere che ci impediscono di prendere a cuore la salute spirituale di chi ci sta vicino.

Il triste fatto è che intorno a noi c’è gente che sta morendo spiritualmente. E noi? Restiamo semplicemente a guardare? 
Ci nascondiamo dietro dei comunissimi “Sono troppo occupato…”, “Ho paura di come reagirà…”, “Non voglio immischiarmi…”

Eppure, come abbiamo visto nell’articolo precedente, è fondamentale comprendere quanto il nostro ruolo sia vitale per la salute spirituale degli altri. Dio si aspetta che i suoi figli si proteggano gli uni gli altri, si incoraggino e, quando necessario, si confrontino a vicenda.

Questo non è un compito opzionale, bensì un mandato che Dio ha affidato a ogni credente, e deve essere adempiuto con impegno e responsabilità.

Ma facciamo un passo avanti. Chiediamoci come poter svolgere questo compito nel modo giusto, perché porti un frutto reale e duraturo.

In Galati 6, parlando della vita comunitaria dei credenti, l’apostolo Paolo ci dà un’indicazione preziosa su come intervenire quando un fratello o una sorella cade nel peccato: 

Fratelli, se uno viene sorpreso in colpa, voi, che siete spirituali, rialzatelo con spirito di mansuetudine. Bada bene a te stesso, che anche tu non sia tentato. —Galati 6:1

Da queste due frasi emergono cinque principi fondamentali per soccorrere chi è intrappolato nel peccato.

La necessità di essere una squadra

Prima di tutto, Dio vuole che siamo una squadra. Da soli non possiamo farcela.

La parola “fratelli” ci ricorda che nessun credente è un figlio unico: abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri.

Pensiamo a una gazzella nella savana: se si isola dal branco è una preda facile per i leoni. Ma anche i predatori, se non cacciano insieme al loro branco, rischiano di morire di fame. In natura la sopravvivenza dipende dal gruppo.

Lo stesso vale nella chiesa.

Pur sapendo che vivere isolati dagli altri credenti rappresenti un pericolo per la nostra salute spirituale, spesso non ne comprendiamo fino in fondo il motivo. Ma ecco la ragione: il problema è dentro di noi essendo inclini al peccato. 

Il nostro cuore è una fabbrica di idoli, capace di flirtare con la tentazione e di inventare mille giustificazioni per il male che commettiamo.

Geremia 17:9 dice senza mezzi termini che  “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?”

Per questo abbiamo un bisogno vitale della comunità e di altri credenti con cui aprirci, che ci conoscano davvero e ci aiutino a tenere gli occhi fissi su Cristo.

Pensiamo alla tragica caduta del re Davide (2 Samuele 11). Proprio quando avrebbe dovuto essere in battaglia con i suoi uomini, passeggiava invece solo soletto sul tetto del suo palazzo. Lì, nell’isolamento, vide Bat-Sceba farsi il bagno, la desiderò e cedette: prima nel cuore, poi nei fatti. Il resto della storia la conosciamo.

Il problema, però, non è solo il suo peccato finale, perché il suo scivolare fino a quel punto è iniziato molto prima.

Davide si era reso inavvicinabile. Si era isolato, e per questo è diventato vulnerabile. Ha iniziato a coltivare pensieri impuri, e quei pensieri lo hanno trascinato sempre più in basso, fino all’adulterio e, infine, all’omicidio.

A che punto qualcuno avrebbe dovuto riprenderlo e correggerlo?

Non dopo il peccato, ma nel momento in cui aveva scelto di non accompagnare i suoi soldati in battaglia. Quando aveva deciso di restare indietro, da solo. Un voluttuoso pigrone nel segreto di casa sua. Lì è iniziata la valanga. Una piccola concessione alla pigrizia ed ecco che il peccato si è insediato nel suo cuore, aprendo la porta a conseguenze devastanti. 

Se qualcuno avesse avuto accesso alla sua vita e avesse potuto parlargli con franchezza, quella storia avrebbe avuto un epilogo ben diverso.

Come mai la Bibbia non incoraggia a isolarsi? Perché abbiamo bisogno che qualcuno sappia come stiamo davvero. Ci serve una persona a cui permettere di entrare nella nostra vita, anche nelle aree più personali. E questo può accadere solo se scegliamo di vivere in mezzo agli altri.

Attenzione, però, questo non significa controllarci a vicenda né invadere gli spazi altrui. Vuol dire piuttosto che dobbiamo essere responsabili di noi stessi evitando di chiuderci.

Tu puoi, e devi, controllare te stesso. Puoi scegliere di vivere relazioni vere.

Chi cade nel peccato è come un topo in trappola: ha visto l’esca, ha allungato la mano… e la molla è scattata. Se nessuno si accorge della sua condizione, rischia di restare intrappolato, e solo, in quella morsa mortale.

E uscire da quella situazione non è facile. La vergogna spinge a nascondersi proprio quando c’è più bisogno di aiuto.

