La VOCE giugno 2026
Dobbiamo parlare di un problema nelle nostre chiese!
Ma mettiamo subito una cosa in chiaro: in questo articolo, così come nella Bibbia, il termine chiesa si riferisce esclusivamente ai seguaci di Cristo che si riuniscono per adorare Dio. Ogni vero cristiano ne è parte attiva e integrante. Non stiamo quindi parlando di coloro che si rivestono del nome “cristiano” senza sapere cosa significhi davvero.
Un vero cristiano è un discepolo di Gesù che, credendo alle sue parole e all’opera salvifica del Signore, è diventato un figlio di Dio. In lui è in corso una trasformazione profonda, operata dallo Spirito Santo.
Questa distinzione incontra spesso delle resistenze. Finché la fede viene descritta come un rapporto personale tra l’individuo e Dio, tutto sembra andare bene. Ma quando si comincia a parlare della chiesa nel suo significato biblico e del suo ruolo nel piano di Cristo, allora emergono scuse, e le ragioni più disparate diventano un pretesto per mettere da parte questo aspetto della vita del discepolo.
Ma reagire con stizza o insofferenza mette in evidenza un grande problema nella vita di molti discepoli, un problema che produce conseguenze pesanti nel rapporto con Dio e con i fratelli.
C’è una qualità che il Signore ama particolarmente e ricerca nella vita del discepolo, ma che nessuno può produrre da sé. Dio stesso deve generarla e, allo stesso tempo, il credente deve coltivarla, perché senza di essa non può esistere un cammino di fede che piaccia al Signore.
Stiamo parlando dell’umiltà, una qualità preziosa agli occhi di Dio e davanti alla quale tutti, inevitabilmente, ci sentiamo mancanti. Del resto, affermare di essere umili probabilmente dimostrerebbe il contrario. Eppure, Dio si aspetta che l’umiltà caratterizzi la nostra ubbidienza di fede.
Michea, il profeta, dichiara: “O uomo, egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il SIGNORE, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio?” (Michea 6:8).
Il salmista Davide scrive: “Il SIGNORE è buono e giusto; perciò insegnerà la via ai peccatori. Guiderà gli umili nella giustizia, insegnerà agli umili la sua via. Tutti i sentieri del SIGNORE sono bontà e verità per quelli che osservano il suo patto e le sue testimonianze” (Salmo 25:8-10).
Dio desidera che camminiamo umilmente davanti a lui, perché solo chi è umile si lascia istruire e guidare da lui. Senza umiltà è impossibile essere veri discepoli.
Ma cosa significa camminare in umiltà davanti a Dio? Che cosa dovremmo ricercare e desiderare nella nostra vita di discepoli che amano il Signore?
Le parole del Signore, pronunciate per bocca del profeta Isaia, ci aiutano a comprenderlo meglio: “Ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui che è umile, che ha lo spirito afflitto e trema alla mia parola” (Isaia 66:2).
Pensare che la ripetuta mancanza di umiltà fosse un problema solo del popolo d’Israele sotto il Vecchio Patto sarebbe falso e da miopi. Il Nuovo Testamento è pieno di esortazioni che evidenziano la necessità, per ciascuno di noi, di valutare attentamente il proprio comportamento. Non farlo danneggia il nostro rapporto con Dio, e anche quello con i fratelli nella chiesa che Cristo sta edificando.
Pietro scrive: “E tutti rivestitevi di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché egli vi innalzi a suo tempo, gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” (1 Pietro 5:5-7).
Il comando è chiaro. È rivolto a tutti, nessuno escluso, e riguarda sia la nostra relazione con Dio sia quella con gli altri credenti. Richiede inoltre un’azione precisa da parte del discepolo.
Ha un peso particolare il fatto che a scrivere queste parole sia proprio Pietro, che nelle sue interazioni con Gesù aveva dimostrato ripetutamente una palese mancanza di umiltà.
Spesso aveva agito con arroganza. Era irruento e impulsivo, come quando aveva chiesto a Gesù di poter camminare anche lui sulle acque… finché non era miseramente sprofondato, dimostrando la debolezza della sua fede.
In un’altra occasione, Gesù aveva rivelato ai discepoli che avrebbe dovuto essere ucciso sulla croce, ma Pietro si era opposto, ricevendo una dura riprensione dal Maestro.
Più tardi, quando Gesù lo aveva avvertito che di lì a poco lo avrebbe rinnegato, Pietro non solo aveva ignorato le parole del Signore, ma si era persino considerato migliore degli altri discepoli: sarebbe rimasto accanto a Gesù anche da solo, pronto a morire con lui. Eppure, nel Getsemani, quando il Signore gli aveva chiesto di pregare per non cadere in tentazione, Pietro si era lasciato vincere dal sonno.
