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La Voce del Vangelo


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La VOCE luglio 2019

L’estate è il periodo ideale per visitare le grandi città ricche di storia e di cultura. Certe cattedrali incutono un senso di stupore e di riverenza per la loro maestosità architettonica. Quella luce particolare… quell’eco dei passi composti e del brusio dei turisti… Ogni dettaglio sembra fare appello all’animo religioso di chi vi entra.

I locali delle nostre chiese evangeliche, invece, possono sembrare molto modesti in confronto. Chi conosce la Bibbia sa che Dio “che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa” (Atti 17:24,25). 

In realtà, le uniche due strutture che Dio abbia mai ordinato di costruire come luoghi di culto non esistono più. E se esistessero, noi come non Ebrei, non avremmo molta speranza di potervi entrare. 

Gesù ha detto: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto” (Matteo 4:10).

È un comandamento, ma anche il desiderio sia di Dio che del credente. 

Ma in cosa consiste l’adorazione? Se Dio desidera che io lo adori, come lo devo fare in pratica? È adorazione quello che si fa nei nostri culti? 

Dobbiamo seguire qualche tradizione, o siamo liberi di scegliere noi come, quando e dove farlo? Questa, in sostanza, era ciò una donna samaritana voleva sapere da Gesù.

Tu sai in che modo Dio vuole essere adorato? 

Di chi è la mano che baci?

La domanda della donna samaritana sull’adorazione tocca un argomento attuale ancora oggi. Qual è il modo giusto di adorare Dio? C’entra qualcosa la religione, una chiesa o un luogo preciso? Richiede un atteggiamento pio, o riti e liturgie particolari? Un atmosfera mistica e musiche che trasportino le emozioni? 

Lei era samaritana, e ai samaritani era vietato entrare nel tempio di Gerusalemme. Avevano un loro monte sacro dove andavano ad adorare il Dio degli Ebrei, un Dio che, in realtà, non conoscevano (Giovanni 4:20-22). Quel monte rappresentava qualcosa di tangibile nel loro rapporto, altrimenti astratto, con il Signore.

Ancora oggi molte persone si sentono più vicine a Dio in edifici e luoghi specifici, adatti per il raccoglimento. Ricercano un contesto, un ambiente che susciti in loro un giusto senso di solennità. 

La risposta di Gesù alla samaritana deve averla sorpresa non poco: “Credimi; l’ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre” (4:21). Diceva che non c’entra affatto il luogo dove uno adora Dio, ma il modo in cui lo fa. 

È una notizia che stravolge tante opinioni, e altrettanti preconcetti: “L’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. Dio è Spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità” (4:23,24).

Spirito e verità. Sono le parole chiave della risposta di Gesù. Adorare Dio nel modo che Egli vuole, è vincolato a due presupposti fondamentali: essere nati di nuovo e conoscere la verità. 

Dio è Spirito. Per godere la comunione con Lui bisogna rinascere spiritualmente. Gesù l’ha spiegato a Nicodemo, un uomo di fede che pensava che bastasse avere la religione giusta: “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: Bisogna che nasciate di nuovo” (Giovanni 3:5-7).

I samaritani adoravano Dio, ma non lo conoscevano (4:22). Si potrebbe dire che lo adoravano come se lo immaginavano. 

Miliardi di persone fanno lo stesso oggi. 

Il dizionario Treccani definisce il verbo adorare come rendere culto, inchinarsi, amare teneramente e con grande trasporto, avere grande passione per qualcosa, o profonda ammirazione per qualcuno, apprezzare enormemente.

Come posso amare teneramente e avere una grande passione per qualcuno che non conosco? Pretendere di nutrire una profonda ammirazione verso uno sconosciuto è praticamente impossibile! 

Ma, se non è adorare Dio quello che faccio senza conoscerlo, che cos’è allora?

Generazioni alla deriva

La Bibbia afferma che prima di conoscere Dio – prima cioè di diventare suo figlio attraverso la fede in Gesù Cristo – di fatto mi è impossibile adorarlo. La realtà è che sto adorando tutt’altro.

L’apostolo Paolo spiega, per sua esperienza personale: “Dio ha vivificato anche voi, voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati, ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l’andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell’aria, di quello spirito che opera oggi negli uomini ribelli. Nel numero dei quali anche noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri; ed eravamo per natura figli d’ira, come gli altri” (Efesini 2:1-3).

Ecco la verità nuda e cruda dalla parola di Dio: ogni uomo e donna che non è stato vivificato da Dio adora le idee, le religioni e le opinioni mondane, non divine. Generazione dopo generazione l’umanità segue il comportamento e l’andazzo del mondo. 

Adora Satana e adora se stesso.

Può sentire un grande trasporto religioso, ma se viene meno nel praticare misericordia e giustizia, dimostra di non aver conosciuto Dio (Osea 4:1,2). 

Qui non stiamo dicendo che non ci siano tante brave persone, sincere, altruiste e impegnate per le cause giuste. Stiamo dicendo che se mancano i due presupposti della vera adorazione – la nascita dallo Spirito di Dio e l’amore per la verità – non siamo gli adoratori che Dio cerca.

E fin quando uno adora qualcun altro, e non il vero Dio, sta servendo il padrone sbagliato. E come ha detto Gesù, nessuno può servire due padroni, perché amerà l’uno e odierà l’altro, o viceversa. 

Diritto esclusivo

Ovviamente, un non credente può assistere al culto insieme ai veri credenti e cantare le stesse canzoni, o gli inni che cantiamo noi, e forse anche pregare. Anzi, tutti sono più che benvenuti a venire e ad ascoltare la predicazione del vangelo con la speranza che, anche loro, possano diventare figli di Dio. Ma l’adorazione è qualcosa che solo un figlio di Dio può offrirgli. 

La vera adorazione comincia il giorno in cui una persona si converte attraverso l’opera di trasformazione dello Spirito Santo. Lo Spirito ci convince di peccato e di giustizia, e presenta Gesù Cristo come l’unico Salvatore che può condurci a Dio per essere perdonati. Da quel momento in poi, l’adorazione è uno stile di vita, una consapevolezza della presenza di Dio e volontà di vivere per il Signore. 

La trasformazione che lo Spirito attua nel credente è radicale: da persone che non hanno mai ringraziato Dio, né l’hanno glorificato, ma hanno adorato la creatura invece del creatore, diventiamo persone vivificate e capaci di adorare il vero e unico Dio. Nati dallo Spirito per adorare nello spirito.

Per adorare Dio, bisogna conoscerlo. Egli si è rivelato nella sua parola, la Sacra Bibbia, il mezzo stabilito da Lui per sapere chi è, cosa fa e cosa desidera da noi. 

Un culto inutile

Le parole chiave della risposta di Gesù alla samaritana erano: in spirito e in verità. Abbiamo visto che solo chi è nato spiritualmente può adorare Dio in spirito. Ma il problema è che pure un credente può adorare in modo vano. 

Dio aveva rimproverato questo peccato a Israele, e Gesù, citando le parole del Padre, denunciò l’ipocrisia dei religiosi del suo tempo: “Ben profetizzò Isaia di voi quando disse: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. Invano mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che sono precetti d’uomini»” (Matteo 15:8,9).

Per Dio è stato sempre una questione di cuore, di affetti, di priorità. 

L’adorazione non ha tanto a che fare con quello che si dice mentre si adora, ma con quello che si è dentro. 

Infatti, l’apostolo Paolo ha scritto queste parole: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani 12:1,2).

L’adorazione è uno stile di vita. 

Il culto spirituale, gradito a Dio, è presentare i nostri corpi ogni giorno in sacrificio, morti a noi stessi ma viventi per il nostro Signore. 

Pensare di adorare con la bocca, senza essere pronti a sacrificare la nostra vita in modo completo e radicale, è adorare invano. È inutile. È mentire.

Nel Nuovo Testamento, la parola greca usata più comunemente per indicare l’atto dell’adorazione, significa letteralmente “inchinarsi” e “baciare la mano”. Tenendo questo in mente, i versetti in Romani 12 sul presentarsi a Dio come sacrifici viventi, assumono la giusta prospettiva di sobrietà e serietà. Quando adoriamo Dio non stiamo davanti a qualcuno che sia pari a noi. 

È vero che Dio ha messo lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: “Abbà, Padre” (Galati 4:6), ma questo è stato reso possibile solo per l’atroce morte di Gesù al posto nostro. 

Dobbiamo riconoscere chi abbiamo davanti, e capire che il nostro rispetto incondizionato, il servizio e la nostra sottomissione completa sono dovuti a Lui. La vera adorazione è caratterizzata dal timore di Dio (Malachia 1:6).

Troppo spesso nei nostri incontri quello che è vissuto come adorazione non è molto diverso dal tentativo di evocare un’atmosfera piacevole che ci faccia sentire rassicurati e coccolati. Sicuramente non assomiglia all’atteggiamento che avevano Mosè, Isaia, Ezechiele, Daniele, Pietro, Paolo e tanti altri uomini di Dio davanti alla sua maestà.

 “Nell’anno della morte del re Uzzia, vidi il Signore seduto sopra un trono alto, molto elevato, e i lembi del suo mantello riempivano il tempio. 
“Sopra di lui stavano dei serafini, ognuno dei quali aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi, e con due volava. L’uno gridava all’altro e diceva: «Santo, santo, santo è il SIGNORE degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria!» Le porte furono scosse fin dalle loro fondamenta dalla voce di loro che gridavano, e la casa fu piena di fumo. 
“Allora io dissi: «Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; e i miei occhi hanno visto il Re, il SIGNORE degli eserciti!» 
“Ma uno dei serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, tolto con le molle dall’altare. Mi toccò con esso la bocca, e disse: «Ecco, questo ti ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta e il tuo peccato è espiato». 
“Poi udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò? E chi andrà per noi?»  Allora io risposi: «Eccomi, manda me!»” (Isaia 6:1-8)

 Ecco l’esempio di quella adorazione che dovrebbe far parte della nostra vita. 

L’uomo che si avvicina a Dio in riverenza, riconosce che Egli è immensamente santo, e non può fare a meno di vedersi come peccatore che ha bisogno dell’opera continua della grazia di Dio nella sua vita. Con spirito umile, consapevole di non meritare niente, è pronto a servire.

Questo non può accadere solo la domenica al culto.