Per questo Giacomo 5:16 ci esorta: “Confessate dunque i vostri peccati gli uni agli altri, pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti; la preghiera del giusto ha una grande efficacia.”

Eppure, spesso facciamo l’opposto. Difendiamo la nostra privacy con ferocia, ci barrichiamo in una cerchia ristretta di persone che approvano tutto ciò che facciamo, e agli altri mostriamo solo la versione migliore di noi stessi.

Non sto dicendo che dovremmo scendere in strada con il cartello dei nostri peccati appeso al collo. Piuttosto si tratta di riconoscere quanto sia reale e grande il nostro bisogno d’aiuto nella lotta contro le tentazioni.

Infatti, qualcosa non va quando una persona può frequentare la chiesa, sedersi settimana dopo settimana, aspettarsi di essere amata e servita senza mai togliere la maschera.

Forse anche tu ne indossi una?

Forse ti sei convinto di poter vivere come un “lupo solitario”. Ma anche un lupo, quando è solo e separato dal branco, è in pericolo.

Pensare di essere autosufficienti è rischioso. Fidarsi solo di se stessi è pericoloso. Da soli, siamo più deboli di quanto immaginiamo.

La necessità dello Spirito

Paolo prosegue dicendo: “voi, che siete spirituali, rialzatelo.”

Chi deve soccorrere il credente che viene sorpreso in colpa?

“Voi che siete spirituali” sono coloro che hanno lo Spirito Santo. Infatti, la compassione è un frutto dello Spirito ed è ciò che orienta il nostro cuore e garantisce che interveniamo con le giuste motivazioni.

Quando vediamo qualcuno peccare, in realtà abbiamo quattro possibilità. 

Girare la testa dall’altra parte e far finta di niente.

Parlarne con altri mascherando un pettegolezzo da “richiesta di preghiera.”

Scaricare la responsabilità sul pastore, sugli anziani o su qualche credente “super spirituale.”

Oppure — ed è l’unica scelta giusta — andare direttamente da quel fratello con il desiderio sincero di aiutarlo a ristabilire il suo rapporto con Dio e con la chiesa.

Questa quarta opzione non è riservata a pochi specialisti. È invece la responsabilità di ogni credente nato di nuovo.

Se pensi che aiutare un fratello che sta vacillando nella fede non sia affar tuo perché “non sei abbastanza spirituale”, in realtà stai affermando di non avere lo Spirito Santo. E questo sarebbe un problema ben più grande.

Ma se sei stato rigenerato, Dio ti chiama a prenderti cura degli altri nel loro combattimento contro il peccato.

Certo, questo compito non può essere svolto senza essere ripieni dello Spirito. E spesso c’è confusione su cosa significhi davvero. Mi spiego.

Nella Bibbia la pienezza dello Spirito non è descritta come qualcosa di mistico o indefinibile. Gesù, parlando ai discepoli dello Spirito lo chiama “lo Spirito della verità” (Giovanni 14:17; 15:26; 16:13). 

E in Giovanni 17:17 prega il Padre: “Santificali nella verità: la tua parola è verità.” Le Scritture, quindi, sono verità e lo Spirito Santo è lo Spirito della verità. 

Paolo conferma lo stesso principio: le Scritture rendono il credente completo e ben preparato per ogni opera buona (2 Timoteo 3:16), e la parola di Dio è la “spada dello Spirito” (Efesini 6:17).

Essere ripieni dello Spirito significa, quindi, vivere in piena dipendenza da Dio, lasciando che la sua Parola saturi la nostra mente e la governi. 

Ed è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. Quando ci avviciniamo a un fratello sorpreso in colpa, non ci possiamo permettere di parlare sulla base delle nostre opinioni o di semplici consigli umani. Non bastano né la psicologia né il buon senso.

Serve la Parola di Dio.

Solamente la Parola è vivente ed efficace, capace di penetrare in profondità, fino a distinguere ciò che è autentico da ciò che è ingannevole, dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla, e giudicare i sentimenti e i pensieri del cuore (Ebrei 4:12).

Se vogliamo davvero rialzare qualcuno, dobbiamo farlo con lo strumento giusto.

E lo strumento giusto non siamo noi, ma la Parola guidata dallo Spirito.

La necessità dell’atteggiamento giusto

Far notare a qualcuno i suoi difetti non è mai semplice. Lo è ancora meno quando si tratta di affrontare il peccato. Il rischio che il confronto degeneri è altissimo. Per questo è fondamentale farlo con lo spirito giusto.

Paolo, in Galati 6:1, parla a “voi che siete spirituali.” Quest’espressione non è una scelta casuale. Poco prima, infatti, in Galati 5:22, ha spiegato che l’effetto dello Spirito Santo nella vita del credente è “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo…”

Chi è guidato dallo Spirito si riconosce dal modo in cui tratta gli altri, soprattutto quando deve affrontare il loro peccato.