Se ci sentiamo superiori o migliori di Pietro, ci stiamo già incamminando sulla strada dell’arroganza. Come lui, anche noi spesso fatichiamo ad accettare e mettere in pratica le parole di Gesù. Il nostro cammino di umiltà comincia proprio facendo attenzione a non cadere negli stessi errori di Pietro.
Nella sua prima lettera, Pietro, ormai avanti negli anni e profondamente trasformato da Dio, dalle sue esperienze con Gesù ma anche dai propri fallimenti, dà un imperativo importante: rivestitevi! L’idea è quella di indossare il grembiule da servo. L’uso di questo termine non è casuale, ed è probabile che Pietro avesse in mente un episodio preciso vissuto con Gesù. È raccontato nel capitolo 13 del Vangelo di Giovanni.
Il passo si apre con due affermazioni fondamentali sul Signore Gesù. La prima è che aveva amato profondamente i suoi durante tutto il cammino fatto insieme e che li amò fino alla fine. La seconda è che sapeva perfettamente chi fosse, da dove era venuto e dove stava per tornare. Era Dio sulla terra, umiliato e maltrattato dagli uomini, e osservava l’arroganza della gente e la superbia dei discepoli mentre camminavano con lui.
Giovanni racconta che quella sera Gesù, deposte le sue vesti, prese un grembiule, se lo cinse e si mise a lavare i piedi di tutti i discepoli, persino di Giuda, che proprio quella notte lo avrebbe tradito.
Il gesto del Signore fu qualcosa che nessuno dei presenti aveva fatto né si sarebbe mai sognato di fare: non spettavano mica a loro i compiti da schiavi!
Ma non spettavano neppure a Gesù, e Pietro lo sapeva bene. Infatti, rifiutò che il Signore gli lavasse i piedi, cedendo solo dopo l’insistenza del Maestro, che gli disse: “Tu non sai ora quello che io faccio, ma lo capirai dopo.”
Quando ebbe finito, Gesù si rivestì e chiese a tutti: “Capite quello che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Infatti, vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io” (vv. 12-15).
Forse non compresero subito il significato del gesto di Gesù, ma quel “dopo” era certamente arrivato per Pietro quando scrisse la sua epistola. Ed è una lezione che tutti noi dobbiamo fare nostra, una lezione che riecheggia cristallina nelle parole: “Tutti rivestitevi di umiltà gli uni verso gli altri.”
Ma è anche un comando che ci lascia un po’ con la coda tra le gambe quando comprendiamo davvero quanto sia importante e necessario metterlo in pratica. Pietro stesso ci aiuta a capire il perché, spiegando che “Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili.”
Che affermazione seria che YHWH, il Dio senza rivali, il Sovrano sopra tutto e tutti, resiste ai superbi!
La parola greca originale porta con sé l’idea del fare guerra. Il Signore degli eserciti combatte contro chi non è umile davanti a lui. Resiste ai superbi, cioè a coloro che, con pensieri, atteggiamenti e azioni, si oppongono a Dio.
Lo facciamo ogni volta che, invece di fidarci di Dio, pensiamo di sapere cosa sia meglio per noi; quando ci lamentiamo della situazione in cui ci troviamo; quando ci crediamo migliori degli altri o riteniamo di meritare qualcosa di più o differente da ciò che abbiamo ricevuto.
Se siamo sinceri, dobbiamo ammettere che sono pensieri e atteggiamenti con cui combattiamo ogni giorno. La cosa grave è che, ogni volta che gli permettiamo di dominarci, finiscono inevitabilmente per trasformarsi in azioni che ci mettono nella posizione di opporci a Dio. E pensiamoci bene: se Dio combatte contro di noi, chi potrà mai uscirne vincitore?
A questo punto è giusto fermarsi e porsi alcune domande:
- Cosa significa combattere contro Dio?
- Cosa significa essere umili davanti a lui?
- Quando dimostro di non esserlo?
- Che cosa si aspetta Dio da me?
Secondo una mentalità molto diffusa, non bisogna mai mostrarsi umili. “Se sono umile sarò trattato male, non otterrò ciò che mi spetta, i miei diritti saranno calpestati, i miei bisogni ignorati e difficilmente sarò riconosciuto per ciò che valgo davvero.”
“Essere umile mette a repentaglio quello che desidero di più. Produce solo tristezza e frustrazione, e la vita diventa difficile perché devo lottare per ogni cosa!”
Ma queste sono chiaramente paure alimentate ed esacerbate da ciò che umanamente desideriamo.
Giovanni infatti ci ricorda che “tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo” (1 Giovanni 2:16). È peccato e offende Dio.
Gesù, al contrario, offre una vita libera da angosce del genere: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo per le anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero” (Matteo 11:28-30).
