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La vita espositiva

La “predicazione espositiva” è diventata una meta per molti uomini che sentono la responsabilità di predicare, insegnare e spiegare la Parola di Dio. Imparare a studiare, comprendere, esporre la verità è un dovere che nessuno, che vuole servire il Signore con sincerità e con impegno, deve trascurare.
Ma vi è una cosa ancora più importante.

LA VITA ESPOSITIVA

Un antico proverbio dipinge con chiarezza spaventevole il problema che affrontiamo tutti. In un mondo di parole, di scienze della comunicazione, ormai irrefrenabili, spesso ha ragione chi dice: “Quello che fai parla così fortemente che non riesco a sentire ciò che dici”. In altre parole, ognuno di noi, volente o nolente, è un cartello ambulante in cui gli altri possono “leggere” chi siamo, cosa crediamo, ciò che desideriamo e dove vorremmo arrivare. Ovviamente, leggono le nostre azioni e non le nostre parole.
Ora, il problema è questo: fanno bene le persone a pretendere di “ascoltare” le tue azioni e non le tue parole? A questo punto, sei pronto ad accettare di buon grado di essere giudicato con questo metro?

Il metodo di Paolo


Ovviamente, l’Apostolo Paolo lo era. Egli ha detto, con parole così chiare che sembrano saltare fuori dalla pagina: “Siate miei imitatori, come anch’io lo sono di Cristo” (1 Corinzi 11:1).
Ma ti pare giusto che qualcuno dica al suo vicino: “Fai come mi vedi fare”? Forse se si trattasse di imparare come fare un pacco, o come mangiare un fico d’India, non se ne scandalizzerebbe. Ma se si trattasse di capire come vivere praticamente, moralmente, vorresti presentarti come esempio per il tuo vicino di casa, o per un nuovo credente, come un modello di cristianesimo vissuto?
Forse, nelle parole di Paolo, qualcuno pensa di vedere una via d’uscita, perché egli ha detto, dopo tutto, “Seguimi soltanto nella misura in cui io seguo Cristo”. In altre parole, “Se io seguo Cristo, tu seguimi. Se non seguo Cristo, lasciami perdere”.
Però, il pensiero dell’apostolo non si è fermato lì.
Difatti, in 1 Corinzi 4:16, Paolo coraggiosamente scrisse: “Io vi esorto, dunque: siate miei imitatori”.
Ovviamente, la parola “dunque” si riferisce a qualcosa che Paolo aveva detto poco prima. Cosa?
Aveva parlato proprio dell’esempio che stava dando ai Corinzi: “Fino a questo momento, noi abbiamo fame e sete. Siamo nudi, schiaffeggiati e senza fissa dimora, e ci affatichiamo lavorando con le nostre proprie mani; ingiuriati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; diffamati, esortiamo; siamo diventati, e siamo tuttora, come la spazzatura del mondo, come il rifiuto di tutti” (1 Corinzi 4:11-13).
Perciò, in realtà, Paolo aveva la fiducia che chi avesse seguito lui veramente avrebbe seguito, di conseguenza, Gesù. Non tanto in una circostanza specifica, ma come indirizzo della propria vita e come proponimento. E non è poco.
Confrontarci con queste due esortazioni dell’Apostolo Paolo potrebbe, forse, stimolare la nostra curiosità.
Fino a che punto, Paolo era pronto a offrire la sua vita e il suo comportamento, perché fossero studiati, analizzati, osservati in ogni dettaglio?
Ai Filippesi scrisse: “Siate miei imitatori, fratelli, e guardate quelli che camminano secondo l’esempio che avete in noi” (Filippesi 3:17). E, poi, ripeté il concetto poco dopo: “Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele” (Filippesi 4:9).
Ai Tessalonicesi scrisse: “Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore” (1 Tessalonicesi 1:6).
Nella sua seconda lettera alla stessa chiesa, scrisse ancora: “Infatti, voi stessi sapete come ci dovete imitare” (2 Tessalonicesi 3:7). Egli scriveva così per un motivo molto chiaro: “Abbiamo voluto darvi noi stessi come esempio, perché ci imitaste” (2 Tessalonicesi 3:9).

Cosa si insegna con l’esempio?