Purtroppo, anche tra credenti, non è raro vedere l’opposto: mancanza di tatto, durezza, parole taglienti. Ma è altrettanto diffusa l’idea che riprendere qualcuno sia sempre sbagliato, quasi un atto di maleducazione o di mancanza d’amore. E così si preferisce tacere, citando a sproposito: “Non giudicate…”

Ma, davanti al peccato e alle sue conseguenze eterne, vale proprio il contrario. Infatti, tacere può essere una forma di odio. Dire la verità, invece, è un atto d’amore. La differenza sta nel modo.

Paolo è chiaro quando dice: “rialzatelo con spirito di mansuetudine.” 

Non basta intervenire, bisogna farlo nel modo giusto.

La mansuetudine non è debolezza. È forza sotto controllo.

È gentilezza senza compromessi.

È dire tutta la verità, ma con il cuore giusto.

Ma ecco un autotest per capire il nostro atteggiamento: Come reagisco quando qualcuno sbaglia contro di me?

Se partiamo all’attacco — “Fai sempre così! Sei egoista!” — dimostriamo che il problema principale non è il suo peccato ma il fastidio che ci provoca.

La Scrittura dice chiaramente che “l’ira dell’uomo non compie la giustizia di Dio” (Giacomo 1:20). La rabbia non guarisce, al massimo zittisce, spingendo l’altro sulla difensiva e producendo, nel migliore dei casi, un cambiamento superficiale.

È come quando si urla a un figlio: forse smetterà di fare la cosa sbagliata ma lo farà per una malsana paura di te, non per convinzione.

Ricordiamo la verità fondamentale che è lo Spirito Santo che trasforma le persone, non noi. Se interveniamo con irritazione o esasperazione, il massimo che otterremo sarà un pentimento apparente.

Comprendere questo ci libera da un peso inutile: non siamo chiamati a cambiare gli altri, ma ad aiutarli. Il nostro compito è offrire verità con gentilezza, cercando sinceramente il bene dell’altro davanti a Dio.

La necessità di badare a sé stessi

Paolo aggiunge un avvertimento essenziale: “Bada bene a te stesso, che anche tu non sia tentato.”

È solo per grazia di Dio se oggi non siamo travolti da peccati che avrebbero rovinato la nostra famiglia, distruggendo la nostra vita, e destinandoci eternamente all’inferno. È la misericordia di Dio che ci sostiene e ci preserva.

Ammettere la nostra vulnerabilità davanti alle tentazioni richiede vera umiltà.

Dovremmo tatuare le parole di Paolo se non proprio sulle nostre fronti almeno sui nostri cuori per non dimenticarle!

Ci indigniamo per i peccati degli altri, mentre minimizziamo i nostri. Siamo duri con loro e indulgenti con noi stessi. Ci sentiamo migliori, dimenticando che senza l’opera di Dio nel nostro cuore saremmo esattamente allo stesso punto o peggio.

Non c’è posto per l’orgoglio nella vita cristiana. Mentre giudichiamo gli altri, la Parola di Dio ci mette davanti a uno specchio: “Tu che giudichi, fai le stesse cose” (cfr. Romani 2:1).

Anche le parole di Gesù sul “non giudicare” (Matteo 7:1-5, un passo spesso citato male) non minimizzano il peccato, ma smascherano l’ipocrisia. Non possiamo fare la morale all’altro per una pagliuzza nel suo occhio quando noi stessi siamo accecati da una trave a cui non intendiamo a rinunciare.

Gesù non stava dicendo di ignorare il peccato, ma di iniziare da noi stessi.

Paolo arrivò a definirsi “il primo dei peccatori” (1 Timoteo 1:15), non perché fosse oggettivamente il peggiore, ma perché conosceva il proprio cuore ed era continuamente stupito dalla grazia di Dio.

Anche noi dovremmo avere la stessa consapevolezza dato che non conosciamo fino in fondo il cuore degli altri, ma sappiamo bene com’è il nostro.

Robert Murray M’Cheyne lo ha espresso così: “Il seme di ogni peccato mai visto nel mondo vive nel mio cuore.”

Ammetterlo ci rende umili.

Ci aiuta a intervenire con compassione, e non con superiorità.

Solo chi riconosce la propria fragilità può davvero aiutare gli altri perché chi toglie la trave dal proprio occhio vede abbastanza chiaramente per aiutare un fratello.

Altrimenti il rischio è alto dato che, mentre correggiamo gli altri, potremmo cadere noi stessi.

La necessità di avere un cuore da servo

Infine, ecco una domanda decisiva: Lo ami abbastanza da non restare in silenzio?

Prima di affrontare un fratello per il suo peccato, devo chiedermi se sono disposto a servirlo. Questo perché il confronto non è un gesto rapido ma un impegno. 

Richiede tempo, energie, pazienza.