Perciò la realtà è che proprio la mancanza di umiltà, non solo mi intrappola in una vita di lotta contro tutti e tutto, ma mi mette anche in conflitto con Dio, perché ricercare la soddisfazione della mia natura peccaminosa significa, di fatto, iniziare una guerra che non vincerò mai.
L’unico rimedio è dare retta a Gesù: il riposo e una vita libera da pesi deleteri si trovano in un cammino fatto di mansuetudine e umiltà che impariamo da lui.
Torniamo ora al versetto già citato di Isaia ed esaminiamolo meglio, perché esprime tre verità fondamentali per il nostro cammino di umiltà davanti a Dio.
“Tutte queste cose [il cielo e la terra menzionati nel v. 1] le ha fatte la mia mano e così sono tutte venute all’esistenza», dice il SIGNORE. «Ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui che è umile, che ha lo spirito afflitto e trema alla mia parola” (Isaia 66:2).
La prima verità è ovvia per chiunque creda nel Dio della Bibbia: il SIGNORE (YHWH) è il Creatore e il Sovrano su tutto. Ma sono le implicazioni di questa affermazione a dimostrare se siamo davvero umili oppure no.
Noi oggi abbiamo lo stesso problema del popolo d’Israele, dei discepoli e dei credenti di tutte le epoche: crediamo davvero che Dio sia onnipotente, che abbia il diritto di fare tutto ciò che vuole e che sia saggio e amorevole nell’esercitare la sua sovranità?
Alcuni rispondono sostenendo che Dio eserciti una sovranità relativa, cioè che sia onnipotente ma lasci all’uomo piena libertà e che, di conseguenza, la sua sia una sovranità “vigilante.”
Dire che YHWH, l’Eterno “Io Sono”, non abbia il controllo completo è un segno di superbia. Egli è “El Shaddai”, il Dio onnipotente che governa ogni cosa (Genesi 17:1). L’uomo deve semplicemente riconoscere la propria miseria: è polvere,
vive nonostante la malvagità che commette ed è meritevole di una condanna eterna. Deve quindi temere YHWH e sottomettersi a lui.
L’umiltà è radicata in una profonda consapevolezza che tutto ciò che Dio dice è vero, che egli stesso è la verità e che l’unica reazione giusta del discepolo è la completa sottomissione a ogni parola che Dio ha rivelato nelle Sacre Scritture.
Non stupisce che un non credente, che la Bibbia chiama stolto, affermi che YHWH non esista, che sopprima costantemente la verità con la menzogna, che Dio sia adirato contro di lui e che così, giorno dopo giorno, si stia accumulando sul capo l’ira perfetta e inevitabile di Dio (Romani 1:17 e seguenti).
Quello che invece è davvero illogico è che qualcuno che si definisce credente sia pronto a ridefinire, reinterpretare o correggere la Parola di Dio.
Facciamo attenzione! Se la nostra reazione più abituale davanti alle affermazioni, agli insegnamenti e ai comandi di Dio è: “Mah, sarà ancora vero? Sarà giusto? È mai possibile? È proprio necessario?”, allora la battaglia è bell’e cominciata! Una battaglia vera e propria scatenata dalla nostra mancanza del timore di Dio, dal desiderio di giustificarci e di trovare scappatoie. Sono segni evidenti che la superbia ha messo radici dentro di noi. Pensiamo di amare meglio di Dio, di giudicare meglio di lui, di valutare le circostanze più saggiamente di lui!
Dio invece promette di posare il suo sguardo benevolo su chi lo riconosce per quello che egli è, su chi trema all’idea di offenderlo o trasgredire i suoi comandi e si fida completamente di tutto ciò che egli ha affermato.
Rileggiamo l’esortazione di Pietro: “Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché egli vi innalzi a suo tempo, gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi.”
Possiamo fidarci di Dio, perché conosce perfettamente le circostanze che stiamo affrontando e, al momento giusto, ci porterà al punto che ha previsto per noi.
Giacomo esprime lo stesso concetto così: “Sottomettetevi dunque a Dio, ma resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi. Avvicinatevi a Dio, ed egli si avvicinerà a voi. Pulite le vostre mani, o peccatori; e purificate i vostri cuori, o doppi d’animo! Siate afflitti, fate cordoglio e piangete! Sia il vostro riso convertito in lutto, e la vostra allegria in tristezza! Umiliatevi davanti al Signore, ed egli v’innalzerà” (Giacomo 4:7-10).
Il cammino di umiltà inizia quando ci avviciniamo al Signore. Prosegue nella consapevolezza della nostra peccaminosità e della continua battaglia tra la carne e lo spirito, pronti sempre a riconoscere quando pecchiamo e a pentirci con un confronto reale e onesto con Dio e non con gli altri. Così possiamo essere sicuri che lui ci innalzerà come e quando vorrà.