L’adorazione deve essere vissuta dal lunedì alla domenica, di settimana in settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. Deve migliorare e crescere giorno dopo giorno. E un giorno, nell’eternità alla presenza di Dio, sarà gloriosa, perfetta e senza fine.

 “Chi non temerà, o Signore, e chi non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo; e tutte le nazioni verranno e adoreranno davanti a te, perché i tuoi giudizi sono stati manifestati” (Apocalisse 15:4).

Adoratori ricaricati

Per non essere solo un trattato teologico sull’adorazione (argomento troppo vasto per un articolo breve come questo), vediamo come si esprime in pratica l’adorazione come stile di vita. 

È chiaro che ogni aspetto della fede biblica va vissuto tanto in famiglia, quanto al lavoro, nel quartiere dove abitiamo, nella società, ma soprattutto nella chiesa. 

È quello che l’autore della lettera agli Ebrei affermava quando ha scritto: “Per mezzo di Gesù, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome. Non dimenticate poi di esercitare la beneficenza e di mettere in comune ciò che avete; perché è di tali sacrifici che Dio si compiace” (Ebrei 13:15,16).

La nostra voce esprime l’adorazione del cuore, i gesti confermano la sua genuinità.

Chi ci conosce, sa se stiamo adorando o “ipocritando”!

Il culto che offriamo a Dio la domenica è adorazione solo se è l’espressione onesta di quello che abbiamo messo in pratica durante la settimana.

Lo scrittore dell’epistola agli Ebrei dice ancora: “Avviciniamoci con cuore sincero e con piena certezza di fede, avendo i cuori aspersi di quell’aspersione che li purifica da una cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo ferma la confessione della nostra speranza, senza vacillare; perché fedele è colui che ha fatto le promesse. Facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci all’amore e alle buone opere, non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni sono soliti fare, ma esortandoci a vicenda; tanto più che vedete avvicinarsi il giorno” (10:22-25).

In tutta onestà dobbiamo ammettere che non siamo adoratori costanti. Abbiamo prove e difficoltà che ci ostacolano, ma più di ogni altra cosa è proprio la nostra vecchia natura che ci frena, e abbiamo bisogno del nostro tempo insieme a tutta la chiesa la domenica, proprio per ricaricarci e spronarci.

I nostri incontri regolari come credenti in Cristo sono essenziali nel piano di Dio per la nostra crescita spirituale. Perciò ogni momento del culto è importante e contribuisce alla nostra adorazione collettiva. Tu contribuisci al mio progresso nella fede, come io al tuo. 

Allora sii preparato quando arrivi. Il tuo cuore sia ben disposto. Non fare tardi il sabato sera per non arrivare mezzo addormentato: non è utile per una degna adorazione di Dio. 

Arriva in orario. Anzi, arriva prima che cominci il culto. Se prevedi traffico o che avrai difficoltà a trovare parcheggio, mettilo in conto, e parti prima. La puntualità non è solo segno di buona educazione, ma dimostra anche la tua voglia di adorare  insieme ai tuoi fratelli e sorelle. Arrivare in ritardo distrae gli altri, e ti fa perdere una parte importante del culto.

C’è un inno che dice: “È vano il cantare, è indegno il pregare, se altrove è la mente, se muto è l’amor!” Con poche parole esprime un concetto fondamentale. 

Anche con la musica adoriamo Dio. In alcune chiese la musica è diventata più importante delle parole. È giusto che sia fatta nel miglior modo possibile, degno del nostro Creatore, ma la musica deve essere funzionale allo scopo per cui ci si riunisce. E la musica che si fa, per essere eccellente, deve essere consona alle parole che si cantano. 

L’adorazione non ha a che fare con noi, ma con Dio. Stiamo parlando di Lui, dobbiamo farlo con il dovuto rispetto, e non per divertirci.

I canti nel culto, che siano scelti in anticipo da chi presiede o proposti dalla congregazione, hanno la loro ragione d’essere solo nella misura in cui, esprimendo verità bibliche, aiuteranno i credenti ad adorare a viva voce. Non è il karaoke, dove ognuno canta la sua canzone preferita. È il tempo in cui i credenti innalzano la loro voce insieme per riflettere su chi è Dio, cosa fa per noi, e per lodarlo e ringraziarlo. 

Se non sai cantare, se ti vergogni della tua voce, canta sottovoce o ascolta soltanto, e pensa nel tuo cuore alle parole cantate. Un tempo così non è mai perso!

La preghiera durante il culto è un momento importante in cui tutta la chiesa unita parla al suo Signore. Ascoltare le preghiere, e dire amen, è un’espressione dell’adorazione comunitaria. Non è la stessa cosa che la preghiera privata, per conto proprio. Qui si è un corpo unito, qui quello che si dice in preghiera riguarda tutti i presenti. Per questo è importante che chi prega lo faccia ad alta voce, in modo che gli altri possano comprendere, partecipare ed esserne incoraggiati. 

Anche contribuire all’offerta è parte dell’adorazione. Non è qualcosa che debba sorprenderci o coglierci impreparati. All’ammontare del dono bisogna pensare già a casa. Non va quantificato guidati dall’impulso del momento. 

L’offerta è adorazione, prima di tutto perché significa riconoscere che tutto quello che abbiamo viene da Dio. È anche un segno di gratitudine e di dipendenza da Dio. 

È un modo pratico di partecipare attivamente al progresso del vangelo. Ecco perché non deve essere solo una reazione emotiva a un appello, o qualcosa che facciamo per abitudine, o perché ci sentiamo in dovere di farlo.

Il fulcro dell’adorazione collettiva è chiaramente l’esposizione della Parola di Dio. Perciò è fondamentale che chi predica sia ben preparato, abbia studiato il testo biblico di cui parlerà, e abbia vissuto durante la settimana quello che insegnerà la domenica. Il suo messaggio deve essere così chiaro che chi l’ascolta sappia come adorare meglio, durante la settimana, il Dio del cielo e della terra. 

La cena del Signore è anch’essa una espressione di adorazione, un momento meraviglioso in cui ricordiamo quello che ha fatto. Celebrandola insieme affermiamo davanti a tutti su quale base si fonda la nostra fede: sulla sola opera di Cristo che per la sua grazia ha fatto sì che siamo riconciliati con Dio, e possiamo adorarlo in spirito e verità. 

È anche un richiamo per esaminarci, ognuno per conto proprio, e confessare a Dio  il nostro peccato, abbandonandolo.

L’adorazione come stile di vita cambia il tuo modo di pensare alla chiesa. Troverai voglia e piacere di essere puntuale per partecipare ai canti, alla preghiera, all’ascolto del messaggio, all’offerta e alla cena del Signore, perché dopo aver vissuto la settimana adorando Dio potrai ancora contribuire alla crescita degli altri. 

L’adorazione non è casuale, ma pensata, e prodotta da Dio in noi. 

Non più a Gerusalemme, nè in Samaria. 

La vera adorazione è uno stile di vita quotidiano, perché se non hai adorato Dio in spirito e verità durante la settimana, non basteranno le musiche, l’atmosfera e gli espedienti più suggestivi a evocare in te una vera adorazione in chiesa!

  

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La VOCE giugno 2019

È nella natura umana pensare che il “nostro” modo di ragionare e di fare le cose sia quello giusto. Da quando ci siamo convertiti a Cristo, abbiamo imparato e adottato il modo di vivere la fede della nostra chiesa locale, in cui siamo cresciuti e maturati. 

Ci è familiare il modo in cui si svolge il culto: così si è sempre fatto, e così si farà.

Ma che succederebbe, se una domenica mattina l’Apostolo Paolo in persona entrasse nella nostra chiesa? Proprio lui, che prima avrebbe ucciso persone come noi. Lui, che dopo la sua conversione, portava sulla sua pelle le cicatrici per il vangelo.

Cosa penserebbe osservando come ci stiamo preparando per il culto? 

Canterebbe anche lui i nostri coretti preferiti, con contenuti superficiali? O preferirebbe gli inni classici in un italiano arcaico? Troverebbe gli strumenti e gli arrangiamenti appropriati?

Si identificherebbe con le nostre preghiere? 
Sarebbe d’accordo con il messaggio predicato?

Ai tempi suoi nessuno aveva una Bibbia da portare alle riunioni, tanto meno un tablet o il telefonino con l’app per leggerla. Le Sacre Scritture erano un lusso che pochi potevano permettersi.

Molto è cambiato da allora, anche in meglio, ma certe cose non dovrebbero essere affatto diverse. 
Dio certamente non è cambiato. Ma i credenti?

Le chiese ai tempi di Paolo erano appena nate, Gesù era risalito in cielo da poco tempo. C’erano ancora dei credenti convertiti durante la Pentecoste, prima che cominciassero le persecuzioni. 
Molti avevano perso tutto, fuggendo in altre città. Le prove che dovettero affrontare non erano certo i disturbi psicoemotivi per le normali difficoltà della vita. 

Cosa direbbe l’Apostolo Paolo alla nostra assemblea la prossima domenica?

"Troppa vanità, amici miei!"

I credenti del primo secolo sarebbero sbalorditi di quanto è diversa la vita adesso: macchine, aerei, grattacieli, palazzi di vetro, plastica e altri materiali nuovi, cibi sintetici, medicine…  I figli vanno tutti a scuola, le mogli fanno carriera, non si lavora più tutto il giorno…  

Progresso in ogni campo.
Troverebbero tantissime novità “sotto il sole” di cui meravigliarsi. 
Eppure – lo afferma la Bibbia – nulla è cambiato dai tempi loro. 

 

Vanità delle vanità, dice l’Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità. Che profitto ha l’uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole? 
Una generazione se ne va, un’altra viene, e la terra sussiste per sempre.
Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri. 
Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre. 
Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l’uomo possa dire; l’occhio non si sazia mai di vedere e l’orecchio non è mai stanco di udire. 
Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c’è nulla di nuovo sotto il sole.  C’è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo»? Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto. 
Non rimane memoria delle cose d’altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi. 
– Ecclesiaste 1:2-11

 

Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, le cose sono migliorate. Ma l’uomo stesso, nella sua essenza, non è cambiato affatto.

Gli stessi desideri e bisogni continuano a farla da padrone nel cuore umano, spingendoci a rincorrere cose futili. 

Salomone, per la singolare saggezza che Dio gli aveva dato, sapeva bene che tutto quello che gli stava intorno era un vapore. Purtroppo saperlo non è sufficiente. E così anche lui era stato sedotto e travolto dal desiderio di possedere, solo per scoprire dalla sua esperienza quello che avrebbe dovuto già sapere: tutto è vanità!

