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La Voce del Vangelo


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La VOCE aprile 2020

Più di 3000 anni fa, l’intera nazione d’Egitto fu messa in ginocchio da un’escalation di calamità, che ha raggiunto il suo culmine quando in una sola notte morirono tutti i primogeniti, uomini e animali, dell’intero paese. 

La morte colpì ogni famiglia. Molti dovettero affrontare più di un lutto quando perirono padri, figli, fratelli e parenti tutti in una volta. 

Non faceva differenza se uno era ricco o povero, nobile o mendicante.

“A mezzanotte, il SIGNORE colpì tutti i primogeniti nel paese d’Egitto, dal primogenito del faraone che sedeva sul suo trono al primogenito del carcerato che era in prigione, e tutti i primogeniti del bestiame. Il faraone si alzò di notte, egli e tutti i suoi servitori e tutti gli Egiziani; e vi fu un grande lamento in Egitto, perché non c’era casa dove non vi fosse un morto” (Esodo 12:29,30).

Il paese fu invaso dal panico.

Il faraone, sapendo che queste morti facevano parte dell’ultimo dei flagelli di Dio, chiamò Mosè e Aaronne, di notte, e disse: “Alzatevi, partite di mezzo al mio popolo, voi e i figli d’Israele. Andate a servire il SIGNORE, come avete detto. Prendete le vostre greggi e i vostri armenti, come avete detto; andatevene, e benedite anche me!” 

“Gli Egiziani fecero pressione sul popolo per affrettare la sua partenza dal paese, perché dicevano: «Qui moriamo tutti!» 

“Il popolo portò via la sua pasta prima che fosse lievitata; avvolse le sue madie nei suoi vestiti e se le mise sulle spalle.

“I figli d’Israele fecero come aveva detto Mosè: domandarono agli Egiziani oggetti d’argento, oggetti d’oro e vestiti; il SIGNORE fece in modo che il popolo ottenesse il favore degli Egiziani, i quali gli diedero quanto domandava. Così spogliarono gli Egiziani” (Esodo 12:31-36).

LA PAURA non fu abbastanza

Fa riflettere la reazione degli Egiziani davanti a questa gravissima sciagura. 
Non si piegarono. Non si pentirono. 
Non vollero avere a che fare né con gli Israeliti né con il Signore. 

Esodo 12:38 dice che “una folla di ogni specie” partì con gli Ebrei, senza specificare chi fossero. Può essere che ci fosse qualche egiziano tra loro, ma più avanti nella storia, in Numeri 11:4, questa “accozzaglia di gente” provocò su se stessa un terribile flagello che la sterminò presso il luogo chiamato eloquentemente “i sepolcri della concupiscenza”. 

Sembra che nessuno di loro si sia convertito al Dio di Israele. 

Al contrario loro, quando Dio in altre simili occasioni aveva fatto conoscere la sua ira contro il peccato, un gran numero di pagani si era rivolto a Lui, invocando perdono. 

I Niniviti, un popolo spietato, temuto per la loro ferocia disumana, sotto la minaccia di un’ecatombe per l’intera città proclamato da Giona, credettero a Dio. Si erano pentiti ed erano divenuti veri seguaci del Dio d’Israele. Nel giorno del giudizio essi giudicheranno e condanneranno gli Ebrei che hanno rigettato il Messia, la sua morte e la sua resurrezione (Matteo 12:41).

LA FINE è DIETRO L’ANGOLO

Oggi molta gente si fa prendere dall’ansia a causa delle notizie sul numero di morti per il Coronavirus, ma si dimentica che in un passato, neanche troppo lontano, ci sono state altre piaghe molto più devastanti. 