Il nostro non è un sentiero da eremiti, perché è arricchito dalla compagnia di ogni fratello e sorella nella fede. Per questo Paolo dice ai Filippesi: “rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a sé stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Filippesi 2:2-4).
Fidarci di Dio anche nelle nostre relazioni è d’obbligo quando sorgono problemi con altri discepoli. L’unità nella chiesa visibile è protetta quando i credenti camminano in umiltà. La vita comunitaria è infatti un grande termometro della nostra umiltà individuale e un chiaro indice della nostra fiducia in Dio.
Ma c’è anche un altro segnale da tenere d’occhio: una vita fatta di preoccupazioni, lamentele e ansia è un sintomo di superbia e mancanza di umiltà.
Nel Sermone sul Monte Gesù ha avvertito che vivere nell’ansia per la salute, il cibo, i vestiti e le cose materiali è tipico dei pagani che non conoscono il Padre celeste. Nessuna preoccupazione può aggiungere un solo giorno alla nostra vita.
I discepoli umili si affidano a Dio e vivono mansueti davanti a tutti, gettando su di lui ogni ansia e preoccupazione.
Forse non ci abbiamo mai pensato, ma anche l’ansia è un segno di mancanza di fiducia nel nostro Padre celeste e ci mette in guerra contro di lui.
Se siamo facilmente presi dall’ansia, cambiamo lo sfondo del nostro smartphone, tablet o computer con le parole rassicuranti di Paolo ai Filippesi: “Il mio Dio provvederà a ogni vostro bisogno, secondo la sua gloriosa ricchezza, in Cristo Gesù” (Filippesi 4:19).
Il rischio di trovarci in battaglia contro Dio è molto più grande di quanto pensiamo. Ogni nostra insoddisfazione, lamentela, mancanza di fiducia e di sottomissione a lui è un’espressione della nostra superbia, e attacca la nostra fame per la Parola di Dio.
Pietro dice che chi abbassa la guardia e non bada al proprio cammino di umile ubbidienza si espone all’avversario, che va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare (1 Pietro 5:8).
Non permettiamo che il diavolo ci derubi della vita abbondante, gioiosa e piena di pace che Dio desidera per noi!
Non permettiamo che l’apatia, la mancanza di amore e la disunione ci impediscano di essere testimoni delle buone notizie a un mondo in guerra con Dio.
La mancanza di umiltà è un problema serio che, se non affrontato, finirà per danneggiare la nostra vita personale, il nostro servizio nella chiesa e il nostro rapporto con Dio. Il cambiamento deve cominciare da noi.
C’è una ragione se Dio ricerca con tanta insistenza l’umiltà nella vita dei suoi figli: senza umiltà non possiamo seguirlo davvero. Un cuore superbo non si lascia correggere, non si lascia guidare, non si fida completamente di Dio e finisce inevitabilmente per entrare in conflitto con lui.
Ecco perché il cammino del discepolo non è una gara per affermare sé stessi, ma una continua scuola di resa, fiducia e sottomissione al Signore. È un cammino in cui impariamo a tremare davanti alla sua Parola, a riconoscere la nostra pochezza e ad affidarci alla potente mano di Dio invece che ai nostri pensieri, ai nostri diritti o alle nostre pretese.
All’inizio abbiamo detto che l’umiltà è una qualità che nessuno può produrre da solo. Ed è vero. Ma Dio è pronto a svilupparla in chi si avvicina a lui con sincerità, disposto a riconoscere il proprio peccato e il proprio bisogno della sua grazia.
Perciò non induriamo il cuore. Non giustifichiamo la nostra superbia. Non continuiamo una guerra contro Dio che non potremo mai vincere.
Rivestiamoci invece di umiltà. Giorno dopo giorno. Nella nostra vita personale, nella chiesa, nelle relazioni, nei pensieri nascosti del cuore.
Perché Dio resiste ai superbi… ma dà grazia agli umili.
—Davide Standridge
Per essere dalla parte vincente
CAMMINARE COME GESù
Studi sul carattere di Cristo
di Larry E. McCall
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Secondo la Bibbia si riconosce un seguace di Gesù Cristo da due fatti: ubbidisce alle parole di Gesù e si comporta come lui.
L’autore, con chiarezza e semplicità, afferma che riflettere il carattere di Gesù dovrebbe essere la vita normale del credente.
L’esame di diverse situazioni e sfide che il Signore ha affrontato mentre era sulla terra, aiuterà il lettore a confrontare la propria vita e a trovare il segreto per migliorarla.
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Donne sulle orme del Maestro
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Servire il Signore e aspettare il suo ritorno, vivendo ogni giorno come se fosse l’ultimo della propria vita. Un credente che non vive così, servendo Dio, a che serve? A nulla. Questo libro spiega perché.
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