Paolo aveva fatto conto, fin dal principio del suo ministero che, lo volesse o no, gli altri credenti (e perfino i suoi nemici) lo avrebbero osservato con cura per sapere, prima di tutto, se viveva come predicava; poi, se vivere la vita cristiana, come Paolo la spiegava, fosse possibile; e, infine, quali sarebbero state le conseguenze di una vita vissuta in quel modo.
Per l’Apostolo Paolo, fare capire agli altri cosa fosse la vita cristiana non sarebbe mai stato possibile soltanto con le parole. Sì, il suo messaggio era veritiero. Era logico. Era ispirato dagli insegnamenti di Cristo. Era confermato dagli scritti dell’Antico Testamento.
Ma, sarebbe stato vuoto, inutile e incredibile se non fosse stato vissuto quotidianamente, dalla mattina alla sera, nei momenti favorevoli come nelle prove e nelle difficoltà.
In altre parole, Paolo non credeva soltanto alla “predicazione espositiva”, ma anche alla “vita espositiva”.
Nella sua corrispondenza con Timoteo, il suo “figlio spirituale”, collaboratore e discepolo, l’Apostolo Paolo ha potuto aprire il suo cuore per condividere l’importanza della “vita espositiva”.
Nella sua seconda lettera a lui, che è anche il suo testamento spirituale e il passaggio del testimone, egli scrisse: “Tu hai seguito da vicino il mio insegnamento, la mia condotta, i miei propositi, la mia fede, la mia pazienza, il mio amore, la mia costanza, le mie persecuzioni, le mie sofferenze” (2 Timoteo 3:10,11).
Anche Timoteo avrebbe dovuto affrontare l’opposizione, l’odio e la persecuzione, ed era essenziale che ciò che egli credeva e faceva non si basasse soltanto sulla teoria, sulla dottrina separata dai fatti. Al contrario, per tutta la sua vita, durante tutto il suo futuro ministero, egli avrebbe avuto davanti agli occhi una realtà che egli aveva vissuta, accanto a Paolo. Se non fosse stato così, avrebbe presto fallito, vittima di un tentativo di propagandare un comportamento solo teorico e poco pratico, che non avrebbe retto il confronto con la realtà di un mondo ostile.

Il metodo di Timoteo

Difatti, già nella sua prima lettera a Timoteo, l’apostolo aveva avvertito il giovane che il suo compito non era solo predicare, ma anche essere d’esempio. “Sii d’esempio ai credenti, nel parlare, nel comportamento, nell’amore, nella fede, nella purezza” (1 Timoteo 4:12).
Potremmo domandarci, forse, perché la fede cristiana è spesso derisa, è fonte di critiche e di scandalo oggi. Purtroppo non è necessario guardare lontano. Basta semplicemente guardare il cristianesimo nella storia, le guerre, le persecuzioni, le ingiustizie, le ipocrisie, le nefandezze, l’immoralità per capire che sono quelli che si chiamavano cristiani che hanno causato i maggiori attacchi e le più cocenti sconfitte al cristianesimo.
Guardare indietro potrebbe essere, però, già in se stesso, un atto di vigliaccheria. Perché non guardare il presente? Perché non guardare le ferite inflitte alla testimonianza dalla tua chiesa, le debolezze e l’indifferenza della gente, per domandarti se gli altri vedono nella chiesa oggi soltanto parole, dottrine, comportamenti “spirituali” che nascondono l’incoerenza, liti, compromessi e assenza di vita e potenza spirituali?

Tre insegnamenti fondamentali

L’Apostolo Paolo era d’esempio ai credenti, e a quelli che lo conoscevano più da vicino, in tre cose.
Nella santità, cioè, nella consacrazione a compiere la volontà di Dio, evitando ogni tipo di male. Nessuno doveva insegnargli il significato delle parole di Pietro: “Come Colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta” (1 Pietro 1:15).
Nell’amore, che dimostrava nelle relazioni con i suoi fratelli, che lodava, incoraggiava, per cui pregava in tutte le sue lettere. Nessuno doveva domandargli se credeva o no alle parole di Gesù “Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri” (Giovanni 15:12).
Nelle sofferenze, che Paolo ha affrontato dal giorno della sua conversione fino a quello della sua morte. In questo, lui seguiva il suo Signore: “Se soffrite perché avete agito bene, e lo sopportate pazientemente, questa è una grazia davanti a Dio. Infatti, a questo siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché seguiate le sue orme” (1 Pietro 2:20b,21).
Non è difficile pensare che i cristiani che sono d’esempio in queste tre cose avranno una testimonianza forte e fruttuosa, come quella di Paolo.
Dove sono i predicatori che sono più conosciuti per la loro santità di vita che per le loro parole? Che nella condotta privata, in famiglia, con la moglie e i figli, che nei rapporti con altri credenti, e con il mondo che li osserva, sono considerati da tutti “irreprensibili”?
Dove sono i predicatori e le guide di chiesa che sono riconosciuti più per il loro amore, il tempo che passano con chi ha bisogno, la loro prontezza ad aiutare chi soffre, la loro umiltà nei confronti di chi li offende, la loro disponibilità a perdonare, che per le loro prediche?
Dove sono i predicatori, gli anziani e i missionari che sono più pronti a sopportare un’ingiustizia, a soffrire in silenzio, ad accettare, senza combattere, le ironie, il sarcasmo e l’odio, invece di limitarsi soltanto alle prediche dottrinalmente perfette?
Ovviamente, Paolo era d’esempio proprio in queste qualità.
Ma, dove mai avrebbe potuto imparare un comportamento così contro corrente? Cosa lo avrebbe mai convinto che la “vita espositiva” non era soltanto una necessità, da accettare con rassegnazione, ma, piuttosto, un metodo di evangelizzazione e di edificazione senza il quale il suo ministero sarebbe stato inutile?