Circa 500 milioni di persone sono morte a causa del vaiolo.
Ogni anno muoiono 30.000 persone a causa della febbre gialla.
La tubercolosi infetta una persona ogni secondo, e nel 2012 sono morte 1.300.000 persone per questo.
Il morbillo in Africa e in Asia procura 22 morti ogni ora.
Il cancro più letale, quello ai polmoni, miete 1.380.000 morti all’anno.
Una delle più devastanti epidemie della storia contemporanea è quella della febbre spagnola tra il 1918 e il 1919; il numero dei morti sarebbe stato tra i 30 e i 50 milioni. 
Si calcola che l’HIV abbia sterminato 39 milioni di persone. 

La morte è la conseguenza del peccato, decretata da Dio. 

Noi tutti moriremo. Ma viviamo la nostra vita come se non fosse così. 

Ci alziamo la mattina e andiamo a letto la sera aspettandoci che domani sarà uguale. Fino a che non capiti una situazione come il Coronavirus, che ci costringe ad aprire gli occhi sulla nostra mortalità. 

Ci sarà un tempo in cui miliardi di persone sulla terra moriranno! 

In un primo momento un quarto della popolazione terrestre morirà, poi addirittura un terzo (Apocalisse 6:8; 9:18). Ma oggi, la mano di Dio non è ancora venuta con tutta la sua forza per uccidere gli uomini.

Peggio del Coronavirus

Luca, nel suo Vangelo, capitolo 22, racconta che Gesù desiderò grandemente celebrare quella che sarebbe stata la sua ultima Pasqua con i suoi discepoli. In una grande stanza privata, insieme ai suoi amici più intimi, la celebrò in un momento estremamente difficile per lui. Da lì a poco, infatti, avrebbe affrontato la prova più dura della sua esistenza eterna: la separazione da suo Padre.

Quella sera lui instaurò “la cena del Signore” servendosi di due elementi tradizionali della celebrazione giudaica della Pasqua: il calice e il pane non lievitato. Sarebbe divenuto una parte importante dell’adorazione dei veri credenti, attraverso la storia della chiesa.

In tutto il mondo cristiano si celebra la cena del Signore. Per moltissimi è poco più che un rito sterile e formale, forse un po’ mistico. Sicuramente non ne comprendono il significato. 

Per chi, invece, conosce Dio e fa parte della sua famiglia non è affatto così. È una celebrazione solenne che richiede il giusto atteggiamento.

La cena del Signore acclama la vittoria sulla principale causa di morte per l’essere umano: il peccato. 

Ogni essere umano morirà di qualcosa, ma sempre a causa del suo peccato. 

La morte fisica è la logica conseguenza della morte spirituale dell’uomo, alienato dal suo Creatore, per il suo peccato per il quale l’ira di Dio risiede sopra di lui.

Cristo, il Figlio incarnato di Dio, ha vissuto la vita moralmente perfetta che nessuno di noi è capace di vivere. Non avendo peccato non doveva morire. Ma ha scelto di addossarsi la colpa del peccato di tutti coloro che avrebbero creduto in lui, ed è morto sulla croce per riconciliare il peccatore con il suo Creatore. 

Dio Padre ha accettato questo sacrificio risuscitando Gesù e dandogli il nome che è al di sopra di ogni nome affinché noi lo riconoscessimo come Signore e ricevessimo, per fede nei suoi meriti, la vita eterna (Filippesi 2:5-11).

I credenti che leggono e studiano la Bibbia conoscono bene queste verità, ma forse a volte si perde di vista la vera portata di ciò che Gesù ha fatto. 

Ci teniamo aggiornati su come il virus stia diffondendosi nel nostro paese, chiedendoci allarmati che effetto avrà sulla nostra vita. Ma mentre partecipiamo alla cena del Signore dimentichiamo che stiamo celebrando l’incredibile soluzione di Dio al peggiore virus che esista, e che ha già infettato ogni essere umano molto prima del sorgere del primo batterio al mondo. È stato Adamo il paziente zero che ha infettato tutti i suoi discendenti.

FATELO IN MEMORIA DI ME!