Se l’Apostolo Paolo potesse visitare le nostre chiese oggi, forse anche lui confermerebbe che c’è troppa vanità nel moderno mondo evangelico. 

Non lo direbbe con arroganza, lui che aveva rincorsa la vanità come tutti gli altri (Efesini 2:1-3).
Lo direbbe con la voce spezzata. 

Si siederebbe in mezzo a noi e, guardandoci negli occhi, direbbe con le lacrime: “Troppa vanità, amici miei! State vivendo troppo per il presente e poco per il futuro.”

In Atti 20 c’è un suo discorso in cui ripercorre il suo lavoro come anziano-pastore della chiesa di Efeso. Sono parole che esprimono tutta la sua premura, l’attenzione e un amore sincero per la chiesa. C’è la grande sollecitudine di aiutare ogni credente a scoprire e a perseguire i veri valori eterni della vita.

Noi, credenti del terzo millennio, cosa stiamo rincorrendo? Chi ci insegna a vivere con una prospettiva giusta?

Nelle prime chiese c’era un gruppo di credenti che l’aveva capito.

La chiesa di Tessalonica godeva della reputazione di essere approvata da Dio. La loro conversione a Cristo aveva avuto non solo un forte impatto su loro stessi, ma anche un effetto onda su vasta scala. Ecco come ne parlava Paolo: 

“Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene. 
Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo, tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. 
Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell’Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne; perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagl’idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti; cioè, Gesù che ci libera dall’ira imminente” (1 Tessalonicesi 1:5-10).

La loro trasformazione era stata notevole. Non avevano fatto, come spesso accade oggi, una mera professione di fede solo a parole, una preghiera alla fine di una riunione e tutto finisce lì. 

Il loro modo di vivere era cambiato drasticamente. Tutti ne parlavano.

Qual è, allora, la differenza? Come mai questo tipo di cambiamento autentico spesso fa fatica a manifestarsi nelle nostre chiese?

I tessalonicesi non erano supereroi della fede. Ma quello che hanno fatto era imitare Paolo il quale, lungi dal vivere una finta spiritualità, si riconosceva il più grande dei peccatori. 

Con rammarico genuino, Paolo si rendeva conto che certe volte faceva cose che non avrebbe voluto fare, e che, invece, in altri momenti non faceva quello che voleva (Romani 7:21-25). Non era perfetto. 

Ma Paolo, e i tessalonicesi, si distinguevano da molti altri perché avevano abbracciato il lavoro dello Spirito Santo in loro. Avevano dato retta alla correzione di Dio, che mirava a convincerli, ad aiutarli a comprendere la sua volontà, e a dargli la forza di compierla. 

Non supercredenti, ma obbedienti a Dio. 

Erano cambiati, erano diventati degli esempi, e la loro fede si vedeva. 

Questa drastica trasformazione era diventata argomento di conversazione tra i credenti di tutta la regione.

La fede dei tessalonicesi era caratterizzata da tre azioni distinte:
- avevano lasciato la vecchia vita, 
- servivano il Signore con fedeltà 
- e vivevano in funzione del ritorno di Cristo. 

Per dirlo in altre parole, avevano rinunciato a rincorrere le vanità, come facevano in passato, per vivere il presente con una prospettiva futura.

La loro conversione non era stata facile, e la vita non gli aveva risparmiato difficoltà, ma la loro preoccupazione era vivere per cose che hanno un valore eterno.

E loro oggi sono un esempio per noi, che siamo facilmente distratti da mille attrazioni inutili. 

Se Paolo visitasse il nostro culto, molto probabilmente non interverrebbe sulle cose esteriori che non vanno. Le noterebbe senz’altro, perché denunciano qualcosa di più grave che non va. Ma farebbe massima attenzione alla sostanza, all’insegnamento, all’atteggiamento e allo scopo in ogni cosa che si fa. Ci inviterebbe a fermarci e a valutare la nostra vita, per capire se stiamo vivendo per il presente o per il futuro. 

E, onestamente, potrebbe essere difficile capire cosa significhi vivere per l’eternità. Se si è intrappolati nel presente che, con tutti i suoi tentacoli, avvolge e stringe da ogni parte, saremo incapaci di occuparci del bene eterno, sia nostro che di chi ci sta vicino.

Diventa tutto più chiaro, quando consideriamo le parole di Gesù.

“Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua.  Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà.  Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l’anima sua? O che darà l’uomo in cambio dell’anima sua?” (Matteo 16:24,25).

“Gesù parlò loro di nuovo, dicendo: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita»” (Giovanni 8:12 ).

“E disse loro: «Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini». Ed essi, lasciate subito le reti, lo seguirono” (Matteo 4:19,20). 

“Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente»” (Matteo 28:19,20).

La chiesa ha il solenne compito di fare di ogni credente un discepolo di Cristo. Non per essere un bravo membro della comunità. Non per portare avanti i programmi della chiesa come si è sempre fatto. Non per perpetuare un’opera evangelica o una denominazione.

Discepoli. Discepoli che seguono il Maestro. Che vivono con una prospettiva eterna. Che capiscono che la vita è breve e che il mondo passa, e che solo il frutto che Dio produce in noi e attraverso noi è eterno.

Da questa prospettiva tutte quelle cose che consumano il nostro tempo e le nostre energie appariranno senza senso se non addirittura dannose. 

Questa consapevolezza di essere discepoli è ciò che la chiesa deve continuare a trasmettere nell’insegnamento biblico, nelle preghiere ad alta voce, nei canti e in ogni altra attività. 

Ovviamente è solo lo Spirito Santo che può produrre una vera maturità spirituale in noi, ma se la Parola di Dio non è predicata, cantata e vissuta con fedeltà, chi ci ascolta e osserva come fa ad essere sollecitato dallo Spirito?

Paolo aveva conosciuto molti credenti pronti a morire per la loro fede. Tanti di loro sono stati uccisi. Troverebbe la stessa prontezza in noi? Saremmo pronti a dare la vita per il vangelo?

La nostra priorità non può e non deve essere quello di inseguire ancora le vanità della vita. Rinunciare a se stessi vuol dire rinunciare tutto quello che per un non credente è priorità assoluta: possedere cose solo per il gusto di soddisfare se stessi, apparire per sembrare importanti e realizzati, avere una posizione per essere riconosciuti e sentirsi appagati.

Cos’è un cristiano se non uno che, per seguire Cristo e fargli piacere in ogni cosa, rinuncia al peccato e vive per attirare altri alla salvezza? 

“Okay”, dirai, “è tutto vero, e ci credo. Ma, in sostanza, cosa dovrebbe cambiare nella mia vita?” 

Tanto per cominciare, chiediamoci come stiamo vivendo le nostre relazioni, quali siano le nostre mete, quali le nostre priorità. Esaminiamo con onestà come e perché facciamo il nostro lavoro, cosa compriamo, cosa teniamo nel nostro armadio… 

Troppo radicale? Prova a invitare Paolo a casa tua a guardare da vicino le tue scelte! 

E più che Paolo, che non verrà né in chiesa né a casa, considera il Signore Gesù. Lui è sempre presente, osserva ogni cosa e scruta la nostra mente e il nostro cuore. A lui non possiamo nascondere nulla! 

Ma per aiutarci a rivalutare la nostra vita, facciamo qualche esempio pratico di tutto quello in cui possiamo senz’altro migliorare.

 

COMINCIANDO DAI SINGLE, perché lo siamo stati tutti, chi per pochi anni, chi per più a lungo, ecco alcune indicazioni.

Paolo ha detto che per un credente essere single ha dei vantaggi. 

È una condizione privilegiata per coloro che vogliono vivere per le cose eterne. Non devono preoccuparsi di piacere al marito o alla moglie, e sono quindi più liberi di dedicarsi a servire il Signore (1 Corinzi 7: 32-35).

Un credente single, però, se non ha una prospettiva eterna per la sua vita, rischia di chiudersi in se stesso per via delle responsabilità e dei problemi che si trova a dover affrontare da solo. La solitudine può farsi sentire e i tentacoli del vivere solo per il presente sono lì, pronti ad avvilupparlo e a isolarlo sempre di più.

Ma se ti pesa non essere sposato, non è il momento di arrendersi e continuare a credere che nessuno ti capisca. Dio capisce i single. È lui che ha permesso la condizione in cui ti trovi e la vuole usare per la sua gloria.

Può darsi che Dio ti stia preparando per una vita da sposato, ma nel frattempo sei nella condizione perfetta per servirlo come un discepolo senza legami! Pianifica il tuo presente e il tuo futuro, considerando che la tua priorità è essere un pescatore di uomini, un discepolatore, un servitore.

 

SE SEI SPOSATO, cosa vuol dire essere un marito o una moglie che vive per ciò che è eterno? 

Comincia con la consapevolezza che la vita di coppia richiede impegno e costanza. Bisogna darsi da fare e lavorare sodo su se stessi per essere sicuri che il matrimonio rispecchi la descrizione che Dio ha ispirato in Efesini 5. 

Il comportamento del marito deve riflettere quell’amore capace di donarsi completamente, lo stesso che Cristo ha per la chiesa. L’atteggiamento della moglie invece deve esprimere la gioiosa sottomissione della chiesa a Cristo. 

In un mondo dove il matrimonio viene preso sempre più sottogamba e disprezzato, la condotta santa dei coniugi credenti è un esempio abbagliante di questa prospettiva eterna. 

Se sei un marito, hai il sacro compito, che Dio ti ha affidato, di essere un esempio di Cristo per la famiglia, ma hai anche la responsabilità di aiutare tua moglie a diventare anche lei più simile all’immagine di Cristo. Il modo in cui la tratti e ne parli dovrebbe sorprendere positivamente coloro che vi osservano. 

Se sei una moglie, la tua collaborazione con tuo marito e la tua gioiosa sottomissione a lui dovrebbero attirare altri al Signore. In un mondo dove la sottomissione è una parolaccia, una donna che cura di più il suo cuore piuttosto che il suo look, sarà una luce irresistibile. 

E visto che il matrimonio biblico è un’immagine del rapporto di Cristo con la chiesa, è l’intenzione di Dio che la famiglia cristiana sia anche un richiamo a diventare seguaci di Cristo. 

Una coppia unita nell’amore e negli intenti è efficace per raggiungere un mondo che necessita del meraviglioso messaggio del vangelo. La loro è una casa ospitale, aperta, accogliente e invitante che rispecchia valori eterni.