Rialzare qualcuno sorpreso in colpa è un compito molto serio. Significa portare il suo peso accompagnandolo in un percorso spesso lungo e faticoso. In alcuni casi, può includere anche un processo doloroso di disciplina all’interno della chiesa.

In Matteo 18:15-22, Gesù ci dà le linee guida per questo percorso. Sono pochi versetti, ma descrivono dinamiche che possono richiedere mesi, a volte anni.

Ci sono situazioni complesse che esigono ore di ascolto, dialogo, confronto. Se non si giunge subito a una soluzione, può essere necessario coinvolgere altri credenti maturi. Quando una persona si ostina nel suo peccato senza pentirsi, il dolore si dilaga, portando con sé tensioni, lacrime e fatica emotiva.

A volte bisogna sostenere anche i familiari, accompagnandoli nel loro smarrimento, e rafforzarli nella fede. 

Nei casi più gravi, si arriva a informare la chiesa, usando discrezione ma anche chiarezza, aiutando tutti a mantenere un atteggiamento che onori Dio. 

E non bisogna dimenticare le eventuali vittime di quel peccato, perché anche loro hanno bisogno di cura e attenzione.

Si prega sempre per una risposta rapida e positiva. Ma quando arriva il pentimento il lavoro non è ancora finito.

Confessare il peccato è solo l’inizio.

Chi si pente ha bisogno di essere accompagnato nel combattimento contro quel peccato per imparare a riconoscerlo, a contrastarlo e a sostituirlo con nuove abitudini. 

È importante studiare insieme le Scritture, ragionare biblicamente, e costruire nuovi schemi di vita. 

Tutto questo richiede tempo, dedizione e costanza.

Il recupero non è mai istantaneo.

Se, dopo il pentimento, quella persona è lasciata sola, probabilmente tornerà esattamente allo stesso punto.

Per questo serve un cuore da servo: qualcuno disposto a camminare accanto, a insegnare, a sostenere, a incoraggiare. Qualcuno che aiuti a riconoscere l’inganno del peccato e vivere un ravvedimento reale, che porti frutti visibili.

Da tutto questo emergono due lezioni fondamentali.

  • La prima: siamo tutti chiamati ad aiutare gli altri. Non è facoltativo, ma è un mandato di Dio.
  • La seconda: il Signore vuole che lo facciamo nel modo giusto. Anche questo non è opzionale.

Sarebbe bello poter dire che la vita cristiana è semplice e senza costi. Ma non sarebbe vero. Il cammino cristiano è impegnativo e richiede dedizione. Ma è proprio così che si genera un frutto che rimane (Giovanni 15:16).

Aiutare spiritualmente le persone che Dio mette sul nostro cammino è uno dei modi più concreti per far crescere questo frutto.

La prossima volta che vedi un fratello ferito dal peccato, non voltarti dall’altra parte. Non fare finta di niente.

Non restare spettatore. Non limitarti a parlarne.

Prenditene cura.

Perché proprio oggi qualcuno si sta allontanando.

E forse il Signore ha deciso che la voce che lo richiamerà indietro — con umiltà e amore — sia la tua.

—Jordan Standridge


Affinché tu sappia come bisogna comportarsi nella casa di Dio, che è la chiesa del Dio vivente  

Il paiano di Cristo per la chiesaIL PIANO DI CRSITO PER LA CHIESA 
di John MacArthur 
Pagine 368 
Euro 12,00 + spese postali

Quali caratteristiche dovrebbe avere la vera chiesa? Come dovrebbe funzionare, propagarsi e edificarsi? Come si rivelano in mezzo alla chiesa la guida del Signore e il suo insegnamento?
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Anziani e DiaconiANZIANI E DIACONI 
di John MacArthur 
Pagine 52
Euro 8,00 + spese postali

Chi sono gli uomini che Dio usa nella chiesa locale? Se Dio ti ha chiamato a servirlo nella sua chiesa, come anziano o come diacono, è importante che tu capisca ciò che Egli richiede dai suoi servi e quali compiti ti affida.
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Guide spirituali esmplariGUIDE SPIRITUALI ESEMPLARI 
di Jerry wragg 
Pagine 178
Euro 10,00 + spese postali

Jerry Wragg esamina le caratteristiche che la guida di una chiesa dovrebbe possedere, e in che modo la conduzione biblica deve distinguersi dai modelli di dirigenza che il mondo promuove.
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La VOCE aprile 2026

Quello che stai per leggere rivela qualcosa di agghiacciante e di incredibile, eppure è un fatto realmente accaduto.

Erano circa le 3:20 del mattino di una fredda notte di marzo del 1964 quando Kitty Genovese tornava dal suo turno di lavoro in un bar di New York. Parcheggiata l’auto, iniziò a camminare verso il palazzo del suo appartamento, come faceva ogni sera da quasi un anno.

Quella notte, però, Kitty aveva notato un uomo che la seguiva. Nervosa, si affrettò verso una strada adiacente nella speranza di sfuggirgli. Ma fu invano. L’uomo la raggiunse, la afferrò e la colpì con un coltello.