È per questa nostra tendenza di partecipare disattenti e superficiali alla commemorazione del sacrificio di Cristo che Paolo ci ha lasciato, in 1 Corinzi 11, le istruzioni su come fare.

Prima di tutto la cena del Signore ci ricorda che Gesù è morto. 

Nel gesto e nelle parole di Gesù non c’era nulla di mistico. Il pane che egli spezzò e distribuì ai suoi discepoli rappresentava il suo corpo che da lì a poco sarebbe morto realmente sulla croce. 

Era pane, e pane restò anche quando i discepoli lo mangiarono. 

Nessuna transustanziazione.

Gli elementi più importanti della cena del Signore non sono infatti il pane e vino, che sono solo dei simboli, come lo erano la “porta” e la “luce” o la “vite” nei discorsi di Gesù. Quello invece che importa davvero è la sua morte sul Golgota, duemila anni fa.

Il pane e il vino non hanno nessuna virtù intrinseca e non portano nessun beneficio a chi mangia e beve. 

È la morte del Figlio di Dio quella che ha reso possibile essere perdonati dei nostri peccati. 

Il secondo motivo per cui Gesù ha instaurato la santa cena riguarda il fatto che ci ricorda la gravità del peccato. 

Dopo aver reso grazie, Gesù ruppe il pane e disse: “«Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me” (1 Corinzi 11:24,25).

Il problema del peccato non può essere sorvolato né dev’essere minimizzato. 

Non si risolve la colpa mettendo su un piatto della bilancia i nostri peccati e sull’altro le buone opere. Un singolo peccato è sufficiente per condannare l’uomo alla morte eterna nell’inferno. Cosa mai potresti fare di così nobile ed eccezionale da revocare questa condanna? 

Per risolvere il nostro peccato Dio ha dovuto prendere l’iniziativa. È sceso in terra nella persona di Gesù Cristo. 

Nel Getsemani, quella stessa notte in cui istituì la cena del Signore, Gesù era in un’agonia tale che dal forte stress sudò grosse gocce di sangue per la rottura dei suoi capillari. Pregò Dio con voce straziata, chiedendogli, se fosse stato possibile, di risparmiarlo da quella imminente separazione da Lui (Luca 22:39-46). L’eterno Figlio di Dio non era mai stato separato dal Padre, non aveva mai conosciuto l’ira di Dio.

Ma il Signore ha voluto stroncarlo con i patimenti. Ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti (Isaia 53:5-11). 

Colui che non ha conosciuto peccato, Egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui (2 Corinzi 5:21).

Partecipare alla cena del Signore significa riconoscere la gravità del nostro peccato. Ma non è solo provare rimorso per quello che abbiamo fatto. Dovrebbe spingerci a odiare il peccato in tutte le sue manifestazioni, e a crocifiggere le nostre passioni e le nostre tentazioni. 

Ogni volta che ci accostiamo ai simboli del sacrificio di Cristo dovremmo essere nuovamente risoluti nel non voler peccare più, e smettere di considerare certi peccati come normali nella nostra vita.

La terza cosa da ricordare è che c’è un patto eterno nel sangue di Cristo. 

Un patto nelle Scritture è un accordo particolare tra due parti, per garantire pace, alleanza e aiuto reciproco, stabilito in presenza di testimoni, ratificato con un giuramento, quindi immutabile e inviolabile (Galati 3:15), celebrato con doni e banchetti, a volte con dei sacrifici, e in qualche caso si ergevano dei monumenti per stabilirne un ricordo perenne.

Il nuovo patto di cui Gesù è il mediatore è tutto questo, e molto di più (Ebrei 8:6-13).

- Il suo è un sacrificio fatto una volta per sempre, e per questo non può essere ripetuto (Ebrei 7:23-27; 9:24-28). 

- In virtù di esso siamo stati santificati una volta per sempre (Ebrei 10:10), e resi perfetti per sempre (v. 14). 