 

E I FIGLI? È tragico vedere quanti figli di credenti abbandonino la fede molto presto. In passato poteva succedere che smettevano di farsi vedere in chiesa intorno ai 18 anni. Oggi tanti genitori si arrendono prima, sentendosi incapaci di trasmettere ai propri figli l’importanza della fede in Cristo.

Si sa, ogni ipocrisia, ogni fede finta è presto smascherata in casa. 

Per anni i figli hanno osservato il modo in cui i genitori si sono trattati in privato, l’atteggiamento con cui partecipano alla vita della chiesa e come si rapportano agli altri. 

Non gli è sfuggito con quanta facilità la vita cristiana prendeva il secondo posto rispetto al lavoro e alle attività in generale. I figli hanno imparato, senza che i genitori glielo abbiano mai detto a parole, che la scuola, lo sport, la musica e tante attività erano più importanti della vita spirituale. 

La mancanza di coerenza prima, e  della correzione poi, con conseguenze amorevolmente giuste per le disubbidienze, hanno eroso ogni traccia di insegnamento del vangelo nei figli. 

Se ami tuo figlio, non lasciare la tua responsabilità di inculcargli valori eterni solo agli insegnanti della scuola domenicale. Il tuo lavoro non è più importante della vita eterna di tuo figlio. 

 

FINO A QUANDO? Essere discepoli non finisce mai! Vivere per ciò che eterno comincia nel giorno in cui ci convertiamo a Cristo e finirà il giorno in cui il Signore ci prenderà con sé. 

Non saremo mai perfetti, non riusciremo sempre a fare la cosa giusta, ma il fatto che sia difficile non può essere il motivo per cui smettiamo di impegnarci. 

Troppo radicale? Spero che non lo pensi sul serio. L’Apostolo Paolo cosa ti direbbe? Ma ancora più: cosa direbbe il Signore? 

  

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La VOCE febbraio 2019

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SCANDALO IN CHIESA – Guglielmo risponde


 

Perché dovrei accontentarmi?

Essere schizzinosi della chiesa che frequentiamo non è un lusso che ci possiamo permettere in Italia. Con più di 30.000 tra paesi e cittadine senza alcuna presenza evangelica, dobbiamo considerarci fortunati se abbiamo una chiesa da frequentare!

Il problema è che, nel piano biblico, la chiesa ha una funzione tutt’altro che marginale per un cristiano. Per crescere sano e diventare maturo in Cristo ogni credente deve identificarsi nel corpo del Signore, la chiesa: deve vivere, partecipare, servire e confrontarsi con i suoi fratelli in fede. 

Può capitare di trovarsi isolati da altri credenti, anche per periodi piuttosto lunghi, ma è un’eccezione, non la norma prevista da Dio per i suoi figli.

Oggi possiamo ovviare a questo isolamento: basta uno smartphone e puoi seguire in tempo reale riunioni e conferenze delle chiese in qualunque parte del mondo. Questo però non potrà mai sostituire una chiesa locale.  

I primi credenti si riunivano assiduamente per ascoltare l’insegnamento degli apostoli. 

A Tito e Timoteo, Paolo scrive di mettere in ordine non chiese virtuali, ma locali e reali, con problemi veri. I membri delle chiese si conoscevano tra loro. Conoscevano le loro guide. Se qualcuno veniva ripreso, si sapeva da chi. Sapevano chi s’impegnava a seguire la sana dottrina e chi invece faceva compromessi con la sua fede.

Oggi, in alcune chiese si rischia davvero di non sapere non solo chi ne faccia parte o chi siano le guide, ma anche quali siano i principi biblici che ogni membro deve seguire. Assomigliano a quei club dove si entra e si esce senza un grande senso di appartenenza e tantomeno di responsabilità. 

Sai riconoscere una chiesa sana? 

Chiese di legno, opere di fieno, fede di paglia...

1. Una chiesa sana è formata da veri credenti

Normalmente, in una chiesa ci sono sempre persone  in visita, che non ne fanno parte ufficialmente, e persone che frequentano anche regolarmente ma che non hanno mai fatto professione pubblica di fede. Non sono loro la chiesa locale. 

Una chiesa locale sana è formata da un gruppo di persone che sono chiaramente dedite alla crescita spirituale personale e quella degli altri.

“...come bambini appena nati, desiderate il puro latte spirituale, perché con esso cresciate per la salvezza, se davvero avete gustato che il Signore è buono. Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pietro 2:1-5).

Il primo segno di una chiesa sana è che sa riconoscere i veri credenti, si impegna a farli crescere, ed evangelizza coloro che non lo sono.

Si preoccupa anche di coloro che hanno fatto una professione di fede, ma non fanno progressi. Hanno assunto le abitudini e i comportamenti “giusti” per fare parte dello “stare insieme”, ma sono privi di frutti chiari di cui la Bibbia parla.

2. È dedita alla predicazione espositiva

La predicazione espositiva per molti è diventata sinonimo di un sermone arido e noioso. La colpa è dell’uso improprio dei termini. E dei cattivi esempi di predicazione pseudo espositiva. 

Il difetto è da attribuire non al metodo, ma all’applicazione d’esso. 

La migliore definizione di predicazione espositiva è la lettura del testo biblico, la sua spiegazione e la sua applicazione alla vita pratica. 

Non è un’invenzione del nostro tempo. Guarda quello che ha fatto Esdra: “Essi leggevano nel libro della legge di Dio in modo comprensibile; ne davano il senso, per far capire al popolo quello che leggevano” (Neemia 8:8).

Commentare le Scritture versetto per versetto è noioso e sterile solo nella misura in cui l’oratore non si è impegnato nel prepararsi. Pensieri sconnessi e confusi non fanno onore alla Parola di Dio.

Una chiesa sana si riconosce dall’insegnamento basato esclusivamente sulla Bibbia, non sulle opinioni o tradizioni del predicatore o della chiesa. 

L’insegnamento della Parola di Dio non è solo un aspetto della vita di chiesa, ma ne è il cuore stesso. Dev’essere costante, assolutamente biblico e praticamente applicabile alla vita dei credenti.

3. Ha guide qualificate

Lo status di alcune chiese è nel migliore dei casi confusionale, nel peggiore totalmente antibiblico.

Quando Paolo ha scritto a Tito che “Per questa ragione ti ho lasciato a Creta: perché tu metta ordine nelle cose che rimangono da fare, e costituisca degli anziani in ogni città, secondo le mie istruzioni” (Tito 1:5), è ovvio che le chiese non erano in ordine finché non avrebbero avuto guide qualificate. 

Le guide hanno un compito fondamentale: insegnare la sana dottrina, predicare la Parola di Dio, sorvegliare la chiesa e proteggerla da attacchi interni ed esterni, e pregare per ogni suo membro.

Troppe chiese moderne si accontentano di avere delle guide non qualificate o di non averle affatto. Sembra quasi un motivo di vanto per alcune. Come se avessero trovato nella “democrazia” la soluzione migliore. 

Altre chiese, senza grandi criteri eleggono e mandano via le guide come meglio credono. Poi ci sono anche guide che si dimettono, eppure continuano a dirigere la chiesa. 

La chiesa non è sana quando accantona, per scelta o per ignoranza, i chiari principi biblici riguardo a chi può guidare una chiesa locale.

4. Ha convinzioni dottrinali chiare e bibliche

“La dottrina divide, ma l’amore unisce.” L’avrai sentita anche tu questa banalità. È il sentimento di tutti gli ecumenisti: bisogna essere uniti ad ogni costo.

Dottrina però non è una parolaccia. Significa semplicemente insegnamento. La Bibbia ne è piena.

Senza insegnamento, senza dottrina, non sapremmo nulla su Dio.

Dare insegnamento è lo scopo principale della Parola di Dio. Di conseguenza la dottrina deve essere l’elemento centrale della vita di chiesa.

“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Timoteo 3:16,17).

Nei versetti che seguono quelli citati, l’apostolo Paolo comanda a Timoteo di continuare a predicare la Parola, cioè di indottrinare i credenti.

Una chiesa dove non c’è chiarezza dottrinale non produrrà mai credenti completi, forti, ben preparati, con convinzioni bibliche solide. 

5. Cura e discepola i credenti 

Curare i credenti non è lo stesso che avere dei programmi! Certe chiese sono forti nel proporre “6 sedute per i nuovi convertiti”, programmi speciali per “approfondimento spirituale”, conferenze di consacrazione ecc. L’intento è certamente nobile. Ma discepolare un credente va ben oltre questi incontri mirati, ma limitati.

È difficile che corsi e programmi intensivi da soli riescano a produrre un cambiamento concreto e duraturo. Passata l’eccitazione iniziale le persone rimangono deluse e scoraggiate. Tutto ritorna a un’apatia generale. 

Curare i credenti è un’occupazione costante che durerà fino a che il Signore non sarà tornato o la persona non sarà andata in cielo. 

Discepolare è trasmettere a qualcuno, a parole, ma soprattutto con l’esempio, come si vive da credenti in famiglia, in chiesa, a lavoro, nelle relazioni, nel tempo libero, nelle varie fasi d’età – in gioventù e in vecchiaia, in salute e in malattia. Richiede spirito di sacrificio, sia da parte del discepolo che del discepolatore.

Forse pensavi che il modello biblico potesse funzionare quando la società era diversa e meno frenetica della nostra. Il comando di Gesù però non è legato a un periodo storico particolare, bensì al concetto di avere una chiesa sana che funzioni!

“Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:19,20).

Noi tutti siamo chiamati a camminare l’uno accanto all’altro, il più maturo con altri meno preparati. Siamo chiamati a fare discepoli, indipendentemente da programmi, manuali e corsi speciali. Semplicemente, come credenti che si aiutano a vicenda nel cammino cristiano. 

E, come Gesù ha promesso, abbiamo in Lui il miglior tutore possibile per fare questo!

6. Evangelizza

Questo è un aspetto che molte chiese si prodigano a fare regolarmente. Quello che distingue una chiesa sana, però, è che parla di Gesù in modo esclusivamente biblico.

L’Italia è un paese difficile, evangelizzare è un compito arduo e per molti versi lo si fa senza grandi risultati. Spinti dal desiderio di avvicinare le persone si è tentati di adottare stratagemmi e metodi che hanno poco o niente di biblico. 