Lei urlava dal dolore e dalla paura: «Mi ha accoltellato! Mi ha accoltellato!»

Da una finestra del settimo piano un uomo osservava tutta la scena da un po’. Ma a un certo punto gridò al malintenzionato: «Fermo! Lascia stare quella ragazza!»

L’aggressore si allontanò lentamente, ma appena tutte le luci degli appartamenti si spensero, tornò indietro e la colpì di nuovo con violenza.

Questa volta le sue urla attirarono l’attenzione di più persone che la sentivano gridare: «Sto morendo! Sto morendo!»

Altre finestre si illuminavano e così l’aggressore, sentendosi scoperto stavolta scappò via in auto.
Ma non era finita!

L’uomo ritornò indietro ancora una volta. Trovò Kitty che in preda al panico stava cercando disperatamente di rifugiarsi nel suo appartamento, ma lui la raggiunse e l’accoltellò di nuovo per la terza e ultima volta.

Alle 3:50 del mattino finalmente qualcuno avvisò la polizia, e in meno di due minuti gli agenti erano sul posto. Solo due persone, un uomo e un’anziana signora, si fecero avanti per testimoniare.

Il New York Times riferì che quasi quaranta persone quella notte avevano sentito le urla o visto la scena senza chiamare la polizia.

«Una semplice telefonata e sarebbe ancora viva», disse amareggiato un ispettore della squadra mobile.

Quando la storia divenne di dominio pubblico, molti vicini furono intervistati e alla domanda sul perché non avessero chiamato la polizia, furono tante le giustificazioni. Alcune delle più memorabili erano:

«Avevamo paura, non volevamo essere coinvolti...»
«Non volevo che mio marito si intromettesse...»
«Ero stanco, così sono tornato a letto.»
«Pensavo che qualcun altro lo avrebbe senz’altro fatto...»

Alle 4:25 del mattino arrivò l’ambulanza e portò via il corpo. Solo allora le persone uscirono dalle loro case.

Sebbene sia facile puntare il dito contro quei vicini e dire che erano egoisti e pigri, o che addirittura si resero complici dell’omicidio, dobbiamo ammettere una triste realtà: un atteggiamento simile può esistere anche nelle nostre chiese, purtroppo.

Infatti, la sindrome Genovese (nota anche come effetto spettatore) è purtroppo viva e vegeta in tante congregazioni.

Le persone entrano ed escono dalle nostre sale. Vengono, si siedono tra noi durante gli incontri, magari per qualche mese, e poi se ne vanno senza che nessuno abbia davvero parlato con loro o li abbia invitati ad aprirsi e raccontare la loro storia.

A volte succede anche con persone che frequentano la chiesa da anni. Si vede chiaramente che stanno prendendo le distanze: ci sono segnali, piccole spie rosse che si accendono davanti ai nostri occhi. Eppure, spesso rimaniamo in silenzio. Dentro di noi ci giustifichiamo con scuse che, in fondo, non sono poi così diverse da quelle dei vicini della signorina Genovese.

Forse questo accade perché non comprendiamo pienamente il nostro ruolo nella Chiesa. 

Oppure perché, in molte comunità, la chiesa è diventata un luogo dove chi frequenta è incoraggiato a essere spettatore piuttosto che attore. Abituati male, finiamo per perdere ogni senso di responsabilità, e anche la voglia di prenderci cura di coloro che stanno rischiando di allontanarsi dal Signore.

Ma l’Apostolo Giacomo, nella sua lettera, vuole spingere le chiese a essere diverse.

Dice: «Fratelli miei, se qualcuno tra voi si allontana dalla verità e uno lo riconduce indietro, sappia che chi riconduce un peccatore dall’errore della sua via salverà l’anima sua dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Giacomo 5:19-20).

Sebbene l’evangelizzazione sia una mia passione e cerchi sempre di parlarne nei miei articoli, a mio avviso questo passo non sta parlando di convertire dei non credenti.

Infatti, Giacomo dice: «Fratelli miei». Si rivolge a quelli che credono, e dice che questo potrebbe capitare a uno di loro, un loro fratello. Giacomo riconosce e avverte che anche chi frequenta la chiesa può rischiare di allontanarsi dalla verità. 

È vero che purtroppo ci sono anche persone che professano di essere cristiane senza esserlo realmente, ma dopo aver dedicato ben cinque capitoli a spiegare quanto sia essenziale vivere una fede autentica, che piaccia a Cristo, alla fine della sua lettera l’Apostolo Giacomo incita i veri credenti a prestare attenzione al fratello che si allontana, e a non lasciarlo andare via senza cercare di riportarlo indietro. Di aggrapparci alle sue caviglie e implorarlo di restare, ma non per scaldare la sedia, piuttosto perché continui a esporsi alla verità.