Il metodo di Gesù

Non era il metodo della “vita espositiva” quello di Gesù stesso?
Gesù non ha detto, in quel momento intimo in cui aveva fatto vergognare tutti i suoi discepoli, lavando loro quei piedi, che nessuno di loro avrebbe voluto toccare: “Se, dunque, io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni degli altri. Infatti, vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io” (Giovanni 13:14,15)?
Per ciò che riguardava il punto più alto della rivelazione del cuore del Padre, Gesù aveva insistito: “Questo è il mio comandamento; che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Giovanni 15:12).
Gesù ha affermato con grande solennità che, non solo aveva detto le parole che il Padre gli aveva date, ma che aveva anche fatto le opere del Padre. Perciò si dimostrava rattristato dalla richiesta di Filippo: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre; come mai tu dici: «Mostraci il Padre»?” (Giovanni 14:9,10). Gesù aveva fatto conoscere il Padre non con conferenze di filosofia, ma con atti di amore, di perdono e di soluzione di problemi umani.
Durante il suo ministero in Israele, davanti al rifiuto di Lui e delle sue parole da parte della gente, Gesù ha fatto una delle sue offerte più commoventi e più tenere: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo, e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore” (Matteo 11:28-30).
“Imparate da me” disse. Non dalle sue parole, ma dal suo esempio “perché io sono mansueto ed umile di cuore”.
Non esiste un atteggiamento, una qualità, più attraente dell’umiltà. Né più difficile a trovare oggi. Anche nella chiesa e, spesso, fra i predicatori più attaccati alla sana dottrina.
Se il Re di gloria, il Creatore dell’universo, il Vincitore della morte, poteva comportarsi, in mezzo alla gente ignorante, orgogliosa e peccaminosa, non come un re, ma come un servo, come dovrebbe comportarsi chi professa di seguirlo e di annunziare il suo messaggio?

Qual è il metodo adatto all’anziano?

Non solo Paolo, Timoteo e Gesù consideravano il metodo della “vita espositiva” come il centro del loro ministero.
Lo credeva, e lo viveva anche l’apostolo Pietro. Al punto che, quando volle stimolare e istruire gli anziani delle chiese, scrisse che non dovevano pretendere di essere “dominatori di quelli che vi sono affidati, ma come esempi del gregge” (1 Pietro 5:3).
Infatti, l’anziano non ha altro strumento per convalidare ciò che predica che il suo esempio.
Dio non gli ha dato metodi di repressione o di punizione. Il suo ministero ha soltanto la potenza della sua testimonianza, del suo esempio, della sua fedeltà alla Parola di Dio.
Per questo motivo, la maggior parte delle qualifiche che l’Apostolo Paolo ha elencate, in 1 Timoteo 3:1-7 e in Tito 1:6-9, come necessarie per gli anziani, sono delle qualità che esistono soltanto nella pratica, nella manifestazione di una vita trasformata dalla potenza dello Spirito e conforme alla Parola.
Anzi, la qualifica su cui l’apostolo spende più parole è una in cui regna supremo l’esempio, la vita espositiva.
“Che governi bene la propria famiglia e tenga i figli sottomessi e pienamente rispettosi, perché se uno non sa governare la propria famiglia, come potrà avere cura della chiesa di Dio?” (1 Timoteo 3:4,5).
In un mondo come il nostro, in cui la famiglia attraversa una crisi profonda, in cui le coppie felici e sottomesse al Signore, i figli ubbidienti e rispettosi ai genitori sono in minoranza, il bisogno di esempi buoni da parte delle famiglie cristiane è superlativo.
Soltanto le guide della chiesa che possono dimostrare cosa sia una famiglia cristiana e che è possibile vivere così oggi, possono avere un ministero efficace e di benedizione nella chiesa.

La vita espositiva nella chiesa oggi

Spesso la chiesa moderna, per quanto dottrinalmente fedele alla Bibbia, dimostra debolezza, confusione e disordine nella pratica, con intere famiglie, e molti giovani, in ribellione, con comportamenti, atteggiamenti arroganti e superficiali e reputazioni che non rispecchiano affatto la santità di vita di cui la Bibbia parla.
Non sarà perché così spesso manca l’esempio della vita espositiva nelle sue guide?
Certamente, la “predicazione espositiva” è una grande conquista, per chi ha la chiamata, la capacità, la pazienza e il dono di poterla usare. Vale un grosso impegno, una consacrazione di tempo, di energia e di concentrazione per potere studiare, comprendere e esporre, in modo degno, la verità rivelata da Dio agli uomini.
Ma potrebbe apparire soltanto come aria fritta, come esercizio e acrobazia mentale e come parole vuote, se la “predicazione espositiva” non fosse convalidata da una “vita espositiva”.
Concentriamoci, allora, umiliamoci, impariamo a vivere la vita di Cristo nella sua pienezza e, poi, dedichiamo tutte le nostre capacità e forze al suo servizio.

Guglielmo Standridge

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