Per esempio, ho sentito parlare di metodi di evangelizzazione dove il neofita si converte quasi senza saperlo. Comincia a frequentare un gruppo, partecipa alle discussioni, si trova d’accordo con quello che si dice. Così, senza neanche aver vissuto coscientemente la transizione, abbraccia un nuovo stile di vita senza traumi o crisi di coscienza.

Non stiamo cercando di aumentare gli adepti alla nostra fede! Non usiamo parole e promesse ingannevoli per attirare persone alla nostra religione! 

Un messaggio diverso da quello storico, ortodosso, non è affatto una buona notizia, ma un messaggio che condanna le persone all’inferno.

Una chiesa sana invece predica il vangelo con tutti i suoi elementi: il peccato, l’ira di Dio, l’inferno, il ruolo unico di Cristo nella salvezza, la sua resurrezione e il suo riconoscimento come Signore e salvatore della chiesa. Il vangelo non va per il sottile, perché si tratta del destino eterno delle anime.

Il tutto condito dall’amore e dalla profonda riconoscenza per l’opera di Dio nella nostra vita.

7. Ama e difende l’unità

Forse è l’aspetto più sottovalutato nelle chiese. L’amore non è una bella aggiunta. È un elemento fondamentale e necessario.

Professare la fede senza mostrare amore tangibile per tutti i credenti non è solo una contraddizione, ma una vera e propria eresia.

“Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello” (1 Giovanni 1:20,21).

Sapevi che l’intensità del tuo coinvolgimento e la tua relazione con gli altri credenti è un elemento fondamentale della tua testimonianza? “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35).

Sottovalutare l’unità della chiesa è un grande ostacolo alla crescita dei credenti e della chiesa stessa. Le incomprensioni, le chiacchiere, i sospetti, i rancori, le invidie non sono attraenti. E non restano nascosti a lungo.

Dio ci comanda di amare i nostri nemici. Perché ameresti meno un tuo fratello con cui passerai l’eternità?

8. Osserva gli ordinamenti biblici

Il battesimo e la cena del Signore.

Il battesimo per immersione è l’espressione visibile della salvezza. In esso, in ubbidienza alle Scritture, il credente adulto testimonia la propria identificazione con la morte e la resurrezione di Gesù Cristo. Il battesimo in sé, senza una testimonianza chiara della propria salvezza e di una nuova vita, non ha alcun valore. 

La cena del Signore commemora anch’essa la morte e la resurrezione del Signore, ma laddove il battesimo esprime la salvezza, la cena del Signore ha a che fare con la santificazione del credente. 

È un momento di esame di se stessi. 

Non deve parteciparvi nessuno che ha del peccato inconfessato nella sua vita. 

Chi mangia del pane e beve del vino dimostra di avere una relazione trasparente e coerente con Dio e con gli altri membri della comunità. Infatti è scritto: “Ora ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice” (1 Corinzi 11:28).

Ogni chiesa sana osserva regolarmente questi ordinamenti. 

E ogni credente deve essere spronato a rivalutare regolarmente il proprio cammino col Signore.

9. Riconosce i doni dei credenti e li aiuta a svilupparli 

Una chiesa sana è un luogo dove i credenti sono incoraggiati a scoprire i loro doni e a metterli a servizio di Dio per il beneficio di tutti.

“Da lui tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare se stesso nell’amore” (Efesini 4:16).

 “Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il dono che ha ricevuto, lo metta a servizio degli altri. Se uno parla, lo faccia come si annunciano gli oracoli di Dio; se uno compie un servizio, lo faccia come si compie un servizio mediante la forza che Dio fornisce, affinché in ogni cosa sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (1 Pietro 4:10,11).

I doni glorificano Dio, non il credente!

10. Pratica la disciplina biblica

I problemi dovuti al peccato ci saranno sempre. Anche nelle chiese sane.

In una chiesa sana, infatti, affrontare il peccato è una priorità, perché la chiesa deve rispecchiare, per quanto possibile, la santità e la purezza di Dio. 

Nella famiglia di Dio non c’è posto per inquisizioni e processi per la condanna; il peccato deve essere affrontato biblicamente. 

Lo scopo non è quello di squalificare qualcuno, ma di correggere e aiutare i veri credenti a vivere in un modo che glorifichi Dio.

La disciplina biblica mira a ristabilire il credente che ha peccato alla comunione col Signore e con la chiesa, e a mettere in guardia gli altri a non sottovalutare la gravità e le conseguenze del peccato.

“Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta d’ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d’ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano” (Matteo 18:15-17).

Le istruzioni bibliche sono chiare. Le guide di una chiesa sana le seguono fedelmente.

11. La chiesa sana promuove la preghiera

La vita di una chiesa sana non è facile, anzi è impossibile senza l’aiuto del Signore. Perciò la preghiera deve essere la forza dietro ogni decisione e ogni compito svolto nella chiesa.

È la responsabilità delle guide pregare regolarmente per tutti i ministeri e i membri della chiesa – se l’hanno fatto gli apostoli nella chiesa primitiva, quanto più ne abbiamo bisogno noi oggi!

Tempi di preghiera, con tutta la comunità unita e partecipe, caratterizzano la vita di una chiesa sana. La preghiera promuove una consapevolezza di dipendenza da Dio e la necessità di trovare nel Signore le proprie forze. 

Credenti sani pregano gli uni per gli altri anche in privato, e questo consolida la comunione e alimenta l’amore genuino gli uni per gli altri.

Queste undici caratteristiche 

non sono un modo per fare una graduatoria delle chiese, ma sono le qualità bibliche che distinguono quei credenti e quelle chiese che vogliono onorare Dio in ogni cosa. 

Se non si è sempre attenti a tenere vive queste caratteristiche, si rischia di sostituire la centralità di Dio con l’uomo. La chiesa diventa un covo di uomini carnali, che cercano di prevalere gli uni sugli altri, e dove la soddisfazione umana diventa più importante del voler piacere a Dio. 

La Bibbia ci ha messo in guardia proprio su questo: “Infatti verrà il tempo che non sopporteranno più la sana dottrina, ma, per prurito di udire, si cercheranno maestri in gran numero secondo le proprie voglie, e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole” (2 Timoteo 4:3,4).

È l’istantanea dei nostri tempi. 

Tenere alta la Parola di Dio, onorarla e osservarla in tutto e per tutto non appaga la carne. 

I compromessi sono in agguato. L’apostasia comincia con le guide che non fanno il loro dovere, e con le congregazioni insoddisfatte che non conoscono le Scritture e non hanno il timore di Dio. 

Quando è doveroso cercare una nuova chiesa

Se frequenti una chiesa che mostra chiari segni di non essere sana, cosa dovresti fare?

- Prima di tutto assicurati che le tue valutazioni siano corrette, non puoi sempre sapere tutto quello che avviene “dietro le quinte”.

- Prega regolarmente e con serietà per le guide e per gli altri credenti.

- Sii d’esempio ai credenti nel parlare, nel comportamento, nell’amore, nella fede, nella purezza, nell’attaccamento alle Scritture.

- Attenzione a non parlare male di nessuno, e non fare nulla che possa dividere la chiesa, o nuocere a qualcuno.

- Se hai delle perplessità fondate, parlane con le guide in privato. Fallo con rispetto senza belligeranze, pronto ad ascoltare. 

- Evita i rancori.

- È possibile che dopo aver fatto questo arrivi il momento di lasciare la chiesa. Se le motivazioni sono giuste, lo farai anche a costo di dover fare sacrifici personali per trovare una chiesa che, se non altro, aspira a essere una chiesa sana.


—Guglielmo Risponde—

Scandalo in chiesa

Caro Guglielmo, 

Succede nella nostra chiesa una cosa che mette molti di noi a grande disagio. O, forse, sarebbe più vero dire che ci causa grande dolore.

Due fratelli abbastanza importanti e noti non vanno d’accordo fra di loro. Anzi, più di una volta hanno litigato davanti ad altri e per lunghi periodi non si sono rivolti neanche la parola e salutati.

Cosa possiamo fare? Tutti hanno un po’ paura di intervenire per non peggiorare le cose, o per non offendere nessuno.

—Senza nome, per favore

 

Il vostro problema non è da poco. 

Le liti fra fratelli, anche fra fratelli anziani, come anche fra sorelle, fra marito e moglie credenti o fra giovani della chiesa, sono fatti gravissimi, se non vengono risolti bene e presto.

Anzi, per dire la verità, queste situazioni rientrano pienamente in ciò che la Bibbia chiama “scandali” e, perciò, vanno affrontate e risolte biblicamente.

In Luca, capitolo 17, versetti 1-4, gli scandali fra credenti sono messi direttamente in relazione al rifiuto di perdonare un altro credente. 

Il grande guaio dello scandalo è che non fa male soltanto a chi lo crea, ma alla chiesa e in particolare ai “piccoli”, che potrebbero essere i più giovani nella chiesa, o per età o perché convertiti da poco, oppure i credenti più deboli in senso generale.

Lo “scandalo” (significa letteralmente “trappola”) induce altri a peccare, o scusandosi perché chi è più maturo di loro pecca pure, o perché sono indotti a prendere, poco saggiamente, le parti di uno o dell’altro litigante.

Cosa fare? Anzi tutto, riconoscere che si tratta di uno stato di peccato che avviene all’interno della chiesa e che, perciò, non può essere tollerato, pena la vita spirituale della chiesa e il contagio di questo o di altri peccati fra gli altri membri.

Paolo ha raccomandato a quelli che sono “spirituali”, che camminano, cioè, in comunione col Signore, di cercare di rialzare chi è stato sopraffatto da un peccato, operando con grande umiltà per garantirsi di non rimanere coinvolto e invischiato nel peccato stesso.

Quando, però, ciò non porta alla soluzione del problema o del pentimento di chi pecca e alla sua restaurazione in comunione con l’altro fratello e con la chiesa, bisogna usare dei metodi appropriati, che sono la condanna pubblica del peccato e, se ciò non portasse alla soluzione, alla disciplina di chi vive in questo peccato.

Uno dei problemi che impediscono la soluzione può essere che tutte e due le persone coinvolte possono credere di avere ragione e che il torto sia dell’altra. E qui la chiesa, o chi cerca di favorire una soluzione, può sentirsi forzato a fare da giudice, per condannare il colpevole e assolvere l’innocente.

Anche quando fosse chiaro che uno dei contendenti ha sbagliato più dell’altro, o è più intransigente nel rifiutare la rappacificazione, è molto improbabile che l’altro abbia seguito con cura tutti i passi dettati dalla Bibbia per risolvere i problemi fra fratelli. 