Forse pensiamo che prendersi cura della vita spirituale degli altri sia un compito riservato agli anziani, ai missionari o ai diaconi, e che non spetti a noi. Forse nella nostra chiesa non esiste una vera cultura di aiuto spirituale reciproco.

Ma la Bibbia è chiara: se sei un cristiano, sei chiamato a soccorrere altri cristiani. 

In Galati 6:1-2, l’Apostolo Paolo descrive chiaramente il nostro compito di soccorritori. Forse nel prossimo articolo torneremo su questo passo per studiare più attentamente l’atteggiamento che deve avere chi soccorre. Per ora, però, ci tengo a precisare che Paolo non ha in mente un super-cristiano che faccia questo. 

Lui scrive: «Fratelli, se uno viene sorpreso in colpa, voi che siete spirituali rialzatelo con spirito di mansuetudine. Bada bene a te stesso, che anche tu non sia tentato».

Chi deve soccorrere colui che viene sorpreso in colpa? “Voi che siete spirituali”. In altre parole, coloro che possiedono lo Spirito Santo.

Se credi che non sia compito tuo soccorrere i credenti in pericolo, allora stai implicitamente affermando che non hai lo Spirito Santo. Ma questo significherebbe che sei tu ad essere in pericolo! Sei tu che avresti bisogno di essere soccorso, o peggio ancora, evangelizzato, perché non saresti nemmeno convertito a Gesù.

Invece di sottrarci ai compiti che Dio ci affida, dobbiamo riconoscere che l’impegno di aiutarci gli uni gli altri è qualcosa che Dio dà a tutti coloro ai quali dona il suo Spirito, e non soltanto a pochi credenti “speciali”.

Detto questo, permettimi di farti tre domande molto dirette, per aiutarti a vedere che sei proprio tu la persona chiamata ad aiutare questo fratello o questa sorella in difficoltà. 

Hai bisogno di essere salvato?

C’è una strofa di un inno cantato spesso nelle chiese Inglesi che, tradotta, dice così: 

Grande è il mio debito ogni giorno verso la tua grazia. 
La tua bontà, come una catena, tenga stretto a te il mio cuore errante. 
Tendo a vagare, Signore, lo sento, tendo a lasciare il Dio che amo; 
prendi il mio cuore, te ne prego, e sigillalo per le tue dimore lassù.

È essenziale comprendere e credere questa verità, non solo perché ci mantiene umili davanti al Signore, ma anche perché lui possa usarci nella vita di altri credenti. 

È anche un ulteriore motivo per cui l’appartenenza a una chiesa e frequentarla sono aspetti vitali per la nostra salute e il nostro benessere spirituale. Far parte di una chiesa locale, con anziani che sono fedeli alle Scritture nel guidare il gregge, offre protezione alle nostre famiglie, perché ognuno di noi può allontanarsi dalla verità. 

Guardiamo in faccia la realtà: non solo tu hai bisogno dell’aiuto degli altri nella tua vita, ma anche le persone intorno a te hanno bisogno del tuo.

Eppure, tante volte restiamo per conto nostro. Come i codardi quella notte a New York nel 1964, anche noi possiamo venire meno nei confronti di nostri fratelli e sorelle in Cristo, tenendo la bocca chiusa o restando distaccati dal corpo di Cristo.

Non sto dicendo che è colpa nostra se uno pecca, se cambia dottrina o perfino si allontana dalla chiesa. Tuttavia, in un certo senso, parte del nostro compito come credenti è essere presenti e offrire aiuto ai nostri fratelli e sorelle che cadono. 

Conta molto il modo in cui ci avviciniamo a loro – come ho già detto, penso che dovremo parlarne più approfonditamente. Pochi di noi, però, corrono davvero il rischio di dire loro cose troppo dure, perché per parlare duramente dobbiamo prima aprire la bocca.

Gesù dice di trattare gli altri come noi stessi. Ma domandiamoci: ti senti davvero così saldo nella fede da escludere la possibilità di voltare le spalle a Cristo e smarrirti di nuovo nel mondo?

Se sei umile e sei veramente redento, sai molto bene che il pericolo è reale. E comprendi anche l’importanza di circondarti di amici che abbiano il coraggio di venire da te, riprenderti e spronarti a continuare a seguire Cristo. E se è così, allora significa che anche tu sei chiamato ad essere questo tipo di amico per gli altri nella tua comunità.

Conosci qualcuno che ha smesso di frequentare la chiesa? Conosci qualcuno che ha abbracciato una dottrina o un’opinione pericolosa? Perché non gli parli? Invitalo a prendere un caffè e fai la cosa più amorevole che esista: cercare di salvarlo da un mondo di peccato.

Come scusi la disobbedienza?

Non ho tempo…
È compito dei pastori…
Non mi voglio immischiare…
Non li conosco così bene…
Ho paura! 

Certe scuse suonano tutte molto simili a quelle degli uomini e delle donne presenti quella sera a New York.