- La morte di Cristo è stata sufficiente per un perdono completo dei nostri peccati passati, per quelli presenti e per quelli futuri (Ebrei 10:18).

- Il suo sacrificio è l’unico che purifica le coscienze, ci permette di servire Dio ed è garanzia di un’eredità eterna in cielo (Ebrei 9:11-15).

Una volta per sempre, per l’eternità! C’è da celebrare! C’è da festeggiare!

Cosa proclami?

Dio, però non voleva che fosse solo un ricordo, ma anche una proclamazione: “Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga” (1 Corinzi 11:26). 

Il verbo “annunciare” nel testo originale in greco è la stessa parola che altrove viene tradotta con “proclamare, predicare”. 

La commemorazione passa così dall’essere una comunione intima e privata con il Signore, a un annuncio personale e pubblico.

Ogni volta che partecipi alla Santa cena, affermi che Cristo è morto sulla croce. Che è morto al posto tuo, a causa dei tuoi peccati. Affermi che hai creduto personalmente, che hai messo la tua fede in quello che Cristo ha fatto sulla croce. 

Affermi anche che la tua non è una fede solo mentale, ma che Gesù è diventato effettivamente il tuo salvatore e Signore. Come ha detto l’apostolo Paolo: “Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi. Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (1 Corinzi 6:19,20).

Affermi pubblicamente che non vivi più per te stesso, ma per il Signore. Giorno per giorno in piena comunione con Dio e con i tuoi fratelli in fede. Senza rancori o dissidi con nessuno. 

Il costo della superficialità

Fin qui pare chiaro che la cena del Signore deve essere considerata come un momento solenne, fonte di gioia e consolazione per il credente. Ma è anche un severo monito per non vivere la fede alla leggera. 

Non si può mentire a Dio che conosce tutto. Anania e Saffira l’hanno fatto e questo gli è costato la vita.

A Corinto, evidentemente, c’erano dei credenti che pensavano che, a motivo di Cristo, Dio fosse diventato più indulgente verso il loro peccato. Avrebbe chiuso un occhio.

“Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ora ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro se stesso, se non discerne il corpo del Signore. Per questo motivo molti fra voi sono infermi e malati, e parecchi muoiono” (1 Corinzi 6:27-30).

È partecipare indegnamente quando si resta aggrappati al peccato, a quell’idea, gesto, parola o atteggiamento infernale che ha portato il Signore a subire l’ira di Dio. 

Invece dobbiamo esaminarci, giorno per giorno, per essere sicuri che quello che celebriamo e annunciamo sia veramente vero nella nostra vita.

Trascurare questo esame può portarci addosso il giudizio. Con questo Paolo non stava alludendo che si possa perdere la salvezza, ma al fatto che Dio possa decidere piuttosto di far morire un suo figlio. 

Che non ti sia successo ancora, non è la garanzia che Dio approvi quello che fai. Egli ha promesso di riprendere, correggere, punire e disciplinare ogni figlio che ama (Ebrei 12:4-6; Apocalisse 3:19). 

Alcuni credenti, a causa di queste parole, evitano di andare in chiesa quando si celebra la cena del Signore, o si astengono dal parteciparvi. 

Per quanto sia giusto astenersi se ci sono peccati non confessati e non abbandonati, o se non si è in piena comunione con tutti, il piano di Dio non prevede che i suoi figli evitino di partecipare alla cena del Signore, ma che la cena stessa sia un continuo ammonimento a progredire in una vita di santificazione come discepoli in modo da piacere al Maestro.

La mia speranza è che in questo periodo in cui tanti celebrano la Pasqua, e tanti altri sono in ansia per il virus molto meno pericoloso del peccato, di cui tutti siamo affetti, possiamo emanare una pace e una serenità decisamente diverse da quelle con cui i nostri amici affrontano le loro difficoltà e le loro paure.  

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