O che non abbia, a sua volta, offeso o interpretato male l’altro e permesso ai suoi sentimenti e emozioni di trascinarlo in peccato. 

Perciò, il problema potrà essere risolto soltanto quando tutte e due le parti riconoscono la propria colpa, o nella situazione che ha dato inizio alla lite o nel suo sviluppo. Poi, quando ciascuno avrà chiesto umilmente perdono, senza avanzare difese, e avrà perdonato di cuore l’altro e con parole appropriate, il problema non dovrà essere solo considerato risolto, ma anche messo da parte per sempre.

Ma, se una delle persone, fosse anche quella che si ritiene la meno colpevole, non partecipasse con completa sincerità a questo processo, rifiutasse di chiedere perdono e di perdonare, la chiesa non avrebbe scelta. Deve avvenire ciò che Gesù ha inteso dicendo: “Sia per te come il pagano e il pubblicano”, cioè non più in comunione con la chiesa.

L’unico scopo della chiesa, nella sua decisione è, ovviamente, la gloria di Dio, la benedizione della chiesa e il ricupero dei fratelli coinvolti.

Hai scritto che tutti hanno paura di procedere alla soluzione del problema, per un motivo o per un altro. Ma, malgrado il fatto che sia difficile affrontarlo con decisione e, se necessario, pubblicamente, i veri risultati negativi del trascurarlo sono molto più seri per la chiesa che non i possibili risultati tristi del confronto diretto.

Sappi che questa tentazione ad accettare il peccato in seno alla chiesa, è una prova comune, e purtroppo diffusa, sofferta da molti altri fratelli. 

Ma Dio è fedele e vi darà una via d’uscita. Forse sarà una via difficile, ma senz’altro benedetta, se seguita in umile e piena sottomissione a Lui.

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La VOCE ottobre 2017

Gente presuntuosa fa venire i nervi. È curioso come un arrogante risulti antipatico a tutti tranne che a se stesso. In banca, al bar, al mercato, in TV ci vuole poco per capire se uno si crede migliore degli altri. Ma Dio resiste agli orgogliosi; resiste a chiunque sia persuaso di essere giusto e disprezzi gli altri. Gesù l’ha illustrato in modo eloquente nella sua parabola del fariseo e del pubblicano, in Luca 18:9-14.

  • Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: “O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana, pago la decima su tutto quello che possiedo”.
    Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore!”
    Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s’innalza sarà abbassato, ma chi si abbassa sarà innalzato.

Potrei metterci la mano sul fuoco che, se sei come me, tra i due, pensi di assomigliare al pubblicano. Anzi, me lo auguro. Ma è ora di riconoscere e stanare il fariseo che si nasconde in noi!

Io sono come te

È nella natura umana paragonarsi agli altri. Impariamo a farlo sin da piccoli. Chi è il più bravo? Chi la più bella? Chi ha più successo? Chi ha più amici? Logicamente io! E se così non fosse, per sentirci migliori, con sorprendente disinvoltura tiriamo in ballo tutti i difetti immaginabili dell’altro. Non necessariamente arriviamo a farlo a parole; il più delle volte ci basta averlo pensato.

Sarebbe riduttivo dire che il problema tocchi solo i nostri rapporti con gli altri. In realtà, riguarda principalmente la relazione che abbiamo con Dio.

Nella sua parabola, Gesù sta mettendo in evidenza non le differenze tra i due personaggi, ma il diverso rapporto che i due hanno con l’Iddio santo dell’universo.

Siamo tutti d’accordo che per poter avere un rapporto con Dio bisogna essere come il pubblicano: bisogna riconoscere il nostro peccato e chiedere che Dio, nella sua grazia, ci perdoni e ci offra la perfetta giustificazione in Cristo. Lo dice la Bibbia e ci crediamo. Ma dobbiamo domandarci se questa convinzione si veda anche nella nostra vita quotidiana.

Giorno per giorno le nostre reazioni, gli sguardi e i commenti rivelano quello che effettivamente pensiamo di noi stessi e degli altri. E, di conseguenza, mostrano la vera natura del nostro rapporto con Dio.

Ovviamente il problema è più grave di quanto ci rendiamo conto!

Basti pensare ai commenti che si fanno sugli altri in famiglia, su Facebook o addirittura in chiesa. Non eccedono certo in grazia. Perfino sui blog e nei libri oggi il tono è negativo rasentando a volte la cattiveria.

A Dio non sfuggono questi atteggiamenti sprezzanti e sa bene quello che si annida nei nostri cuori. Gli altri potrebbero anche non accorgersi dei nostri sentimenti, qualcuno potrebbe perfino incoraggiarci nei nostri modi di fare altezzosi, ma Dio ne è profondamente disturbato.

Sai perché? Perché sentendoci superiori, non disprezziamo solo i nostri simili, stiamo anche disprezzando l’opera di Dio nella nostra vita!

Se abbiamo creduto alla verità, se siamo diventati dei figli di Dio, non è per merito nostro. Paolo lo afferma chiaramente: “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti” (Efesini 2:7,8).

Non si è credenti per opere né meriti di alcun tipo. La salvezza è un dono. Non eravamo mica propensi o disposti a credere più di altri!

Infatti Paolo, sotto l’ispirazione di Dio, scrive: “Dio ha vivificato anche voi, voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati, ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l’andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell’aria, di quello spirito che opera oggi negli uomini ribelli. Nel numero dei quali anche noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri; ed eravamo per natura figli d’ira, come gli altri” (Efesini 2:1-3).

Eravamo proprio come tutti gli altri; avevamo gli stessi desideri, seguivamo la stessa guida (Satana) e vivevamo anche noi per soddisfare i nostri desideri. Eravamo ribelli, incapaci di desiderare e di fare il bene.

Troppo spesso il nostro pio disdegno per i peccati e il cattivo comportamento degli altri cela la triste realtà che non abbiamo capito che essere nati in Italia, nella nostra famiglia o in un Paese dove c’è libertà religiosa, non è mica merito nostro. Essere stati esposti alla Parola di Dio che ci ha condotti alla fede in Cristo, è opera esclusiva di Dio, senza nostro merito.

È un fatto che dovrebbe spingerci a rivedere il modo in cui parliamo della nostra fede agli altri. Il nostro proclamare le verità divine deve scaturire dalla piena consapevolezza della grazia immeritata che ci è stata data.

Ma magari il nostro peccato fosse solo questo!

Purtroppo c’è un altro aspetto nefasto del nostro orgoglio, che però tendiamo a minimizzare. Anzi, per alcuni è proprio un motivo di vanto. È la critica.

Tra credenti in generale, tra le chiese locali e tra le denominazioni evangeliche siamo sempre pronti a criticare.

Adesso mi dirai: “La verità va creduta e difesa e coloro che si sviano dalla verità e abbracciano l’errore vanno smascherati!” Assolutamente!

Ma aspetta… La verità va certamente studiata, accettata e difesa, quindi non è questo il problema.

Il problema è l’atteggiamento con cui lo si fa. Perché proprio come non è merito mio se sono diventato un credente, non è merito mio neppure quello che ho capito della Parola di Dio!

Paolo scriveva ai corinzi: “Ora, fratelli, ho applicato queste cose a me stesso e ad Apollo a causa di voi, perché per nostro mezzo impariate a praticare il non oltre quel che è scritto e non vi gonfiate d’orgoglio esaltando l’uno a danno dell’altro. Infatti, chi ti distingue dagli altri? E che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché ti vanti come se tu non l’avessi ricevuto?” (1 Corinzi 4:6,7).

La chiesa di Corinto, divisa in fazioni, con alcuni che si stimavano più spirituali degli altri, aveva bisogno di sentirlo dire chiaro e tondo. E noi oggi dovremmo dirlo a noi stessi proprio così: Chi ti credi di essere? Quello che hai, quello che sai e quello che hai capito non è mica merito tuo!

Ogni volta che ci atteggiamo come se avessimo dei meriti, stiamo di fatto offuscando l’opera di Dio; forse non ce ne rendiamo conto, ma stiamo usurpando il suo posto. Quando cerchiamo di promuovere il nostro valore personale tra i credenti abbiamo dimenticato che è stato Dio, non noi, a cominciare una buona opera in noi e che è Lui che la porterà a compimento (Filippesi 1:6). L’avviamento di questa buona opera, il suo progresso nel tempo e il suo compimento è, dall’inizio alla fine, opera esclusiva di Dio senza merito nostro.

Tra le chiese, si pecca nel modo in cui vengono espresse le critiche una nei riguardi dell’altra, quando si mira a mettere in risalto la propria superiorità piuttosto che l’opera di Dio. E nascono le contese.

Ma non fraintendermi: non sto dicendo che le differenze dottrinali non abbiano importanza. No, dobbiamo tutti ricercare, difendere e proclamare la sana dottrina. Sto dicendo che dobbiamo fare attenzione a non essere farisei nel farlo. Non dobbiamo arrogarci dei meriti che non sono nostri.

Giacomo ci ricorda qualcosa di importante sulla sapienza: “La saggezza che viene dall’alto anzitutto è pura; poi pacifica, mite, conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale, senza ipocrisia. Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace” (Giacomo 3:17,18).

Mi sembra che il modo in cui vengono espresse le critiche – o le differenze – non rispecchi l’atteggiamento che Dio richiede: la convinzione che è solo per merito suo se abbiamo capito e creduto alla verità.

Il disprezzo, la mancanza di perdono, la critica, il troncare i rapporti, l’odio (il non amare è una forma di odio!) e qualunque altro atteggiamento che ci fa sentire superiori agli altri sono le caratteristiche del fariseo nella parabola di Gesù.

Voglio essere come il pubblicano e riconoscere di aver peccato ed essere consapevole della grazia di Dio immeritata. La posta in gioco è il mio rapporto con Dio stesso!

Che sia evidente, quando proclameremo e difenderemo la verità, che non abbiamo merito alcuno. E che possiamo essere sempre pronti a tornare alla Parola di Dio per capirla meglio, per non trovarci a difendere con l’orgoglio le nostre tradizioni o posizioni denominazionali.

Che si dia umilmente ogni merito a Dio per quello che abbiamo capito.