La lettera di Giacomo termina, però, con una nota positiva. Prima ci esorta a confessare i nostri peccati gli uni agli altri e a pregare gli uni per gli altri. Poi, conseguenza logica e naturale, ci esorta a essere responsabili nel nostro ruolo quando uno di noi si allontana dalla verità. Giacomo afferma che chi riporta indietro un credente traviato salva la sua anima dalla morte e copre una moltitudine di peccati.

Anche se è impossibile sapere con certezza se la persona che si è allontanata sia veramente credente oppure no, Giacomo afferma che riportarla indietro significa salvare la sua anima dalla morte.

In un brano simile, in Matteo 18:15-18, Gesù, fratello di Giacomo, parla del processo di disciplina della chiesa: «Se tuo fratello ha peccato {contro di te}, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; ma se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta di ascoltarli, dillo alla chiesa; e se rifiuta di ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano.»

Il Signore dice che se tuo fratello pecca devi affrontarlo, e se si pente hai guadagnato tuo fratello. È una vittoria completa.

Ma se non si pente e, dopo diversi tentativi, continua a rifiutarsi di ravvedersi, allora devi trattarlo come un non credente.

Questo ci mostra che lo scopo della disciplina della chiesa è la chiarezza. 

In un certo senso, la disciplina della chiesa dovrebbe avvenire ogni giorno. Specialmente se sei sposato con un credente. 

Io pecco continuamente e, purtroppo, mia moglie è spesso una delle persone che ne soffrono di più. Ma il Signore la usa spesso per aiutarmi a crescere e a diventare più simile a Cristo. In questo senso, siamo continuamente sottoposti a una forma di disciplina fraterna, anche se, grazie a Dio, nella maggior parte dei casi tutto si risolve già al primo passo. 

Tuttavia, nelle tragiche situazioni in cui un fratello (o una sorella) persevera nel peccato e rifiuta di pentirsi, sta purtroppo dimostrando che forse non è veramente un figlio di Dio. In quel caso, Gesù dice che dobbiamo trattarlo come un pagano o un pubblicano, cioè come qualcuno che ha bisogno di essere evangelizzato.

Giacomo dice qualcosa di molto simile.
Egli vuole che andiamo a cercare persone che un tempo si dichiaravano cristiane ma che si sono allontanate, o che stanno mostrando segni di allontanamento dalla verità.

Quando consideriamo l’eternità non esistono scuse per rimanere in silenzio. Dobbiamo aprire la bocca e, con amore, gentilezza e saggezza, esortare il fratello o la sorella ad abbandonare il peccato, a lasciare i pensieri mondani e a tornare a seguire Cristo.

Conosci qualcuno così?

Non essere lo spettatore che, per egoismo o paura, si rifiuta di dare l’allarme.

Li ami abbastanza da non restare in silenzio?

Ho sentito alcuni credenti obiettare e dire che questo tipo di cura reciproca è strana. “Troppo invadente. Non funziona.” 

Non dimentichiamo, però, che i nostri sentimenti spesso ci ingannano. Dopotutto, quasi ogni cosa nella vita cristiana va contro la nostra natura, non è vero?

Prendere la propria croce ogni giorno sembra una follia. Porgere l’altra guancia quando qualcuno ti colpisce è visto come qualcosa di scandaloso. Amare i propri nemici e persino essere pronti a morire per loro è impensabile. Eppure, Cristo ci chiama proprio a fare tutte queste cose.

Consideriamo le parole di Gesù in Giovanni 15:18-20 e poi in 16:1,2.

Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe quello che è suo; ma siccome non siete del mondo, perché io vi ho scelti in mezzo al mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detta: “Il servo non è più grande del suo signore”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.

Io vi ho detto queste cose affinché non siate sviati. Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere un culto a Dio. Faranno questo perché non hanno conosciuto né il Padre né me.

Gesù ha mandato i suoi discepoli a portare la buona notizia in un mondo che nel giro di poche ore lo avrebbe ucciso, sapendo che dieci di loro sarebbero poi morti da martiri.

Se dovessimo evitare tutto ciò che è scomodo, allora non dovremmo mai andare in chiesa, mai evangelizzare e mai parlare del peccato con nessuno.

Ma Cristo ci chiama proprio a fare cose scomode. Ci chiama a mettere da parte i nostri sentimenti, i nostri interessi e perfino la nostra stessa vita.

La realtà è che nel momento in cui il Signore ti salva e ti dona lo Spirito Santo, tu diventi, per usare le parole di Caino, un “guardiano di tuo fratello”. Il tuo compito è aiutare gli altri a crescere in Cristo.

Non possiamo convincere nessuno a pentirsi e non possiamo impedire a qualcuno di abbandonare la fede. Ma possiamo, con l’aiuto di Dio e con il coraggio che lo Spirito Santo ci dona, avvertirli con amore e cercare di ricondurli a Cristo.