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La VOCE settembre 2017

La gente ha un modo avventato di scherzare su cose di cui non ha la più pallida idea di come siano, cose che dovrebbero essere trattate con massima serietà. Prendi per esempio le barzellette su uno che si presenta alle porte del paradiso e trova San Pietro ad attenderlo… Ammetto che alcune di queste mi hanno fatto ridere, ma il destino eterno delle persone non è affatto qualcosa su cui scherzare: è una questione di vita o di morte.

Forse anche tu, parlando della tua fede a qualcuno, gli avrai domandato cosa risponderebbe a Dio se gli chiedesse per quale motivo dovrebbe farlo entrare in paradiso. È un’ottima domanda che, se affrontata con la serietà che gli è dovuta, apre la possibilità di presentare il vangelo in modo chiaro.

Come credenti, sarà Dio stesso a darci il benvenuto quando ci presenteremo davanti a Lui, ma pensando a quel momento, non ho mai trovato nessuno che vorrebbe sentirsi dire: “Ce l’hai fatta per un pelo, mio carnale servitore! Entra nella gioia del tuo Signore per il rotto della cuffia…”
Oppure: “Sei qui, mio zoppicante servo?! Beh, entra per miracolo nella gioia del tuo Signore.”

Vorremmo, invece, sentirlo dire: “Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore” (Matteo 25:23). Solo che per essere accolti in cielo in questo modo, bisogna prima essere servi buoni e fedeli.
Sai quali sono le caratteristiche di chi sarà il benvenuto alla gioia del suo Signore?

Sarai il benvenuto?

“Non chiunque mi dice: «Signore, Signore!» entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?» Allora dichiarerò loro: «Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!»” (Gesù in Matteo 7:21-23).

Parole durissime, sorprendenti e perfino agghiaccianti.

Mi auguro che non dovrai mai udire con le tue orecchie il rigetto di Dio perché avevi pensato che la tua fosse una vita religiosa che Lui approvi, senza esserti mai reso conto che quel dio in cui avevi creduto era fittizio, frutto delle idee umane, creato a tua immagine e piacimento, e che non ha nulla a che vedere con il Creatore che si è rivelato nella Sacra Bibbia.

Oggi sembra che abbiamo accettato come normale che la maggior parte dei credenti sia carnale, immatura e che non sappia nemmeno cosa vuol dire essere consacrati al Signore.

Nei nostri incontri, spesso quando qualcuno apre la Bibbia per vedere cosa richiede Dio ai suoi, cominciamo subito a tirar fuori mille motivi per cui non ci è possibile raggiungere quel tipo di standard (santo!) che Dio esige: Siamo umani, siamo deboli, siamo imperfetti… E così ci troviamo sempre a giustificare il nostro comportamento e i nostri compromessi.

Nelle chiese ormai, le mosche bianche sono quei rari credenti che servono Dio fedelmente. Li osserviamo e, dentro di noi, li invidiamo per il modo in cui vivono la fede. Vorremmo essere come loro, ma ci sembra poco realistico.

Poco realistico!? Tu glielo diresti a Gesù che le sue richieste nei tuoi confronti, cioè lo standard di santità e di perfezione che Egli esige dai suoi seguaci, è irragionevolmente alto? Che è impossibile vivere così?

Stava forse esagerando quando ha detto che per seguirlo bisogna perdere la propria vita? E quando ha affermato che bisogna abbandonare tutto per essere suoi discepoli, l’ha fatto solo tanto per dire? Allora, quando la Bibbia definisce i credenti come degli schiavi di Cristo, sono solo espressioni pittoresche e suggestive, da non prendere alla lettera?

Forse è duro parlare così, anzi sicuramente lo è. Ma mi preoccupa che molti, troppi cristiani non stanno vivendo i benefici della vita del credente previsti da Dio. Potrebbe essere che questo sia collegato al concetto che uno ha dello standard di Dio?

riposo, pace e soddisfazione

“Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo” (Matteo 11:28).
“Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti” (Giovanni 14:27).

Stai vivendo il riposo che Gesù ha promesso?

La gente, osservandoti, direbbe che la tua quotidianità è satura di una pace non comune?

Sei una persona soddisfatta? È viva in te quella soddisfazione che Gesù ha promesso ai suoi? Egli ha detto che “chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna” (Giovanni 4:14).

Queste sono solo tre delle numerose promesse che Dio ha fatto ai suoi figli nelle Sacre Scritture. Proprio queste ci aiutano a valutare come sta andando la nostra vita.

Se la pace, il riposo o la soddisfazione sono assenti dalla nostra vita di credente, è un sintomo di qualcosa che non va. Ma la domanda fondamentale che ci dobbiamo porre è se siamo veramente figli di Dio. Se lo siamo, perché mai accontentarci di una vita cristiana sub-standard e perdere tutti i benefici previsti da Dio, mentre scansiamo le nostre responsabilità come credenti?

ESSERE O NON ESSERE

Nella sua prima lettera, l’apostolo Giovanni presenta almeno tre caratteristiche dei veri figli di Dio. Le presenta proprio perché possiamo valutare se siamo salvati o no.

Eccole: i figli di Dio amano la sua Parola, amano la purezza, e amano i credenti.

I servitori buoni e fedeli hanno queste tre caratteristiche e, anche se imperfetti persino nel desiderarle, le desiderano sempre di più nella loro vita.

Amare la Parola

Amare la Parola di Dio non vuol dire “provare un sentimento” particolare verso quello che Dio ha detto. Piuttosto la Bibbia descrive l’amore del credente per le Scritture come una vera dipendenza da esse, una necessità assoluta.

A un neonato affamato non importa se gli dai il ciuccio, se lo culli o se cerchi di farlo giocare: niente lo può distrarre da quel suo bisogno impellente di mangiare.

Pietro scrive: “Come bambini appena nati, desiderate il puro latte spirituale, perché con esso cresciate per la salvezza, se davvero avete gustato che il Signore è buono” (1 Pietro 2:2,3).

Hai gustato che il Signore è buono? Se sei credente, desidererai la Parola di Dio perché è l’unico modo per crescere spiritualmente, per diventare cioè dei buoni e fedeli servitori.

I figli di Core cantavano: “Come la cerva desidera i corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente; quando verrò e comparirò in presenza di Dio?” Non si facevano distrarre dalle cose della vita, anzi, la vita stessa era diventata il motivo per cui loro non potevano fare a meno della Parola di Dio (Salmo 42:1,2)!

E come non ricordare le parole di Davide nel Salmo 19: “La legge del Signore è perfetta, essa ristora l’anima; la testimonianza del Signore è veritiera, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, sussiste per sempre; i giudizi del Signore sono verità, tutti quanti sono giusti, sono più desiderabili dell’oro, anzi, più di molto oro finissimo; sono più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi. Anche il tuo servo è da essi ammaestrato; v’è gran ricompensa a osservarli” (vv. 7-11)!

Un figlio di Dio ama conoscere la Parola di Dio e desidera metterla in pratica; la legge, la medita, la studia e vuole essere istruito da essa.

Amare la purezza

Conoscere Dio e la sua Parola spingerà il servo buono e fedele a riconoscere sempre di più la propria peccaminosità e a bramare la purezza. Lo standard per il servo fedele è alto!

Pietro ce lo ricorda: “Perciò, dopo aver predisposto la vostra mente all’azione, state sobri, e abbiate piena speranza nella grazia che vi sarà recata al momento della rivelazione di Gesù Cristo. Come figli ubbidienti, non conformatevi alle passioni del tempo passato, quando eravate nell’ignoranza; ma come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta, poiché sta scritto: «Siate santi, perché io sono santo» (1 Pietro 1:13-16).

Il vero figlio di Dio non si illude di essere perfetto. Anzi, crescendo nella fede comprende sempre meglio la santità di Dio e perciò prova tristezza e disgusto per il proprio peccato. Lo confessa e abbandona e protende sempre di più verso lo standard di Dio. Non si rassegna a essere carnale; al contrario ne è profondamente disturbato.

Amare i fratelli

Ogni buono e fedele servitore di Dio partecipa attivamente alla vita della comunità di credenti, dove Dio l’ha messo, per il suo progresso spirituale. Non è possibile vivere una sana vita cristiana e rifiutare al tempo stesso il ruolo della chiesa locale. Sento già le proteste: le chiese sono a pezzi… i credenti sono un pasticcio… sono stato troppo ferito… non ci sono chiese sane…

Un credente che non frequenta una chiesa, si sta privando di quei benefici vitali che Dio ha stabilito che siano a nostra disposizione in modo esclusivo proprio nella chiesa locale. Nella chiesa locale si cresce nella santificazione, s’impara ad amare e perdonare i fratelli e servire gli uni gli altri, si è consolati e incoraggiati, ammoniti e corretti.

Nella chiesa locale il tuo progresso spirituale è sotto gli occhi di tutti.

Infatti la chiesa è talmente importante agli occhi di Dio, che il rapporto che si ha con i propri fratelli in fede può addirittura rivelare se si è credenti o meno! Giovanni dice perentorio: “Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre” (1 Giovanni 2:9). Odiare può sembrare una parola pesante, ma non amare tuo fratello è odiarlo agli occhi di Dio.

Forse non c’è una chiesa sana sotto casa tua, ma la distanza non è un motivo valido per non frequentarla. Lo sforzo extra che devi fare è per il tuo bene! Senza la comunione con altri credenti, sei più vulnerabile e ti esponi a molti attacchi del nemico. Anche il tuo modo di pensare diventa facile preda di astute ideologie antibibliche. Quando si è soli e isolati, è solo questione di tempo che comincerai a cedere sotto la pressione costante del mondo. 

Essere testimoni

La chiesa locale è anche il luogo dove i servitori fedeli si mescolano, interagiscono e collaborano per il profondo desiderio e obiettivo che li unisce: quello di vedere il progresso del vangelo nella vita gli uni degli altri.

Un servo buono e fedele testimonierà di Cristo. Celebrare Dio davanti agli uomini sarà naturale quando ami la Parola di Dio, ami la purezza e ami i fratelli. Ma attenzione! Stiamo parlando di servi fedeli. Troppo spesso si vuole forzare servi malvagi e fannulloni (Matteo 25:26) a essere testimoni della fede (o a rappresentare gli evangelici in generale) senza rendersi conto che l’infedeltà non è nel non testimoniare, ma nello stile di vita macchiata da compromessi.

Non accontentarti di restare immaturo nella tua fede. L’immaturità duratura e la carnalità sono un grande campanello di allarme: forse non si è affatto dei servi! È tempo di rivalutare ogni scelta che facciamo e prepararci per il giudizio di Dio che arriverà inesorabile: “Infatti è giunto il tempo in cui il giudizio deve cominciare dalla casa di Dio; e se comincia prima da noi, quale sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al vangelo di Dio? E se il giusto è salvato a stento, dove finiranno l’empio e il peccatore?” (1 Pietro 4:17,18)!

Nel frattempo, non essere servi fedeli ci fa perdere incredibili benedizioni.

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La VOCE luglio 2015

Ti sei preparato?

Dalla cucina arriva la voce della mamma mentre i figli stanno per uscire per andare a scuola: “Hai fatto tutti i compiti? Hai preparato lo zaino? Hai preso la ricerca? Sei pronto per il compito in classe? E la merenda?...”

TI SEI PREPARATO?
Lo sguardo della moglie si fa serio: “Dobbiamo essere sicuri che tutto è pronto per le vacanze. Le bollette sono state pagate? C’è chi da l’acqua alle piante? Nelle valigie c’è tutto? Hai preso i passaporti? Le prenotazioni sono a posto? La macchina è a posto?...”

TI SEI PREPARATA?
Il telefono squilla. “Il matrimonio è la settimana prossima”, dice la voce dall’altra parte. “Hai comprato il vestito e le scarpe? Cosa hai regalato agli sposi? Sapete come andarci?...”

TI SEI PREPARATO?
È una frase che si ripete più volte alla settimana in una famiglia. Spesso tocca alla moglie, alla mamma, doversi preoccupare per tempo ed essere sicura che tutto sia in ordine.
Ma c’è un tipo di preparazione specifica per tutta la famiglia, la cui guida spetta al marito, al padre. Sai qual’è?


La preparazione è maschia

Il nostro privilegio come credenti – e la nostra responsabilità! – è di frequentare gli incontri della chiesa, ma lo sapevi che, secondo la Bibbia, bisogna prepararsi in modo appropriato?
Oggi sembra che ritagliare un tempo per andare al culto richieda un grande sforzo. Troppo spesso ci si accontenta di arrivarci trafelati, magari durante i primi canti, cercando di far meno rumore possibile per non distrarre gli altri. Arrivare in orario sarebbe già un grande successo, figuriamoci arrivarci preparati! Ma la Bibbia insegna che prepararsi per andare in chiesa fa parte dell’adorare Dio nel modo in cui gli è gradito.

PREPARATI PER ASCOLTARE LA PAROLA DI DIO

“Mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com’era. Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare” (Giacomo 1:22-25).
Il punto centrale degli incontri della chiesa locale è l’insegnamento della Parola di Dio. Solo attraverso la lettura, spiegazione e applicazione della Bibbia il credente può conoscere il pensiero di Dio.
Dio si aspetta che arriviamo in chiesa con l’atteggiamento giusto: il cuore pronto ad ascoltare, non solo delle informazioni, ma verità eterne che, se messe in pratica, produrranno cambiamenti nella nostra vita.
Mentre si ascolta la spiegazione delle Scritture, è bene farsi delle domande specifiche: In questo testo biblico è descritta qualche caratteristica di Dio? C’è qualche promessa che dovrei ricordare? C’è qualche insegnamento che devo mettere in pratica? Quale comportamento devo cambiare? O un peccato che devo confessare?
La preparazione comincia già il sabato! Arrivare stanchi e mezzo addormentati perché abbiamo fatto tardi la sera prima, non rende più facile l’ascolto della Parola di Dio, anzi. Mariti e padri, la cura spirituale della vostra famiglia è una vostra responsabilità. Come state aiutando i vostri cari ad arrivare preparati e pronti per ascoltare?

PREPARATI PER SERVIRE

“Facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci all’amore e alle buone opere, non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni sono soliti fare, ma esortandoci a vicenda; tanto più che vedete avvicinarsi il giorno” (Ebrei 10:24,25).
Questi versetti sono spesso citati per “obbligare” le persone a frequentare le riunioni, ma una lettura più attenta rivela che non è lo scopo finale di questo passo. In chiesa ci andiamo, non per fare presenza, ma per svolgere il ruolo che Dio ha affidato a ognuno. E non tanto per ricevere, quanto per dare. Qualunque sia il livello di conoscenza e di maturità, ogni credente dovrà arrivare alla riunione preparato e consapevole di esercitare un’influenza attiva nella vita degli altri credenti. Prima ancora di uscire di casa, prepariamoci a servire chiedendo al Signore di guidarci verso coloro che hanno bisogno di una parola di incoraggiamento o di esortazione nella loro vita spirituale.
Ma attenzione: È impossibile arrivare all’ultimo momento, o fuggire appena finisce la riunione, e sperare di essere
usati nella vita dei fratelli!
Mariti e padri, in che modo state preparando ogni membro della vostra famiglia per servire?

PREPARATI A DONARE FINANZIARIAMENTE

“Quanto poi alla colletta per i santi, come ho ordinato alle chiese di Galazia, così fate anche voi. Ogni primo giorno della settimana ciascuno di voi, a casa, metta da parte quello che potrà secondo la prosperità concessagli, affinché, quando verrò, non ci siano più collette da fare” (1 Corinzi 16:1,2).
Sembra che nelle chiese, per paura di essere fraintesi, non si parli molto del dare. Ma la Bibbia ne parla e afferma che per il credente il dare è sia una responsabilità, sia un privilegio.
Le nostre chiese sono piccole e spesso hanno difficoltà ad affrontare le spese. L’idea di sostenere finanziariamente anche i servitori del Signore diventa quasi impensabile.
Il Nuovo Testamento ha molto da dire su come e perché dare. Le istruzioni di Paolo ai Corinzi riguardo alla colletta mettono in chiaro che donare finanziariamente deve essere il risultato di una riflessione attenta, regolare, basata su quello che Dio provvede. È compito di ogni famiglia ragionare e decidere come usare le risorse di cui dispone.
In 2 Corinzi 9:7 Paolo scrive che bisogna dare gioiosamente. Donare è un modo concreto per adorare Dio. Scaturisce da una consapevolezza della cura di Dio e della conseguente gratitudine. Dev’essere fatto volontariamente, ma in segreto, senza mettersi in mostra.
È chiaro che bisogna affrontare le spese della sala, ma è altrettanto chiaro dalle Scritture che bisogna donare in modo da poter aiutare anche coloro che hanno bisogno, specialmente i credenti, e per sostenere chi insegna la Parola di Dio nella comunità (Matteo 6:1-4; Matteo 6:19,21; 1 Timoteo 5:17,18; 1 Giovanni 3:17; Galati 6:9,10).
Il principio biblico è che dovremmo lavorare per affrontare le nostre spese e poi per aiutare gli altri. “Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno” (Efesini 4:28).
Mariti e padri, non è possibile seguire questi principi biblici se non ci si assume la responsabilità di guidare la famiglia a gestire i soldi in questo modo.

TI SEI PREPARATO?

Come credenti non possiamo pensare di andare in chiesa senza esserci preparati per tempo, perché adorare Dio comincia prima di varcare la soglia della sala della chiesa locale!


Missione sostenibile?

“Non abbiamo forse il diritto di mangiare e di bere? Non abbiamo il diritto di condurre con noi una moglie, sorella in fede, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa? O siamo soltanto io e Barnaba a non avere il diritto di non lavorare? Chi mai fa il soldato a proprie spese? Chi pianta una vigna e non ne mangia il frutto? O chi pascola un gregge e non si ciba del latte del gregge? … Se altri hanno questo diritto su di voi, non lo abbiamo noi molto di più? Ma non abbiamo fatto uso di questo diritto; anzi sopportiamo ogni cosa, per non creare alcun ostacolo al vangelo di Cristo. Non sapete che quelli che fanno il servizio sacro mangiano ciò che è offerto nel tempio? E che coloro che attendono all’altare, hanno parte all’altare? Similmente, il Signore ha ordinato che coloro che annunciano il vangelo vivano del vangelo”
—1 Corinzi 9:4-7,12-14

L’Apostolo Paolo aveva il sacrosanto diritto di essere sostenuto finanziariamente dalla chiesa di Corinzi. È stata una sua scelta di non avvalersene. Ma come mai sostenere chi predica sembra adesso una missione impossibile?
Molti di quelli che svolgono un ruolo di insegnante biblico nelle nostre chiese hanno, grazie a Dio, un lavoro secolare e non hanno bisogno di aiuto finanziario. Ma potrebbe essere questo uno dei motivi per cui spesso si tende a sottovalutare l’importanza della predicazione e dell’insegnamento nei nostri incontri? Se contribuissimo con i nostri soldi, saremmo più attenti a ciò che viene predicato?
Paolo, nella sua prima lettera, ricordava a Timoteo che le guide avevano il diritto di non solo essere sostenute, ma sostenute il doppio dai credenti a cui insegnavano la Parola di Dio (1 Timoteo 5:17).
L’insegnamento biblico nella chiesa è cruciale per la crescita dei credenti e per la protezione contro le false dottrine. È un compito serio che va svolto con grande cura. Ed è fondamentale che l’insegnante abbia la possibilità e il tempo necessario per prepararsi adeguatamente.
La tua comunità si prende cura finanziariamente di coloro che insegnano? Fate in modo che abbiano anche il tempo necessario per essere fedeli servitori che tagliano rettamente la Parola di Dio (2 Timoteo 2:15)? Un insegnamento superficiale, fatto di aneddoti e opinioni personali, non ha nessuna efficacia e utilità nella chiesa di Dio. La spiegazione pubblica delle Scritture deve essere il frutto di uno studio approfondito e serio che richiede tempo.
Se gli insegnati di una chiesa non hanno bisogno del sostegno economico e riescono a svolgere bene il loro compito, la chiesa ha il dovere di valutare se si conoscono altri servitori del Signore che si trovino nel bisogno. Paolo, nella sua lettera ai Filippesi (4:10-20), ricorda che sostenere i servi del Signore è una benedizione per coloro che lo fanno. Infatti questo servizio porta gloria a Dio e frutti spirituali.
La nostra preghiera deve essere che l’insegnamento e la predicazione nelle nostre chiese siano tenuti in alta considerazione, che coloro che insegnano siano rispettati e che lo possano fare nel miglior modo possibile.

 

Se la situazione è critica...

La chiesa è la famiglia di Dio. Una relazione molto bella, che parla di intimità, di calore e di fiducia reciproca. Ma, come ogni cosa, ha il rovescio della sua medaglia.

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