Un giorno scopriremo quanto valeva davvero il silenzio che abbiamo scelto.
Un giorno sapremo se la nostra prudenza era saggezza… o semplice paura.
Ma oggi non è ancora quel giorno.
Oggi qualcuno si sta allontanando.

E forse il Signore ha deciso che la voce che lo richiamerà indietro debba essere proprio la tua. 

—Jordan Standridge

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Il peccato è grave

2 Samuele 6:1-15

1 Davide riunì di nuovo tutti gli uomini scelti d'Israele, in numero di trentamila.
2 Poi si alzò, e con tutto il popolo che era con lui partì da Baalè di Giuda per trasportare di là l'arca di Dio, sulla quale è invocato il Nome, il nome del SIGNORE degli eserciti, che siede sopra essa tra i cherubini.
3
Misero l'arca di Dio sopra un carro nuovo e la portarono via dalla casa di Abinadab, che era sul colle; Uzza e Aio, figli di Abinadab, conducevano il carro nuovo
4
con l'arca di Dio, e Aio precedeva l'arca.
5
Davide e tutta la casa d'Israele suonavano davanti al SIGNORE ogni sorta di strumenti di legno di cipresso, e cetre, saltèri, timpani, sistri e cembali.
6
Quando giunsero all'aia di Nacon, Uzza stese la mano verso l'arca di Dio per reggerla, perché i buoi la facevano inclinare.
7
L'ira del SIGNORE si accese contro Uzza; Dio lo colpì lì per la sua empietà ed egli morì in quel luogo vicino all'arca di Dio.
8
Davide si rattristò perché il SIGNORE aveva fatto una breccia nel popolo, colpendo Uzza; quel luogo è stato chiamato fino ad oggi Perez-Uzza.
9
Davide, in quel giorno, ebbe paura del SIGNORE, e disse: «Come potrebbe venire da me l'arca del SIGNORE?»
10
Davide non volle prendere l'arca del SIGNORE presso di sé nella città di Davide, ma la fece portare in casa di Obed-Edom a Gat.
11
L'arca del SIGNORE rimase tre mesi in casa di Obed-Edom a Gat, e il SIGNORE benedisse Obed-Edom e tutta la sua casa.
12
Allora fu detto al re Davide: «Il SIGNORE ha benedetto la casa di Obed-Edom e tutto quel che gli appartiene, a motivo dell'arca di Dio». Allora Davide andò e trasportò l'arca di Dio dalla casa di Obed-Edom su nella città di Davide, con gioia.
13
Quando quelli che portavano l'arca del SIGNORE ebbero fatto sei passi, egli immolò un bue e un vitello grasso.
14
Davide era cinto di un efod di lino e danzava a tutta forza davanti al SIGNORE.
15
Così Davide e tutta la casa d'Israele trasportarono su l'arca del SIGNORE con gioia e a suon di tromba.

Il peccato: un via di uscita c'è

1 Corinzi 10:13

13 Nessuna tentazione vi ha còlti, che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via di uscirne, affinché la possiate sopportare.

Il peccato prospera su un terreno fertile

Numeri 20:2-13

2 Non c'era acqua per la comunità; perciò ci fu un assembramento contro Mosè e contro Aaronne.
3
Il popolo si mise a contestare Mosè, e disse: «Fossimo pur morti quando morirono i nostri fratelli davanti al SIGNORE!
4
Perché avete condotto l'assemblea del SIGNORE in questo deserto per morire qui noi e il nostro bestiame?
5
Perché ci avete fatti salire dall'Egitto per condurci in questo luogo detestabile? Non è un luogo dove si possa seminare; non ci sono fichi, né vigne, né melograni e non c'è acqua da bere».
6 Allora Mosè e Aaronne si allontanarono dall'assemblea per recarsi all'ingresso della tenda di convegno; si prostrarono con la faccia a terra, e la gloria del SIGNORE apparve loro.
7
Il SIGNORE disse a Mosè:
8
«Prendi il bastone; tu e tuo fratello Aaronne convocate la comunità e parlate a quella roccia, in loro presenza, ed essa darà la sua acqua; tu farai sgorgare per loro acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame».
9
Mosè dunque prese il bastone che era davanti al SIGNORE, come il SIGNORE gli aveva comandato.
10
Mosè e Aaronne convocarono l'assemblea di fronte alla roccia, e Mosè disse loro: «Ora ascoltate, o ribelli; faremo uscire per voi acqua da questa roccia?»
11
E Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il suo bastone due volte, e ne uscì acqua in abbondanza; e la comunità e il suo bestiame bevvero.
12
Poi il SIGNORE disse a Mosè e ad Aaronne: «Siccome non avete avuto fiducia in me per dare gloria al mio santo nome agli occhi dei figli d'Israele, voi non condurrete questa assemblea nel paese che io le do».
13
Queste sono le acque di Meriba dove i figli d'Israele contestarono il SIGNORE, che si fece riconoscere come il Santo in mezzo a loro.

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